martedì 17 agosto 2021

Il compagno

In pieno trip pavesiano, dopo La luna e i falò, ho subito ripescato dalla mia biblioteca personale quest’altro libro, anch’esso già presente sin dai tempi del liceo (fa fede il prezzo in lire), ma a differenza dell’altro non ancora letto, forse perché, dopo averlo comprato, lo sentii liquidare dal professore di italiano fra i testi che Pavese avrebbe scritto più per senso del dovere che per reale ispirazione (credo che lui ritenesse che il Pavese autentico fosse quello “mitico”, non quello soffocato nelle maglie del realismo per esigenze di partito). Effettivamente qui lo spunto è scopertamente politico: provare a mostrare per quali vie un uomo qualunque, appartenente alla schiera dei tanti che “per sé fuoro” e con la loro conformistica e indifferente acquiescenza avevano garantito la durata del regime, fosse potuto poi passare all’opposizione, ancor prima dell’8 settembre. Ne è uscito un racconto nettamente spaccato in due, per temi, atmosfere e ambientazione.

Introdotta da un incipit vagamente melvilliano («mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra»), la prima parte scansiona i malesseri di un tabaccaio della provincia torinese, un giovane adulto – diremmo noi oggi – stufo della vita che conduce e tuttavia incapace di trovare altra sistemazione soddisfacente, spesso tentato dall’idea di trasformare la ribotta in professione, trattenuto però sempre dalla sensazione piccolo borghese che quello di musicista nelle balere in fondo non sia davvero un mestiere. A ingarbugliargli ulteriormente la vita compare un giorno Linda, ragazza intraprendente ed emancipata, di cui lui ovviamente si innamora come un adolescente («era come avessi messo le radici nel suo sangue», «Linda l’avevo nella pelle come il sangue»), ma che, pur ricambiandone l’affetto, non ha nessuna voglia di legarsi e di essere la sua ragazza sempre («devi abituarti alla mia vita. Io non voglio dipendere da te né dagli altri»). Che ci sia la dittatura, il fascio, ma cosa volete che gliene importi a Pablo? Il suo mondo gira intorno ai tira e molla di Linda e alla prostrazione che questa instabilità gli comporta. Alle volte gli capita di svegliarsi di colpo e poi di restare a lungo nel letto. «Mi pareva di averci un grosso affanno e di essere come un bambino, più solo di un cane, aver fatto qualcosa di brutto e di senza speranza. Non avevo più scampo, non osavo sentirmi, avrei voluto non svegliarmi e morir lì». É capitato a tanti di passarci, così come è capitato a tanti di sciogliere questa inerzia in invettive da zerbino incattivito: «pensavo come sono le donne. (…) Anche Linda. Se per loro ogni uomo è davvero lo stesso, tanto varrebbe che si dessero a uno solo, che gli andassero dietro come il cane al padrone. E invece no, vogliono sempre avere la scelta, e la scelta la fanno mettendoli insieme, giocando con tutti, cercando in tutti un tornaconto. Così stan male tutti quanti, e anche loro alla fine non hanno un amico». Se la storia si interrompesse qui, sarebbe la cronaca di una disperazione irrisolta, un girare a vuoto come nelle nottate passate da Pablo in compagnia di un paio di amici a cantare completamente ubriachi per strada, provando quel «piacere di sentirsi a terra, di esser come schiacciato e non cedere». Nessuna via d’uscita: condizione drammatica, eppure – si sente – profondamente sincera. 

Poi, d’improvviso, uno scatto, quasi un moto involontario di sopravvivenza. Bisognoso di cambiare aria, Pablo coglie un’occasione che gli si presenta per andare a Roma a cercare lavoro. Agli occhi di un piemontese, la capitale appare come «una grande città dove tutti ci mangiano e dànno da mangiare. (…) Roma è osteria, e ci fa sempre sereno. (…) Dappertutto la gente è a merenda, che gode». «L’aria di Roma è proprio fatta per star svegli», lì l’estate «non finisce mai» e per un musicista come lui non sarebbe tanto difficile tirare giù un guadagno suonando stornelli ai tavolini dei locali. Ma Pablo preferisce fare il manovale e qui, a contatto con le persone che entrano nella sua vita e che a poco a poco lo includono in discorsi che non è opportuno fare in pubblico, avviene una maturazione umana che è prima di tutto una maturazione civile. Non è un processo immediato, perché il nostro parte proprio da zero e spesso cade dalle nuvole quando gli altri ammiccano. Per intenderci, quando un militante appena rientrato dalla Spagna (siamo ai tempi della guerra civile) gli chiede «com’è che sei Pablo? Sei stato laggiù?», la risposta è «macché. Suonavo la chitarra». E a chi incalza: ma a Torino non parlavi di quello che succede in Italia? «Che Torino. Sapevo appena ballare» (a quanto pare, sotto la Mole non erano tutti iscritti a GL). Superate le diffidenze iniziali, il ragazzo che prima sfogliava i giornali giusto per dare un’occhiata alle pagine sportive comincia a informarsi, a leggere i testi clandestini che gli passano sottobanco, e più si informa più capisce tante di quelle cose che prima non pensava neanche fossero da capire, ma che fossero semplicemente così e basta. Le sue nuove convinzioni sono condivisibilissime («per capire le cose bisogna studiare, non le sciocchezze che insegnavano a scuola a noialtri, ma com’è che si legge il giornale, com’è fatto un mestiere, chi comanda il mondo. Si dovrebbe studiare per saper fare a meno di quelli che studiano. Per non farsi fregare da loro»), eppure – rispetto alla sofferta amarezza dei primi capitoli – queste dichiarazioni sanno un po’ di posticcio, come accade quando ci si preoccupa un po’ troppo di spiegare la morale della favola. Perché in fin dei conti non si capisce bene esattamente com’è che Pablo elabori davvero la sua conversione fino a riconoscere che «quei rossi erano miei». Lo scandaglio interiore sembra avere meno corda a disposizione per questo genere di esplorazione e la sensazione (a cui forse certi inserti didascalici vorrebbero porre rimedio) è che quella di Pablo sia una scelta dettata dal bisogno di trovare un posto nel mondo, dei legami solidi (compresi quelli con un’altra donna), un riconoscimento, piuttosto che da una autentica adesione ideologica. Il che, peraltro, rende forse il romanzo persino più interessante e moderno di quanto potrebbe apparire a prima vista.

A leggerlo oggi, in effetti, non ci si rispecchia forse molto nella conquista di una propria identità politica da parte del protagonista (il cui sviluppo, peraltro, è aperto, perché il romanzo si chiude prima ancora che cominci la guerra, e chissà se l’avranno poi ammazzato, Pablo, o se è ancora vivo). Colpiscono molto, invece, gli accenni a come lui e tutti i suoi coetanei siano sprofondati nel totalitarismo. Quando si risveglia dal sonno autoritario, quasi quarantenne, Pablo si rende conto che non sa ben ridir come v’erano entrati, in quella selva - che non sa davvero nulla di com’erano andate le cose nel 1920 e nel 1921. «Eravamo ragazzi. (…) Non si è capito, a quell’età, quel che successe». Purtroppo le cose non cessano di accaderci continuamente sotto il naso, ma ci vogliono magari vent’anni perché tutti riescano a vederle. Ne sanno qualcosa a Kabul.

(finito il 23 agosto 2020)

Ho parlato di


Cesare Pavese
Il compagno
(Einaudi, 1990)

162 pp. | 13.000 lire

(ed. or. 1947)

mercoledì 4 agosto 2021

La luna e i falò

Poiché, tra le mie fissazioni personali, accanto a mappe e confini, rientrano anche gli anniversari letterari, non è strano che, in vista dei 70 anni dalla morte di Pavese, abbia deciso di riaprire uno dei suoi libri, che non rileggevo dai tempi del liceo, e che già all’epoca mi aveva colpito moltissimo per la sua profonda stratificazione simbolica (curiosamente, tempo di lettura e tempo della narrazione hanno coinciso: i giorni della Madonna d’agosto).

La luna e i falò è anzitutto un romanzo sulle radici, sulla necessità di averne («un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti») e sul desiderio che ogni uomo prova, a sua volta, «di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione». Questa esigenza è troppo seria per annacquarla in una rappresentazione oleografica del piccolo mondo antico con le sue buone cose di una volta. Tornato nella sua terra natale, trascorsi vent’anni e una guerra mondiale, dopo essersi spinto fino in fondo all’America per scoprire che anch’essa «finiva nel mare», che il mondo è rotondo e «tutte le carni sono buone e si equivalgono», il narratore – noto solo con l’antico e sfuggente soprannome di Anguilla – si ritrova felicemente travolto da tutto il vissuto risvegliatosi in lui «al tintinnio di una martinicca, al colpo di coda di un bue, al gusto di una minestra, a una voce che senti sulla piazza di notte»: girando fra le vigne, come in una personalissima recherche, dice fra sé e sé «io sono scemo (…) da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano». Persino la predica del parroco non gli dispiace più («così sotto quel sole, sugli scalini della chiesa, da quanto tempo non sentivo più la voce di un prete dir la sua»), poiché anche la religione non è altro che coreografia, come accade in tante feste patronali di campagna. «Più le cose e i discorsi che mi toccavano eran gli stessi di una volta – delle canicole, delle fiere, dei raccolti di una volta, di prima del mondo -, più mi facevano piacere. E così le minestre, le bottiglie, le roncole, i tronchi sull’aia».

A ricordargli che quelle colline incantate sono però anche piene di mostri e «cose nere», di cinghie, di miseria e di rabbia, ci pensa il vecchio amico Nuto, uno che da giovane aveva fama di giramondo, dal momento che, suonando il clarino nelle orchestrine, aveva attraversato addirittura tutta la vallata fino a Canelli, ma che poi si era sposato, aveva messo su famiglia e una bottega di falegnameria, e non si era più mosso da lì, a differenza dell’antico sodale. Certo – sembra dirgli – la Langa è meravigliosa per venirci in vacanza come fai tu ora (perché Anguilla, in effetti, si è stabilito a Genova), altra cosa è viverci: se così non fosse, perché mai te ne saresti andato? L’aver ora qualche soldo da parte ti ha fatto dimenticare cosa voleva dire essere un servitore e un bastardo qual eri tu, trovatello senza famiglia e «senza nome»? Ecco, queste cascine sono ancora piene di «meschini» che fanno una «vita bestiale, inumana». Con la guerra, per un momento, il mondo ha fatto irruzione in questa remota periferia, svegliando «i miserabili del paese», costringendo anche i «più tonti» a prendere coscienza del fatto che quella che a loro appariva come una condizione naturale immodificabile era in realtà il frutto di un’ingiustizia e un sopruso dei prepotenti; poi - «passata la grandine» si era tornati a credere a quegli stessi prepotenti di prima, sbucati nel frattempo fuori «dalle cantine, dalle ville, dalle parrocchie, dai conventi», e a pensare, su loro istigazione, che «tutti i partigiani erano degli assassini». Insomma, chiede Nuto all’amico, che cosa ci trovi «in questi paesacci»?

Queste due voci si rincorrono ininterrottamente per tutto il romanzo, a volte sovrapponendosi, a volte contrastandosi: l’una sussurra con rammarico che in fondo tutto è rimasto uguale; l’altra, con altrettanto rammarico, conclude che invece tutto è cambiato. Il proposito di reimmergersi nel mondo perduto dell’infanzia risulta velleitario perché quel mondo, in realtà, non è mai veramente esistito, essendo più che altro il prodotto di una ricostruzione tendenziosa della memoria. Non meno illusoro è però pensare di trasformare ciò che quel mondo davvero è, come gli eventi recenti sembrerebbero dimostrare, perché «tutto sommato solo le stagioni contano (…) e sulle colline il tempo non passa». Ciò non impedisce, tuttavia, che, grazie all’interessamento dei due amici, almeno un “meschino”, un ragazzino storpio di nome Cinto, sopravvissuto a una sanguinosa tragedia familiare, trovi una sistemazione e una possibile via d’uscita a un’esistenza altrimenti senza sbocchi: in questo caso il rogo della sua casa e la morte violenta dei suoi parenti diventa davvero, come nei tradizionali falò di san Giovanni, occasione di rigenerazione. Per un momento, è come se Pavese avesse individuato un punto d’equilibrio tra ragione e destino, impegno e disincanto, vicinanza e lontananza, permanenza e fugacità, territorialità e cosmopolitismo, mito e storia (per me questa è la grande promessa della provincia, dove, al netto di tutte le sue piccinerie, una vita più umana è ancora praticabile). Si tratta, però, di un attimo appena. Spesso il fuoco divora e basta, lasciando solo cenere, come ricorda la chiusa, assai più amara, del romanzo.

(finito il 15 agosto 2020)

Ho parlato di


Cesare Pavese
La luna e i falò
(Einaudi, 1999)

140 pp. | 18.000 lire

(ed. or. 1950)

domenica 25 luglio 2021

Il complotto contro l'America

Per uno strano ma non così raro cortocircuito pop, qualche anno fa un capostruttura della rete televisiva HBO deve aver pensato che un libro del 2004 ambientato in un ipotetico 1940 sarebbe potuto essere il punto di partenza ideale per una miniserie che avesse voluto parlare di quanto stava accadendo nel 2018. Aveva appena cominciato a diffondersi la notizia di intromissioni russe nelle elezioni che avevano portato Trump alla Casa Bianca e un titolo come “il complotto contro l’America” sembrava effettivamente perfetto per attirare l’attenzione del pubblico. Quella serie, però, non l’ho vista, quindi, ringraziandola per il pretesto che m’ha offerto, smetto subito di parlarne. Ho invece letto, l’estate scorsa, il romanzo di Philip Roth che l’ha ispirata – e l’ho volutamente letto in un momento in cui una conferma di Trump era comunque nel novero delle possibilità, giusto per provare il brivido di leggerlo anche come una potenziale, sinistra, profezia.

Sin dalle prime pagine non si tarda infatti a constatare che le convergenze tra quel libro e l’attualità sono abbondanti, e il fatto che esso sia stato scritto in tutt’altro contesto comprova una volta di più la capacità rabdomantica della grande letteratura di percepire misteriosamente le correnti profonde della storia. Un esempio per tutti, il più banale: ben prima di diventare uno slogan elettorale di Trump, l’espressione “America First” era stata usata per designare un comitato fondato allo scopo di difendere la linea isolazionista americana all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, il cui portavoce fu realmente quel Charles Lindbergh che, grazie alla promessa di tener fuori gli USA dal conflitto, nell’ucronia di Roth si immagina essere eletto a sorpresa presidente degli Stati Uniti nel novembre del ‘40 al posto di Roosevelt (ripeto: oggi questa informazione più o meno l’abbiamo assimilata, se abbiamo seguito con un minimo d’attenzione l’ultima campagna presidenziale a stelle e strisce, ma il volume uscì in piena temperie neo-con, quando l’America si era lanciata nel problematico e tutt’altro che isolazionista progetto di esportare la democrazia - e l’idea che quel motto potesse di lì a poco tornare di moda era assai meno ovvia di quanto possa sembrare ora). Quanto a Lindbergh, si tratta proprio dell’aviatore reso celebre dal primo volo transatlantico, una delle icone più rappresentative dei ruggenti anni ‘20, «il leggendario eroe americano che riesce a fare l’impossibile contando solo sulle proprie forze», ma anche noto antisemita e simpatizzante del regime nazista (che gli restituì la cortesia, attribuendogli la croce dell’Ordine dell’Aquila Tedesca, mai rinnegata). Roth qui non si inventa nulla, così come non sembra inventarsi neanche la voce narrante attraverso cui racconta la storia, che è quella di un bambino di nome Philip (come lui), ebreo di Newark (come lui), nato nel 1933 (come lui). Non saprei dire quanto sia veritiero il ritratto che vien fuori di sé e dell’ambiente in cui è cresciuto, ma se non è autentico, è del tutto verosimile. Come mi pare consigliasse Bradbury a chi avesse voluto scrivere un buon racconto di fantascienza - altera anche solo un elemento nell’ordine della realtà e poi prova a descrivere semplicemente quello che succede – così, più che un vero e proprio thriller fantapolitico, come ci si potrebbe anche aspettare, questo romanzo è piuttosto il racconto di quella che sarebbe potuta tranquillamente essere la storia della famiglia Roth e della traumatica iniziazione alla vita adulta di Philip se il corso degli eventi avesse preso una piega leggermente diversa, e in questo sta davvero il suo pregio.

«Ogni mattina, a scuola, giuravo fedeltà alla bandiera della nostra patria. Ne cantavo le meraviglie con i miei compagni durante i programmi collettivi. Ne osservavo con entusiasmo le feste nazionali, e senza ripensamenti sul mio feeling per i fuochi artificiali del Quattro Luglio o il tacchino del Ringraziamento o le due partite del Decoration Day. La nostra patria era l’America. Poi i repubblicani nominarono Lindbergh e tutto cambiò». Di punto in bianco questo ragazzino che colleziona francobolli con l’effigie degli eroi americani (tra cui lo stesso Lindbergh) e che non conosce altra lingua oltre a quella del suo paese natale perde di colpo la «sicurezza personale che io avevo dato per scontata come figlio americano di genitori americani di una città americana in un’America in pace col mondo», scoprendo improvvisamente che agli occhi degli altri l’unica cosa che conta è che lui e i suoi siano ebrei. Di fronte alla marea montante di un’ostilità che si fa senso comune e comincia a superare gli argini che proteggono il corso regolare della loro vita, come quando ai Roth, durante una vacanza, viene chiesto di cambiare albergo per un fantomatico errore nella prenotazione, Philip vede per la prima volta piangere suo padre («una pietra miliare, nell’infanzia, quando le lacrime degli altri sono più insopportabili delle proprie») e prende pian piano coscienza che la madre fa «tutto il possibile per nascondere ai figli il suo terrore sotto un sottilissimo strato di coraggio». Eppure, «l’essere ebrei non era né una disgrazia né una sfortuna né una cosa di cui andare “fieri”. Ciò che erano era ciò di cui non potevano liberarsi: ciò di cui non avrebbero mai neanche potuto pensare di liberarsi. L’essere ebrei derivava dall’essere se stessi, come l’essere americani. Era quello che era, era nella natura delle cose come avere arterie e vene, ed essi non manifestarono mai il minimo desiderio di cambiarlo o di negarlo, indipendentemente dalle conseguenze».

Sul punto, invece, il nuovo presidente ha ben altre idee: per lui gli ebrei non sono veramente americani e approfittano della loro enorme influenza per spingere gli USA verso una guerra distruttiva e assolutamente senza senso («invece di riconoscere apertamente che eravamo una piccola minoranza di cittadini ampiamente superati nel numero dai nostri connazionali cristiani, tendenzialmente impossibilitati a conseguire pubblici poteri dall’ostacolo del pregiudizio religioso e sicuramente non meno fedeli ai principi della democrazia americana di un ammiratore di Hitler»). Prendendo le mosse dall’antisemitismo, Roth finisce però per tratteggiare, attraverso la figura di Lindbergh, alcuni aspetti caratteristici della politica contemporanea. Il suo discorso di candidatura è di appena quarantatre parole, praticamente un tweet: la scelta non è tra me e Roosevelt – dice – ma tra me e la guerra, poiché io farò di tutto per difendere la democrazia impedendo che l’America partecipi a un altro conflitto mondiale. É così all’inizio e sarà così sempre. A parlare, per lui, è la sua stessa persona. Quando avverte un minimo segnale di crisi, indossa la sua tuta e vola in più città che può, dove ogni volta lo attendono «migliaia di cittadini che si erano radunati per vedere il loro giovane presidente con la sua famosa giacca a vento e il caschetto di pelle da aviatore». E ogni volta questa leggenda vivente ribadisce che, da quando è presidente, nessun giovane americano è morto in battaglia e nessun altro sarebbe morto finché fosse rimasto in carica. Di lui ci si può fidare, lui che «era la normalità elevata a proporzioni eroiche, un uomo perbene con una faccia onesta e una voce comune che aveva clamorosamente mostrato all’intero pianeta il coraggio di assumere il comando e la forza di fare la storia». In quelle occasioni, mentre i cinegiornali mostrano a ripetizione le immagini di un mondo in fiamme, «tutto ciò che il presidente dice alla folla è: “Il nostro paese è in pace. La nostra gente è al lavoro. Ora torno a Washington per fare in modo che le cose vadano avanti così”». E se ciò comporta un’alleanza formale con Hitler e una cena di gala per Ribbentrop alla Casa Bianca, poco male (quand’anche Hitler fosse un dittatore, e Lindbergh non lo pensa, sarebbe comunque un “utile dittatore” con cui si può scendere a patti perché funge da estremo riparo contro il ben più terrificante pericolo del comunismo sovietico). Il messaggio ripetuto ossessivamente, e che alla gente piace tantissimo sentirsi ripetere, è che «nella pacifica America di Lindbergh, l’autonoma fortezza a oceani di distanza dalle zone di guerra del mondo» nessuno è in pericolo. Sì, nessuno è in pericolo, chiosa Philip, «tranne noi».

Per la verità Lindbergh, da vero uomo-immagine, non si espone mai più di tanto, ma la sua amministrazione (con l’ultrarazzista Henry Ford agli Interni) sì. La strategia adottata è sottile, ed è in un certo senso il rovescio della medaglia dei ghetti e dei campi di concentramento sperimentati in Europa. Qui le libertà formali sono garantite, ma si procede a disgregare le comunità ebraiche, disperdendo i loro membri negli immensi territori del paese, per isolarli in mezzo a cittadini bianchi e cristiani (quei “veri” americani che si erano presi la loro terra di Canaan strappandola ai nativi a suon di pallottole), e viceversa favorendo il trasferimento di non-ebrei nei quartieri ebraici. A parole si tratta di una lodevole pratica di integrazione, nei fatti il progetto mira a «indebolire la solidarietà della struttura sociale ebraica, come pure di ridurre la forza elettorale che una comunità israelitica poteva avere alle elezioni locali e congressuali», in modo da farla restare perennemente minoritaria senza alterare formalmente le regole democratiche (metodo peraltro ancora impiegato oggi, in Texas e non solo, contro neri e latinos, per impedire che una maggioranza demografica si trasformi prima o poi in maggioranza politica). E quando qualcuno comincia a lamentarsi, quando un importante giornalista ebreo, Walter Winchell (anche lui realmente esistito), si candida contro Lindbergh - “ma cosa vogliono questi ebrei?”, si risponde, come si fa oggi coi braccianti stranieri quando scioperano per le condizioni schiavistiche cui sono sottoposti nei campi di pomodori; “ma cosa si sono messi in testa?”, “chi si credono di essere?”. In questo clima surriscaldato non tardano a scoppiare autentici pogrom, che la stampa benpensante etichetta ovviamente «come la risposta inopportuna ma inevitabile e perfettamente comprensibile» alle attività di quei piantagrane semiti che vogliono erodere con le loro provocazioni l’unità della patria. Insomma, se un ebreo protesta, è la prova di una cospirazione in corso, e la sua protesta va repressa senza pietà; se lo si uccide, invece, è solo legittima difesa, e se si è esagerato un po’ bisogna pur capire chi ha caricato la pistola. Solidarietà ai poliziotti, non a chi è ucciso dai poliziotti. E così via, e così via – tutte cose che abbiamo quotidianamente sotto gli occhi, sia pure con interpreti diversi.

Poi, a un certo punto, nell’ottobre del 1942, la situazione sfugge definitivamente di mano e Lindbergh, dopo un ultimo volo, scompare senza che nessuno sappia più niente di lui. Ironizzando sui complottisti di ogni tempo, sempre pronti a credere a qualunque scemenza per apparire più scaltri di quelli che semplicemente riconoscono l’ovvio, Roth lascia balenare che anche dietro l’elezione di Lindbergh potrebbe esserci un ben preciso piano nazista e che siano stati gli stessi nazisti ad architettarne pure la sparizione quando la sua permanenza alla Casa Bianca non sembrava più utile ai loro scopi, escogitando anche una ricostruzione dei fatti a suo modo credibile, come peraltro sembrano credibili tutti i complotti di questo mondo, perché unendo i puntini in ordine sparso possono sempre venire fuori un sacco di immagini anche più suggestive dell’arido vero. Che sia andata davvero così oppure no, però, poco importa. Quando gli attacchi contro gli ebrei si fanno sempre più insistenti, Philip osserva che le persone che li hanno provocati «non avrebbero avuto bisogno di molti incoraggiamenti per trasformarsi in una folla irragionevole e violenta grazie all’opera dei filonazisti che avevano progettato e felicemente scatenato i disordini». Che è come dire che, ci siano o no i russi dietro a Trump, il problema vero è in realtà lo sciamano di Capitol Hill e quelli della sua stessa forza, a cui basta un niente per sentirsi autorizzati a passare all’azione e nei confronti dei quali bisognerebbe fare di tutto meno che sovraeccitarli (e ricordate invece Trump ai Proud Boys? “Stand back and stand by!”). Non c’è bisogno di romanzieri per inventare simili personaggi: quelli sono già tutti lì fuori, e costituiscono le autentiche cellule dormienti che attentano alla stabilità delle nostre democrazie. L’unico vero complotto contro l’America è appunto quello che una parte stessa di americani (guarda caso, quelli che si presentano come i più patriottici di tutti) ordisce contro gli autentici valori della loro patria. «Loro credono che noi ci illudiamo di essere americani», afferma a un certo punto il padre di Philip. Lindbergh – continua - «ha il coraggio di chiamarci altri? È lui l’altro. Quello che sembra il più americano di tutti… e che è il meno americano!». Una contraddizione non molto diversa da quella di chi sventolando un simbolo giacobino come il tricolore aggredisce i valori promossi dalla Rivoluzione francese, di chi rivendica il diritto alla diversità d’opinione solo per potere togliere diritti a quelli che a sua volta considera diversi, di chi parla sempre di popolo ma difende un’idea puramente individualistica ed egocentrica di libertà. O, per citare gli ultimi venuti, dei fascisti con Mussolini tatuato sul cuore che scendono adesso in piazza sbraitando contro la dittatura e appellandosi alla Costituzione.

E allora vien veramente da dire che sì, «è vero, c’è un complotto, e io faccio volentieri il nome delle forze che lo animano: isterismo, ignoranza, rancore, stupidità, odio e paura. Che spettacolo ripugnante sta dando il nostro paese!». A pronunciare queste parole, nella finzione, è il sindaco di New York Fiorello LaGuardia, che rappresenta agli occhi di Roth quella parte di società americana conservatrice magari, ma non demagogica, di cui oggi si sente terribilmente la mancanza. É questa una componente del pool di anticorpi di cui, secondo l’autore, l’America disporrebbe e che la renderebbe alla fine capace di espellere, non senza qualche sussulto febbrile, il virus lindberghiano, tant’é che, passata la tempesta, la storia ritorna sui binari che conosciamo – e sia pure con un ritardo di due anni ci saranno un terzo mandato di Roosevelt, una Pearl Harbor e uno sbarco in Normandia. «Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo con il nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea». Resteremo particolarmente esposti a questo terrore fintanto che «la sfacciata vanità di certi perfetti idioti» continuerà ad esercitare «un’influenza decisiva sulla sorte di altre persone».

(finito l'11 agosto 2020)

Ho parlato di


Philip Roth
Il complotto contro l'America
(Einaudi, 2014)

trad. di V. Mantovani

434 pp. | 13,50 €

(ed. or.: The Plot Against America, 2004)

domenica 4 luglio 2021

Il rumore del mondo

Credo che più o meno ogni monregalese abbia sentito almeno una volta nella vita la storiella secondo cui il generale Bonaparte, non ancora primo console né tantomeno imperatore, entrato trionfalmente in Mondovì dopo la vittoria del Bricchetto, dai giardini del Belvedere avrebbe affermato o scritto di essere “nel più bel paese del mondo”. Conoscendo un po’ il personaggio, non è neppure implausibile che l’abbia detto davvero, come l’avrà detto di mille altri luoghi, e che in quel momento ci credesse perfino, perché come può non essere il paese più bello del mondo quello che si attraversa quando si è giovani e vincenti? Peraltro, almeno su tale considerazione, questo libro ci suggerisce che i due secoli non avrebbero avuto motivo di essere l’un contro l’altro armati. Infatti, pur detestando visceralmente Napoleone e i suoi uomini, «i suoi soldati, i suoi burocrati, i suoi avvocati, notai, ingegneri e medici, l’intera compagine dei suoi seguaci», gente nuova, ubriacata dal pensiero «che si possano cambiare le cose e realizzare imprese mai fatte prima» - e perciò orgogliosamente in campo anche lui al Bricchetto, ma fra le fila dei granatieri di Sardegna, «per difendere la patria contro un popolo di bottegai travestiti da soldati che si vantavano di essere un’armata» e provare a tenere su «l’ultima diga (...) prima che l’inondazione travolgesse ogni cosa» e «quella modernità così volgare e rumorosa» proveniente dalla Francia si scatenasse anche sul torpido Piemonte sabaudo – anche un uomo d’altri tempi come il marchese Casimiro di Vignon avrebbe sottoscritto convintamente il giudizio di apprezzamento per questi luoghi. Tant’è che quando il figlio Prospero gli porta in casa come nuora una ragazza inglese di cui s’era innamorato a Londra e che tornato a Torino già non ama più, nel suggerirle di trasferirsi presso la tenuta di famiglia del Mandrone, sulle colline che da Mondovì scendono verso Vico, per sottrarsi così alla sofferta convivenza col marito, non pensa affatto di farle un torto. «Era convinto che non esistesse un posto al mondo più intensamente suggestivo del Piemonte meridionale, soprattutto in quel fazzoletto di terra stretto tra le Alpi, le Langhe e la pianura. Anne avrebbe avuto giornate frizzanti, mattine ricamate di brina. Sere di stelle pungenti come capocchie di spilli. Odore di freddo, di muschio, di erbacce. Si sarebbe sottratta a interminabili ricevimenti a corte, riverenze e pettegolezzi. Al Mandrone avrebbe avuto il silenzio di una notte scura come non ne esistevano altrove e le luci violette dell’alba, cangianti come gli ellebori; il paradiso era questo e non c’era crudeltà nell’offrirlo a qualcuno». Ciò che rende per me speciali queste considerazioni è che io questo paradiso ce l’ho proprio qui intorno mentre scrivo, poiché coincide esattamente con la campagna dove vivo e in cui mi ritrovavo di nuovo immerso non appena riemergevo dalle pagine che me ne stavano parlando – fenomeno abituale forse per chi abita in paesi già benedetti dalla grande letteratura (senza andare tanto distante, la Langa di Pavese o di Fenoglio), ma per me assolutamente inedito. É qui che ho avuto il privilegio di trascorrere il lockdown dell’anno scorso, ragion per cui capisco benissimo quel che dice il vecchio Casimiro pensando ad Anne: «se davvero di esilio si tratta, è illuminato dalla bellezza».

Il problema, semmai, è che da queste parti si rischia sempre di essere qualche metro indietro rispetto al passo spedito della civiltà. Alla partenza per Londra, Prospero di Vignon riceve dal ministro d’Aglié un biglietto di felicitazioni in cui gli si dice senza tanti giri di parole «state partendo per il futuro». Ed effettivamente Londra, negli anni ‘30 del XIX secolo, è in pieno fermento: mentre nella Torino della Restaurazione erano ricomparse parrucche e codini, là tutto corre al ritmo della macchina a vapore, le merci come gli uomini come le idee. Laggiù «tutto luccica, le vetrine, i mantici delle carrozze, il dorso dei cavalli intriso di pioggia. Tutto è splendore. Tutto è moderno». C’è curiosità e simpatia verso l’Italia, ma è una curiosità, come spesso capita, da cartolina: gli inglesi «credono a qualsiasi cosa, perché vogliono sentirsi dire che la Penisola è tutta un chiaroscuro, drammatica e pericolosa ma anche pittoresca e soave». Non per nulla i librai di Barnes Street, insieme alle opere di Alfieri e Foscolo, si fanno spedire «casse di vino, salumi e prosciutti, che rivendevano con un piccolo sovrapprezzo». Benedetta Cibrario, che ha diviso parti significative della sua vita adulta tra Torino e Londra, deve aver percepito in prima persona questo contrasto nella sua perdurante attualità e l’ha sviluppato in un libro avvincente che, a scanso di equivoci, fin dal risvolto di copertina viene definito “romanzo-romanzo”, perché di ottocentesco ha non solo l’ambientazione, ma anche l’impianto, che mescola narrazione in terza persona, scambi epistolari e sezioni di diario, la descrizione puntuale dei sentimenti e degli ambienti, una spiccata attenzione per il retroterra sociale degli eventi, come se l’autrice avesse voluto provare a raccontare l’Italia preunitaria con le parole che avrebbero potuto usare una Jane Austen, un Dickens, uno Stendhal o un Balzac se mai fossero stati italiani (il Grande Romanzo Italiano, si sa, mette invece le questioni a distanza, ambientandole nel Seicento, anche se le due epoche sono legate insieme coi fili di seta prodotti nelle manifatture prealpine). Poi, certo, un conto è descrivere dei processi in corso, offrendone un’interpretazione in presa diretta che diventa anche fonte preziosa per i posteri, un conto è ricostruire centosettant’anni dopo uno scenario a partire da quelle fonti, tuttavia il risultato finale è tutt’altro che disprezzabile, in quanto, al di là dell’indiscutibile valore narrativo, il racconto del matrimonio fallimentare tra un altezzoso aristocratico piemontese e la brillante figlia di un ricco mercante inglese di stoffe offre una rappresentazione abbastanza verosimile di quelle dinamiche che da un po’ di tempo a questa parte sono state sottolineate anche dalla storiografia - e cioè che il Risorgimento italiano, prima ancora che dalle guerre di indipendenza, è stato innescato dal rinnovamento delle tecniche agricole e manifatturiere e che l’opera intrapresa da Cavour nelle sue terre di Leri non è stata meno importante di quella svolta poi come primo ministro del Regno, anzi è strettamente connessa con essa.

Il “rumore del mondo” è appunto quello che a un certo punto comincia ad arrivare perfino qui, alla periferia dell’impero, nella sonnacchiosa provincia granda. É sempre il marchese Casimiro a percepirlo nitidamente: «aveva visto avvicendarsi al potere re, consoli, prefetti, imperatori, altri re; cravatte alte, basse, zimarre, parrucche, spadini; non era così sordo da non sentire ovunque un brusio sotterraneo, un intreccio di voci nuove, mai avvertite prima; e non era così cieco da non vedere gli sguardi del mondo che puntavano verso orizzonti ignoti. Qualcuno continuava a voltarsi indietro, nella speranza che il passato potesse fare da scudo contro le incognite del futuro; qualcun altro confidava nel domani; c’era chi tesseva e chi disfaceva la tela, chi tirava i fili e chi li svolgeva. Contro questo rumore del mondo non aveva difese adeguate; temeva che tutta la complessa architettura del secolo – quella in cui si sentiva protetto e al sicuro – gli sarebbe crollata addosso, come aveva visto crollare la sua quercia scavati dai tarli: un involucro vuoto che al primo colpo di accetta si era schiantato a terra con un boato». Eppure quest’uomo già incamminato verso la vecchiaia, che deplora la velocità garantita dai più recenti piroscafi perché «uno dei vantaggi della distanza è che ciò che è troppo dissimile da noi possa restare lontano a sufficienza», e che ha passato la vita a litigare con la moglie ginevrina perché lei considerava sepolcrale quell’atmosfera torinese che per lui era invece, fin nella topografia «regolare, logica, mai scalena» della città, la quintessenza dell’ordine e della «società gerarchica, ordinata e ubbidiente, che aveva conosciuto da bambino», quest’uomo che si vestirà a lutto il giorno in cui Carlo Alberto concederà lo Statuto, ecco, persino lui finisce per essere coinvolto da tutto questo sommovimento e cede almeno in parte alle sirene dell’epoca presente, arrivando a considerare il figlio, totalmente sordo a questi richiami, come «un pollone nato da una vecchia radice, all’apparenza pieno di gioventù e vigore, ma in realtà un getto sterile, di quelli che i giardinieri recidono al piede». Di ben altra tempra è Enrico Verra, un audace imprenditore monregalese «convinto che in tutte le cose può nascondersi un “oltre”» e che mettendo insieme competenza tecnica, visione del mondo e intraprendenza si possa letteralmente fare tutto: «non è appassionante? Non è il futuro, questo?». Verra ha in mente di costruire «la prima grande fabbrica del Piemonte meridionale», «un edificio solido e multipiano. Grandi navate, come in una cattedrale», «una cattedrale di seta», ma per farlo ha bisogno di capitali e di entrature, che Casimiro, lungamente corteggiato, infine gli concede, attratto dall’idea di lasciarsi per un attimo trascinare anche lui dal «vento del secolo». Non si tratta solo di soldi, nota infatti Verra - «il punto è che non possiamo restare indietro. Non sentite l’energia che c’è nell’aria?».

L’Ottocento è «un secolo ridondante, enfatico; meravigliosamente ingenuo», ma è anche «il secolo che vede il mondo diventare contemporaneo», con un salto mortale durato lo spazio di una sola generazione – e per questo, accanto alle sue magnifiche promesse, esso squaderna anche le contraddizioni che caratterizzano ancora il nostro tempo, come ricchi che diventano sempre più ricchi mentre i poveri diventano sempre più poveri e invenzioni nate per liberare gli uomini che si trasformano in strumenti di rinnovata schiavitù. Significativamente, il romanzo si conclude nel 1848, e cioè appena all’inizio del percorso che avrebbe cercato di dare un’adeguata cornice istituzionale a tutte queste trasformazioni, per lo meno in Italia. Questo finale aperto mi pare un modo indiretto per alludere al fatto che ora il problema si pone in un certo senso di nuovo, benché su scala più ampia. Non vorrei forzare troppo le cose, ma mi sembra che il messaggio tendenzialmente ottimistico proposto da questo libro sia in fondo il seguente: niente paura, anche i sovranisti apparentemente più incalliti, nel momento stesso in cui usano i social network o progettano – per dire – improbabili coalizioni a livello europeo, stanno involontariamente contribuendo al superamento dell’ordine che vorrebbero difendere, perché ne stanno già accettando di fatto le regole, anche se dicono il contrario. Chissà se Londra detta ancora la linea del futuro e se un’italiana d’Inghilterra come la Cibrario, pur parlando del passato, ne abbia davvero fiutato qualche anticipazione.

(finito il 20 luglio 2020)

Ho parlato di


Benedetta Cibrario
Il rumore del mondo
(Mondadori, 2018)

756 pp. | 22 €

lunedì 21 giugno 2021

Uomini e no

Da ragazzo, quando di solito la scuola te li propone da leggere, ho furtivamente aggirato diversi classici romanzi di iniziazione repubblicana, non certo per ragioni ideologiche, quanto per motivi – in senso lato – estetici e ingenuamente storicistici. Mi appassionavano di più altri generi e temevo, a torto o a ragione, che non avrei potuto capire appieno quei libri senza adeguata contestualizzazione: un problema che invece non mi ponevano, per dire, astronavi e imperi galattici, ma neppure metamorfosi e altre inquisizioni (a ripensarci oggi, a posteriori, se non fosse che non sono mai stato un tolkieniano e che in provincia certe cose non si notavano molto, avrei potuto anche essere scambiato, in certi momenti, per un simpatizzante del Fronte della Gioventù). Una simile negligenza ha lasciato oggettivamente qualche buco nella mia formazione di cittadino, ma mi ha anche consentito e mi consente tuttora di accostare alcuni di questi testi, da adulto, con la curiosità che nasce da un autentico bisogno intellettuale e non solo per onorare un sia pur rispettabilissimo rito civile. Questo discorso vale ad esempio per certi scritti di Calvino, di Fenoglio, di Rigoni Stern e vale anche per quello che è forse il prototipo di tutti i romanzi partigiani, pubblicato da Vittorini a Liberazione appena avvenuta e letto da me solo ora (dove “ora” è un anno fa), il cui titolo è stato spesso interpretato come espressione di una concezione manichea della guerra, tipica di chi vi era appunto uscito da pochissimo (e che quando scriveva queste pagine, peraltro, era ancora un braccato), e perciò rappresentativa anche di un certo modo, diciamo “canonico”, di intendere la Resistenza. Quindici anni più tardi un altro illustre siciliano avrebbe reso celebre una diversa, più ambigua, classificazione della specie in umanità propriamente detta e altre sue pittoresche e meno nobili varianti. Ma quella sarebbe stata già un’altra Italia, torbida e disillusa, maculata di infinite zone grigie. No, al tempo delle scelte di campo nette e luminose l’alternativa non poteva non essere secca: di qua gli uomini, i veri uomini, la civiltà; di là le bestie, i mostri, la barbarie – da cui la formula apposta in copertina.

So che insospettabili intellettuali hanno avallato questa chiave di lettura, ed è anche per provare a capire se si tratta di un’intuizione felice o di un abbaglio che mi sono deciso infine a leggere il libro. Quell’interpretazione, infatti, legittima la facile critica secondo cui il modo di ragionare che vi è sotteso non sarebbe altro che il rovescio speculare e altrettanto malsano del modo di ragionare attribuibile alle “bestie”: possiamo infatti immaginarci una discriminazione più feroce tra “uomini e no” di quella esercitata nei campi di sterminio nazisti? O, per restare nei confini di questo romanzo (che racconta le azioni di una banda partigiana nella Milano occupata di inizio ‘44), ci si può immaginare logica più perversa di quella che spinge il generale tedesco Clemm a decretare per rappresaglia la fucilazione di centodieci prigionieri – nell’ordine di dieci a uno – dopo un attentato in cui erano morti nove tedeschi e due cani, «il miglior alano della Gestapo. E (…) la mia cagna Greta»? La stessa logica che lo indurrà a far sbranare da altri cani il povero ambulante Giulaj, responsabile involontario della morte di Greta, dopo averlo denudato e sottoposto a un maligno interrogatorio, al termine di una sequenza che per tensione narrativa brilla di luce propria all’interno dell’opera, al punto che avrebbe potuto tranquillamente essere presentata come un racconto a sé stante ed assumere, da sola, il posto centrale che nella memoria resistenziale ha occupato l’intero libro. Che razza di uomo è quello per cui la vita di un altro uomo vale meno di quella di un cane? É un uomo che ragiona così: «per ogni tedesco che muore noi uccidiamo dieci persone. Siamo novanta milioni di tedeschi. Prima di morire in novanta milioni noi dovremmo uccidere novecento milioni di persone. Ci sono nel mondo novecento milioni di persone? Non ci sono. La Germania non può morire». E quando gli fanno notare che in effetti ci sarebbero i cinesi e gli indiani, risponde «i cinesi non contano (…). Gli indiani non contano». Uomini e no, appunto.

Ora, che la denuncia di simili brutalità sia uno dei temi portanti del libro è innegabile. Ed è innegabile che Vittorini tenda effettivamente a contrapporre «chi ha freddo, (…) chi è malato, (…) chi è perseguitato, (…) chi viene ucciso», chi – in un modo o nell’altro – è offeso nella sua dignità di uomo e lotta per liberarsi dall’oppressione a chi invece offende, opprime, calpesta la dignità altrui, scegliendo di essere lupo per il suo simile. Adottando un tono a tratti oracolare egli sembra anzi presentare la guerra tra nazifascisti e partigiani (anzi, patrioti, come si diceva allora, a fresco) semplicemente come l’ultimo episodio in ordine di tempo di un conflitto che si riproporrebbe continuamente nella storia: da una parte il Gap, «come qui da noi si chiama ora, e comunque altrove si è chiamato», dall’altra Cane Nero, un ufficiale tedesco dei più spietati, che in realtà «è tutti i cani che sono stati, è nella Bibbia e in ogni storia antica, in Macbeth e Amleto, in Shakespeare e nel giornale d’oggi». E tuttavia, se accentua questo contrasto, eternizzandolo, è per focalizzare meglio – mi pare – un altro problema, che sembra in effetti ribaltare la schematica interpretazione di cui sopra. Questo essere bistrattato, schiacciato, ferito, quello stesso essere che Primo Levi avrebbe provocatoriamente domandato se fosse ancora da considerarsi un uomo, ebbene sì, su ciò non abbiamo dubbi (o per lo meno non li aveva Vittorini), «questo è l’uomo». «Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo» - come sulla via del Calvario (per quanto, a dirla tutta, il risvolto più sconcertante dell’episodio di Giulaj è proprio l’indifferente inerzia con cui i soldati repubblichini, persone come tante, non migliori né peggiori di altre, ne osservano la morte, come un fatto che sì, un po’ disturba, ma che ci vuoi fare, in fondo è la guerra, e poi «quei cani poliziotto valgono molto»...). «Ma l’offesa in se stessa? É altro dall’uomo? É fuori dall’uomo? Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?».

Questo, insomma, è il dilemma: «noi vogliamo sapere (…) se è nell’uomo quello che essi fanno quando offendono (...) se è nell’uomo quello che noi, di quanto essi fanno, non faremmo». Stentiamo a volerlo ammettere, perché ciò implica una profonda revisione di tutti i bei discorsi che ci siamo fatti sulle nobili concezioni di “umanesimo” e di “umanità” – e in questo modo Vittorini offre il suo contributo a un importante dibattito filosofico del secondo dopoguerra - ma come potrebbero costoro fare tutto quello che fanno se quello che fanno non provenisse anch’esso dal cuore dell’uomo? «Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro». Facile appioppare l’etichetta di “mostro” al killer – facile e deresponsabilizzante, poiché il “mostro” è l’eccezione, l’anomalia, è tutto quello che noi ci figuriamo di non essere. “Uomini e no”, invece, possiamo esserlo tutti, in ogni momento. Potrebbe suonare come un colpo di spugna – tutti colpevoli, nessun colpevole – ma io la leggo in modo leggermente diverso: l’uomo, quando offende, non è snaturato da una qualche forza esteriore che lo plagi e lo manipoli, trasformandolo in qualcosa d’altro; quando offende, l’uomo è non meno uomo di quando è offeso, poiché le possibili motivazioni che ci spingono all’offesa sono già presenti da sempre in noi e ribollono appena sotto la superficie della routine quotidiana; per questo, in realtà, è ancora più odioso il comportamento e ancora più grande la responsabilità degli apprendisti stregoni che, anziché contenerle, solleticano tali pulsioni per calcolo politico, conferendo loro un’indebita sacralità con un seducente rivestimento ideale.

Fateci caso. Chi offende, soprattutto chi offende in grande stile, sventola sempre la grande causa che lo giustificherebbe davanti alla storia. Paradossalmente, quelli che sembrano non avere ideali molto definiti sono invece proprio i gappisti protagonisti del romanzo, a cominciare dal loro capitano, presentato solo con quel curioso nome di battaglia – Enne2 – che può stare effettivamente per qualunque uomo: una figura tormentata, complessa, sfuggente, interiormente desertificata, sospeso tra l’amore impossibile per una donna già sposata e una lotta di cui a un certo punto non capisce più il significato. Quanto ai suoi sottoposti, «tutti questi uomini erano semplici, erano pacifici (…). Essi avevano, ognuno, una famiglia: un materasso su cui volevano dormire, piatti e posate in cui volevano mangiare, una donna con cui volevano stare; e i loro interessi non andavano molto più in là di questo, erano come i loro discorsi. Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?». A differenza dei soldati tedeschi, che potevano contare sulla copertura del proprio Stato, «questi uomini non avevano dietro niente che li costringesse, niente che prendesse su di sé quello che loro facevano. Restava dentro a loro quello che loro facevano. (…) Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza aver niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano?». Nessuno di loro vuole la morte, tanto meno se bella. Nessuno vorrebbe uccidere, neanche per la rivoluzione. E allora perché muoiono, perché uccidono? All’esibita grandiosità di chi ha scambiato la guerra per la ricerca del Santo Graal e descrive perciò con accenti mistici la carneficina in corso viene contrapposta una disarmante, persino banale, richiesta di normalità. «Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici? (…) Avrebbero un senso tutte le nostre cospirazioni? (…) C’è qualcosa al mondo che avrebbe un senso? (…) No. No. Bisogna che gli uomini possano essere felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici». In fondo non si desidera nient’altro che un po’ di tranquillità. Mi pare illuminante che descrivendo la mattina in cui Milano si sveglia e scopre le vittime innocenti dell’ennesimo massacro nazifascista (altra scena madre, altro episodio che avrebbe potuto perfettamente funzionare da solo), Vittorini dica che nei volti dei morti «vi era soltanto serietà, e la ferocia che è della serietà». La scelta delle parole non è casuale, anzi viene ribadita affermando che quei morti sono «morti per una vita che sia più seria». Come se domandassero, esibendo il proprio corpo violato ai fascisti: no, seriamente, ma è davvero questo il vostro obiettivo, è davvero questo il mondo che avete in mente? E allora «questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre, e non dovesse esservi mai altro che resistere. (…) E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione». Resistere, s'intende, ai tentativi sempre risorgenti di instaurare il paradiso in terra su fondamenta impastate di sangue umano.

Con ciò non sono del tutto risolte le ambiguità. L’ultima pagina presenta un giovane operaio appena reclutato fra i partigiani che non riesce ad uccidere un soldato tedesco quando se lo trova di fronte praticamente indifeso. «Lo vide non nell’uniforme, ma come poteva essere stato: indosso panni di lavoro umano, sul capo un berretto da miniera», e in un certo senso è come se nell’altro vedesse riflesso se stesso. Si limita perciò a rubargli la moto e a darle fuoco, poco distante, salvo poi sentirsi in dovere di giustificarsi coi compagni e concludere «imparerò meglio» - che sono le parole, un po’ inquietanti data la situazione, con cui il romanzo si chiude, oscurando d’un tratto quella ch’era apparsa per un attimo una possibile via d’uscita dal massacro attraverso il reciproco riconoscimento. Ma sono proprio queste ambiguità a scagionare Vittorini dall’accusa di spocchiosa superiorità morale. Il libro, lo si sarà capito, è al contrario irrisolto e pensoso, carico di tutti i dubbi che potevano gravare sulla coscienza di un partigiano pur convinto della bontà della propria causa – e semmai il suo limite sta proprio nel non essere pienamente riuscito ad amalgamare una narrazione di ritmo hemingwayano (che, come detto, ha momenti di alto livello e oltretutto ha il pregio di raffigurare quella Resistenza urbana così diversa da quella di Langa o di montagna a cui forse siamo più abituati) con gli intermezzi riflessivi e persino lirici in cui l’autore prende la parola per chiosare quanto succede - intermezzi che spezzano quel ritmo, generando continue dissonanze. Come uno strano ibrido, Uomini e no mi sembra più significativo come indizio del travaglio che l’ha ispirato che non per la qualità letteraria complessiva del prodotto finale. Ma posso io - proprio io - imputare a qualcuno di essere stato troppo concettoso?

(finito il 28 giugno 2020)

Ho parlato di


Elio Vittorini
Uomini e no
(GEDI 2020)

192 pp. | 7,90 €
Collana "Storie di Resistenza" vol. 4

(ed. or., 1945)




domenica 6 giugno 2021

Fascismo anno zero

«Il 23 marzo non si fonderà un partito, ma si darà una spinta a un movimento e si fisserà una meta. (…) Il 23 marzo sarà creato l’anti-partito, (...) che far[à] fronte contro due pericoli: quello misoneistico di destra e quello distruttivo di sinistra. Sarà fissato un programma di pochi punti, ma precisi e radicali...». Ogni volta che rileggo queste righe resto basito. Ma come? L’ideale dell’anti-partito e la preferenza accordata al termine “movimento”, l’intenzione di andare oltre i vecchi schematismi di destra e sinistra, la sbandierata radicalità di pochi temi inderogabili che dovrebbero avere la precedenza su tutto il resto: se non fosse per lo stile demodé, potrebbe tranquillamente trattarsi dell’atto di convocazione del primo Vaffa-day con l’indicazione delle sue cinque stelle identitarie. E invece quelli citati sono estratti da alcuni articoli del Popolo d’Italia che annunciano, nel 1919, l’imminente e ovviamente «solenne» adunata da cui sarebbero nati, a Milano, i Fasci di combattimento. L'autore di tali proclami è l’allora trentaseienne Benito Mussolini, che provava in questo modo a ritagliarsi uno spazio di manovra nel caotico clima post-bellico per trasformare il diffuso ma generico malcontento di quei giorni in onda d’urto politica capace di dare una spallata definitiva al moribondo Stato liberale e alle imbolsite cariatidi che lo rappresentavano, non ancora raggiunte dalla consapevolezza che il loro tempo si era ormai compiuto.

L’idea alla base di questo disegno è semplice: la guerra ha scompaginato tutte le carte e quelli che a suo tempo l’hanno voluta e l’hanno fatta ora hanno il diritto e il dovere di guidare il Paese anche in tempo di pace. L’avanguardia di questa “trincerocrazia” (come la chiama lui) non ha bisogno di statuti, né di regolamenti, e men che meno di discussioni («tutto ciò è roba di partito», appunto). Quel che occorre, piuttosto, è la disponibilità a porsi «in una persistente mobilitazione», per prolungare lo sforzo militare e la sua connaturata violenza, indirizzandoli questa volta verso i nemici interni, allo scopo di produrre un «disordine creativo» che porti infine all’instaurazione di «uno Stato di tipo nuovo, radicato nelle masse» e sorretto da forze fresche. Si tratta di una miscela altamente esplosiva, a cui - in mancanza di una coerente linea ideologica (d’altronde «noi fascisti non abbiamo dottrine precostituite, la nostra dottrina è il fatto», sostiene un Mussolini che non ha ancora incontrato Gentile) – si è dato il nome di «diciannovismo» e in cui, per lo stesso motivo, si può trovare tutto e il contrario di tutto, come mostrano emblematicamente le schede biografiche dedicate da Franzinelli a ciascuno di quelli che sarebbero effettivamente stati presenti quel 23 marzo a piazza San Sepolcro (da cui “sansepolcrismo”, come sinonimo stesso di questo protofascismo urbano e “movimentista”). «Il fascismo delle origini mescola estremismo di destra e radicalismo di sinistra, in un dinamismo urlato e spericolato alla ricerca di sbocchi traumatici, sovvertitori degli assetti istituzionali»: fra quanti condividevano questo ribellismo anarcoide troviamo il capo degli Arditi Ferruccio Vecchi e l’ideologo del futurismo Marinetti, uomini dai cognomi importanti come un nipote di Garibaldi e il figlio di Cesare Battisti, troviamo chi sarebbe stato fucilato dai partigiani e chi sarebbe morto democristiano. Ma troviamo anche alcuni insospettabili come Pietro Nenni e Arturo Toscanini (che addirittura nelle liste del Fascio si sarebbe candidato alle elezioni del novembre ‘19). Non per nulla, nel corso del Ventennio, sulla memoria di quella giornata si sarebbe poi giocata una partita fatta di rimozioni, falsificazioni e rielaborazioni perché sarebbe stato un po’ imbarazzante per il fascismo trionfante riconoscere un tale guazzabuglio come suo atto fondativo (cosa invece interessantissima per lo storico).

In quel miscuglio, tuttavia, l’intraprendente Mussolini del 1919 ci sguazza pienamente a suo agio, poiché ritiene (con qualche ragione) di essere l’unico in grado di poter dare a tali proteste una qualche prospettiva di ampio respiro. Ciò a cui pensa, in quel momento, è una «costituente combattentista» che possa presentarsi come unico soggetto autorizzato a istituire un nuovo patto sociale, ma lo sviluppo tecnologico ci permette oggi di comprendere più chiaramente che ciò che effettivamente si sforzava di realizzare non era altro che una community ante litteram (ed è soprattutto in questo che le odierne bestie della comunicazione gli sono – forse involontariamente - più debitrici). A tale scopo, non avendo ancora a disposizione i moderni social network, Mussolini si serve come tribuna del suo giornale, mettendo a punto tecniche così innovative da essere tuttora ampiamente sfruttate dalla stampa italiana di destra (e non solo), come il titolo shock, l’apostrofe violenta e soprattutto la storpiatura derisoria dei nomi degli avversari (per cui, ad esempio, Nitti diventa «Sua Indecenza Cagoia», «il ministro della fogna», mentre Giolitti è descritto come una «malvagia carogna»). In questo modo, il futuro Duce «accentua il decadimento della vita pubblica irridendo governanti e oppositori, per mostrare – nell’incapacità degli interlocutori di reggere il livello dello scontro – la debolezza di questi e l’irresolutezza di quelli», in un gioco al massacro che si nutre di quel tipo di chiassate ancora tanto praticate da molti dannunzianetti armati di smartphone. Altrettanto impressionanti sono i temi agitati, soprattutto se li si scorre col senno di poi. Mussolini tiene in quei mesi comizi infervorati in cui propone, tra le altre cose, «l’instaurazione della Repubblica, assemblea rappresentativa di reduci e lavoratori per deliberare le otto ore giornaliere, livelli minimi salariali, il coinvolgimento delle maestranze nella gestione aziendale, coinvolgimento sindacale alle trattative di pace europee». E ancora: confische dei beni ecclesiastici, decimazioni delle ricchezze e persino – udite udite – una «energica tassazione sulle eredità». Quelli che oggi tengono il suo busto sul comodino e gli rivolgono le orazioni serali rabbrividirebbero al pensiero. Quelli che all’epoca avevano orecchie per intendere, invece, non si scomposero più di tanto. Nonostante i proclami e le accuse sistematiche rivolte ai pescicani della finanza arricchitisi durante la guerra, Mussolini non spaventa, infatti, la borghesia. Tutt’altro. Basta non limitarsi a leggere gli articoli pubblicati sul Popolo d’Italia, ma studiare anche le inserzioni pubblicitarie che lo sovvenzionano per capire chi lo tiene a galla (follow the money, come si sarebbe detto poi: ed è un bel metodo di indagine). Mussolini getta ami al popolo perché ha abbastanza fiuto per comprendere che non se ne può più fare a meno, ma vuole sottrarlo ai socialisti non per renderlo protagonista di un autentica lotta di emancipazione, bensì per piegarlo ai propri progetti. Quel che pensa davvero lo afferma con chiarezza in un discorso del 28 dicembre 1919: «io esalto l’individuo: tutto il resto non sono che proiezioni della sua volontà e della sua intelligenza». Ai padroni non sembra vero di aver forse trovato qualcuno che spingerà i servi a sottomettersi come è sempre stato, convincendoli però che ora sono loro a comandare.

Il progetto, però, per il momento si arena. Alle elezioni del ‘19, il fascismo non va oltre lo zero virgola e sembra già morto. Il suo radicalismo incontrollato allontana i moderati ma non riesce a sfondare fra le masse e il suo capo appare per un attimo una meteora come tante destinata a bruciarsi rapidamente. Per dare una misura della sconfitta, Mussolini (che a un certo punto aveva addirittura millantato di volersi candidare nientemeno che a Dronero per sfidare Giolitti nel suo collegio) prende 9000 voti; Turati – candidato anch’egli a Milano – ne ottiene 190 mila. Una bara col suo fantoccio gli viene fatta sfilare sotto casa la sera delle elezioni dagli ex compagni socialisti che non avevano mai digerito il suo voltafaccia di qualche anno primo. E invece è proprio qui che Mussolini si rivela straordinariamente moderno e «maestro nell’arte di spiazzare l’avversario. Quando lo si immagina sulla difensiva, attacca. É la strategia di chi sa adattare gli eventi quotidiani dentro la battaglia politica di lungo corso». Non c’è spazio a sinistra? E allora cambiamo slogan e bersagli. Non siamo un partito? E invece lo diventiamo. Questo incedere ondivago e opportunista può stupire, a prima vista, perché rivela un tratto sorprendentemente post-ideologico in colui che invece è spesso presentato da ammiratori e detrattori (per motivi diversi) come l’incarnazione stessa di una determinata ideologia – ideologia che invece subisce continui rimaneggiamenti per renderla più funzionale possibile al vero obiettivo, la ricerca (e poi il mantenimento) del potere. I fatti gli daranno ragione e nell’arco di appena tre anni, da capo di un movimento minoritario, Mussolini diventerà il più giovane Presidente del consiglio italiano (e tale rimarrà fino a Renzi).

Commenta Franzinelli che tale sviluppo, «più che svolta a destra (come si è spesso scritto), è l’inveramento dei presupposti d’ordine presenti sin dalla fondazione dei Fasci di combattimento, mescolati – nel magma diciannovista – alla fomentazione del disordine, funzionale alla destrutturazione dello Stato liberale e alla guerra guerraggiata contro la sinistra ufficiale». E questo mi fa pensare che se forse il fascismo col fez e il saluto romano è morto per sempre, non è affatto morto quel perenne diciannovismo italiano, «teppistico e sovversivamente patriottico, che mortifica e umilia gli avversari», che invoca il rispetto delle regole ma non paga le tasse, chiede test di cittadinanza ma non conosce i congiuntivi, invoca l’uomo forte ma protesta contro le mascherine. Da questo contraddittorio crogiuolo un secolo fa è venuto fuori il fascismo: nulla vieta che oggi possa produrre frutti persino peggiori.

(finito il 25 giugno 2020)

Ho parlato di


Mimmo Franzinelli
Fascismo anno zero
1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento
(Mondadori, 2019)

289 pp. | 22 €

venerdì 21 maggio 2021

Il Monte del Cattivo Consiglio

Confesso che ho faticato più del solito a tirar giù qualche considerazione su questo libro, perché ogni volta le parole impiegate mi sembravano sempre penosamente fuori luogo e maldestre in considerazione di quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati, finché mi sono reso conto che probabilmente lo sarebbero comunque state in ogni caso, dato che quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati vi accade in realtà tutti i giorni, anche quando non ci facciamo caso, da tanto, troppo tempo. C’è una frase riportata in queste pagine che sembra descrivere perfettamente la situazione: posto che «la terra d’Israele è piena di simboli a buon prezzo», ebbene, «guardate il Giordano. Sono migliaia di anni che casca dentro il mar Morto, dove non ci sono pesci né alberi, continua a cascare lì e non ne viene fuori». Con la differenza non da poco che il desolante conflitto di cui siamo testimoni non è dovuto a ragioni ancestrali risalenti all’alba dei tempi, come piacerebbe a tutti quelli che, per giustificare l’esistente e lavarsi la coscienza, proclamano ai quattro venti che nessuna pace sarà mai possibile tra israeliani e palestinesi, bensì a vicende storiche che si possono tranquillamente ricostruire e per le quali, dunque, sebbene non sia facile, si può anche negoziare una soluzione. Lo storico Ahron Bregman (nome inequivocabile), ad esempio, la racconta così, prendendo le mosse dalla Guerra dei Sei giorni: «a posteriori, si può tranquillamente affermare che il grande trionfo militare del 1967, apparso inizialmente come un momento benedetto nella storia di Israele e di fatto degli ebrei, finí per rivelarsi (...) una vittoria maledetta. Dopo essersi appropriato di quelle terre, Israele le sottopose quasi tutte a un governo militare (...) Gli israeliani assicuravano al mondo che, con la loro unica e spaventosa esperienza di che cosa significhi essere perseguitati, lo Stato ebraico avrebbe condotto un’occupazione sinceramente “illuminata” (...). Tuttavia, come è ormai sempre piú chiaro (…), un’occupazione illuminata è una contraddizione in termini (...) e con il passare del tempo l’“occupazione di Israele” si è rivelata pesantissima».

Questo libro di Amos Oz ci riporta indietro di altri vent’anni, ossia ai mesi concitati immediatamente precedenti la fine del mandato britannico e la nascita dello stato di Israele, ma a un certo punto riecheggia, in forma di monito, lo stesso concetto, dal momento che le radici di quanto accade oggi a Gaza e dintorni risalgono almeno a quel periodo: «perchè sei così ansioso che venga la guerra? Ti ho già spiegato più di una volta che la guerra è una cosa terribile anche quando la si vince. Forse riusciamo ancora a evitarla». Certo, non è probabilmente questo il libro più utile per comprendere la storia del conflitto arabo-israeliano. Non è neppure il libro più famoso di Amos Oz, né il più maturo (si tratta, anzi, di un testo relativamente giovanile, tradotto in italiano solo trent’anni dopo la sua pubblicazione originaria, quando nel frattempo Oz era diventato una delle voci più autorevoli della letteratura internazionale). Ora che sto entrando in quella fase della vita in cui si comincia a cabalizzare che gli anni che restano da vivere saranno progressivamente sempre meno di quelli che si è vissuto, e il tempo si fa per questo ancora più prezioso, mi sto impegnando ad ottimizzare le mie letture, selezionando di solito le opere più rappresentative dei singoli scrittori che ancora non conosco, per farmene almeno un’idea generale, casomai non riuscissi poi a leggere altro. Qui, invece, non è andata così e non saprei dire esattamente il perché. Forse mi ha incuriosito e spinto all’acquisto il senso di trepida attesa che la quarta di copertina annunciava come filo conduttore del trittico di racconti di cui si compone il volume. Effettivamente, a distanza di quasi un anno, fatico a ricostruire nel dettaglio la loro trama. Ma molti personaggi e l’atmosfera complessiva diffusa in ogni pagina, quelli mi son rimasti dentro. E mi sono rimasti proprio perché, attraverso gli occhi di un bambino (controfigura dell’autore stesso, che aveva nove anni nel 1948, e che come tutti i bambini di quell’età capisce e non capisce ciò che effettivamente gli sta accadendo intorno), delineano un momento in cui l’esperimento di Israele forse poteva ancora diventare un’altra cosa rispetto a ciò che poi per molti aspetti è diventato.

Nei primi decenni del Novecento sono infatti sciamati in Palestina profughi da ogni angolo del mondo, con il loro carico pesante di storie dolorose e di persecuzioni, ma anche con la speranza di un possibile riscatto. Sono «esuli ebrei» sopravvissuti alla diaspora millenaria, «quel che resta» dei figli di Abramo dopo i ghetti e i pogrom. «Quasi tutti erano sicuri che i tempi cattivi sarebbero passati, che presto sarebbe sorto lo stato ebraico e allora tutto sarebbe cambiato in meglio: quanto a loro, in fatto di sofferenze avevano già dato». Tra questi migranti, proveniente da una Germania in pieno delirio nazista, c’è anche il padre del bambino che narra la prima storia, i cui sogni di rinascita si materializzano anzitutto nella costruzione di un giardino «modesto, ragionevole e oltremodo curato», fatto di «aiuole quadrate o rettangolari fra le montagnole di sassi: isola sperduta di luminosa intelligenza nel cuore di selvatiche distese, steppe, dirupi, venti di scirocco». Sembra di essere catapultati in uno scenario post-apocalittico alla Mad Max, un paesaggio di sabbia e ruderi entro cui provare a delimitare un nuovo Eden coi rimasugli scampati ai disastri della storia. «Adesso è un sobborgo sperduto», vagheggia quest’uomo alla nascita del figlio, rivolgendosi alla moglie: «nel nostro giardino ci sono solo delle piantine. Il sole aggredisce le persiane tutto il giorno. Ma col passare degli anni questi saranno alberi veri e avremo tanta ombra. (…) Quando Hillel sarà grande e noi saremo invecchiati insieme questo sarà diventato un angolo di paradiso. Faremo un pergolato di vite (…). Faranno un centro culturale, qui, asfalteranno la strada, il quartiere sarà collegato alla città, a Gerusalemme ci sarà un governo ebraico con un esercito ebraico (…). Arriveranno immigrati dai quattro angoli del mondo», come annuncia la profezia. Con toni altrettanto ispirati un altro personaggio, proprio verso la fine del libro, immagina a sua volta che «Gerusalemme romperà i suoi argini e diventerà una grande metropoli. I vecchi scenderanno allegramente per le sue strade, alle sue porte non verrà alcun nemico minaccioso. (...). Ci saranno dei magnifici viali. Il tram elettrico collegherà un sobborgo all’altro. Spunteranno castelli e torri. Forse ci metteranno pure un fiume con sopra dei ponti. Una bella città, sarà una città serena». Qui finalmente il lupo dimorerà con l’agnello, il leone e il vitello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

«Poi tutt’a un tratto si vergognò di quel discorso (…). Una malinconia improvvisa affioro alle sue labbra. (…) “Poesia. Filosofia. Un angolo di paradiso con un pergolato di vite. Ma quando mai?”». C’è purtroppo un vizio di fondo in questo progetto, animato, almeno in parte, da buonissimi sentimenti e legittime aspirazioni – un vizio che non tutti riescono davvero a vedere o non vogliono vedere. Come quello su cui vigila Michele, anche questo sedicente paradiso viene infatti gelosamente cintato e chiuso dall’interno. Al di là della recinzione, si dice, «cominciava la terra di nessuno. C’erano terreni disseminati di rottami, polvere, odore di rovi e di feci ovine, e più avanti il uadi e le tane di sciacalli e volpi». Il problema è che tanto “di nessuno”, a ben vedere, quella terra non lo era affatto. «E laggiù pendii dove formicolavano lucertole scattanti e il serpente e forse di notte anche la iena, e dietro quel uadi c’erano le desertiche alture di calcare, e altri uadi dove arabi avvolte nelle loro tuniche scorrazzavano con le loro mandrie per tutto il giorno». E oltre ancora, «sui pendii e nella piana del Giordano, resti di città bibliche (…). Fra quelle rovine sono sparpagliati gli accampamenti delle tribù beduine, le tende fatte di pelle di capre, i pastori neri armati di coltelli. Giustizia di sangue. Le leggi elementari del deserto: amore e onore e morte. (…) Che tremenda che è (…), questa vicinanza con il deserto». Non più luogo d’elezione in cui sussurra leggero il sospiro dell’Altissimo, ma regione selvaggia abitata – così, sempre, si dice – da subumani pronti a distruggere tutto ciò che di civile si stava faticosamente costruendo al di qua del fossato. Per questo, da questa parte, si comincia a sostenere che i palestinesi «bisogna cacciarli via di qui (…). Cacciare via, respingere, che altro, che se ne vadano nel deserto, che è a quel luogo che appartengono. Qui c’è Gerusalemme (…), qui c’è la Terra d’Israele» (e fa male, fa parecchio male, che proprio lì, proprio a Gerusalemme, capiti ancora che gli altri siano apostrofati come “cani” o “animali”). E per questo stesso motivo, d’altra parte, «sui monti tutt’intorno alla città il nemico aveva piantato fortini di cemento, bunker, batterie di cannoni. E aspettava». Come racconta l’apologo di Salomone, il figlio appartiene alla mamma che non lo vuole dividere in due. L’ansia, la rabbia e il sospetto reciproco vengono progressivamente montati da una sensazione sfibrante di incertezza, destinati ad esplodere non appena gli inglesi se ne saranno andati gettando la spugna con gran dignità. Nessuno è in grado di dire se ci si sta preparando all’inizio di qualcosa di nuovo o a una devastante guerra totale.

In effetti non sembra che ci sia molto margine per l’ottimismo, se perfino uno dei più giovani personaggi qui messi in scena (tralasciando quelli più esaltati) afferma serio serio che «tutto è guerra. É così nella storia, nella Bibbia, in natura e anche nella vita. Anche in amore c’è guerra. E nell’amicizia, perfino». Eppure, in questo scenario di quiete prima della tempesta, il dottor Nussbaum dell’ospedale Hadassah e il dottor Mahdi del consiglio arabo collaborano ogni giorno per risolvere i problemi dell’approvigionamento idrico di Gerusalemme e per debellare le zanzare che infestano i sobborghi della città. E se non sempre si capiscono, tuttavia si considerano reciprocamente carissimi amici e il loro dialogo sofferto è già segno di un’intesa segreta. «Gente eccellente che siete», osserva Mahdi, «una comunità civile e illuminata, come avete fatto a farvi prendere tutti così da un’idea tremenda qual è il sionismo?». E il dottor Nussbaum si sforza di spiegargli: «Anton, ecco, in nome di Dio, fai uno sforzo, solo una volta, prova a metterti nei nostri panni». Cosa che però nessuno riesce per davvero a fare fino in fondo. Ed è paradossale, perché il potenziale cosmopolitico di questa terra, e di Gerusalemme in particolare, emerge dalla polifonia di voci in cui ci ritroviamo immersi sin dalle righe iniziali del testo. Le prime persone che parlano si esprimono «in inglese e in ebraico», poi «un coro di pionieri in camicia celeste interpretò alcuni canti folkloristici», ed erano «canti russi», mentre sul far della sera, «da oriente i rintocchi delle campane si moltiplicavano: campane alte e vaghe, campane ortodosse e campane anglicane, campane greche, abissine, romane, armene». E poi, appena fuori, «minareti in cima alle colline», da cui si può sentire l’appello quotidiano alla preghiera. Non sono bastate queste suggestive compresenze per evitare che Gerusalemme diventasse invece il luogo simbolo della divisione. Il “monte del cattivo consiglio” cui allude il titolo del libro è appunto una collina della città vecchia su cui secondo una leggenda sarebbe sorta la casa di Caifa, là dove Giuda avrebbe venduto Gesù ai capi del Sinedrio; divenuto sede, a suo tempo, del governatorato britannico, ora ospita un complesso di uffici delle Nazioni Unite, a ridosso di quello che dovrebbe essere il confine tra i due stati. Su questa rupe dal nome inquietante continua per ora a consumarsi il tradimento dello straordinario canto di Isaia che annuncia nel tempo messianico l’ascesa di tutti i popoli verso il monte del Signore, segno di una coesistenza pacifica ancorché non omologata: l’unico scenario che la parola “sionismo” dovrebbe evocare.

(finito il 21 giugno 2020)

Ho parlato di


Amos Oz
Il Monte del Cattivo Consiglio
(Feltrinelli, 2012)

232 pp. | 9 €

(ed. or.: The Hill of Evil Councel, 1976)