giovedì 21 luglio 2022

Storia degli Stati Uniti

Siamo talmente plagiati dall’immaginario americano che dell’America pensiamo sempre di conoscere tutto, ma come al cagnolino che per lunga confidenza ha imparato le abitudini del padrone non attribuiremmo per questo una reale cognizione anche dei suoi travagli interiori, così probabilmente anche a noi sfugge sempre qualcosa di quanto cova all’ombra della Statua della Libertà. L’assalto a Capitol Hill è stato per me l’ennesimo squillo di sveglia: dopo tanto girarci intorno, non ho più tollerato saperne così poco – e poiché in queste cose sono noiosamente metodico, ho voluto riprendere il filo del discorso dall’inizio, almeno per quanto è possibile a uno che non se ne occupa di mestiere, procurandomi cioè una bella storia degli Stati Uniti che mi offrisse una griglia entro cui collocare via via nomi, concetti ed eventi. Il fatto che ce ne sia una in commercio firmata da Giovanni Borgognone ha facilitato la mia scelta. Con lui mi sembra di giocare in casa, non solo perché ho avuto modo di apprezzarne dal vivo le lucide lezioni tenute ai miei studenti sullo spicchio finale di quella stessa storia, ma anche perché, in un lontanissimo esame di oltre quindici anni fa, era stato proprio lui a interrogarmi sulla Democrazia in America di Tocqueville, uno dei libri che più ha contribuito a formare il mio modo di vedere il mondo. La regola d’oro che suggerisce di differenziare le proprie fonti può forse essere almeno in parte disattesa quando si individua una guida affidabile – e io sono a tal punto convinto che questa lo sia da consigliare a scatola chiusa il suo ultimo libro (America bianca. La destra reazionaria dal Ku Klux Klan a Trump), anche se non ho idea di quando riuscirò a leggerlo.

Giova inoltre il fatto che, per quanto si tratti pur sempre di un testo di sintesi, l’autore non si limiti a mettere semplicemente in fila quanto accaduto dai Padri Fondatori a Obama (ho letto infatti l'edizione del 2013 anche se nel frattempo ne è uscita una nuova e aggiornata), ma si preoccupi sempre di corredare il racconto con ampi riferimenti ai modi, anche discordanti, con cui gli americani hanno interpretato se stessi e il proprio agire, fornendo così delle chiavi per comprendere meglio cosa è diventata l’America e, di riflesso, cosa siamo diventati o cosa stiamo diventando anche noi che ne subiamo l’influenza. Dal momento che qui troviamo alcune delle basi di quell’aggrovigliato filamento che compone il dna delle nostre moderne liberaldemocrazie, credo valga la pena provare a capire se non vi sia qualche tara genetica che rischia di trasmettersi per via ereditaria. Per dire, consideriamo il progetto originario su cui si fonda quel paese: abbandonare la vecchia Europa e abitare la nuova Terra Promessa offerta da Dio ai suoi eletti oltre l’Atlantico, così come un tempo il popolo d’Israele aveva abbandonato l’Egitto del Faraone per abitare il territorio che gli era stato offerto al di là del Giordano, con i pellerossa a svolgere la parte che era stata delle tribù cananee, ossia quella di essere respinti sempre più indietro dall’incedere di quella nuova Arca dell’Alleanza chiamata ora Destino manifesto. Non è così insensato che su queste premesse abbia potuto attecchire nella società americana uno strisciante e perdurante sentimento di xenofobia da parte degli immigrati della prima ora nei confronti di quelli che hanno commesso il solo errore di essere emigrati dopo; più assurdo, ma tutt’altro che insolito, è che tale atteggiamento abbia preso il nome di “nativismo”: evidentemente, dove abbondò la colpa, sovrabbonda anche la rimozione. I veri nativi non sono del resto gli unici esclusi da questa impresa, che almeno inizialmente ignorava anche le donne e i neri (le “altre persone” che abitano il paese a cui allude di passaggio la Costituzione americana, distinguendole bene da “We, the People”). Da quel che capisco, la prossima battaglia tornerà a giocarsi su questo stesso terreno (dentro i privilegiati, fuori tutti gli altri), se già si stanno cominciando a ridisegnare i collegi elettorali in modo da garantire che le minoranze restino minoranze senza violare, formalmente, quel principio maggioritario che noi tendiamo a identificare con la democrazia in quanto tale.

Che poi, a ben vedere, anche se per noi l’America è sinonimo di democrazia, quando scoppiò la guerra contro la madrepatria inglese, «l’“ideologia” rivoluzionaria si incentrò soprattutto sulla nozione di “libertà” (liberty); l’ideale prevalente tra i Padri “non era la ‘democrazia’ (termine usato molto raramente nei dibattiti dell’epoca), ma appunto la “libertà” e l’autogoverno (self-government), da realizzarsi in forma rappresentativa». Una libertà quasi illimitata intensivamente quanto limitata estensivamente, come dicevo, e dalla quale resta perciò estranea l’idea di rimettere in questione gli assetti di potere consolidati, poiché rifiutare un’autorità superiore non significa automaticamente essere disposti a condividere il potere con chi si trova al di sotto di te. La dialettica che sta al cuore del sistema politico americano è difatti quella tra i fautori di un maggior coordinamento da parte dello Stato centrale e quanti sostengono, al contrario, che un’autorità statale forte possa ledere la sacralità delle libertà personali, ossia tra quelli che, con terminologia in un certo senso opposta a quella a cui siamo abituati noi, chiamiamo rispettivamente federalisti e antifederalisti. La nascita degli Stati Uniti come li conosciamo non ha posto fine al dilemma, anzi «il localismo (...) ha continuato a rappresentare una potente forza ideologica nella vita americana; se la struttura del governo è stata plasmata dai federalisti, lo spirito della politica americana, in notevole misura, è stato ispirato dagli antifederalisti». Esso coincide con il «patrimonio identitario della provincia americana, diffidente nei confronti non solo dell’Europa, ma anche delle grandi città della costa orientale statunitense, giudicate troppo vicine allo spirito europeo, e della politica centralistica del governo federale, considerata oppressiva e liberticida, e proprio per questo antiamericana» - quella tipica provincia, per intenderci, che praticava abitualmente i linciaggi come espressione, appunto, «della sovranità popolare». La pretesa di non dover subire la minima ingerenza da parte dello Stato tende così a prevalere sulla disponibilità a elaborare insieme un progetto comune: meglio conservare il diritto individuale di inquinare e di morire senza cure e in povertà che usare denaro pubblico per provare a uscirne insieme (come dimostra il continuo ostruzionismo alle proposte di legge sulla sanità, sulla riduzione delle emissioni nocive, sull’impiego delle armi e via discorrendo).

Mi sembra di individuare, fra le pagine del libro, un filo conduttore che da Thomas Jefferson arriva fino al boom del secondo dopoguerra. «La libertà, proprio in un’epoca in cui trionfavano i grandi poteri economici del tutto al di fuori di un autentico mercato competitivo, e in cui la “fabbrica dei bisogni” giungeva a perfezionare a livelli mai visti i propri strumenti per manipolare le menti dei cittadini e dettare loro la scala delle priorità, si configurava innanzitutto come “libertà di impresa” e “libertà di consumo”». Di nuovo, «al centro della propaganda americana vi era più questa nozione rispetto a quella di democrazia politica», ed è forse per questo che si è poi cercato di esportarla come una merce fra le altre. Al Leviatano che pretende di regolamentare ogni spazio della tua vita subentra il mostro mite che ti convince di aver bisogno di ciò che ti vende e ti lascia fare quello che vuoi in tutte le scelte che risultano innocue rispetto al mantenimento dello status quo, scambiando il soddisfacimento di una voglia per autentica libertà. Davvero fu lucidissimo Tocqueville, che intravide già tutto questo visitando l’America nell’età jacksoniana, quando per la prima volta si andò profilando l’idea di un “dispotismo democratico” esercitato su una «massa atomizzata di individui, chiusi nella cerchia della propria famiglia e dei propri amici e sempre più indifferenti alla società nel suo complesso». Mettete insieme la legge del sangue e la libertà più sfrenata, la difesa con le armi e con i muri del proprio particulare, la retorica patriottica e il familismo amorale, ed ecco comparire i tratti ricorrenti della destra reale, comunque poi la si chiami, così come si manifesta appunto nelle democrazie avanzate. Si parte nobilmente dalla difesa dei diritti e si arriva all’ognun per sé, come ammoniva Simone Weil.

Il problema, per chi vorrebbe opporsi a questa deriva, è che anche il principale modello alternativo elaborato finora negli States presenta dei limiti in un certo senso speculari. Lo si è definito dapprima “progressista”, poi “liberal” (a partire dal New Deal): il suo tratto peculiare è di opporre all’anarchia del mercato - ma anche alla partecipazione popolare - il mito efficientista della pianificazione tecnocratica e l’opera illuminata dei competenti. Prodotto di una cultura urbana, accademica e d’élite, tale atteggiamento è all’origine di uno stuolo infinito di controsensi, come quello per cui un ricchissimo tycoon come Trump ha potuto presentarsi come campione della gente comune contro i poteri forti rappresentati da Hilary Clinton, o quello non meno sconsiderato per cui personaggi come Monti o Draghi finiscono per essere inopinatamente considerati “di sinistra”, solo perché non ruttano a tavola e sono rispettosi del principio di realtà (quando invece la sinistra dovrebbe far leva sull’immaginabile per scardinare la rassegnazione al dato di fatto). Da Wilson a Roosevelt a Kennedy, giù giù fino a Clinton e Obama, questa linea di condotta ha sempre suscitato diffidenze autonomiste e proteste neoidentitarie, in quanto «ritenuta responsabile di una forma di “dispotismo soft” da parte di tecnocrati e alti burocrati federali, considerata come la più grave minaccia nei confronti dell’autentica tradizione politica statunitense, quella della libertà individuale e del self-government», ma ha anche prodotto reazioni contrariate in chi non si ostina ad accettare il neoliberismo come legge naturale e rifiuta «l’“approccio manageriale delle scienze sociali” in base al quale i cittadini parevano essere stati ridotti a “consumatori di beni e servizi”, tanto sul piano economico quanto su quello politico».

Le innegabili doti carismatiche dei grandi presidenti democratici degli ultimi cento anni fanno pensare a come, in fondo, a scontrarsi fra loro siano semplicemente due varianti di populismo, in cui l’appello ai cittadini, non più mediato da istituzioni di raccordo e di confronto, si risolve, come in un qualsiasi televoto, nella scelta tra proposte preconfezionate presentate in forme sempre più semplificate, secondo le regole del marketing (per dire, la “nuova frontiera” kennedyana e “l’impero del male” di Reagan). «Giungeva in ultima analisi, alle sue estreme conseguenze un processo di lungo corso di “spoliticizzazione della collettività”. Alla “cittadinanza” si era sostituito l’“elettorato”, ovvero “i votanti che acquistano una vita politica al momento delle elezioni” e la cui esistenza politica, tra un’elezione e l’altra, “è relegata a un ruolo ombra di partecipazione virtuale”» (i virgolettati sono del politologo Sheldon Wolin, ma qualcosa di simile c’era già in Rousseau). Retrocessi, insomma, da cittadini a followers, indotti a pensare che la democrazia consista nell’accumulare più like anziché nella faticosa costruzione di processi condivisi: è davvero questo il nostro destino? Hanno dunque ragione quelli che dicono che tanto vale abbracciare allora l’autocrazia, così ci risparmiamo anche le lungaggini procedurali? Nonostante tutto, io mi ostino a pensare che questo non sia l’approdo definitivo di una parabola politica in declino, ma appena l’inizio di un percorso estremamente accidentato all’interno del quale c’è però ancora tanto di inespresso che non ha neanche cominciato ad agire veramente nella storia e che ci penserei due volte prima di buttare a mare.

(finito l'8 aprile 2021)

Ho parlato di


Giovanni Borgognone
Storia degli Stati Uniti
La democrazia americana dalla fondazione all'era globale
(Feltrinelli 2013)

363 p. | 12 €

mercoledì 6 luglio 2022

Todo modo

Come credo quasi tutti quelli che hanno letto qualcosa di Sciascia, anch’io ho preso l’abbrivio, molti anni fa, dal Giorno della civetta - dove in effetti puoi trovare ciò che da sempre ti hanno insegnato ad associare a questo autore, ovvero la Sicilia, la mafia e il balletto dei quaquaraquà. Che però in Sciascia ci fosse ben di più l’ho capito quando ho scoperto Todo modo, compreso in una lista di letture consigliate dal mio professore di italiano tra quarta e quinta superiore e reso immediatamente attraente proprio perché, a sorpresa, dell’autore de Il giorno della civetta, non ci veniva consigliato di leggere Il giorno della civetta. Se getti una seconda occhiata sul miracolo, non è detto che tu riesca a rivedere il prodigio, ma ho voluto correre il rischio e da lì sono ripartito per omaggiare il centenario sciasciano.

In realtà c’era ben poco di che preoccuparsi. Anche se questa volta sapevo bene o male a cosa andavo incontro, il sapore è rimasto comunque intatto, bello forte, con quel retrogusto enigmatico che lo rende inconfondibile. A prima vista sembra infatti di avere per le mani un poliziesco, perché ci sono i morti e c’è pure il commissario (anche se questo qui «non era certo un’aquila»), eppure del poliziesco è una sorta di parodia (come recita il sottotitolo de Il contesto, romanzo di quegli stessi anni con cui Todo modo mi sembra affratellato). Non solo manca la rassicurante scena madre in cui il detective raduna i sospettati e scioglie punto per punto la matassa, ma benché il narratore affermi apertamente di avere «risolto il problema», e addirittura che la soluzione trovata è «netta e quasi ovvia: molto simile a quella della Lettera rubata di Poe» - ossia qualcosa che abbiamo proprio lì sotto gli occhi - tale soluzione non viene mai rivelata. Se si trattasse davvero di un testo di Poe sarebbe lecito pensare a una sfida lanciata al lettore. Credo però che Sciascia avesse altri pensieri per la testa.

In effetti «di moventi, tra questa gente, ne puoi trovare a migliaia», così come di catene causali che potrebbero spiegare in modo plausibile quanto accaduto. Con tali premesse, quando si annodano «migliaia di fili, e tutti ammassati», il guazzabuglio, il groviglio o – gaddianamente – il pasticciaccio pare destinato a restare tale e la storia fatalmente «non va a finire». Mostrare lo sfaldarsi dell’indagine mi sembra però appunto un modo per spostare l’attenzione dall’indizio al sistema, che è come dire dal dito alla luna. Poco importa sapere, infatti, se l’assassino sia stato effettivamente tizio o caio, poiché si tratta, in fondo, di un dettaglio. Poteva capitare all’uno come all’altro, di uccidere o di essere uccisi: ecco il vero punto da mettere a fuoco. Chi è infatti “questa gente” di cui si parla qui con sdegnoso distacco? Sono alti prelati, amministratori, parlamentari, ministri, finanzieri – in una parola, «il mondo cristiano e cattolico nel governo della cosa pubblica» - convenuti presso un vecchio eremo trasformato in un orrendo albergo per seguire un corso di esercizi spirituali sotto la direzione di uno strano prete, don Gaetano. A raccontarci di loro è un pittore ateo finito involontariamente da quelle stesse parti girovagando in macchina in una calda domenica di luglio, il quale, incuriositosi (“ma davvero si fanno ancora gli esercizi spirituali?”), decide di fermarsi anche lui lì qualche giorno per osservare quel che vi succede. E la prima cosa a colpirlo è che, quando arrivano gli ospiti, l’atmosfera che si crea non è propriamente claustrale, bensì quella «di una compagnoneria facile e sguaiata: gridi di sorpresa, abbracci, manate, scherzosi insulti». I partecipanti «si sentivano in vacanza: ma una vacanza che permetteva di riannodare fruttuose relazioni, ordire trame di potere e di ricchezza, rovesciare alleanze e restituire tradimenti». Pagato con qualche sbadiglio il pegno delle orazioni e dei paternoster, questo stuolo di capibastone si riversa appena possibile negli spazi comuni per scambiarsi «proposte in numeri e numeri in proposte, piccanti aneddoti a carico di amici-nemici e di nemici-amici, adulazioni, condiscendenti apprezzamenti; e qualche barzelletta oscena piuttosto arretrata. (…) Era facile immaginare che i due che si parlavano vicino a me stessero complottando qualcosa contro quegli altri due che stavano dalla parte opposta, e viceversa; e così ogni coppia contro ogni altra distante: sicché lo spiazzale diventava come un telaio su cui si stendeva una fitta trama di inganni, di tradimenti; e le spole che passavano da una mano all’altra». Poco a poco prende insomma forma, in carne, ossa e vasa-vasa, quel tumore che è attecchito nei gangli vitali delle nostre istituzioni repubblicane e le ha schiacciate nelle sue spire, consolidando il suo potere attraverso delitti benedetti con una spruzzatina d’acqua santa («lei, mi scusi, non sa di che cosa è capace la gente casa e chiesa, la gente col libro da messa in mano»...).

La scurrilità delle scene appena evocate, unita alla presenza nell’eremo delle amanti di alcuni di questi alti papaveri, sembra per un attimo far prendere al racconto la piega di una commedia licenziosa in cui da un momento all’altro potrebbe spuntare Lino Banfi. L’aspetto farsesco di tutta questa situazione è quello che in effetti cattura l’attenzione di un altro personaggio che, come il protagonista, non si trova lì per meditare, ossia il cuoco degli esercizi. «Ci vengo a ogni estate – confida sogghignando - per non perdermi questo spettacolo, anche se mi pagano male». La satira fa però solo da scorza a un’opera stratificata e complessa, sovrabbondante di citazioni e allusioni dotte, tanto suggestiva da leggere quanto difficile poi da riassumere senza perderne lo spirito, volutamente barocca anche nel suo rimescolare continuamente, e con compiacimento, realtà e finzione (il riferimento a Borges è esplicito: e forse fu proprio il ritrovarvi insieme, tra gli altri, Borges e Poe a farmela amare così tanto, se ricordo bene il diciottenne che fui). La scena più potente di tutto il libro descrive una sorta di coreografia che vede i partecipanti agli esercizi muoversi ordinatamente avanti e indietro lungo il piazzale antistante l’eremo per la recita del rosario serale, con un continuo trapasso dalle zone d’ombra alle zone di luce di tenore caravaggesco. Ebbene, contemplando questa singolare liturgia, il narratore nota che, pur «nell’abietta mistificazione e nel grottesco» di cui essa è carica, c’era comunque «qualcosa di vero, vera paura, vera pena, in quel loro andare nel buio dicendo preghiere: qualcosa che veramente attingeva all’esercizio spirituale: quasi che fossero e si sentissero disperati, nella confusione di una bolgia, sul punto della metamorfosi. E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri». Se poi qualcuno obiettasse che un ladro che ruba per il partito è meno ladro degli altri, dovrà comunque accettare che fra loro ci fosse quantomeno un vero assassino, o più d’uno, dal momento che proprio durante una di queste preghiere, «in quel posto al confine del mondo, al confine dell’inferno», avverrà il primo omicidio – il che fa di questo romanzo, a ben pensarci, anche la parodia di una sacra rappresentazione.

A contrappuntare continuamente tutta la vicenda, sollevandoci verso un significato simbolico superiore, è il fitto dialogo intessuto, a parole e con gli sguardi, tra il narratore e don Gaetano. Questi, infatti, è un sacerdote sui generis (si presenta come «molto cattivo»), coltissimo, spigliato e dalla conversazione estremamente piacevole, «parlasse del vino o di Arnobio, di Sant’Agostino, della pietra filosofale, di Sartre». Su tutti i suoi ospiti egli esercita un fascino ipnotico, grazie a cui riesce a rigirarseli come meglio vuole. Al suo interlocutore, ideologicamente agli antipodi, offre appunto la «solidarietà nel disprezzo; come a dire: capisco la sua insofferenza, ma guardi come li tratto». É, insomma, uno che la sa lunga, lontanissimo dall’immagine tipica sia del povero curato di campagna che del reazionario beghino. D’altronde i suoi occhiali sono esattamente identici a quelli indossati dal diavolo nel quadro conservato nella cappella dell’eremo, una copia del Sant’Antonio di Rutilio Manetti spacciata come raffigurazione del sedicente san Zafer a cui il luogo è intitolato, ma che naturalmente non è mai esistito, la sua storia essendo stata inventata a fine Ottocento da un farmacista locale a partire da una leggenda popolare. Proprio la lucidità di don Gaetano, tuttavia, se per certi aspetti lo rende degno d’ammirazione agli occhi del narratore, suscita in quest’ultimo anche un’avversione maggiore di quella nutrita per coloro che si sottomettono alla sua autorità. Anche se ama esprimersi per paradossi (le mie certezze, afferma, «sono altrettanto corrosive che i suoi dubbi») e se di lui non si capisca mai bene se parli sul serio o per scherzo, don Gaetano, infatti, sa quello che fa. La sua tesi suppergiù è che la parabola della modernità si sia ormai consumata e che quegli stessi arieti usati un tempo per abbattere la religione oggi tornano utili per supportare la ripresa del sacro. Prendiamo la scienza, per esempio: «che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo? (…) E lo spavento cosmico sarà nulla di fronte allo spavento che l’uomo avrà di se stesso e degli altri». A quanti restano dispersi e senza rotta in questo mondo buio la chiesa offre un appiglio: non è, come direbbero i “preti buoni”, «la comunità convocata da Dio», ma solo «una zattera, la zattera della Medusa, se vuole», a bordo della quale, certo, si salveranno, se va bene, il dieci o quindici per cento di quanti vi accorreranno, ma per chi vi resterà fuori proprio non ci sarà scampo. Alle perplessità che la coscienza laica muove a questa visione, don Gaetano risponde «che il laicismo, quello per cui vi dite laici» non è altro, in realtà, che «il rovescio di un eccesso di rispetto per la Chiesa, per noi preti. Applicate alla Chiesa, a noi, una specie di aspirazione perfezionistica: ma standone comodamente fuori. Noi non possiamo rispondervi che invitandovi a venir dentro e a provare, con noi, a essere imperfetti...». Detto altrimenti, “Dio esiste, dunque tutto ci è permesso”.

L’unico antidoto a questa rielaborazione della leggenda del Grande Inquisitore sembrerebbe essere la via cui approda Candido, con la sua rinuncia ad ogni grande racconto mitologico e l’impegno modesto ma implacabile a coltivare il proprio giardino illuminandolo col lanternino della ragione. In effetti, all’inizio della sua permanenza, ascoltando per la prima volta la messa in italiano, il narratore aveva avuto l’impressione di assistere alla dissoluzione del cristianesimo e della sua «maestosa illusione», e ciò lo aveva indotto a meditare, con una certa soddisfazione, sul «passato splendore» della chiesa, «il suo squallido presente» e «la sua inevitabile fine». Tuttavia l’attivismo intelligente di don Gaetano lo mette rapidamente in guardia sul fatto che «tante cose in noi, che crediamo morte, stanno come in una valle del sonno: non amena, non ariostesca. E sul loro sonno la ragione deve sempre vigilare». Un cambio di linguaggio (siamo nei primi anni del post-Concilio) non significa cioè un cambio di sostanza: continueranno, anzi, ad essere garantite adeguate coperture a ogni genere di intrallazzo, purché ci si ricordi sempre di dare a Dio quello che è di Dio - e tutto questo dovrà continuare ad essere denunciato, senza farsi ammaliare dalle apparenti novità (credo che Sciascia nutrirebbe forti sospetti su un papa come Francesco: ovviamente non condivido, ma trovo stucchevole insegnare al non credente come dovrebbe fare il non credente e accetto la provocazione). Quasi di sfuggita al protagonista scappa però anche una sorta di ambigua profezia di cui egli stesso sembra sorprendersi («tante cose avevo perso di vista; di tanti mutamenti non mi ero accorto, di tante novità»). Tra le finzioni elaborate dal cristianesimo nel corso della sua storia bimillenaria e la definitiva baracconata a cui sembra essersi ridotto, le prime offrivano almeno un certo qual senso del mistero, venuto meno il quale la classe dirigente fin qui riparatasi dietro lo scudocrociato si ritrova ormai a gestire solo «una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d’oro». Tale esercizio di potere, tollerato finché sorretto da alte motivazioni ideali, sta cominciando ad apparire sempre più insopportabile a chi ne è escluso. Già la scure è posta alla radice degli alberi e si diffonde un gran desiderio di far saltare le teste. Ma non chiamatelo illuminismo – suggerisce l’oracolo: sarà solo una variante di qualunquismo.

(finito il 30 marzo 2021)

Ho parlato di


Leonardo Sciascia
Todo modo
(GEDI 2021)

128 pp. | 8,90 €
Collana "Leonardo Sciascia 100 anni" vol. 2

(ed. or.: 1974)


martedì 21 giugno 2022

29 luglio 1900

Questa volta sappiamo che viso avesse e pure come si chiamava: Gaetano Bresci, nato a Coiano di Prato da Gaspero e Maddalena il 10 novembre 1869, esattamente un giorno prima del futuro re Vittorio Emanuele III, «che sarebbe diventato re un po’ in anticipo sui piani della natura, proprio per sua intercessione», essendo Bresci colui che con un colpo di rivoltella andato a segno mandò all’altro mondo Umberto I di Savoia, a Monza, la sera del 29 luglio 1900. Nelle sue intenzioni quell’omicidio avrebbe dovuto inaugurare un nuovo secolo «senza tiranni e quindi senza guerra, senza fame e senza povertà (...), dove ognuno era veramente libero, poteva esprimersi senza paura, poteva lavorare senza essere sfruttato, poteva amare tutti, poteva, appunto, essere libero». Non è andata proprio così. Sarebbe stato un altro sparo, qualche anno dopo, ad aprire - questa volta sì, per davvero - il secolo breve e ne sarebbe venuto fuori un immane massacro.

Anche per questo motivo, quella in cui morì re Umberto (dopo lo zar Alessandro, dopo Sadi Carnot, dopo Canovas, dopo l’imperatrice Sissi), più che un momento aurorale, potrebbe essere definita piuttosto come «l’ultima estate dell’anarchia». Sia la vittima, uccisa su un’arcaica carrozza nell’era incipiente delle automobili, sia l’attentatore appartengono infatti ancora a un orizzonte pienamente ottocentesco, in cui tanto l’oppressione quanto la sovversione sono per lo più una questione di élites. Bresci stesso si sentiva parte di «un’avanguardia di illuminati» capaci di prendere l’iniziativa e compiere quel passo che i più non erano abbastanza intrepidi per fare. «Romanticamente convinto della crucialità dell’atto individuale nel dispiegarsi della storia», immaginava che il suo gesto, concepito senza appoggi e in totale autonomia, avrebbe potuto innescare movimenti rivoluzionari nei vari popoli del mondo. Gli mancava del tutto la consapevolezza che, per farsi realmente storia, l’azione delle masse popolari richiedesse invece di essere organizzata intorno a una qualche forma di sintesi condivisa. Suo malgrado, Bresci comprese a cose fatte, quando nessuno scese in piazza per chiedere la sua liberazione, che «non bastava più uccidere il re o l’imperatore, come nell’antica Roma, per cambiare le cose, per sovvertire l’ordine costituito. Adesso tutto era più complesso, più difficile». Si poteva stare «dalla parte giusta della storia» e ritrovarsi ciononostante in una «solitudine assoluta», proprio come l’isolamento che gli fu imposto dopo la condanna all’ergastolo, dal momento che il Codice Zanardelli aveva già da tempo abolito la pena di morte dall’ordinamento giuridico italiano (sebbene, proprio in quell’occasione, ci fosse chi ne reclamasse il ripristino: senza il patibolo, si diceva, il nostro paese è diventato la patria dei briganti e degli assassini politici). Per questo anche figure non certo sospettabili di simpatie monarchiche o reazionarie, come lo stesso Errico Malatesta, denunciarono l’inefficacia di quell’attentato velleitario, che nell’immediato provocò solo un’ulteriore stretta poliziesca in un periodo già pieno di tensioni e di tentazioni autoritarie (sbattere l’anarchico in prima pagina torna alla fine sempre utile alle guardie, che se ne ricorderanno con Valpreda).

Se già mediamente conosciamo poco la nostra storia unitaria, pochissima familiarità abbiamo in particolare con quella stagione, collocata tra il Risorgimento e la Grande Guerra, che invece meriterebbe maggiore attenzione. «É un Paese che cammina su una corda sospesa nel vuoto, quello di fine secolo. Basta poco per farlo cadere nel baratro» - e non sono pochi a ritenere «che una dittatura di qualche anno avrebbe fatto bene», per riportare ordine e moralità. Marco Albeltaro ricostruisce appunto il clima surriscaldato in cui Bresci matura il suo piano, provando a mostrare come le diverse catene causali della “grande storia” e delle vicende personali di un singolo uomo possano incontrarsi, dopo molti giri, in un determinato punto dello spaziotempo. Per farlo ricorre a una curiosa forma di storytelling: come «un film incastonato in un documentario», secondo la sua stessa definizione, l’autore segue infatti, intrecciandoli, i punti di vista di tre personaggi, di cui uno inventato di sana pianta, ossia il re, l’anarchico e il cocchiere (e punterei qualche euro sul fatto che sarebbe stato scelto proprio questo titolo se le regole di questa collana non prevedessero altrimenti). L’idea, buona magari per una docufiction, e forse pensata proprio in quell’ottica, mi pare meno adatta per un saggio storico, che può fare tranquillamente a meno delle immaginarie elucubrazioni di un servitore sul fatto che il sangue sparso dal corpo del re non sia blu come s’aspettava. Meglio attenersi alle fonti documentarie, tanto più che contengono numerose chicche senza bisogno di romanzare nulla.

Impressiona, ad esempio, la piaggeria nauseante dei giornali all’indomani della morte del re “buono”, pieni di articoli «in cui non si capisce se si stia parlando di re Umberto o del fratello gemello di Gesù Cristo», leggendo i quali ti vien davvero voglia di dare ragione a Bresci e ringrazi una volta di più che il 2 giugno sia andata com’è andata. La “Domenica del Corriere” del 5 agosto 1900 (quella con la canonica copertina di Achille Beltrame che, in mancanza di fotografie dell’evento, ne ha trasmesso l’iconografia definitiva), scrive ad esempio che Bresci «ha assassinato un uomo, un marito, un padre, un Re di trenta milioni di sudditi che in Lui vedevano il coraggioso soldato delle prime battaglie per l’indipendenza della patria, il figlio di Vittorio Emanuele, che seppe imporsi gravi sacrifici economici perché la memoria di Lui restasse pura; il consolatore degli appestati, l’aiutatore di tutti i miseri, di tutti i sofferenti, dei bersagliati dalla sorte. Se Vittorio è passato nella storia come il Re Galantuomo, Umberto I vi passa ora come il Re pietoso, umano, leale». Pura retorica, eppure, benchè profondamente reazionario, Umberto era in fondo il moderato di casa. Chi detestava profondamente tutte le forze politiche progressiste era soprattutto la regina Margherita. Fosse stato per lei, avrebbe richiamato Crispi al governo e imposto «lo stato d’assedio: qualche fucilata, un po’ di gente in prigione e le cose si sarebbero sistemate. Come si sono sempre sistemate». Eppure proprio lei era anche «la più amata del regno (...), con il suo modo di vestire ricercatissimo che faceva sognare il popolo e la cordialità e la gentilezza che dimostrava con i sudditi». I quali, incantati, le dedicarono la pizza più famosa e perfino i versi terribilmente kitsch del repubblicano Carducci.

C’è qualcosa di profondamente rivelatorio del carattere italiano e del suo complesso rapporto col potere in questa storia che mette insieme individualismo anarcoide e sottomissione servile. Così come c’è qualcosa di italiano anche nel cancan che imperversò nelle settimane successive sulla stampa nazionale intorno alla figura di Bresci. Non ci si fa mancare nulla, comprese le interviste pelose ai familiari e l’analisi dei suoi caratteri somatici. Ma ve l’immaginate quanto si sfregherebbe le mani Bruno Vespa se Lombroso fosse ancora vivo come lo era allora e potesse essere invitato tutte le settimane in televisione? Senonché Lombroso non ravvisò in Bresci indizi fisiognomici che facessero pensare a qualche tara ereditaria e avanzò una spiegazione tutta politica del fatto, la spiegazione più semplice: Bresci avrà pure sbagliato, ma l’attentato era la logica conseguenza di una miope politica repressiva che, sottraendo sempre più margini di libertà a una società in fase di sviluppo, generava crescente insofferenza e rancore nei gruppi meno tutelati. É significativo che “Il Tempo” fosse stato sequestrato «solo perché aveva pubblicato la fotografia di Bresci e, non essendo l’anarchico un mostro con i tratti somatici lombrosianamente da delinquente, le autorità ritennero inopportuno diffonderne l’immagine: non si poteva permettere al popolo di credere che una persona normale avesse compiuto un simile atto». A Bresci gran parte di questa caciara fu risparmiata, se così si può dire, perché condannato, come detto, a un ergastolo durissimo nel carcere di Santo Stefano, sulle Isole Pontine, rinchiuso dentro una cella tre metri per tre dov’era guardato a vista da secondini che avevano ricevuto l’ordine di non rivolgergli mai la parola. Ci sarebbe rimasto un annetto scarso, poiché il 22 maggio 1901 venne trovato morto. Suicidio, dirà la questura – ma a crederci fu solo quella stessa stampa che proclamava Margherita come «la donna più intelligente d’Italia». Almeno in questa fine Bresci è riuscito ad essere un po’ novecentesco.

(finito il 28 marzo 2021)

Ho parlato di 


Marco Albertaro
29 luglio 1900
(Laterza 2019)

150 pp. | 18 €

venerdì 3 giugno 2022

Wolf Hall

La potenza dell’affabulazione è tale che - come chiunque può facilmente verificare - persino chi ha vissuto in prima persona un evento, man mano che lo racconterà ad altri, tenderà poco per volta a deformare involontariamente la propria memoria, inducendosi a credere che i fatti si siano svolti come se li è andati rappresentando nella sua storia anziché come sono davvero accaduti – e tanto più ciò accadrà quanto più tale storia risulterà avvincente e ben congegnata. Proprio per questo provo sempre un sottile disagio di fronte a quelle opere narrative che si propongono di ricostruire realisticamente una determinata epoca storica, soprattutto se mettono in scena personaggi realmente vissuti ed avvenimenti storici rilevanti: quando infatti la scrittura è fluida e documentata, la simulazione si fa particolarmente suasiva ed è un attimo che il bello prevalga sul vero e senza accorgertene ti ritrovi a spiegare a scuola la battaglia di Borodino dal punto di vista di Tolstoj o quella di Waterloo secondo Stendhal, spacciando implicitamente per fonte quella che invece è già una rielaborazione. E se funziona meglio, tanto peggio, poiché così la manipolazione si fa impercettibile e più difficile da contrastare. Nasce di qui la mia predilezione per i romanzi che parlano del loro presente e che poi, col passare degli anni, diventano anche testimonianza; oppure per i racconti che giocano apertamente col loro soggetto senza volerti suggerire che le cose siano andate davvero così. Ma dei drammatici scrupoli esistenziali del professore di storia i più possono tranquillamente infischiarsene, considerandoli semmai come un obliquo, ancorché ambiguo, elogio di questo libro di Hilary Mantel, capitolo iniziale di una premiatissima trilogia dedicata all’epoca della prima Brexit, quando le voglie di Enrico VIII portarono Londra fuori dall’orbita romana, avviando un processo che avrebbe fatto di «questa sventurata isola piovosa ai confini della terra», fin lì quasi ininfluente per la sorti d’Europa, la patria di Shakespeare e la capofila della modernità.

Più che il monarca, tuttavia, raffigurato come un bamboccione rinchiuso in un corpo monumentale e «priapeo», pronto e gettarsi in una partita di bocce come se fosse un torneo tra cavalieri e incapace di tenere abbottonati i pantaloni per più di cinque minuti, l’autentico pilota di questa transizione e indiscutibile, affascinante, protagonista del romanzo, è il personaggio mostrato in copertina nel celebre ritratto fattogli da Holbein. Sir Thomas Cromwell (poiché è di lui che si parla) è un uomo dalle origini oscure. Poiché la sua data di nascita non fu mai registrata, di sé può dire «non ho un tema astrale, per cui non ho un destino». E difatti, da vero protagonista del Rinascimento, il suo destino se lo fabbrica da sé, attraverso una giovinezza avventurosa spesa a divorare avidamente pagine e pagine del gran libro del mondo, in Francia ma soprattutto in Italia, dove conosce le tecniche della memoria, quelle della finanza e della politica, e dove apprende in particolare una «elasticità mentale» sconosciuta ai suoi conterranei («siete un italiano fino al midollo, con tutti i loro vizi e le loro passioni», gli viene non per nulla rinfacciato a un certo punto, e non si capisce bene se sia un insulto o un complimento). Chi è questo lettore di Machiavelli e Pacioli che, seppur privo di blasone e di ricchezze, arrivò a tenere ambo le chiavi del cuore di re Enrico, diventandone primo ministro e cancelliere? «Un subdolo imbroglione», «uno scalzacane borioso che tenta la sorte grazie al disordine dei tempi», oppure «un genio», come dice la gente, uno che sa citare la Bibbia a memoria ma anche convincere qualunque creditore a dilazionare un prestito, uno che «può tenere una conversazione sui Cesari o procurarvi vetri di Murano a un sovrapprezzo ragionevole. Nessuno lo supera per parlantina, quando ha voglia di parlare» (Thomas, gli riconosce un amico, «sarai cadavere sotto una lastra di pietra e a forza di parlare convincerai la tomba a lasciarti uscire»). Anima “a diversi piani”, come quella lodata da Montaigne, su di lui i conti non quadrano mai. In cosa creda veramente nessuno riesce a dirlo. Ma del resto, come potrebbero capirlo gli altri, «quando io stesso – afferma – non conosco le mie mosse»?

Questo instancabile tessitore di trame che ogni mattina, prima di uscire di casa, adatta i lineamenti del viso trasformandolo in maschera, come suggeriva di fare Erasmo e avrebbe poi fatto Cartesio, è tuttavia persona leale e di buon senso, disposta a immergere le mani nel fango di discutibili compromessi («per me non c’è redenzione», confessa malinconicamente in una pausa di riflessione), pur di evitare guai peggiori al suo paese e salvare vite innocenti. L’esatto contrario dell’assai più famoso Thomas More, qui presentato con tratti molto diversi da quelli con cui è solitamente descritto, ossia come un fanatico cacciatore di eretici in cilicio che si spingerà con compiacimento al martirio personale senza riguardo per le ricadute che la sua bella morte avrà sull’Inghilterra e sulla cristianità. Alla sua erudizione bigotta e intransigente è sistematicamente contrapposta, con intento ideologico fin troppo scoperto, la coscienza laica di Cromwell: se il primo ride ferocemente dei suoi simili - Moro è abilissimo a «coniare battute perfide, pur essendo incapace di accettarle» - ma ha scarsa fiducia nella possibilità di migliorare questo mondo («Utopia, in fondo, non è un posto dove sia possibile vivere»), il secondo mostra una versatilità scettica che sa diventare autentica pietas. Cromwell «non è un sacerdote mancato, un predicatore frustrato come Tomaso Moro. Non c’è volta in cui lo incontri – Moro è una stella di un altro firmamento, il cui saluto è un arcigno cenno del capo – che non gli venga voglia di chiedergli, ma cos’hai che non va? O, cosa ho io che non va? Perché tutte le cose che sai, le cose che hai studiato, tornano soltanto a conferma di quanto credevi prima? In me, invece, quello con cui sono cresciuto e in cui pensavo di credere è stato scalpellato via un poco alla volta, prima un frammento, poi un pezzo intero e poi un altro ancora. A ogni mese che passa si smussano le certezze che avevo su questo mondo: e anche sull’altro».

Mentre tale tensione sotterranea tiene in piedi il palco, su di esso vanno intanto in scena tutti i maneggi per rimaritare Enrico VIII, con tale sfoggio vertiginoso di personaggi da suscitare a tratti stordimento. Qualcuno di essi, però, emerge chiaramente dallo sfondo: il cardinale Wolsey, per esempio, protettore di Cromwell prima di cadere in disgrazia, uno che «non vive mai in un’unica realtà, ma in una mutevole, impalpabile rete di possibilità diplomatiche» e che «non riesce ad accettare che una proprietà immobiliare non possa essere trasformata in denaro con la stessa prontezza e disinvoltura con cui lui trasforma un’ostia nel corpo di Cristo»; o, per restare in tema, Anna Bolena, l’amante del re che «usa il proprio corpo come un soldato (…) e, come i maestri della Scuola Anatomica Patavina, lo divide e ne nomina le parti, questa è la mia coscia, questi sono i miei seni, questa è la mia lingua» - entrambe a loro modo icone dell’incipiente secolarizzazione. Se l’ambientazione è infatti quella di una tragedia, l’esito è «un grande spettacolo di marionette», in cui ci si ammazza ancora in nome di Dio senza rendersi conto dell’inarrestabile processo in atto di riorientamento dello spazio e risemantizzazione del cosmo in base a cui, dopo il viaggio di Colombo, «la traversata comincia a sostituirsi all’ascensione» (l’espressione è di Sloterdijk) e il verticale si va appiattendo sull’orizzontale. Come già nel memorabile Q, anche qui il Cinquecento diventa una chiave d’accesso alla contemporaneità. Il mondo, non è più governato, come ancora crede il re, «dalle fortezze di confine e da Whitehall. Il mondo è governato da Anversa, da Firenze, da luoghi che neppure immagina; da Lisbona, dai porti da cui fanno rotta verso ovest, arse dal sole, le navi con le vele di seta. Non dalle mura del castello, ma dagli uffici della contabilità, non dallo squillo del corno ma dallo schiocco dell’abaco, non dal crepitio del meccanismo del fucile ma dallo scricchiolio della penna sul vaglia cambiario che paga per il fucile e l’armaiolo, la polvere e la pallottola». Ed è appunto in siffatto mondo rimasto privo di riferimenti assoluti e stabili, in cui tutto cambia improvvisamente da un momento all’altro, che, pur tra mille rovelli morali, Cromwell si muove a suo agio, senza ideali eppure, proprio per questo, capace di produrre impercettibili molecole di bene – che è tutto quello che probabilmente si può fare quando svanisce la possibilità della trascendenza. C’è di che riflettere. Poi, però, per capire davvero come sono andate le cose, forse è meglio andarsi a leggere un bel libro di storia, che tanto gli inglesi ne sanno scrivere di accattivanti proprio come dei romanzi.

(finito il 26 marzo 2021)

Ho parlato di


Hilary Mantel
Wolf Hall
(Fazi 2014)

Trad. di G. Oneto

779 pp. | 16,50 €

(ed. or: Wolf Hall, 2009)

martedì 26 aprile 2022

La notte in cui morirono gli autobus

Per mia personale regola di prudenza cerco sempre di applicare un generoso principio di carità ai libri che leggo, non tanto perché pensi (come forse sosterrebbe Fassino) che prima di criticare un libro dovrei provarne a scriverne uno io – dato che quello di lettore è un mestiere, se così si può dire, indipendente e autonomo rispetto a quello di scrittore, con metodi e rigore suoi propri – ma perché credo davvero che ogni volume che mi ispira la curiosità di aprirlo e che mi convince a dargli fiducia fino alla sua ultima riga non passi mai del tutto invano e procuri comunque una sia pure impercettibile modifica nel mio modo di vedere il mondo a cui mi pare giusto tributare omaggio. Ciò non toglie che mi capitino talvolta per le mani dei libri che mi sentirei in buona coscienza di non consigliare - e questo è appunto uno di quelli. Non consigliare, peraltro, non vuol dire sconsigliare. Etgar Keret, l’autore, mi pare infatti persona intelligente, e se un paio d’anni fa, durante un passaggio in libreria, l’occhio mi cadde proprio su questo volume non fu solo per la matticchiosa copertina di Matticchio, ma perché, poco tempo prima, avevo avuto modo di leggere una sua lunga intervista in cui diceva cose interessanti, rivelatrici di un pensiero. Il Keret intervistato, però, era l’uomo pienamente adulto del 2020, mentre l’autore del libro era un Keret di trent’anni più giovane, comprensibilmente ancora acerbo (la qual cosa, tuttavia, non era ricostruibile dal colophon e dalle note editoriali). Qui non c’entra la mia predilezione per gli esordi: l’edizione era, infatti, fresca di stampa, il contenuto no, ma l’avrei scoperto solo dopo (noto di sfuggita come, man mano che l’età avanza, gli scrittori stiano cominciando a cessare di apparirmi tutti indistintamente come dei vecchi saggi a cui genuflettermi in adolescenziale deferenza).

Di questa raccolta di racconti - il cui titolo italiano non ha nulla a che vedere con la versione originale, ma suona Tzinorot, ovvero qualcosa come “tubature” (Pipelines in inglese) – la rete delle reti ci dice impietosamente, in tutte le lingue possibili, che, al suo apparire, nel 1992, “passò inosservata”. Si tratta in tutta evidenza di un plagio ricorsivo, che però rende abbastanza l’idea: nessuno, a quanto pare, ha ritenuto di dover aggiungere altro. Siamo alle prese con una carrellata di brani brevi, a volte brevissimi (alcuni perfino più corti di questo stesso post), che scorrono via come le tracce di un album musicale, accomunati dall’ambientazione per lo più israeliana e da una vena tendenzialmente surreale quanto a volte può esserlo la realtà stessa in un paese anomalo come l’odierno Israele. A prima vista potrebbero sembrare una rielaborazione di certe storielle yiddish, dove è possibile imbattersi in mostri divoratori di sogni (Sul valore nutritivo del sogno) o in un Dio nano che crea il mondo come un atto di giocoleria (Dio il nano). A differenza di quanto accade con quelle parabole, tuttavia, la folgorazione che t’aspetteresti non sempre arriva, e se si resta spiazzati non è tanto per la freddura finale, quanto per la sua mancanza – salvo quando fa paurosamente irruzione la realtà, con il suo carico di crudezza, che si descriva la perquisizione ad un posto di blocco (Non sono esseri umani; Il nespolo) o si evochi il ricordo di un campo di sterminio (Terminal).

Ciò detto, alcuni colpi sono comunque ben assestati. L’ultimo racconto (Katzenstein) è un ottimo esempio di umorismo nero ebraico, in cui il protagonista pagherà a caro prezzo l’ossessione per il conoscente Katzenstein, perennemente additatogli come colui a cui riescono tutte le cose in cui lui invece fallisce («Katzenstein, Katzenstein, Katzenstein, Katzenstein. E non che fosse chissà quale fenomeno. Era un tipo nella media. Non un cervellone, né un grande atleta, né particolarmente scaltro. Era un ragazzo come me, solo un po’ più fortunato. Un po’, e un altro po’, e un altro po’ ancora… Un inferno»). Giorni come quelli rientra invece nella satira antimilitarista, con la sua presa in giro dell’illogica dinamica dei rapporti umani che si viene a creare all’interno dell’esercito. Ambientazione almeno in parte analoga ha un altro racconto (Yurden) incentrato su un agente del Mossad che comincia a non fidarsi più neanche di se stesso e sospetta di essere stato lui a rubare dei documenti secretati dalla cassaforte vuota di fronte alla quale si trova. Vi si leggono, per esempio, frasi così: «dopo il primo momento di shock Yurden decise che doveva agire, e in fretta. Sorprese sé stesso alle spalle, riuscì a sopraffarsi e si legò alla sedia. “Chi ti ha mandato, ah?” sbraitò rabbioso contro sé stesso». La piega che prende la vicenda, anche qui, è onirica, ma una descrizione come questa, oltre che linguisticamente suggestiva, mi pare indicativa della crisi di identità che può travagliare una coscienza israeliana. Insomma, ce n’è per abbastanza per riconoscere una voce promettente, ma a questo punto lascerei perdere questi primi gorgheggi per buttarmi direttamente sul repertorio più maturo. Solo allora mi sarà possibile dare un giudizio adeguato.

(finito il 17 febbraio 2021)

Ho parlato di


Etgar Keret
La notte in cui morirono gli autobus
(Feltrinelli 2019)

Trad. di A. Shomroni

146 pp. | 9 €

(ed. or.: Tzinorot, 1992)

sabato 16 aprile 2022

La fattoria degli animali

Non è stato certo uno dei momenti della mia adolescenza di cui vada più fiero. Assemblea di istituto, in quarta o più probabilmente in quinta superiore, organizzata secondo il format di Per un pugno di libri, con altre due classi “minori” a sfidarsi e noi più grandi a tirare le fila della gara (trasformatasi poi strada facendo, non chiedetemi come, in un quiz sui film di Bud Spencer e Terence Hill). Al sottoscritto venne chiesto di preparare una serie di domande sul libro con cui si sarebbe giocato. Lo sventurato rispose che sì, l’avrebbe fatto, convinto com’era di ricordarselo bene, quel libro, anche perché – come non mancò di far notare, dato che ai tempi era un po’ sbruffone – quel libro l’aveva già letto almeno un paio di volte (e sempre sia lodata, anche per questo, la professoressa di italiano che me lo fece tempestivamente conoscere, alle medie, insieme a 1984). E invece se lo ricordò assai meglio di lui un concorrente, che sbugiardò coram populo il maldestro notaio quando questi indicò come falsa una risposta in effetti vera, trasformandolo inopinatamente in un involontario epigono della signora Longari, caduto non già sull’uccello, come lei, bensì sul cavallo – poiché allo stacanovista Boxer (un cavallo da tiro, appunto) era dedicato il quesito incriminato. Per quale motivo rispolverare questo inglorioso ricordo? Primo, perché La fattoria degli animali è un libro talmente perfetto nel suo genere che forse l’unico modo serio per continuare a parlarne è parlando d’altro («sull’opera non voglio fare commenti – disse il suo stesso autore – se non parla da sola, è un fallimento»: che volete allora che aggiunga io?). Secondo, perché l’aneddoto insegna che questo racconto non fa mai male rileggerselo anche una terza volta, e poi una quarta e una quinta, periodicamente, a cadenza direi quasi liturgica, per evitare brutte figure - d’accordo –, ma soprattutto perché la storia, pur facendo finta di andare avanti, continua in realtà a riproporre ostinatamente molti di quei meccanismi che Orwell, questo geniale Esopo moderno, ha saputo così lucidamente descrivere ottant’anni fa e la cui sorprendente attualità potrebbe sfuggire se ci si affida solo alla benevolenza della memoria.

Se mi limitassi, dunque, a ricapitolare le varie allegorie attraverso cui Orwell, raccontando la rivolta degli animali della vecchia fattoria contro il loro zio Tobia, tratteggia la parabola della Rivoluzione sovietica fino all’esito osceno in cui essa era precipitata (compendiato nel fulminante paradosso secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”) non aggiungerei davvero nulla a ciò che è già stato ampiamente spiegato da gente ben più preparata di me. Quel che vorrei provare a condividere è invece un certo disagio per l’uso – diciamo - disinvolto che mi pare oggi si tenda sempre più spesso a fare di questo apologo, e della riflessione di Orwell in generale – e così facendo mi inoltro in un terreno insidioso, su cui mi starei chiedendo io stesso perché avventurarsi, se non fosse che purtroppo io non scrivo mai quello che prima ho capito, ma mi servo della scrittura appunto per provare a capire qualcosa, sempre che ci riesca, e perciò non saprei fare diversamente. Basta una sommaria ricognizione in rete per constatare quanto Orwell venga sventolato su molti siti dall’inequivocabile coloritura politica come un feticcio di cui servirsi, volta per volta, per denunciare – cito a casaccio - “l’Inquisizione politically correct”, il “progressismo a senso unico” e, più di tutto, la famigerata “dittatura del pensiero unico” (così è stata intitolata, ad esempio, una raccolta di scritti orwelliani apparsa qualche tempo fa in edicola come allegato nientemeno che a La Verità – e la cosa appare grottesca già solo a dirla: viene in mente la parodia che Corrado Guzzanti dedicò a Paolo Liguori negli anni ‘90, quando dalle tre reti Mediaset si piagnucolava ininterrottamente ventiquattr’ore al giorno che in questo paese non si era liberi di esprimersi come si voleva a causa dell’egemonia comunista).

Ci sono appigli per rendere credibile questa trasformazione di un oppositore dello stalinismo in un cavallo di troia da manovrare contro le moderne liberaldemocrazie? Volendo sì. Orwell, in fondo, è uno che non esita a parlare con disprezzo di “intelligencja” per riferirsi agli intellettuali britannici del suo tempo e all’atteggiamento manifestato da molti di loro proprio verso Animal Farm, la cui pubblicazione fu resa complicata non già a causa di un’esplicita censura governativa, quanto per l’ostracismo preventivo di chi riteneva che non fosse “opportuno” criticare l’URSS con la guerra ancora in corso (il libro infine uscì in prima edizione il 17 agosto 1945, dopo aver subito diversi rifiuti). Se non l’espressione letterale, il concetto di “fascismo degli antifascisti”, così come quello di “suicidio dell’Occidente”, poi divenuti parte integrante di una certa retorica oggi debordante (nonostante la sua sedicente marginalità), sono facilmente riscontrabili già nei suoi scritti - per esempio, nel saggio “La libertà di stampa”, inizialmente pensato come possibile introduzione all’opera, ma rimasto inedito fino al ‘72: «in qualsiasi momento esiste un’ortodossia, un complesso di idee che si presume debbano essere accettate senza obiezioni da chiunque la pensi correttamente. (…) Chiunque sfidi l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. Le opinioni autenticamente anticonformiste non trovano quasi mai spazio sulla stampa popolare quanto sulle riviste intellettuali». Figuriamoci: tutto grasso che cola per chi oggi si sente schiacciato da un regime in cui alti papaveri, banchieri e omosessuali ti obbligano a pensare quello che vogliono loro.

D’altra parte, La fattoria degli animali è piena di episodi che possono essere interpretati in questo modo. Quando i maiali, i nuovi dirigenti della Fattoria liberata, sciorinano la loro pletora di cifre per dimostrare che, rispetto ai tempi del vecchio padrone Jones «la produzione d’ogni tipo di generi alimentari era aumentata del duecento, del trecento o del cinquecento per cento, a seconda dei casi», «che lavoravano di meno, che l’acqua potabile era di miglior qualità, che vivevano più a lungo, che la mortalità infantile era molto calata, che avevano più paglia in stalla e meno fastidi con le pulci», tutti gli altri animali, pur avvertendo i morsi della fame, piegano debitamente la testa, «contenti di credere che fosse così». Come puoi non vedere qui in filigrana i pecoroni che si bevono le veline del “governo dei migliori” e gettano le loro ghirlande di fiori su quelle nuove catene rappresentate dall’obbligo vaccinale o dal green pass? Allo stesso modo, nel leggere che i maiali sono soliti chiudere ogni minimo accenno di discussione con la domanda retorica e spesso fuorviante “Non vorrete mica che torni Jones?!” (infatti, «se di una cosa gli animali erano assolutamente certi, era proprio che non volevano veder tornare Jones. Una volta che la faccenda fu posta in questi termini, non ebbero più nulla da replicare»), come non pensare alla nevrastenica condizione di emergenza permanente in cui ci troviamo e che, in nome della pandemia o della guerra o del gas, porta ad accettare le peggiori decisioni possibili, imposte senza uno straccio di confronto pubblico, con blitz parlamentari e decretazioni d’urgenza? La stessa chiusa dell’opera, in cui si racconta di come i maiali, che ormai hanno imparato a camminare su due zampe, invitano in visita ufficiale gli uomini del vicinato alla Fattoria, pare una secchiata d’acqua ghiacciata gettata in faccia ai bamboccioni che credono ancora all’esistenza di reali differenze tra “noi” e “loro” (chiunque siano questi “loro”: russi, islamici o cinesi). Uomini e maiali ora se la intendono benissimo e se tornano a litigare è solo perché sono diventati così simili che tentano reciprocamente di fregarsi con gli stessi trucchetti. «Sì, era scoppiata una lite violenta: urla, pugni sul tavolo, sguardi incattiviti dal sospetto, contestazioni furiose. L’apparente motivo di quel parapiglia era che Napoleone [il leader dei maiali, controfigura di Stalin] e il signor Pilkington avevano giocato entrambi, simultaneamente, l’asso di picche. Dodici voci urlavano rabbiose, ed erano tutte uguali. (…) Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro».

In linea di principio non avrei molto da ridire: lo spauracchio di un ordine peggiore può effettivamente indurre all’esaltazione acritica di un esistente che non ha molti motivi per essere esaltato, grondante com’è di intollerabili e sanguinose ingiustizie. Credo anzi che in fondo il compito dell’intellettuale sia proprio quello di esplorare socraticamente tutte le biforcazioni del pensiero, percorrendo anche solo in via di ipotesi i vicoli apparentemente oscuri per accertare che siano veramente ciechi e non lasciare nulla di intentato. Di alternative, infatti, abbiamo sempre un bisogno vitale, come una finestrella perennemente socchiusa verso l’esterno in modo che la nostra comfort-zone non si saturi mai d’aria viziata. Dubbio e precauzione: chi potrebbe seriamente non essere d’accordo? Ma la cautela cessa immediatamente d’essere cautela quando diventa bandiera e smette di essere metodo: allora una salutare dissonanza diventa pura stonatura e l’intelligenza si rovescia impercettibilmente in ottusità, senza per questo smettere di dire comunque qualcosa di sensato, come l’orologio fermo che segna l’ora giusta due volte al giorno. Scriveva Sciascia, in un passo illuminante, che «anche le cose vere, gridate e diffuse dagli altoparlanti, assumono apparenza d’inganno». C’è ancora una bella differenza, credo, tra ascoltare con mente aperta le ragioni altrui per riflettere sui propri pregiudizi e aderire per partito preso a tutto ciò che appare “contro” (non importa contro che cosa), vomitando livore su chi vede le cose in un’altra maniera. Così come c’è qualcosa di incongruo nel fare giustamente il contropelo a una parte e sottacere con sufficienza le malefatte dell’altra, protestare per il cattivo trattamento che si ritiene di subire e rovesciarlo tale e quale sui propri avversari. Lo “specchio riflesso” non è esattamente il segno di una maturità di giudizio. Quando l’eresiarca che invoca libertà di parola nei confronti della Grande Chiesa si erge poi a guru indiscutibile della sua setta personale, abbiamo fatto davvero un passo avanti? Più che il pensiero unico ciò che trovo sempre più insopportabile e pericoloso è semmai l’indistinta caciara che ci circonda, quella parodia di dialogo in cui sotto il nome di dibattito va continuamente in onda una sgangherata zuffa tra maschere della commedia dell’arte, in cui anche il dissidente recita a soggetto la parte che si è conquistata con le sue sparate ed è disposto a tutto pur di difendere la posizione così faticosamente guadagnata – mentre per alimentare un ragionamento proficuo tutti si dovrebbe sempre essere disposti a fare un passo indietro. E allora, in questa cagnara, che ce ne facciamo davvero di Orwell? Pur criticando severamente la piega che aveva preso la Rivoluzione, e pur affermando che «se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire», lo scrittore inglese non arrivò mai a concludere, per dire, che gli umani della sua favola starebbero combattendo la stessa battaglia degli animali contro il vero nemico rappresentato dai maiali o che gli animali avrebbero fatto meglio ad arrendersi sin dall’inizio ai vecchi padroni, che almeno non ricorrevano all’ipocrisia della libertà. «Cambiare un’ortodossia con un’altra – dice, al contrario – non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mentalità da grammofono, e non conta che si sia d’accordo o meno col disco che sta suonando al momento». Questa è l’unica buona battaglia che si dovrebbe essere incondizionatamente disposti a combattere.

(finito il 16 febbraio 2021)

Ho parlato di


George Orwell
La fattoria degli animali
in G. Orwell, Romanzi e saggi, Mondadori 2006, pp. 775-875.

Trad. di G. Bulla

(ed. or.: Animal Farm, 1945)

venerdì 18 marzo 2022

La speculazione edilizia

L’industria culturale ha pensato bene di celebrare l’impegnativo circuito di centenari in cui ci siamo infilati – Sciascia nel 2021, ora Pasolini e Fenoglio, senza contare padre Dante – con generose elargizioni di merchandising letterario ad uso e consumo di quelli che, come me, si ostinano a foraggiare le benemerite edicole ancora aperte. Con Calvino, però, si sono davvero bruciate le tappe, avendo lui ricevuto la sua bella collana integrale allegata ai quotidiani con quasi tre anni di anticipo sui tempi. Forse perché, in questo caso più che per altri, non c’è neanche bisogno di pretesti: si tratta, infatti, a occhio, dello scrittore italiano più letto e considerato degli ultimi settant’anni, immediatamente assimilato nei programmi scolastici anche per via di quella sua leggerezza-che-non-è-superficialità sin troppo facile da apprezzare in una società evanescente in cerca di alibi. Anch’io del resto, l’ho anzitutto, e quasi solo, incontrato a scuola, di volta in volta nelle vesti di novelliere, affabulatore, narratore partigiano, cosmicomico, sperimentatore e saggista. Il rischio, ovviamente, è di farne in questo modo un autore buono per tutte le stagioni (non solo quelle in città), un maiale letterario di cui non si butta via niente perché in un modo o nell’altro tutto fa brodo - e va da sé che tale sovraesposizione cominci a suscitare anche qualche sommessa reazione di rigetto (in una recente intervista a L’Espresso, per esempio, Giorgio Montefoschi lo ha collocato addirittura fra i grandi sopravvalutati del Novecento, un “furbo” che «scriveva bene, per carità. Ma non basta scrivere bene»). La controversia, tuttavia, stimola la curiosità anche più della canonizzazione, ed è proprio per questo che, da grande, mi è venuta voglia di riannodare i fili e riprendere l’esplorazione del voluminoso poliedro calviniano a partire dalle facce rimaste per me fino a lì più in ombra, come quella dell’autore “realista” che, nella seconda metà degli anni Cinquanta, contribuì, insieme ad altri, a fornire un’avvincente descrizione in presa diretta della mutazione italiana e delle sue contraddizioni. La speculazione edilizia, che risale al 1957, rientra, appunto, in questo contesto (e un doveroso ringraziamento va alla collega che l’ha proposto – perché poi di nuovo lì si torna – in una classe comune, dandomi lo spunto per leggerlo).

Premetto subito che nella storia di Quinto Anfossi, intellettuale di provincia tornato al paese e impegolatosi qui in una torbida questione per lui incomprensibile di cubature e capitolati, mi ci sono rispecchiato parecchio - avendo imparato a maneggiare teorie filosofiche ben prima di saper decifrare una bolletta ed essendo totalmente privo di quella capacità manuale che ammiro incondizionatamente in chi, invece, in quattro e quattr’otto, ti sa tirare su un muretto o riparare un qualsivoglia guasto meccanico. Provo anch’io, come lui, una certa soggezione e persino invidia per chi sa muoversi nel mondo concreto della materialità con una grazia che non t’aspetteresti, generata dalla competenza. A questa garbata e in fondo benevola autoironia Calvino accosta però un’autocritica ben più consistente, legata a quella che dovrebbe essere invece - questa sì - la specifica attitudine del pensatore, ossia la denuncia di non essere riusciti a comprendere sul serio quello che stava effettivamente accadendo nell’Italia del dopoguerra. Quella che si era imprudentemente chiamata democrazia - con tutto il carico di autocoscienza, partecipazione e responsabilità che essa avrebbe dovuto comportare - si stava invece rivelando, alla prova dei fatti, più semplicemente come un diffuso benessere – benessere sacrosanto per chi l’aveva raggiunto, ci mancherebbe, e però anche un po’ imbastardito e avvilente. Visto dalla Riviera ligure, dove è ambientato il racconto, ciò significa che in luogo dei ricchi inglesi e delle ville liberty d’inizio secolo irrompono ora torme di turisti piccoloborghesi che sciamano verso la costa in cerca di appartamenti da acquistare o affittare per coronare il loro sogno vacanziero e riprodurre in costume da bagno, «stipati nelle esigue strisce di spiaggia», i medesimi ritmi nevrotici propri della società urbana da cui provengono. É, questa, una «folla civile, realizzatrice, adultera, soddisfatta, cordiale, filistea, familiare, bemportante, ingurgitante gelati, tutti in calzoncini e maglietta, donne uomini bambini giovanetti nell’assoluta parità delle età e dei sessi». Davvero c’è qualcosa che non torna. Osservandola bene, in effetti, al protagonista viene per un attimo «il sospetto che ogni nostra ostentazione di prosperità non fosse che una facile vernice sull’Italia dei tuguri montani e suburbani, dei treni d’emigranti, delle pullulanti piazze di paesi nerovestiti», ma è un dubbio fugace, che sparisce nell’autoconvincimento che questa sia invece la marea montante del progresso, con la sua promessa di emancipazione, e che in fondo la «nuova borghesia degli alloggetti (…) fosse la migliore che l’Italia potesse esprimere».

Al servizio di questa vociante schiera di nuovi consumatori si pone però un’altra sottospecie di borghesia, altrettanto nuova, composta da costruttori pronti a sgobbare in prima persona - berretto di carta in testa e maniche di camicia risvoltate all’insù - per offrire quel che il mercato richiede, una colata di cemento alla volta - «un’equivoca e antiestetica borghesia di nuovo conio, come antiestetico e amorale era il vero volto dei tempi». Questa categoria di imprenditori parvenus è ben rappresentata dall’uomo con cui Quinto entra in trattative, tale Caisotti, uno sceso «dalla montagna coi calzoni rattoppati, mezzo analfabeta» e che però, adesso, «impianta cantieri dappertutto, maneggia milioni, fa la pioggia e il bel tempo col Comune, coll’Ufficio Tecnico...», ricorrendo a tutto un imprevedibile armamentario di trucchi e trucchetti, aggiustamenti, mezzi imbrogli, furberie, abusi e patteggiamenti. Simili cacciatori di subiti guadagni sono detestati dalla «vecchia borghesia del luogo» - quella borghesia «conservatrice, onesta, parsimoniosa, paga del poco, senza slanci, senza fantasia, un po’ gretta, che da mezzo secolo vedeva intorno cambiamenti cui non riusciva a tener testa, gente nuova e difforme prender campo, e doveva ogni volta recedere dalla propria chiusa opposizione facendo ricorso all’indifferenza, ma sempre a denti stretti» - e anche per questo, in fondo, al protagonista (simbolo di tutta una certa intellighenzia progressista) fare affari con Caisotti sembra un modo per intercettare lo spirito del tempo e farla finita una volta per tutte con i vecchi padroni. É la modernizzazione, bellezza!

Ovviamente l’impresa andrà a rotoli e si impantanerà in un tragicomico crescendo di garbugli e diffidenze reciproche. Quando salta fuori che anche Caisotti, sorprendentemente, era stato partigiano, proprio come Quinto, quest’ultimo ne ricava perciò un’amara morale: «bella curva aveva fatto la società italiana! (…) Due partigiani, un paesano e uno studente, due che s’erano ribellati insieme con l’idea che l’Italia fosse tutta da rifare; e adesso eccoli lì, cosa sono diventati, due che accettano il mondo com’è, che tirano ai quattrini, e senza più nemmeno le virtù della borghesia d’una volta, due pasticcioni dell’edilizia, e non per caso sono diventati soci d’affari, e naturalmente cercano di sopraffarsi a vicenda...». Valeva la pena di fare la Resistenza per ritrovarsi qui a litigare sulla metratura di un garage? Era questo il paese che avevamo in mente quando combattevamo i fascisti? E i morti, è davvero per questo che sono morti? La dignità che un po’ conserviamo insorge, eppure non riesce a mettere del tutto a tacere il dubbio che una certa dose di squallore sia il pegno da pagare per la libertà e che il nostro compito sia non già eliminarlo del tutto, cosa impossibile, ma impedire che superi una soglia critica e ci crolli addossi, travolgendoci tutti.

L’indifferenza in cui cade, nell’estate rivierasca, la notizia della morte di De Gasperi, induce però Quinto a un’ulteriore riflessione. Lui che, da giovane (ma “giovane” vuol dire appena pochi anni prima), aveva considerato il leader democristiano «un estraneo insediatosi nella storia d’Italia nel momento in cui doveva essere tutta diversa» ora sembra l’unico a ricordarselo, anche con una punta di rammarico; al contrario, «la borghesia che pochi anni innanzi lo salutava suo salvatore, restauratore dei suoi facili agi, ora l’aveva già dimenticato, aveva dimenticato la paura (“la paura che le facevamo noi – pensava Quinto – quando eravamo la speranza”), e adesso sapeva soltanto che quell’uomo magro, montanaro, onesto, testardo, un po’ ristretto, di non molte idee ma intransigente in esse, cattolico in una disadorna maniera poco italiana, a loro non era mai stato simpatico». Sintesi beffarda e straordinaria a un tempo. Ma ad essere ancor più impressionante è constatare come qui sia già prefigurata, con estrema lungimiranza, la parabola di una società in fondo anarcoide che, protetta dall’ampia gonnella di mamma Dc, ostentando devozione, ha in realtà coltivato lì sotto per decenni quegli stessi impulsi egoistici che l’avevano spinta fra le braccia del Duce, finché non si è sentita autorizzata a darsi in sposa, tutt’altro che simbolicamente, a colui che come costruttore, ma più ancora come editore, ha saputo soddisfarne le vogliuzze, scagliandosi contro l’ingessata e bigotta gerontocrazia della tv di Stato, tanto da raccogliere – lui pure, in quel momento - il plauso di molti insospettabili libertari caduti nella stessa trappola di Quinto Anfossi. Senti Caisotti spiegare «come fosse difficile lavorare, costruire, con tutti che mettevano i bastoni tra le ruote, il Comune con tutti i suoi divieti, lo Stato con le tasse, il materiale per cui si doveva dipendere da questo o da quello» e avverti, in sottofondo, le note iniziali dell’inno di Forza Italia, il ritornello dei lacci e lacciuoli, i no a una qualunque riforma catastale. «Caisotti reputazione da perdere non ne ha: è venuto qui con le toppe ai calzoni, vive come uno straccione, fa figure da ladro di galline con tutti, non si riesce mai a metterlo nel sacco perché non fa mai quello che sarebbe logico che facesse… Eppure, con questo sistema, è uno che si tiene a galla, uno con cui bisogni sempre fare i conti...». Se sono stati questi a ricostruire l’Italia, non deve poi stupirci che la guerra segreta della repubblica l’abbia alla fine vinta Berlusconi.

(finito il 10 febbraio 2021)

Ho parlato di


Italo Calvino
La speculazione edilizia
(GEDI 2020)

128 pp. | 9,90 €
Collana "Le Opere di Italo Calvino", vol. 8

(ed. or.: 1957)