domenica 26 settembre 2021

Marco Polo. Viaggio ai confini del Medioevo

Per uno dei paradossi più incredibili della storia della letteratura, il libro che probabilmente tutti quelli che sapevano leggere nel tardo Medioevo potevano dire di avere letto, tecnicamente parlando, è un libro che non c’è. «Si può leggere il Milione in edizioni di tutti i tipi. Di pregio, tascabili, illustrate, annotate, on-line, off-line, piratate, patinate. Se averlo tra le mani è facile, molto più difficile è sapere con esattezza “che cosa” si stia leggendo. L’incertezza non dipende dalla bravura dei curatori, spesso eccellenti, quanto dalla vicenda travagliata del libro. Non s’è conservato un autografo del Milione che ci trasmetta con sicurezza la volontà, le scelte, e magari anche gli errori dell’autore. Tanto per cominciare, gli autori sono due, Marco, il viaggiatore, e Rustichello, il letterato che ha confezionato l’opera. Chi ha scritto che cosa? Come districarsi tra lo stile un po’ agghindato del pisano e la sobria acutezza di Marco? Ancor più grave è il frantumarsi della tradizione testuale in rivoli diversi». Non padroneggio molto bene Derrida, ma ho la sensazione che questo sarebbe un caso studio ideale per misurare quella che chiama la différance. Di certo, se «la dimensione naturale del Milione è quella della conversazione garbata, in apparenza poco impegnativa» - poiché Marco è un grande affabulatore, che conosce bene «il ritmo naturale dell’oralità, fluido, senza ostacoli» - accostarsi a una versione in cui si è costretti a spezzare continuamente il ritmo del racconto per correre dietro alle note significa privarsi in partenza della possibilità di capirne la grandezza. Per questo, probabilmente assai più che in altri casi, abbondano di quest'opera rifacimenti, adattamenti e parafrasi (molti dei quali d’autore) e per questo, se non si hanno particolari esigenze filologiche da rispettare, la si può avvicinare anche tramite un volume come questo, che biografia non è, saggio in senso stretto neanche, parafrasi neppure, eppure è al tempo stesso un po’ di ciascuna di queste cose tutte insieme: una sorta di libro parallelo (come il Pinocchio di Manganelli) o forse, meglio ancora, un possibile esempio di lettura aumentata, sebbene sviluppata ancora in formato analogico.

D’altronde, c’è un mondo intero, dentro il Milione. Il viaggiatore Marco, infatti, «abita la curiosità, come se fosse una casa confortevole», e questa «vena di curioso, che vuol capire e toccare con mano» lo spinge appunto a «tocca[re] quello che non deve, annusa[re] ciò che non conosce, assaggia[re] i cibi altrui, da buon goloso sperimentatore». «Curioso di tutto», di tutto ci parla: serragli, harem, cibi, profumi, monete, idoli, deserti, città, tatuaggi, pendagli, suoni, abitudini sessuali – sembra non esserci aspetto della vita che non catturi la sua attenzione. E come se non bastassero il mondo che effettivamente vede e quello che contribuisce a creare, immettendo miti orientali nell’immaginario occidentale, Marco ne produce involontariamente di infiniti altri, poiché «i rivoli d’immagini che scorrono dal Milione si perdono per le biblioteche di mezza Europa. Ogni pagina del libro genera decine di altri fogli. Come una pianta che ramifichi, si divida, si moltiplichi, si spezzi in rami sempre più divaricati», disegnando percorsi inesauribili, che collegano, per citarne solo alcuni, Coleridge a Kafka a Calvino, moltiplicando le stratificazioni entro cui si formano nuovi tesori.

Il libro di Marco appare dunque, a un primo sguardo, «un emporio ben organizzato» in cui il suo autore si ritrova come disperso: così pieno di cose, «il Milione non è certo un libro dell’io». Eppure qualcosa di lui forse ci resta, e non pare irrilevante. L’obiettivo che Busi si propone, attraverso questa sua rilettura, è infatti quello di «catturare lo sguardo di Marco», cercare di scovare tra le righe l’uomo «facendo caso a quello che dice e, forse ancora di più, a quanto tace. Soprattutto, guardando a come guarda. Marco, lo si prende per gli occhi. Per i suoi occhi. Perché mette tutto se stesso in quel che vede, in come lo vede». Due espressioni, in particolare, sono rivelatorie del suo modo di osservare. La prima è “la verità è un’altra”: «non c’è frase che piaccia maggiormente a Marco», orgoglioso di poter esibire la propria testimonianza oculare per sfatare le leggende più inverosimili circolanti su un qualche argomento. Analogamente, «uno dei fili che tengono assieme tutta l’opera» è la formula “quelli genti pensano”, «non nel senso astratto, filosofico del riflettere sulla vita. Ciò che a Marco interessa è cosa pensino, di quali contenuti si riempia la loro immaginazione, e come tali pensieri si esprimano in gesti, movimenti, parole, costellazioni vitali». Spogliato degli elementi puramente sensazionalistici, infatti, anche l’inverosimile può risultare comprensibile, se si prova a entrare nel modo di guardare dell’altro. E allora vien giustamente da chiedersi, riscrivendo qualche consolidata genealogia, «se l’Umanesimo, che è ancora tutto da venire», al tempo di Marco, non si sia «fatto le ossa anche su questo improvviso dilatarsi di geografia e antropologia». «Come Colombo, nella sua geografia all’inverso, scopre un intero continente, così i nostri viaggiatori duecenteschi circumnavigano l’uomo. Nei costumi, nelle credenze, nelle stranezze, dalle loro peregrinazioni nasce una nuova stagione, in cui l’Europa cristiana si ritrova più piccola e fragile di quanto pensasse. Non è certo la piena consapevolezza dell’altro, ma una bella ipoteca al vecchio “noi” senza confini e senza paragoni, questo sì».

E tuttavia se Marco può tanto è anche perché in Oriente incontra una sorta di omologo speculare nel Khan Qubilai, di cui diventa per un certo tempo come gli occhi e le orecchie aperti sull’immenso territorio che gli è sottomesso. L’intero suo racconto, prima di essere rivolto agli europei, «vive del confronto tra due menti aperte e due curiosità» e non sarebbe stato possibile senza quell’autorevole, primo ascoltatore con gli occhi a mandorla. Mi ripeto per l’ennesima volta: noi Occidentali non ci siamo fatti da soli. E probabilmente, a beneficio di tutti, dovremmo prima o poi cercare di riprendere, con i nostri amici orientali, il gusto di questa «conversazione priva di obblighi, che si può interrompere in qualsiasi momento. E che, invece, non si vorrebbe mai abbandonare, perché diverte, istruisce, stupisce».

(finito il 12 settembre 2020)

Ho parlato di


Giulio Busi
Marco Polo
Viaggio ai confini del Medioevo
(Mondadori, 2018)

372 pp. | 25 €

lunedì 13 settembre 2021

L'ordine degli Assassini

Prima, molto prima di Assassin’s Creed noi piccoli nerd degli anni ‘90 ci divertivamo a giocare con i librogame, ed è proprio consumando alla morte uno di questi – uno dei più belli – che mi ritrovai per la prima volta di fronte alla veneranda e terribile figura del Vecchio della Montagna. Erano proprio altri tempi. Senza internet a portata di tocco, raccogliere anche solo un minimo di informazioni significative su ciò che suscitava la tua curiosità di ragazzino risultava molto più complicato di quanto non lo sia oggi e perciò ogni conoscenza acquisita era il prodotto di una piccola impresa di cui andare orgogliosi. La storia che più o meno ricostruii, amalgamando le fonti su cui ero riuscito a mettere le mani (dalle enciclopedie in biblioteca a Martin Mystère), raccontava di una sorta di signore della guerra che, all’epoca delle crociate, si era arroccato in un’inespugnabile fortezza da qualche parte sui monti alle spalle dei regni cristiani, il cui aspetto esteriore, arcigno quanto la Cittadella del Serpente di Skeletor, serviva a nascondere il meraviglioso giardino che il suo padrone vi aveva ricreato dentro, un parco in cui scorrevano ruscelli di latte e miele e dove splendide vergini erano a disposizione dei giovani che periodicamente il Vecchio vi introduceva, dopo averli fatti rapire e narcotizzare, in modo da indurli a credere di avere raggiunto davvero il paradiso promesso da Maometto; di qui, poi, alla bisogna, con l’aiuto del medesimo narcotico li faceva riportare nel mondo esterno, per assegnare loro missioni spericolate – il più delle volte omicidi mirati – alle quali i meschini, assuefatti al godimento, si prestavano con lo slancio della disperazione, perché convinti che quello fosse l’unico modo per ritornare quanto prima nel luogo incantato da cui erano stati strappati. E poiché la sostanza impiegata per ottunderne i sensi non era altro che l’hashish, a questi spietati sicari venne appunto dato il nome di “assassini”.

Storia bellissima e suggestiva, che colpì profondamente l’immaginario dei medievali, come testimonia la rapida diffusione del termine stesso “assassino” nelle lingue volgari (lo impiega anche Dante nel canto dei simoniaci, per dire). Peccato solo che non vi sia quasi nulla di vero. Questa leggenda, raccolta dagli europei di passaggio in Terra Santa o lungo la Via della Seta, come Marco Polo, è una rielaborazione romanzesca delle dicerie che circolavano in una parte dell’Islam a proposito di un suo ramo collaterale, di cui questo libro ricostruisce metodicamente la storia, con piglio accademico e solide basi filologiche. In questo modo, il raccontino da cui sono partito finisce confinato in una manciata di paginette, citato quasi vergognosamente col disappunto di chi sa di non poterlo non menzionare, piccola isola di cialtroneria in un oceano di sconfinata erudizione. Confesso che, non aspettandomi una tesi di dottorato (poiché il libro di cui parlo di fatto lo è), ho patito un po’ il decollo di questa nuova avventura, ma poi, presa quota, mi sono lasciato guidare volentieri nell’esplorazione di un mondo di cui non sapevo niente di preciso.

I fatti, in breve. A noi per i quali l’Islam appare come un tutt’uno e i musulmani sono tutti quanti solo “marocchini” fa sempre un po’ effetto prendere coscienza che invece al suo interno c’è stata e c’è una varietà di posizioni paragonabile a quella esistente nel cristianesimo, con tutte le sue confessioni, ordini e congregazioni (e per questo restiamo sorpresi che quelli che noi percepiamo come generici “cattivi”, come gli ayatollah iraniani e i mullah talebani, o i talebani e l’Isis, per molti aspetti non si sentano affatto “dalla stessa parte”). Eppure, sin da quando gli arabi si lanciarono alla conquista del Medio Oriente, il mondo islamico già «straripava della più multiforme vitalità». La frattura più vistosa e duratura, risalente alle generazioni immediatamente successive al Profeta, è ovviamente quella tra sunniti e sciiti. Per un certo periodo, con la conquista da parte dei Fatimidi di uno snodo strategico come l’Egitto, la bilancia sembrò pendere dalla parte dello sciismo, ma la sua posizione di primato venne rovesciata, poco dopo il Mille, dall’espansione dei turchi, i quali, dopo essersi convertiti alla Sunna, misero in piedi un immenso sultanato che andava dallo Xinjang all’Anatolia. É a questo punto che un guerriero al tempo stesso un po’ mistico e un po’ filosofo, Hasan-i Sabbah (divenuto poi il Vecchio della leggenda) si pose a capo dell’opposizione sciita nei territori virtualmente controllati dai turchi e cominciò una lotta senza quartiere contro i nuovi padroni, il cui primo successo strategico fu l’occupazione di una serie di castelli montani a sud del Caspio, compresa la celebre rocca di Alamut, che divenne di lì in poi il rifugio principale di questi ribelli, noti alle cronache (per ragioni che non sto qui a riprendere) con il nome di ismailiti o naziriti. Simili a delle Montségur iraniche, queste città nascoste di lingua persiana si rivelarono a lungo pressoché inespugnabili e da lì, almeno all’inizio, gli ismailiti coltivarono il sogno di guidare la riscossa sciita, ricorrendo anche a metodi che oggi definiremmo terroristici, in quanto la teatralità dell’attentato era ricercata almeno quanto l’effettiva eliminazione del bersaglio (tant’è che spesso e volentieri l'attacco si concludeva con la morte dello stesso attentatore). Il delitto, nelle intenzioni, serviva infatti a scuotere le coscienze degli spettatori più ancora che a versare il sangue di un nemico.

Per circa un secolo e mezzo, dal 1090 al 1256, gli ismailiti costituirono così uno stato nello stato all’interno del’impero turco, percepito, a seconda dei momenti, come un’effettiva spina nel fianco o come una realtà talmente isolata da poterla tranquillamente ignorare. Si trattava però di uno scisma ideologicamente molto connotato. Al suo sorgere, Hasan aveva elaborato una sorta di dialettica della ragione che ne metteva in discussione la capacità di guidare autonomamente l’essere umano. Una teoria simile venne formulata, quasi contemporaneamente, in campo sunnita, da al-Gazzali, ma se quest’ultimo ne traeva la conclusione che l’unica autorità in grado di orientare l’uomo fosse l’esperienza della comunità condensata nella legge (la Sunna, appunto), il primo riteneva che tale funzione potesse essere svolta unicamente dall’imam, che per elezione divina era da considerarsi superiore persino alla legge. In questo modo tale figura veniva ad assumere tratti ben più che profetici, non troppo dissimili da quelli che il Cristo ha per i cristiani (“chi ha visto me ha visto il Padre” è un’affermazione che Hasan le avrebbe senza problemi riferito). Ed è appunto l’idea che la loro guida spirituale potesse annullare le norme identitarie del buon musulmano, unita alle azioni efferate che, a torto o a ragione, venivano loro attribuite, a suscitare nel mondo sunnita uno specialissimo orrore per quegli eretici. Se per Hasan e i suoi seguaci i sunniti avevano sostituito le loro tradizioni all’illuminazione diretta di Dio, per questi ultimi gli ismailiti erano solo dei folli e incontrollabili idealisti capaci letteralmente di qualunque cosa: «il brivido dell’hashish e del pugnale consentiva a un mondo sobrio e irreprensibile di gettare uno sguardo atterrito su possibilità altrimenti inimmaginabili. Qualsiasi nefandezza esulasse dalla portata dell’uomo comune, ma, nella sua perversità, lo attraesse, poteva essere creduta vera dei terribili Nizariti», i quali divennero perciò i protagonisti prediletti di una quantità di trame complottiste, considerati responsabili ultimi e misteriosi di tutto ciò di cui non si riuscivano a trovare altre spiegazioni. All’apice del contrasto, uno dei successori di Hasan si spinse a proclamare la Qiyama, ossia l’avvenuta “resurrezione”: da quel momento bisognava considerare la fine del mondo come già compiuta e la legge abrogata, poiché «in Paradiso non vi saranno leggi» e tutti vedranno Dio faccia a faccia. Grandiosa visione teologica, ma anche segno di ripiegamento e rinuncia a qualsiasi slancio missionario, in quanto affermava che i giochi erano conclusi e il giudizio già espresso.

Forse senza l’arrivo dei mongoli questa sorta di arca degli eletti avrebbe continuato ad autogovernarsi a lungo sui monti dell’Iran, insensibile alle sirene del mondo, o forse quello stato di tensione spirituale non sarebbe durato comunque molto più a lungo (segni di cedimento in tal senso sono attestati già nell’ultima fase di indipendenza), ma ad ogni modo l’invasione di Hulagu Khan, nipote di Gengis, mise fine all’esperimento e oggi quel che resta di quella tradizione ha i connotati di un miliardario come l’Aga Khan, che ha ben poco a che spartire con l’ascetico fervore del suo predecessore Hasan. Sia come sia, in questa storia c’è comunque una morale. Da tutta questa complessa elaborazione dottrinale di cui non ho dato che un minimo assaggio, gli europei ci ricavarono, sia pure un buona fede, una favoletta da Mille e una notte. Il problema è che questo continua a essere lo stesso approccio approssimativo con cui ancora oggi ci muoviamo da quelle parti.

(finito il 9 settembre 2020)

Ho parlato di


Marshall G. S. Hodgson
L'ordine degli Assassini
La lotta dei primi Ismailiti Nizariti 
contro il mondo islamico
(Adelphi, 2019)

trad di S. D'Onofrio

522 pp. | 32 €

(ed. or.: The Order of Assassins, 1955)

lunedì 6 settembre 2021

La scoperta dell'umanità

Cos’hanno in comune le parole “canoa”, “amaca” ed “uragano”? Sono praticamente tutto quello che ci resta della civiltà taino, la prima popolazione indigena incontrata da Colombo nel suo storico viaggio del 1492 e pressoché del tutto sparita nell’arco dei cinquant’anni successivi di coabitazione forzata con gli spagnoli, vittima non già di un programmatico genocidio, quanto di un ottuso sfruttamento reso possibile dalla convergenza di vuoto normativo, superiorità tecnologica e bramosia d’oro ("ottuso", dico, riprendendo un'espressione amaramente ironica di questo libro, perché finì per svuotare miniere e piantagioni di manodopera servile a buon mercato, complicando gli stessi piani d’occupazione degli europei; i quali, tuttavia, non difettando certo di iniziativa, decisero di andarsi a comprare nuova forza lavoro dai negrieri africani, mettendo così una toppa peggiore sull’orrendo squarcio che già avevano provocato). Anche per questo motivo oggi si usa con estrema reticenza la parola “scoperta”, a proposito dell’America – tranne forse che nella stampa popolare: ho appena visto che la RCS ha avviato una nuova collana da edicola dedicata alle grandi imprese della storia, nella quale si usa impunemente per una delle prime uscite proprio quella vecchia terminologia. Per contro, Boringhieri ha appena ristampato l’introvabile “Olocausto americano” di Stannard, che pone subito in chiaro di che cosa in effetti si è trattato. Ma non è il solo: la letteratura odierna sul tema, da Todorov in giù, adotta ormai abitualmente l’espressione più onesta di “conquista”.

Pur inserendosi nel ricco filone di studi dedicato alle relazioni tra gli europei e gli “altri”, riproponendo il tema della “scoperta”, questo libro andrebbe dunque controcorrente? Niente affatto: il suo autore ha solo in mente un diverso bersaglio polemico. La “scoperta dell’uomo” a cui si allude è infatti quella che Jakob Burckhardt, uno dei totem della storiografia sul Rinascimento, aveva considerato fra le esperienze determinanti per caratterizzare questo periodo storico e distinguerlo dal Medioevo. Eppure, nota Abulafia, nell’opera di Burckhardt di America quasi non si parla. Come se, appunto, la civiltà europea avesse tratto interamente da se stessa e dal proprio passato, per partenogenesi, le risorse spirituali e intellettuali con cui proiettarsi oltre l’epoca medievale. La tesi che qui si suggerisce è che invece ciò che ha permesso al Rinascimento di non essere solo ripetizione dell’antico ma incubatore della modernità, anzitutto sul piano antropologico, è proprio quel suplus di riflessione richiesto dall’allargamento degli orizzonti - mentali prima ancora che geografici - imposto dall’incontro con i popoli del Nuovo Mondo (sebbene si tratti di «una scoperta incompleta, in quanto non tutti gli osservatori riconobbero l’umanità, nel senso pieno del termine, dei popoli appena scoperti»: in quanto tale, è anzi un programma di ricerca ancora aperto). Tagliata un po’ con l’accetta, possiamo dire che per arrivare alla dichiarazione dei diritti dell’uomo i poveri taino, loro malgrado, se non sono stati più importanti, lo sono stati per lo meno altrettanto del Quintiliano ritrovato da Bracciolini nella biblioteca di San Gallo.

Non si tratta di un argomento del tutto inedito, per chi frequenta già un po’ la materia, sebbene non sia stato ancora pienamente assimilato dalla nostra cultura (a centocinquant’anni da Burckhardt, se non fosse per l'impeccabile Montaigne, nei manuali di storia della filosofia l’America continuerebbe a passare pressoché inosservata almeno fino al Settecento). Da questo punto di vista il libro non aggiunge molto, ed è utile soprattutto come strumento di consultazione per farsi un’idea del modo in cui via via si sono andate elaborando le immagini del Nuovo Mondo fra gli europei, se non si ha tempo o voglia di leggersi le fonti primarie, dato che le segue in ordine geocronologico fin verso il 1520. Dove invece questo testo offre un contributo originale è nella trattazione del primo, spesso trascurato, “incontro atlantico”, quello avvenuto sin dalla metà del Trecento alle Canarie, l’unico arcipelago oceanico fra quelli occupati dagli europei in cui erano presenti popolazioni indigene, rimaste precocemente isolate non solo dal continente, ma anche reciprocamente fra di loro, dopo una lontana migrazione forse neolitica, come le tartarughe delle Galapagos ai tempi di Darwin (infatti noi le chiamiamo complessivamente “guanci”, ma i guanci, propriamente parlando, erano solo gli abitanti di Tenerife: in realtà anche di loro sappiamo poco, perché anch'esse furono tutte spazzate via e sostituite con gli schiavi una volta introdotto il sistema di piantagione). La cosa non deve stupire, se si considere che Abulafia è un medievista specializzato in storia del Mediterraneo e che il nucleo originario della sua ricerca prende proprio le mosse da eventi che, seppure geograficamente collocati oltre Gibilterra, sono comunque perfettamente integrati nell’ordine europeo medievale. Quel che ci intende mostrare è che effettivamente alle Canarie avvenne in nuce quello che sarebbe poi avvenuto su vasta scala in America, che cioè l’occupazione delle Canarie fu come l’esperimento generale, il precedente diretto, in cui si produssero gli schemi e le pratiche che avrebbero guidato l’azione di conquista successiva (anche sul piano delle rotte: La Gomera, la più occidentale delle Canarie, è l’ultima terra nota che si lasciano alle spalle le tre caravelle di Colombo, ed è anche per questo che i re di Spagna rivendicheranno per sé il dominio su quanto avrebbero trovato al di là del mare, come se non avessero fatto altro che portare avanti una medesima e lineare espansione). Perfino la ricezione della scoperta di quelle che all’epoca erano considerate le Isole Fortunate anticipa gli stessi stilemi e le stesse ambiguità che poi saranno tipici dei racconti sui nativi americani, con quell’oscillazione tra l’elogio della semplicità naturale come segno di un’innocenza edenica (così ad esempio Boccaccio) e la sua denuncia come espressione di bestialità (così ad esempio Petrarca). Si è scritto tanto sul fatto che Colombo in America abbia visto quello che sapeva già di trovare perché lo aveva letto in Marco Polo. Ma forse, suggerisce Abulafia, Colombo applica ai Caraibi soprattutto quello che aveva imparato alle Canarie – e il suo studio sembra appunto un tentativo di argomentare questa affermazione.

D’altronde, la persistenza di certi schemi mentali è dura a morire, specie quando guida la nostra percezione dell’alterità. In America, per dirne una, si forgia l’idea che ci siano dei selvaggi buoni, i taino appunto, e dei selvaggi cattivi, anzi mostruosi, i caribi o canibi (da cui deriva il termine cannibale, perché il loro tratto caratteristico sarebbe proprio stato quello di cibarsi di carne umana). Se la scusa di difendere i primi motiva l’aggressione contro i secondi, la loro mansuetudine offre anche il pretesto per giustificarne la sottomissione. Se ci pensiamo un momento, all’inizio del XXI secolo, la lotta al terrorismo e l’esportazione della democrazia, di cui vediamo oggi i gloriosi risultati, si sono fondate su un meccanismo narrativo non troppo diverso (e non mancherà molto che qualcuno tirerà fuori che bisogna sostenere i talebani “buoni” contro l’Isis “cattivo”).

(finito il 7 settembre 2021)

Ho parlato di

David Abulafia
La scoperta dell'umanità
Incontri atlantici nell'età di Colombo
(Il Mulino, 2010)

trad. di G. Arganese

460 pp. | 35 €

(ed. or.: The Discovery of Mankind. Atlantic Encounters in the Age of Columbus, 2008)

martedì 24 agosto 2021

Hap & Leonard

Amo mia moglie perché è una persona speciale per una serie incalcolabile di motivi, tra cui annovererei anche la misteriosa capacità di provare un’analoga passione per quei zuccherosissimi film natalizi tutti rigorosamente uguali, dal lieto fine già scritto e iper-rassicurante (in cui una donna in carriera ma in crisi di mezza età torna nei luoghi d’origine e con l’aiuto di un anziano vicino di casa simile a Santa Claus si reinnamorerà del belloccio con cui flirtava al liceo) e contemporaneamente però anche per le storie violentissime e sboccate, piene di sangue e droga, in cui di solito una banda di malcapitati, per risolvere il pasticcio in cui si è cacciata, ne combina uno ancora più grande lasciandosi dietro una scia infinita di morti ammazzati. A questo secondo filone appartengono, oltre a nostre serie feticcio come Fargo o Better Call Saul, anche i libri di Joe R. Lansdale, di cui Anna mi ha tessuto nel corso degli anni lodi così convincenti da indurmi infine, l’estate scorsa, a portarmeli in spiaggia al posto dei romanzi di fantascienza che solitamente mi accompagnano nelle sortite al mare. Che dire? Aveva ragione, meritano eccome – a patto che si apprezzi quel particolare tipo di spirito che si esprime in battute di questo tenore: «- A proposito, amico, di che segno sei? - Dello Stronzo» (una cosa che a sentirla così può sembrare robaccia da Bagaglino, ma inserita nel contesto giuro che mi fece ridere come un deficiente per diversi minuti).

Questo libro, in particolare, raccoglie le prime tre avventure di Hap e Leonard, tre romanzi concatenati come le stagioni di una serie tv che a grandi linee si potrebbero ricondurre al genere noir, anche se i due protagonisti non sono propriamente dei detective, ma semplicemente una coppia squinternata di amici per la pelle, di quelli che litigano a volte anche pesantemente, ma si salvano di continuo la vita l’un l’altro, e che per ragioni diverse (compreso un certo senso della giustizia, pur non essendo propriamente dei boy scout) finiscono spesso immischiati in faccende torbide e pericolose, in cui occorre saper menare le mani e da cui si esce spesso con le ossa rotte. Cose che possono capitare facilmente, del resto, se uno dei due è un gigante nero omosessuale che non le manda mai a dire, anche se vive in una contea del Texas orientale dove in molti sono fermamente convinti che la guerra civile era meglio se l’avesse vinta il generale Lee e a cui bastano pretesti assai più blandi per tirare fuori il cappio dal cassetto e improvvisare una forca sulla pubblica piazza. Sono quei posti assurdi ai confini della civiltà dove vive gente che non puoi credere veramente che esista finché non la vedi in qualche improbabile programma di Dmax oppure mentre assalta il Campidoglio.

Scrivendo l’introduzione alla raccolta del primo ciclo di storie di Preacher, un fumetto che per ambientazione e tematiche può essere accostato ai suoi romanzi (l’altro nome che salta sempre fuori è quello di Tarantino), il texano Lansdale notava, senza crederci troppo, che «sarebbe carino se prima o poi qualcuno facesse notare che dal Texas arrivano anche delle brave persone e delle belle cose, e non solo il male». Quando, più di vent’anni fa, lessi quel volume (intitolato, non a caso, “Texas o morte”), la mia anima candida lo trovò spaccone e totalmente fuori dalla realtà. Spaccone lo era e continua ad esserlo, ma forse (pur nell’esagerazione, che rientra nelle regole del genere) così fuori dalla realtà no: quel mondo ha davvero qualcosa di profondamente marcio dentro, venuto poi su come un rigurgito tra le presidenze Bush e Trump. Attraverso le peripezie dei suoi eroi, Lansdale esplorava questa sorta di spaventosa Transilvania postmoderna già all’inizio degli anni Novanta, evitando il compiacimento in cui prodotti come questi talvolta inciampano, ma giocando piuttosto su una gamma di sentimenti oscillanti, come diverse stazioni radio, tra il cinico realismo di Leonard e la malinconica rassegnazione di Hap, un «orfano degli anni Sessanta», che per un po’ ci aveva davvero creduto alla possibilità di cambiare il mondo. Ai tempi uno era stato in Vietnam, l’altro era finito in carcere come obiettore di coscienza: ora tirano entrambi a campare, facendo di volta in volta quello che sembra loro meglio fare, con una certa disillusione. Il tono però è leggero; la narrazione in prima persona ti assicura che i due in qualche modo la svangheranno, così da potersi gustare pienamente il come lo faranno; e anche se il lieto fine è sempre offuscato da qualche perdita e certi elementi disturbanti restano un po’ sul gozzo, alla fine della fiera ciò che veramente dà la nausea sono solo le porcherie come i Twinkies e le Dr. Pepper che questi indefessi texani ingurgitano continuamente, ignari che al mondo esista del cibo degno di questo nome.

(finito il 23 agosto 2020)

Ho parlato di


Joe R. Lansdale
Hap & Leonard
Una stagione selvaggia. 
Mucho Mojo. 
Il mambo degli orsi
(Einaudi, 2014)

trad. di C. Prinetti, V. Curtoni, S. Massaron

748 pp. | 18 €

(ed. or. 1990, 1994, 1995)

martedì 17 agosto 2021

Il compagno

In pieno trip pavesiano, dopo La luna e i falò, ho subito ripescato dalla mia biblioteca personale quest’altro libro, anch’esso già presente sin dai tempi del liceo (fa fede il prezzo in lire), ma a differenza dell’altro non ancora letto, forse perché, dopo averlo comprato, lo sentii liquidare dal professore di italiano fra i testi che Pavese avrebbe scritto più per senso del dovere che per reale ispirazione (credo che lui ritenesse che il Pavese autentico fosse quello “mitico”, non quello soffocato nelle maglie del realismo per esigenze di partito). Effettivamente qui lo spunto è scopertamente politico: provare a mostrare per quali vie un uomo qualunque, appartenente alla schiera dei tanti che “per sé fuoro” e con la loro conformistica e indifferente acquiescenza avevano garantito la durata del regime, fosse potuto poi passare all’opposizione, ancor prima dell’8 settembre. Ne è uscito un racconto nettamente spaccato in due, per temi, atmosfere e ambientazione.

Introdotta da un incipit vagamente melvilliano («mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra»), la prima parte scansiona i malesseri di un tabaccaio della provincia torinese, un giovane adulto – diremmo noi oggi – stufo della vita che conduce e tuttavia incapace di trovare altra sistemazione soddisfacente, spesso tentato dall’idea di trasformare la ribotta in professione, trattenuto però sempre dalla sensazione piccolo borghese che quello di musicista nelle balere in fondo non sia davvero un mestiere. A ingarbugliargli ulteriormente la vita compare un giorno Linda, ragazza intraprendente ed emancipata, di cui lui ovviamente si innamora come un adolescente («era come avessi messo le radici nel suo sangue», «Linda l’avevo nella pelle come il sangue»), ma che, pur ricambiandone l’affetto, non ha nessuna voglia di legarsi e di essere la sua ragazza sempre («devi abituarti alla mia vita. Io non voglio dipendere da te né dagli altri»). Che ci sia la dittatura, il fascio, ma cosa volete che gliene importi a Pablo? Il suo mondo gira intorno ai tira e molla di Linda e alla prostrazione che questa instabilità gli comporta. Alle volte gli capita di svegliarsi di colpo e poi di restare a lungo nel letto. «Mi pareva di averci un grosso affanno e di essere come un bambino, più solo di un cane, aver fatto qualcosa di brutto e di senza speranza. Non avevo più scampo, non osavo sentirmi, avrei voluto non svegliarmi e morir lì». É capitato a tanti di passarci, così come è capitato a tanti di sciogliere questa inerzia in invettive da zerbino incattivito: «pensavo come sono le donne. (…) Anche Linda. Se per loro ogni uomo è davvero lo stesso, tanto varrebbe che si dessero a uno solo, che gli andassero dietro come il cane al padrone. E invece no, vogliono sempre avere la scelta, e la scelta la fanno mettendoli insieme, giocando con tutti, cercando in tutti un tornaconto. Così stan male tutti quanti, e anche loro alla fine non hanno un amico». Se la storia si interrompesse qui, sarebbe la cronaca di una disperazione irrisolta, un girare a vuoto come nelle nottate passate da Pablo in compagnia di un paio di amici a cantare completamente ubriachi per strada, provando quel «piacere di sentirsi a terra, di esser come schiacciato e non cedere». Nessuna via d’uscita: condizione drammatica, eppure – si sente – profondamente sincera. 

Poi, d’improvviso, uno scatto, quasi un moto involontario di sopravvivenza. Bisognoso di cambiare aria, Pablo coglie un’occasione che gli si presenta per andare a Roma a cercare lavoro. Agli occhi di un piemontese, la capitale appare come «una grande città dove tutti ci mangiano e dànno da mangiare. (…) Roma è osteria, e ci fa sempre sereno. (…) Dappertutto la gente è a merenda, che gode». «L’aria di Roma è proprio fatta per star svegli», lì l’estate «non finisce mai» e per un musicista come lui non sarebbe tanto difficile tirare giù un guadagno suonando stornelli ai tavolini dei locali. Ma Pablo preferisce fare il manovale e qui, a contatto con le persone che entrano nella sua vita e che a poco a poco lo includono in discorsi che non è opportuno fare in pubblico, avviene una maturazione umana che è prima di tutto una maturazione civile. Non è un processo immediato, perché il nostro parte proprio da zero e spesso cade dalle nuvole quando gli altri ammiccano. Per intenderci, quando un militante appena rientrato dalla Spagna (siamo ai tempi della guerra civile) gli chiede «com’è che sei Pablo? Sei stato laggiù?», la risposta è «macché. Suonavo la chitarra». E a chi incalza: ma a Torino non parlavi di quello che succede in Italia? «Che Torino. Sapevo appena ballare» (a quanto pare, sotto la Mole non erano tutti iscritti a GL). Superate le diffidenze iniziali, il ragazzo che prima sfogliava i giornali giusto per dare un’occhiata alle pagine sportive comincia a informarsi, a leggere i testi clandestini che gli passano sottobanco, e più si informa più capisce tante di quelle cose che prima non pensava neanche fossero da capire, ma che fossero semplicemente così e basta. Le sue nuove convinzioni sono condivisibilissime («per capire le cose bisogna studiare, non le sciocchezze che insegnavano a scuola a noialtri, ma com’è che si legge il giornale, com’è fatto un mestiere, chi comanda il mondo. Si dovrebbe studiare per saper fare a meno di quelli che studiano. Per non farsi fregare da loro»), eppure – rispetto alla sofferta amarezza dei primi capitoli – queste dichiarazioni sanno un po’ di posticcio, come accade quando ci si preoccupa un po’ troppo di spiegare la morale della favola. Perché in fin dei conti non si capisce bene esattamente com’è che Pablo elabori davvero la sua conversione fino a riconoscere che «quei rossi erano miei». Lo scandaglio interiore sembra avere meno corda a disposizione per questo genere di esplorazione e la sensazione (a cui forse certi inserti didascalici vorrebbero porre rimedio) è che quella di Pablo sia una scelta dettata dal bisogno di trovare un posto nel mondo, dei legami solidi (compresi quelli con un’altra donna), un riconoscimento, piuttosto che da una autentica adesione ideologica. Il che, peraltro, rende forse il romanzo persino più interessante e moderno di quanto potrebbe apparire a prima vista.

A leggerlo oggi, in effetti, non ci si rispecchia forse molto nella conquista di una propria identità politica da parte del protagonista (il cui sviluppo, peraltro, è aperto, perché il romanzo si chiude prima ancora che cominci la guerra, e chissà se l’avranno poi ammazzato, Pablo, o se è ancora vivo). Colpiscono molto, invece, gli accenni a come lui e tutti i suoi coetanei siano sprofondati nel totalitarismo. Quando si risveglia dal sonno autoritario, quasi quarantenne, Pablo si rende conto che non sa ben ridir come v’erano entrati, in quella selva - che non sa davvero nulla di com’erano andate le cose nel 1920 e nel 1921. «Eravamo ragazzi. (…) Non si è capito, a quell’età, quel che successe». Purtroppo le cose non cessano di accaderci continuamente sotto il naso, ma ci vogliono magari vent’anni perché tutti riescano a vederle. Ne sanno qualcosa a Kabul.

(finito il 23 agosto 2020)

Ho parlato di


Cesare Pavese
Il compagno
(Einaudi, 1990)

162 pp. | 13.000 lire

(ed. or. 1947)

mercoledì 4 agosto 2021

La luna e i falò

Poiché, tra le mie fissazioni personali, accanto a mappe e confini, rientrano anche gli anniversari letterari, non è strano che, in vista dei 70 anni dalla morte di Pavese, abbia deciso di riaprire uno dei suoi libri, che non rileggevo dai tempi del liceo, e che già all’epoca mi aveva colpito moltissimo per la sua profonda stratificazione simbolica (curiosamente, tempo di lettura e tempo della narrazione hanno coinciso: i giorni della Madonna d’agosto).

La luna e i falò è anzitutto un romanzo sulle radici, sulla necessità di averne («un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti») e sul desiderio che ogni uomo prova, a sua volta, «di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione». Questa esigenza è troppo seria per annacquarla in una rappresentazione oleografica del piccolo mondo antico con le sue buone cose di una volta. Tornato nella sua terra natale, trascorsi vent’anni e una guerra mondiale, dopo essersi spinto fino in fondo all’America per scoprire che anch’essa «finiva nel mare», che il mondo è rotondo e «tutte le carni sono buone e si equivalgono», il narratore – noto solo con l’antico e sfuggente soprannome di Anguilla – si ritrova felicemente travolto da tutto il vissuto risvegliatosi in lui «al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte»: girando fra le vigne, come in una personalissima recherche, dice fra sé e sé «io sono scemo (…) da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano». Persino la predica del parroco non gli dispiace più («così sotto quel sole, sugli scalini della chiesa, da quanto tempo non sentivo più la voce di un prete dir la sua»), poiché anche la religione non è altro che coreografia, come accade in tante feste patronali di campagna. «Più le cose e i discorsi che mi toccavano eran gli stessi di una volta – delle canicole, delle fiere, dei raccolti di una volta, di prima del mondo -, più mi facevano piacere. E così le minestre, le bottiglie, le roncole, i tronchi sull’aia».

A ricordargli che quelle colline incantate sono però anche piene di mostri e «cose nere», di cinghie, di miseria e di rabbia, ci pensa il vecchio amico Nuto, uno che da giovane aveva fama di giramondo, dal momento che, suonando il clarino nelle orchestrine, aveva attraversato addirittura tutta la vallata fino a Canelli, ma che poi si era sposato, aveva messo su famiglia e una bottega di falegnameria, e non si era più mosso da lì, a differenza dell’antico sodale. Certo – sembra dirgli – la Langa è meravigliosa per venirci in vacanza come fai tu ora (perché Anguilla, in effetti, si è stabilito a Genova), altra cosa è viverci: se così non fosse, perché mai te ne saresti andato? L’aver ora qualche soldo da parte ti ha fatto dimenticare cosa voleva dire essere un servitore e un bastardo qual eri tu, trovatello senza famiglia e «senza nome»? Ecco, queste cascine sono ancora piene di «meschini» che fanno una «vita bestiale, inumana». Con la guerra, per un momento, il mondo ha fatto irruzione in questa remota periferia, svegliando «i miserabili del paese», costringendo anche i «più tonti» a prendere coscienza del fatto che quella che a loro appariva come una condizione naturale immodificabile era in realtà il frutto di un’ingiustizia e un sopruso dei prepotenti; poi - «passata la grandine» si era tornati a credere a quegli stessi prepotenti di prima, sbucati nel frattempo fuori «dalle cantine, dalle ville, dalle parrocchie, dai conventi», e a pensare, su loro istigazione, che «tutti i partigiani erano degli assassini». Insomma, chiede Nuto all’amico, che cosa ci trovi «in questi paesacci»?

Queste due voci si rincorrono ininterrottamente per tutto il romanzo, a volte sovrapponendosi, a volte contrastandosi: l’una sussurra con rammarico che in fondo tutto è rimasto uguale; l’altra, con altrettanto rammarico, conclude che invece tutto è cambiato. Il proposito di reimmergersi nel mondo perduto dell’infanzia risulta velleitario perché quel mondo, in realtà, non è mai veramente esistito, essendo più che altro il prodotto di una ricostruzione tendenziosa della memoria. Non meno illusoro è però pensare di trasformare ciò che quel mondo davvero è, come gli eventi recenti sembrerebbero dimostrare, perché «tutto sommato solo le stagioni contano (…) e sulle colline il tempo non passa». Ciò non impedisce, tuttavia, che, grazie all’interessamento dei due amici, almeno un “meschino”, un ragazzino storpio di nome Cinto, sopravvissuto a una sanguinosa tragedia familiare, trovi una sistemazione e una possibile via d’uscita a un’esistenza altrimenti senza sbocchi: in questo caso il rogo della sua casa e la morte violenta dei suoi parenti diventa davvero, come nei tradizionali falò di san Giovanni, occasione di rigenerazione. Per un momento, è come se Pavese avesse individuato un punto d’equilibrio tra ragione e destino, impegno e disincanto, vicinanza e lontananza, permanenza e fugacità, territorialità e cosmopolitismo, mito e storia (per me questa è la grande promessa della provincia, dove, al netto di tutte le sue piccinerie, una vita più umana è ancora praticabile). Si tratta, però, di un attimo appena. Spesso il fuoco divora e basta, lasciando solo cenere, come ricorda la chiusa, assai più amara, del romanzo.

(finito il 15 agosto 2020)

Ho parlato di


Cesare Pavese
La luna e i falò
(Einaudi, 1999)

140 pp. | 18.000 lire

(ed. or. 1950)

domenica 25 luglio 2021

Il complotto contro l'America

Per uno strano ma non così raro cortocircuito pop, qualche anno fa un capostruttura della rete televisiva HBO deve aver pensato che un libro del 2004 ambientato in un ipotetico 1940 sarebbe potuto essere il punto di partenza ideale per una miniserie che avesse voluto parlare di quanto stava accadendo nel 2018. Aveva appena cominciato a diffondersi la notizia di intromissioni russe nelle elezioni che avevano portato Trump alla Casa Bianca e un titolo come “il complotto contro l’America” sembrava effettivamente perfetto per attirare l’attenzione del pubblico. Quella serie, però, non l’ho vista, quindi, ringraziandola per il pretesto che m’ha offerto, smetto subito di parlarne. Ho invece letto, l’estate scorsa, il romanzo di Philip Roth che l’ha ispirata – e l’ho volutamente letto in un momento in cui una conferma di Trump era comunque nel novero delle possibilità, giusto per provare il brivido di leggerlo anche come una potenziale, sinistra, profezia.

Sin dalle prime pagine non si tarda infatti a constatare che le convergenze tra quel libro e l’attualità sono abbondanti, e il fatto che esso sia stato scritto in tutt’altro contesto comprova una volta di più la capacità rabdomantica della grande letteratura di percepire misteriosamente le correnti profonde della storia. Un esempio per tutti, il più banale: ben prima di diventare uno slogan elettorale di Trump, l’espressione “America First” era stata usata per designare un comitato fondato allo scopo di difendere la linea isolazionista americana all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il cui portavoce fu realmente quel Charles Lindbergh che, grazie alla promessa di tener fuori gli USA dal conflitto, nell’ucronia di Roth si immagina essere eletto a sorpresa presidente degli Stati Uniti nel novembre del ‘40 al posto di Roosevelt (ripeto: oggi questa informazione più o meno l’abbiamo assimilata, se abbiamo seguito con un minimo d’attenzione l’ultima campagna presidenziale a stelle e strisce, ma il volume uscì in piena temperie neo-con, quando l’America si era lanciata nel problematico e tutt’altro che isolazionista progetto di esportare la democrazia - e l’idea che quel motto potesse di lì a poco tornare di moda era assai meno ovvia di quanto possa sembrare ora). Quanto a Lindbergh, si tratta proprio dell’aviatore reso celebre dal primo volo transatlantico, una delle icone più rappresentative dei ruggenti anni ‘20, «il leggendario eroe americano che riesce a fare l’impossibile contando solo sulle proprie forze», ma anche noto antisemita e simpatizzante del regime nazista (che gli restituì la cortesia, attribuendogli la croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca, mai rinnegata). Roth qui non si inventa nulla, così come non sembra inventarsi neanche la voce narrante attraverso cui racconta la storia, che è quella di un bambino di nome Philip (come lui), ebreo di Newark (come lui), nato nel 1933 (come lui). Non saprei dire quanto sia veritiero il ritratto che vien fuori di sé e dell’ambiente in cui è cresciuto, ma se non è autentico, è del tutto verosimile. Come mi pare consigliasse Bradbury a chi avesse voluto scrivere un buon racconto di fantascienza - altera anche solo un elemento nell’ordine della realtà e poi prova a descrivere semplicemente quello che succede – così, più che un vero e proprio thriller fantapolitico, come ci si potrebbe anche aspettare, questo romanzo è piuttosto il racconto di quella che sarebbe potuta tranquillamente essere la storia della famiglia Roth e della traumatica iniziazione alla vita adulta di Philip se il corso degli eventi avesse preso una piega leggermente diversa, e in questo sta davvero il suo pregio.

«Ogni mattina, a scuola, giuravo fedeltà alla bandiera della nostra patria. Ne cantavo le meraviglie con i miei compagni durante i programmi collettivi. Ne osservavo con entusiasmo le feste nazionali, e senza ripensamenti sul mio feeling per i fuochi artificiali del Quattro Luglio o il tacchino del Ringraziamento o le due partite del Decoration Day. La nostra patria era l’America. Poi i repubblicani nominarono Lindbergh e tutto cambiò». Di punto in bianco questo ragazzino che colleziona francobolli con l’effigie degli eroi americani (tra cui lo stesso Lindbergh) e che non conosce altra lingua oltre a quella del suo paese natale perde di colpo la «sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani di una città americana in un’America in pace col mondo», scoprendo improvvisamente che agli occhi degli altri l’unica cosa che conta è che lui e i suoi siano ebrei. Di fronte alla marea montante di un’ostilità che si fa senso comune e comincia a superare gli argini che proteggono il corso regolare della loro vita, come quando ai Roth, durante una vacanza, viene chiesto di cambiare albergo per un fantomatico errore nella prenotazione, Philip vede per la prima volta piangere suo padre («una pietra miliare, nell’infanzia, quando le lacrime degli altri sono più insopportabili delle proprie») e prende pian piano coscienza che la madre fa «tutto il possibile per nascondere ai figli il suo terrore sotto un sottilissimo strato di coraggio». Eppure, «l’essere ebrei non era né una disgrazia né una sfortuna né una cosa di cui andare “fieri”. Ciò che erano era ciò di cui non potevano liberarsi: ciò di cui non avrebbero mai neanche potuto pensare di liberarsi. L’essere ebrei derivava dall’essere se stessi, come l’essere americani. Era quello che era, era nella natura delle cose come avere arterie e vene, ed essi non manifestarono mai il minimo desiderio di cambiarlo o di negarlo, indipendentemente dalle conseguenze».

Sul punto, invece, il nuovo presidente ha ben altre idee: per lui gli ebrei non sono veramente americani e approfittano della loro enorme influenza per spingere gli USA verso una guerra distruttiva e assolutamente senza senso («invece di riconoscere apertamente che eravamo una piccola minoranza di cittadini ampiamente superati nel numero dai nostri connazionali cristiani, tendenzialmente impossibilitati a conseguire pubblici poteri dall’ostacolo del pregiudizio religioso e sicuramente non meno fedeli ai principi della democrazia americana di un ammiratore di Hitler»). Prendendo le mosse dall’antisemitismo, Roth finisce però per tratteggiare, attraverso la figura di Lindbergh, alcuni aspetti caratteristici della politica contemporanea. Il suo discorso di candidatura è di appena quarantatre parole, praticamente un tweet: la scelta non è tra me e Roosevelt – dice – ma tra me e la guerra, poiché io farò di tutto per difendere la democrazia impedendo che l’America partecipi a un altro conflitto mondiale. É così all’inizio e sarà così sempre. A parlare, per lui, è la sua stessa persona. Quando avverte un minimo segnale di crisi, indossa la sua tuta e vola in più città che può, dove ogni volta lo attendono «migliaia di cittadini che si erano radunati per vedere il loro giovane presidente con la sua famosa giacca a vento e il caschetto di pelle da aviatore». E ogni volta questa leggenda vivente ribadisce che, da quando è presidente, nessun giovane americano è morto in battaglia e nessun altro sarebbe morto finché fosse rimasto in carica. Di lui ci si può fidare, lui che «era la normalità elevata a proporzioni eroiche, un uomo perbene con una faccia onesta e una voce comune che aveva clamorosamente mostrato all’intero pianeta il coraggio di assumere il comando e la forza di fare la storia». In quelle occasioni, mentre i cinegiornali mostrano a ripetizione le immagini di un mondo in fiamme, «tutto ciò che il presidente dice alla folla è: “Il nostro paese è in pace. La nostra gente è al lavoro. Ora torno a Washington per fare in modo che le cose vadano avanti così”». E se ciò comporta un’alleanza formale con Hitler e una cena di gala per Ribbentrop alla Casa Bianca, poco male (quand’anche Hitler fosse un dittatore, e Lindbergh non lo pensa, sarebbe comunque un “utile dittatore” con cui si può scendere a patti perché funge da estremo riparo contro il ben più terrificante pericolo del comunismo sovietico). Il messaggio ripetuto ossessivamente, e che alla gente piace tantissimo sentirsi ripetere, è che «nella pacifica America di Lindbergh, l’autonoma fortezza a oceani di distanza dalle zone di guerra del mondo» nessuno è in pericolo. Sì, nessuno è in pericolo, chiosa Philip, «tranne noi».

Per la verità Lindbergh, da vero uomo-immagine, non si espone mai più di tanto, ma la sua amministrazione (con l’ultrarazzista Henry Ford agli Interni) sì. La strategia adottata è sottile, ed è in un certo senso il rovescio della medaglia dei ghetti e dei campi di concentramento sperimentati in Europa. Qui le libertà formali sono garantite, ma si procede a disgregare le comunità ebraiche, disperdendo i loro membri negli immensi territori del paese, per isolarli in mezzo a cittadini bianchi e cristiani (quei “veri” americani che si erano presi la loro terra di Canaan strappandola ai nativi a suon di pallottole), e viceversa favorendo il trasferimento di non-ebrei nei quartieri ebraici. A parole si tratta di una lodevole pratica di integrazione, nei fatti il progetto mira a «indebolire la solidarietà della struttura sociale ebraica, come pure di ridurre la forza elettorale che una comunità israelitica poteva avere alle elezioni locali e congressuali», in modo da farla restare perennemente minoritaria senza alterare formalmente le regole democratiche (metodo peraltro ancora impiegato oggi, in Texas e non solo, contro neri e latinos, per impedire che una maggioranza demografica si trasformi prima o poi in maggioranza politica). E quando qualcuno comincia a lamentarsi, quando un importante giornalista ebreo, Walter Winchell (anche lui realmente esistito), si candida contro Lindbergh - “ma cosa vogliono questi ebrei?”, si risponde, come si fa oggi coi braccianti stranieri quando scioperano per le condizioni schiavistiche cui sono sottoposti nei campi di pomodori; “ma cosa si sono messi in testa?”, “chi si credono di essere?”. In questo clima surriscaldato non tardano a scoppiare autentici pogrom, che la stampa benpensante etichetta ovviamente «come la risposta inopportuna ma inevitabile e perfettamente comprensibile» alle attività di quei piantagrane semiti che vogliono erodere con le loro provocazioni l’unità della patria. Insomma, se un ebreo protesta, è la prova di una cospirazione in corso, e la sua protesta va repressa senza pietà; se lo si uccide, invece, è solo legittima difesa, e se si è esagerato un po’ bisogna pur capire chi ha caricato la pistola. Solidarietà ai poliziotti, non a chi è ucciso dai poliziotti. E così via, e così via – tutte cose che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, sia pure con interpreti diversi.

Poi, a un certo punto, nell’ottobre del 1942, la situazione sfugge definitivamente di mano e Lindbergh, dopo un ultimo volo, scompare senza che nessuno sappia più niente di lui. Ironizzando sui complottisti di ogni tempo, sempre pronti a credere a qualunque scemenza per apparire più scaltri di quelli che semplicemente riconoscono l’ovvio, Roth lascia balenare che anche dietro l’elezione di Lindbergh potrebbe esserci un ben preciso piano nazista e che siano stati gli stessi nazisti ad architettarne pure la sparizione quando la sua permanenza alla Casa Bianca non sembrava più utile ai loro scopi, escogitando anche una ricostruzione dei fatti a suo modo credibile, come peraltro sembrano credibili tutti i complotti di questo mondo, perché unendo i puntini in ordine sparso possono sempre venire fuori un sacco di immagini anche più suggestive dell’arido vero. Che sia andata davvero così oppure no, però, poco importa. Quando gli attacchi contro gli ebrei si fanno sempre più insistenti, Philip osserva che le persone che li hanno provocati «non avrebbero avuto bisogno di molti incoraggiamenti per trasformarsi in una folla irragionevole e violenta grazie all’opera dei filonazisti che avevano progettato e felicemente scatenato i disordini». Che è come dire che, ci siano o no i russi dietro a Trump, il problema vero è in realtà lo sciamano di Capitol Hill e quelli della sua stessa forza, a cui basta un niente per sentirsi autorizzati a passare all’azione e nei confronti dei quali bisognerebbe fare di tutto meno che sovraeccitarli (e ricordate invece Trump ai Proud Boys? “Stand back and stand by!”). Non c’è bisogno di romanzieri per inventare simili personaggi: quelli sono già tutti lì fuori, e costituiscono le autentiche cellule dormienti che attentano alla stabilità delle nostre democrazie. L’unico vero complotto contro l’America è appunto quello che una parte stessa di americani (guarda caso, quelli che si presentano come i più patriottici di tutti) ordisce contro gli autentici valori della loro patria. «Loro credono che noi ci illudiamo di essere americani», afferma a un certo punto il padre di Philip. Lindbergh – continua - «ha il coraggio di chiamarci altri? È lui l’altro. Quello che sembra il più americano di tutti… e che è il meno americano!». Una contraddizione non molto diversa da quella di chi sventolando un simbolo giacobino come il tricolore aggredisce i valori promossi dalla Rivoluzione francese, di chi rivendica il diritto alla diversità d’opinione solo per potere togliere diritti a quelli che a sua volta considera diversi, di chi parla sempre di popolo ma difende un’idea puramente individualistica ed egocentrica di libertà. O, per citare gli ultimi venuti, dei fascisti con Mussolini tatuato sul cuore che scendono adesso in piazza sbraitando contro la dittatura e appellandosi alla Costituzione.

E allora vien veramente da dire che sì, «è vero, c’è un complotto, e io faccio volentieri il nome delle forze che lo animano: isterismo, ignoranza, rancore, stupidità, odio e paura. Che spettacolo ripugnante sta dando il nostro paese!». A pronunciare queste parole, nella finzione, è il sindaco di New York Fiorello LaGuardia, che rappresenta agli occhi di Roth quella parte di società americana conservatrice magari, ma non demagogica, di cui oggi si sente terribilmente la mancanza. É questa una componente del pool di anticorpi di cui, secondo l’autore, l’America disporrebbe e che la renderebbe alla fine capace di espellere, non senza qualche sussulto febbrile, il virus lindberghiano, tant’é che, passata la tempesta, la storia ritorna sui binari che conosciamo – e sia pure con un ritardo di due anni ci saranno un terzo mandato di Roosevelt, una Pearl Harbor e uno sbarco in Normandia. «Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo con il nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea». Resteremo particolarmente esposti a questo terrore fintanto che «la sfacciata vanità di certi perfetti idioti» continuerà ad esercitare «un’influenza decisiva sulla sorte di altre persone».

(finito l'11 agosto 2020)

Ho parlato di


Philip Roth
Il complotto contro l'America
(Einaudi, 2014)

trad. di V. Mantovani

434 pp. | 13,50 €

(ed. or.: The Plot Against America, 2004)