domenica 4 luglio 2021

Il rumore del mondo

Credo che più o meno ogni monregalese abbia sentito almeno una volta nella vita la storiella secondo cui il generale Bonaparte, non ancora primo console né tantomeno imperatore, entrato trionfalmente in Mondovì dopo la vittoria del Bricchetto, dai giardini del Belvedere avrebbe affermato o scritto di essere “nel più bel paese del mondo”. Conoscendo un po’ il personaggio, non è neppure implausibile che l’abbia detto davvero, come l’avrà detto di mille altri luoghi, e che in quel momento ci credesse perfino, perché come può non essere il paese più bello del mondo quello che si attraversa quando si è giovani e vincenti? Peraltro, almeno su tale considerazione, questo libro ci suggerisce che i due secoli non avrebbero avuto motivo di essere l’un contro l’altro armati. Infatti, pur detestando visceralmente Napoleone e i suoi uomini, «i suoi soldati, i suoi burocrati, i suoi avvocati, notai, ingegneri e medici, l’intera compagine dei suoi seguaci», gente nuova, ubriacata dal pensiero «che si possano cambiare le cose e realizzare imprese mai fatte prima» - e perciò orgogliosamente in campo anche lui al Bricchetto, ma fra le fila dei granatieri di Sardegna, «per difendere la patria contro un popolo di bottegai travestiti da soldati che si vantavano di essere un’armata» e provare a tenere su «l’ultima diga (...) prima che l’inondazione travolgesse ogni cosa» e «quella modernità così volgare e rumorosa» proveniente dalla Francia si scatenasse anche sul torpido Piemonte sabaudo – anche un uomo d’altri tempi come il marchese Casimiro di Vignon avrebbe sottoscritto convintamente il giudizio di apprezzamento per questi luoghi. Tant’è che quando il figlio Prospero gli porta in casa come nuora una ragazza inglese di cui s’era innamorato a Londra e che tornato a Torino già non ama più, nel suggerirle di trasferirsi presso la tenuta di famiglia del Mandrone, sulle colline che da Mondovì scendono verso Vico, per sottrarsi così alla sofferta convivenza col marito, non pensa affatto di farle un torto. «Era convinto che non esistesse un posto al mondo più intensamente suggestivo del Piemonte meridionale, soprattutto in quel fazzoletto di terra stretto tra le Alpi, le Langhe e la pianura. Anne avrebbe avuto giornate frizzanti, mattine ricamate di brina. Sere di stelle pungenti come capocchie di spilli. Odore di freddo, di muschio, di erbacce. Si sarebbe sottratta a interminabili ricevimenti a corte, riverenze e pettegolezzi. Al Mandrone avrebbe avuto il silenzio di una notte scura come non ne esistevano altrove e le luci violette dell’alba, cangianti come gli ellebori; il paradiso era questo e non c’era crudeltà nell’offrirlo a qualcuno». Ciò che rende per me speciali queste considerazioni è che io questo paradiso ce l’ho proprio qui intorno mentre scrivo, poiché coincide esattamente con la campagna dove vivo e in cui mi ritrovavo di nuovo immerso non appena riemergevo dalle pagine che me ne stavano parlando – fenomeno abituale forse per chi abita in paesi già benedetti dalla grande letteratura (senza andare tanto distante, la Langa di Pavese o di Fenoglio), ma per me assolutamente inedito. É qui che ho avuto il privilegio di trascorrere il lockdown dell’anno scorso, ragion per cui capisco benissimo quel che dice il vecchio Casimiro pensando ad Anne: «se davvero di esilio si tratta, è illuminato dalla bellezza».

Il problema, semmai, è che da queste parti si rischia sempre di essere qualche metro indietro rispetto al passo spedito della civiltà. Alla partenza per Londra, Prospero di Vignon riceve dal ministro d’Aglié un biglietto di felicitazioni in cui gli si dice senza tanti giri di parole «state partendo per il futuro». Ed effettivamente Londra, negli anni ‘30 del XIX secolo, è in pieno fermento: mentre nella Torino della Restaurazione erano ricomparse parrucche e codini, là tutto corre al ritmo della macchina a vapore, le merci come gli uomini come le idee. Laggiù «tutto luccica, le vetrine, i mantici delle carrozze, il dorso dei cavalli intriso di pioggia. Tutto è splendore. Tutto è moderno». C’è curiosità e simpatia verso l’Italia, ma è una curiosità, come spesso capita, da cartolina: gli inglesi «credono a qualsiasi cosa, perché vogliono sentirsi dire che la Penisola è tutta un chiaroscuro, drammatica e pericolosa ma anche pittoresca e soave». Non per nulla i librai di Barnes Street, insieme alle opere di Alfieri e Foscolo, si fanno spedire «casse di vino, salumi e prosciutti, che rivendevano con un piccolo sovrapprezzo». Benedetta Cibrario, che ha diviso parti significative della sua vita adulta tra Torino e Londra, deve aver percepito in prima persona questo contrasto nella sua perdurante attualità e l’ha sviluppato in un libro avvincente che, a scanso di equivoci, fin dal risvolto di copertina viene definito “romanzo-romanzo”, perché di ottocentesco ha non solo l’ambientazione, ma anche l’impianto, che mescola narrazione in terza persona, scambi epistolari e sezioni di diario, la descrizione puntuale dei sentimenti e degli ambienti, una spiccata attenzione per il retroterra sociale degli eventi, come se l’autrice avesse voluto provare a raccontare l’Italia preunitaria con le parole che avrebbero potuto usare una Jane Austen, un Dickens, uno Stendhal o un Balzac se mai fossero stati italiani (il Grande Romanzo Italiano, si sa, mette invece le questioni a distanza, ambientandole nel Seicento, anche se le due epoche sono legate insieme coi fili di seta prodotti nelle manifatture prealpine). Poi, certo, un conto è descrivere dei processi in corso, offrendone un’interpretazione in presa diretta che diventa anche fonte preziosa per i posteri, un conto è ricostruire centosettant’anni dopo uno scenario a partire da quelle fonti, tuttavia il risultato finale è tutt’altro che disprezzabile, in quanto, al di là dell’indiscutibile valore narrativo, il racconto del matrimonio fallimentare tra un altezzoso aristocratico piemontese e la brillante figlia di un ricco mercante inglese di stoffe offre una rappresentazione abbastanza verosimile di quelle dinamiche che da un po’ di tempo a questa parte sono state sottolineate anche dalla storiografia - e cioè che il Risorgimento italiano, prima ancora che dalle guerre di indipendenza, è stato innescato dal rinnovamento delle tecniche agricole e manifatturiere e che l’opera intrapresa da Cavour nelle sue terre di Leri non è stata meno importante di quella svolta poi come primo ministro del Regno, anzi è strettamente connessa con essa.

Il “rumore del mondo” è appunto quello che a un certo punto comincia ad arrivare perfino qui, alla periferia dell’impero, nella sonnacchiosa provincia granda. É sempre il marchese Casimiro a percepirlo nitidamente: «aveva visto avvicendarsi al potere re, consoli, prefetti, imperatori, altri re; cravatte alte, basse, zimarre, parrucche, spadini; non era così sordo da non sentire ovunque un brusio sotterraneo, un intreccio di voci nuove, mai avvertite prima; e non era così cieco da non vedere gli sguardi del mondo che puntavano verso orizzonti ignoti. Qualcuno continuava a voltarsi indietro, nella speranza che il passato potesse fare da scudo contro le incognite del futuro; qualcun altro confidava nel domani; c’era chi tesseva e chi disfaceva la tela, chi tirava i fili e chi li svolgeva. Contro questo rumore del mondo non aveva difese adeguate; temeva che tutta la complessa architettura del secolo – quella in cui si sentiva protetto e al sicuro – gli sarebbe crollata addosso, come aveva visto crollare la sua quercia scavati dai tarli: un involucro vuoto che al primo colpo di accetta si era schiantato a terra con un boato». Eppure quest’uomo già incamminato verso la vecchiaia, che deplora la velocità garantita dai più recenti piroscafi perché «uno dei vantaggi della distanza è che ciò che è troppo dissimile da noi possa restare lontano a sufficienza», e che ha passato la vita a litigare con la moglie ginevrina perché lei considerava sepolcrale quell’atmosfera torinese che per lui era invece, fin nella topografia «regolare, logica, mai scalena» della città, la quintessenza dell’ordine e della «società gerarchica, ordinata e ubbidiente, che aveva conosciuto da bambino», quest’uomo che si vestirà a lutto il giorno in cui Carlo Alberto concederà lo Statuto, ecco, persino lui finisce per essere coinvolto da tutto questo sommovimento e cede almeno in parte alle sirene dell’epoca presente, arrivando a considerare il figlio, totalmente sordo a questi richiami, come «un pollone nato da una vecchia radice, all’apparenza pieno di gioventù e vigore, ma in realtà un getto sterile, di quelli che i giardinieri recidono al piede». Di ben altra tempra è Enrico Verra, un audace imprenditore monregalese «convinto che in tutte le cose può nascondersi un “oltre”» e che mettendo insieme competenza tecnica, visione del mondo e intraprendenza si possa letteralmente fare tutto: «non è appassionante? Non è il futuro, questo?». Verra ha in mente di costruire «la prima grande fabbrica del Piemonte meridionale», «un edificio solido e multipiano. Grandi navate, come in una cattedrale», «una cattedrale di seta», ma per farlo ha bisogno di capitali e di entrature, che Casimiro, lungamente corteggiato, infine gli concede, attratto dall’idea di lasciarsi per un attimo trascinare anche lui dal «vento del secolo». Non si tratta solo di soldi, nota infatti Verra - «il punto è che non possiamo restare indietro. Non sentite l’energia che c’è nell’aria?».

L’Ottocento è «un secolo ridondante, enfatico; meravigliosamente ingenuo», ma è anche «il secolo che vede il mondo diventare contemporaneo», con un salto mortale durato lo spazio di una sola generazione – e per questo, accanto alle sue magnifiche promesse, esso squaderna anche le contraddizioni che caratterizzano ancora il nostro tempo, come ricchi che diventano sempre più ricchi mentre i poveri diventano sempre più poveri e invenzioni nate per liberare gli uomini che si trasformano in strumenti di rinnovata schiavitù. Significativamente, il romanzo si conclude nel 1848, e cioè appena all’inizio del percorso che avrebbe cercato di dare un’adeguata cornice istituzionale a tutte queste trasformazioni, per lo meno in Italia. Questo finale aperto mi pare un modo indiretto per alludere al fatto che ora il problema si pone in un certo senso di nuovo, benché su scala più ampia. Non vorrei forzare troppo le cose, ma mi sembra che il messaggio tendenzialmente ottimistico proposto da questo libro sia in fondo il seguente: niente paura, anche i sovranisti apparentemente più incalliti, nel momento stesso in cui usano i social network o progettano – per dire – improbabili coalizioni a livello europeo, stanno involontariamente contribuendo al superamento dell’ordine che vorrebbero difendere, perché ne stanno già accettando di fatto le regole, anche se dicono il contrario. Chissà se Londra detta ancora la linea del futuro e se un’italiana d’Inghilterra come la Cibrario, pur parlando del passato, ne abbia davvero fiutato qualche anticipazione.

(finito il 20 luglio 2020)

Ho parlato di


Benedetta Cibrario
Il rumore del mondo
(Mondadori, 2018)

756 pp. | 22 €

lunedì 21 giugno 2021

Uomini e no

Da ragazzo, quando di solito la scuola te li propone da leggere, ho furtivamente aggirato diversi classici romanzi di iniziazione repubblicana, non certo per ragioni ideologiche, quanto per motivi – in senso lato – estetici e ingenuamente storicistici. Mi appassionavano di più altri generi e temevo, a torto o a ragione, che non avrei potuto capire appieno quei libri senza adeguata contestualizzazione: un problema che invece non mi ponevano, per dire, astronavi e imperi galattici, ma neppure metamorfosi e altre inquisizioni (a ripensarci oggi, a posteriori, se non fosse che non sono mai stato un tolkieniano e che in provincia certe cose non si notavano molto, avrei potuto anche essere scambiato, in certi momenti, per un simpatizzante del Fronte della Gioventù). Una simile negligenza ha lasciato oggettivamente qualche buco nella mia formazione di cittadino, ma mi ha anche consentito e mi consente tuttora di accostare alcuni di questi testi, da adulto, con la curiosità che nasce da un autentico bisogno intellettuale e non solo per onorare un sia pur rispettabilissimo rito civile. Questo discorso vale ad esempio per certi scritti di Calvino, di Fenoglio, di Rigoni Stern e vale anche per quello che è forse il prototipo di tutti i romanzi partigiani, pubblicato da Vittorini a Liberazione appena avvenuta e letto da me solo ora (dove “ora” è un anno fa), il cui titolo è stato spesso interpretato come espressione di una concezione manichea della guerra, tipica di chi vi era appunto uscito da pochissimo (e che quando scriveva queste pagine, peraltro, era ancora un braccato), e perciò rappresentativa anche di un certo modo, diciamo “canonico”, di intendere la Resistenza. Quindici anni più tardi un altro illustre siciliano avrebbe reso celebre una diversa, più ambigua, classificazione della specie in umanità propriamente detta e altre sue pittoresche e meno nobili varianti. Ma quella sarebbe stata già un’altra Italia, torbida e disillusa, maculata di infinite zone grigie. No, al tempo delle scelte di campo nette e luminose l’alternativa non poteva non essere secca: di qua gli uomini, i veri uomini, la civiltà; di là le bestie, i mostri, la barbarie – da cui la formula apposta in copertina.

So che insospettabili intellettuali hanno avallato questa chiave di lettura, ed è anche per provare a capire se si tratta di un’intuizione felice o di un abbaglio che mi sono deciso infine a leggere il libro. Quell’interpretazione, infatti, legittima la facile critica secondo cui il modo di ragionare che vi è sotteso non sarebbe altro che il rovescio speculare e altrettanto malsano del modo di ragionare attribuibile alle “bestie”: possiamo infatti immaginarci una discriminazione più feroce tra “uomini e no” di quella esercitata nei campi di sterminio nazisti? O, per restare nei confini di questo romanzo (che racconta le azioni di una banda partigiana nella Milano occupata di inizio ‘44), ci si può immaginare logica più perversa di quella che spinge il generale tedesco Clemm a decretare per rappresaglia la fucilazione di centodieci prigionieri – nell’ordine di dieci a uno – dopo un attentato in cui erano morti nove tedeschi e due cani, «il miglior alano della Gestapo. E (…) la mia cagna Greta»? La stessa logica che lo indurrà a far sbranare da altri cani il povero ambulante Giulaj, responsabile involontario della morte di Greta, dopo averlo denudato e sottoposto a un maligno interrogatorio, al termine di una sequenza che per tensione narrativa brilla di luce propria all’interno dell’opera, al punto che avrebbe potuto tranquillamente essere presentata come un racconto a sé stante ed assumere, da sola, il posto centrale che nella memoria resistenziale ha occupato l’intero libro. Che razza di uomo è quello per cui la vita di un altro uomo vale meno di quella di un cane? É un uomo che ragiona così: «per ogni tedesco che muore noi uccidiamo dieci persone. Siamo novanta milioni di tedeschi. Prima di morire in novanta milioni noi dovremmo uccidere novecento milioni di persone. Ci sono nel mondo novecento milioni di persone? Non ci sono. La Germania non può morire». E quando gli fanno notare che in effetti ci sarebbero i cinesi e gli indiani, risponde «i cinesi non contano (…). Gli indiani non contano». Uomini e no, appunto.

Ora, che la denuncia di simili brutalità sia uno dei temi portanti del libro è innegabile. Ed è innegabile che Vittorini tenda effettivamente a contrapporre «chi ha freddo, (…) chi è malato, (…) chi è perseguitato, (…) chi viene ucciso», chi – in un modo o nell’altro – è offeso nella sua dignità di uomo e lotta per liberarsi dall’oppressione a chi invece offende, opprime, calpesta la dignità altrui, scegliendo di essere lupo per il suo simile. Adottando un tono a tratti oracolare egli sembra anzi presentare la guerra tra nazifascisti e partigiani (anzi, patrioti, come si diceva allora, a fresco) semplicemente come l’ultimo episodio in ordine di tempo di un conflitto che si riproporrebbe continuamente nella storia: da una parte il Gap, «come qui da noi si chiama ora, e comunque altrove si è chiamato», dall’altra Cane Nero, un ufficiale tedesco dei più spietati, che in realtà «è tutti i cani che sono stati, è nella Bibbia e in ogni storia antica, in Macbeth e Amleto, in Shakespeare e nel giornale d’oggi». E tuttavia, se accentua questo contrasto, eternizzandolo, è per focalizzare meglio – mi pare – un altro problema, che sembra in effetti ribaltare la schematica interpretazione di cui sopra. Questo essere bistrattato, schiacciato, ferito, quello stesso essere che Primo Levi avrebbe provocatoriamente domandato se fosse ancora da considerarsi un uomo, ebbene sì, su ciò non abbiamo dubbi (o per lo meno non li aveva Vittorini), «questo è l’uomo». «Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo» - come sulla via del Calvario (per quanto, a dirla tutta, il risvolto più sconcertante dell’episodio di Giulaj è proprio l’indifferente inerzia con cui i soldati repubblichini, persone come tante, non migliori né peggiori di altre, ne osservano la morte, come un fatto che sì, un po’ disturba, ma che ci vuoi fare, in fondo è la guerra, e poi «quei cani poliziotto valgono molto»...). «Ma l’offesa in se stessa? É altro dall’uomo? É fuori dall’uomo? Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?».

Questo, insomma, è il dilemma: «noi vogliamo sapere (…) se è nell’uomo quello che essi fanno quando offendono (...) se è nell’uomo quello che noi, di quanto essi fanno, non faremmo». Stentiamo a volerlo ammettere, perché ciò implica una profonda revisione di tutti i bei discorsi che ci siamo fatti sulle nobili concezioni di “umanesimo” e di “umanità” – e in questo modo Vittorini offre il suo contributo a un importante dibattito filosofico del secondo dopoguerra - ma come potrebbero costoro fare tutto quello che fanno se quello che fanno non provenisse anch’esso dal cuore dell’uomo? «Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro». Facile appioppare l’etichetta di “mostro” al killer – facile e deresponsabilizzante, poiché il “mostro” è l’eccezione, l’anomalia, è tutto quello che noi ci figuriamo di non essere. “Uomini e no”, invece, possiamo esserlo tutti, in ogni momento. Potrebbe suonare come un colpo di spugna – tutti colpevoli, nessun colpevole – ma io la leggo in modo leggermente diverso: l’uomo, quando offende, non è snaturato da una qualche forza esteriore che lo plagi e lo manipoli, trasformandolo in qualcosa d’altro; quando offende, l’uomo è non meno uomo di quando è offeso, poiché le possibili motivazioni che ci spingono all’offesa sono già presenti da sempre in noi e ribollono appena sotto la superficie della routine quotidiana; per questo, in realtà, è ancora più odioso il comportamento e ancora più grande la responsabilità degli apprendisti stregoni che, anziché contenerle, solleticano tali pulsioni per calcolo politico, conferendo loro un’indebita sacralità con un seducente rivestimento ideale.

Fateci caso. Chi offende, soprattutto chi offende in grande stile, sventola sempre la grande causa che lo giustificherebbe davanti alla storia. Paradossalmente, quelli che sembrano non avere ideali molto definiti sono invece proprio i gappisti protagonisti del romanzo, a cominciare dal loro capitano, presentato solo con quel curioso nome di battaglia – Enne2 – che può stare effettivamente per qualunque uomo: una figura tormentata, complessa, sfuggente, interiormente desertificata, sospeso tra l’amore impossibile per una donna già sposata e una lotta di cui a un certo punto non capisce più il significato. Quanto ai suoi sottoposti, «tutti questi uomini erano semplici, erano pacifici (…). Essi avevano, ognuno, una famiglia: un materasso su cui volevano dormire, piatti e posate in cui volevano mangiare, una donna con cui volevano stare; e i loro interessi non andavano molto più in là di questo, erano come i loro discorsi. Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?». A differenza dei soldati tedeschi, che potevano contare sulla copertura del proprio Stato, «questi uomini non avevano dietro niente che li costringesse, niente che prendesse su di sé quello che loro facevano. Restava dentro a loro quello che loro facevano. (…) Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza aver niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano?». Nessuno di loro vuole la morte, tanto meno se bella. Nessuno vorrebbe uccidere, neanche per la rivoluzione. E allora perché muoiono, perché uccidono? All’esibita grandiosità di chi ha scambiato la guerra per la ricerca del Santo Graal e descrive perciò con accenti mistici la carneficina in corso viene contrapposta una disarmante, persino banale, richiesta di normalità. «Che senso avrebbe il nostro lavoro se gli uomini non potessero essere felici? (…) Avrebbero un senso tutte le nostre cospirazioni? (…) C’è qualcosa al mondo che avrebbe un senso? (…) No. No. Bisogna che gli uomini possano essere felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici». In fondo non si desidera nient’altro che un po’ di tranquillità. Mi pare illuminante che descrivendo la mattina in cui Milano si sveglia e scopre le vittime innocenti dell’ennesimo massacro nazifascista (altra scena madre, altro episodio che avrebbe potuto perfettamente funzionare da solo), Vittorini dica che nei volti dei morti «vi era soltanto serietà, e la ferocia che è della serietà». La scelta delle parole non è casuale, anzi viene ribadita affermando che quei morti sono «morti per una vita che sia più seria». Come se domandassero, esibendo il proprio corpo violato ai fascisti: no, seriamente, ma è davvero questo il vostro obiettivo, è davvero questo il mondo che avete in mente? E allora «questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre, e non dovesse esservi mai altro che resistere. (…) E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione». Resistere, s'intende, ai tentativi sempre risorgenti di instaurare il paradiso in terra su fondamenta impastate di sangue umano.

Con ciò non sono del tutto risolte le ambiguità. L’ultima pagina presenta un giovane operaio appena reclutato fra i partigiani che non riesce ad uccidere un soldato tedesco quando se lo trova di fronte praticamente indifeso. «Lo vide non nell’uniforme, ma come poteva essere stato: indosso panni di lavoro umano, sul capo un berretto da miniera», e in un certo senso è come se nell’altro vedesse riflesso se stesso. Si limita perciò a rubargli la moto e a darle fuoco, poco distante, salvo poi sentirsi in dovere di giustificarsi coi compagni e concludere «imparerò meglio» - che sono le parole, un po’ inquietanti data la situazione, con cui il romanzo si chiude, oscurando d’un tratto quella ch’era apparsa per un attimo una possibile via d’uscita dal massacro attraverso il reciproco riconoscimento. Ma sono proprio queste ambiguità a scagionare Vittorini dall’accusa di spocchiosa superiorità morale. Il libro, lo si sarà capito, è al contrario irrisolto e pensoso, carico di tutti i dubbi che potevano gravare sulla coscienza di un partigiano pur convinto della bontà della propria causa – e semmai il suo limite sta proprio nel non essere pienamente riuscito ad amalgamare una narrazione di ritmo hemingwayano (che, come detto, ha momenti di alto livello e oltretutto ha il pregio di raffigurare quella Resistenza urbana così diversa da quella di Langa o di montagna a cui forse siamo più abituati) con gli intermezzi riflessivi e persino lirici in cui l’autore prende la parola per chiosare quanto succede - intermezzi che spezzano quel ritmo, generando continue dissonanze. Come uno strano ibrido, Uomini e no mi sembra più significativo come indizio del travaglio che l’ha ispirato che non per la qualità letteraria complessiva del prodotto finale. Ma posso io - proprio io - imputare a qualcuno di essere stato troppo concettoso?

(finito il 28 giugno 2020)

Ho parlato di


Elio Vittorini
Uomini e no
(GEDI 2020)

192 pp. | 7,90 €
Collana "Storie di Resistenza" vol. 4

(ed. or., 1945)




domenica 6 giugno 2021

Fascismo anno zero

«Il 23 marzo non si fonderà un partito, ma si darà una spinta a un movimento e si fisserà una meta. (…) Il 23 marzo sarà creato l’anti-partito, (...) che far[à] fronte contro due pericoli: quello misoneistico di destra e quello distruttivo di sinistra. Sarà fissato un programma di pochi punti, ma precisi e radicali...». Ogni volta che rileggo queste righe resto basito. Ma come? L’ideale dell’anti-partito e la preferenza accordata al termine “movimento”, l’intenzione di andare oltre i vecchi schematismi di destra e sinistra, la sbandierata radicalità di pochi temi inderogabili che dovrebbero avere la precedenza su tutto il resto: se non fosse per lo stile demodé, potrebbe tranquillamente trattarsi dell’atto di convocazione del primo Vaffa-day con l’indicazione delle sue cinque stelle identitarie. E invece quelli citati sono estratti da alcuni articoli del Popolo d’Italia che annunciano, nel 1919, l’imminente e ovviamente «solenne» adunata da cui sarebbero nati, a Milano, i Fasci di combattimento. L'autore di tali proclami è l’allora trentaseienne Benito Mussolini, che provava in questo modo a ritagliarsi uno spazio di manovra nel caotico clima post-bellico per trasformare il diffuso ma generico malcontento di quei giorni in onda d’urto politica capace di dare una spallata definitiva al moribondo Stato liberale e alle imbolsite cariatidi che lo rappresentavano, non ancora raggiunte dalla consapevolezza che il loro tempo si era ormai compiuto.

L’idea alla base di questo disegno è semplice: la guerra ha scompaginato tutte le carte e quelli che a suo tempo l’hanno voluta e l’hanno fatta ora hanno il diritto e il dovere di guidare il Paese anche in tempo di pace. L’avanguardia di questa “trincerocrazia” (come la chiama lui) non ha bisogno di statuti, né di regolamenti, e men che meno di discussioni («tutto ciò è roba di partito», appunto). Quel che occorre, piuttosto, è la disponibilità a porsi «in una persistente mobilitazione», per prolungare lo sforzo militare e la sua connaturata violenza, indirizzandoli questa volta verso i nemici interni, allo scopo di produrre un «disordine creativo» che porti infine all’instaurazione di «uno Stato di tipo nuovo, radicato nelle masse» e sorretto da forze fresche. Si tratta di una miscela altamente esplosiva, a cui - in mancanza di una coerente linea ideologica (d’altronde «noi fascisti non abbiamo dottrine precostituite, la nostra dottrina è il fatto», sostiene un Mussolini che non ha ancora incontrato Gentile) – si è dato il nome di «diciannovismo» e in cui, per lo stesso motivo, si può trovare tutto e il contrario di tutto, come mostrano emblematicamente le schede biografiche dedicate da Franzinelli a ciascuno di quelli che sarebbero effettivamente stati presenti quel 23 marzo a piazza San Sepolcro (da cui “sansepolcrismo”, come sinonimo stesso di questo protofascismo urbano e “movimentista”). «Il fascismo delle origini mescola estremismo di destra e radicalismo di sinistra, in un dinamismo urlato e spericolato alla ricerca di sbocchi traumatici, sovvertitori degli assetti istituzionali»: fra quanti condividevano questo ribellismo anarcoide troviamo il capo degli Arditi Ferruccio Vecchi e l’ideologo del futurismo Marinetti, uomini dai cognomi importanti come un nipote di Garibaldi e il figlio di Cesare Battisti, troviamo chi sarebbe stato fucilato dai partigiani e chi sarebbe morto democristiano. Ma troviamo anche alcuni insospettabili come Pietro Nenni e Arturo Toscanini (che addirittura nelle liste del Fascio si sarebbe candidato alle elezioni del novembre ‘19). Non per nulla, nel corso del Ventennio, sulla memoria di quella giornata si sarebbe poi giocata una partita fatta di rimozioni, falsificazioni e rielaborazioni perché sarebbe stato un po’ imbarazzante per il fascismo trionfante riconoscere un tale guazzabuglio come suo atto fondativo (cosa invece interessantissima per lo storico).

In quel miscuglio, tuttavia, l’intraprendente Mussolini del 1919 ci sguazza pienamente a suo agio, poiché ritiene (con qualche ragione) di essere l’unico in grado di poter dare a tali proteste una qualche prospettiva di ampio respiro. Ciò a cui pensa, in quel momento, è una «costituente combattentista» che possa presentarsi come unico soggetto autorizzato a istituire un nuovo patto sociale, ma lo sviluppo tecnologico ci permette oggi di comprendere più chiaramente che ciò che effettivamente si sforzava di realizzare non era altro che una community ante litteram (ed è soprattutto in questo che le odierne bestie della comunicazione gli sono – forse involontariamente - più debitrici). A tale scopo, non avendo ancora a disposizione i moderni social network, Mussolini si serve come tribuna del suo giornale, mettendo a punto tecniche così innovative da essere tuttora ampiamente sfruttate dalla stampa italiana di destra (e non solo), come il titolo shock, l’apostrofe violenta e soprattutto la storpiatura derisoria dei nomi degli avversari (per cui, ad esempio, Nitti diventa «Sua Indecenza Cagoia», «il ministro della fogna», mentre Giolitti è descritto come una «malvagia carogna»). In questo modo, il futuro Duce «accentua il decadimento della vita pubblica irridendo governanti e oppositori, per mostrare – nell’incapacità degli interlocutori di reggere il livello dello scontro – la debolezza di questi e l’irresolutezza di quelli», in un gioco al massacro che si nutre di quel tipo di chiassate ancora tanto praticate da molti dannunzianetti armati di smartphone. Altrettanto impressionanti sono i temi agitati, soprattutto se li si scorre col senno di poi. Mussolini tiene in quei mesi comizi infervorati in cui propone, tra le altre cose, «l’instaurazione della Repubblica, assemblea rappresentativa di reduci e lavoratori per deliberare le otto ore giornaliere, livelli minimi salariali, il coinvolgimento delle maestranze nella gestione aziendale, coinvolgimento sindacale alle trattative di pace europee». E ancora: confische dei beni ecclesiastici, decimazioni delle ricchezze e persino – udite udite – una «energica tassazione sulle eredità». Quelli che oggi tengono il suo busto sul comodino e gli rivolgono le orazioni serali rabbrividirebbero al pensiero. Quelli che all’epoca avevano orecchie per intendere, invece, non si scomposero più di tanto. Nonostante i proclami e le accuse sistematiche rivolte ai pescicani della finanza arricchitisi durante la guerra, Mussolini non spaventa, infatti, la borghesia. Tutt’altro. Basta non limitarsi a leggere gli articoli pubblicati sul Popolo d’Italia, ma studiare anche le inserzioni pubblicitarie che lo sovvenzionano per capire chi lo tiene a galla (follow the money, come si sarebbe detto poi: ed è un bel metodo di indagine). Mussolini getta ami al popolo perché ha abbastanza fiuto per comprendere che non se ne può più fare a meno, ma vuole sottrarlo ai socialisti non per renderlo protagonista di un autentica lotta di emancipazione, bensì per piegarlo ai propri progetti. Quel che pensa davvero lo afferma con chiarezza in un discorso del 28 dicembre 1919: «io esalto l’individuo: tutto il resto non sono che proiezioni della sua volontà e della sua intelligenza». Ai padroni non sembra vero di aver forse trovato qualcuno che spingerà i servi a sottomettersi come è sempre stato, convincendoli però che ora sono loro a comandare.

Il progetto, però, per il momento si arena. Alle elezioni del ‘19, il fascismo non va oltre lo zero virgola e sembra già morto. Il suo radicalismo incontrollato allontana i moderati ma non riesce a sfondare fra le masse e il suo capo appare per un attimo una meteora come tante destinata a bruciarsi rapidamente. Per dare una misura della sconfitta, Mussolini (che a un certo punto aveva addirittura millantato di volersi candidare nientemeno che a Dronero per sfidare Giolitti nel suo collegio) prende 9000 voti; Turati – candidato anch’egli a Milano – ne ottiene 190 mila. Una bara col suo fantoccio gli viene fatta sfilare sotto casa la sera delle elezioni dagli ex compagni socialisti che non avevano mai digerito il suo voltafaccia di qualche anno primo. E invece è proprio qui che Mussolini si rivela straordinariamente moderno e «maestro nell’arte di spiazzare l’avversario. Quando lo si immagina sulla difensiva, attacca. É la strategia di chi sa adattare gli eventi quotidiani dentro la battaglia politica di lungo corso». Non c’è spazio a sinistra? E allora cambiamo slogan e bersagli. Non siamo un partito? E invece lo diventiamo. Questo incedere ondivago e opportunista può stupire, a prima vista, perché rivela un tratto sorprendentemente post-ideologico in colui che invece è spesso presentato da ammiratori e detrattori (per motivi diversi) come l’incarnazione stessa di una determinata ideologia – ideologia che invece subisce continui rimaneggiamenti per renderla più funzionale possibile al vero obiettivo, la ricerca (e poi il mantenimento) del potere. I fatti gli daranno ragione e nell’arco di appena tre anni, da capo di un movimento minoritario, Mussolini diventerà il più giovane Presidente del consiglio italiano (e tale rimarrà fino a Renzi).

Commenta Franzinelli che tale sviluppo, «più che svolta a destra (come si è spesso scritto), è l’inveramento dei presupposti d’ordine presenti sin dalla fondazione dei Fasci di combattimento, mescolati – nel magma diciannovista – alla fomentazione del disordine, funzionale alla destrutturazione dello Stato liberale e alla guerra guerraggiata contro la sinistra ufficiale». E questo mi fa pensare che se forse il fascismo col fez e il saluto romano è morto per sempre, non è affatto morto quel perenne diciannovismo italiano, «teppistico e sovversivamente patriottico, che mortifica e umilia gli avversari», che invoca il rispetto delle regole ma non paga le tasse, chiede test di cittadinanza ma non conosce i congiuntivi, invoca l’uomo forte ma protesta contro le mascherine. Da questo contraddittorio crogiuolo un secolo fa è venuto fuori il fascismo: nulla vieta che oggi possa produrre frutti persino peggiori.

(finito il 25 giugno 2020)

Ho parlato di


Mimmo Franzinelli
Fascismo anno zero
1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento
(Mondadori, 2019)

289 pp. | 22 €

venerdì 21 maggio 2021

Il Monte del Cattivo Consiglio

Confesso che ho faticato più del solito a tirar giù qualche considerazione su questo libro, perché ogni volta le parole impiegate mi sembravano sempre penosamente fuori luogo e maldestre in considerazione di quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati, finché mi sono reso conto che probabilmente lo sarebbero comunque state in ogni caso, dato che quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati vi accade in realtà tutti i giorni, anche quando non ci facciamo caso, da tanto, troppo tempo. C’è una frase riportata in queste pagine che sembra descrivere perfettamente la situazione: posto che «la terra d’Israele è piena di simboli a buon prezzo», ebbene, «guardate il Giordano. Sono migliaia di anni che casca dentro il mar Morto, dove non ci sono pesci né alberi, continua a cascare lì e non ne viene fuori». Con la differenza non da poco che il desolante conflitto di cui siamo testimoni non è dovuto a ragioni ancestrali risalenti all’alba dei tempi, come piacerebbe a tutti quelli che, per giustificare l’esistente e lavarsi la coscienza, proclamano ai quattro venti che nessuna pace sarà mai possibile tra israeliani e palestinesi, bensì a vicende storiche che si possono tranquillamente ricostruire e per le quali, dunque, sebbene non sia facile, si può anche negoziare una soluzione. Lo storico Ahron Bregman (nome inequivocabile), ad esempio, la racconta così, prendendo le mosse dalla Guerra dei Sei giorni: «a posteriori, si può tranquillamente affermare che il grande trionfo militare del 1967, apparso inizialmente come un momento benedetto nella storia di Israele e di fatto degli ebrei, finí per rivelarsi (...) una vittoria maledetta. Dopo essersi appropriato di quelle terre, Israele le sottopose quasi tutte a un governo militare (...) Gli israeliani assicuravano al mondo che, con la loro unica e spaventosa esperienza di che cosa significhi essere perseguitati, lo Stato ebraico avrebbe condotto un’occupazione sinceramente “illuminata” (...). Tuttavia, come è ormai sempre piú chiaro (…), un’occupazione illuminata è una contraddizione in termini (...) e con il passare del tempo l’“occupazione di Israele” si è rivelata pesantissima».

Questo libro di Amos Oz ci riporta indietro di altri vent’anni, ossia ai mesi concitati immediatamente precedenti la fine del mandato britannico e la nascita dello stato di Israele, ma a un certo punto riecheggia, in forma di monito, lo stesso concetto, dal momento che le radici di quanto accade oggi a Gaza e dintorni risalgono almeno a quel periodo: «perchè sei così ansioso che venga la guerra? Ti ho già spiegato più di una volta che la guerra è una cosa terribile anche quando la si vince. Forse riusciamo ancora a evitarla». Certo, non è probabilmente questo il libro più utile per comprendere la storia del conflitto arabo-israeliano. Non è neppure il libro più famoso di Amos Oz, né il più maturo (si tratta, anzi, di un testo relativamente giovanile, tradotto in italiano solo trent’anni dopo la sua pubblicazione originaria, quando nel frattempo Oz era diventato una delle voci più autorevoli della letteratura internazionale). Ora che sto entrando in quella fase della vita in cui si comincia a cabalizzare che gli anni che restano da vivere saranno progressivamente sempre meno di quelli che si è vissuto, e il tempo si fa per questo ancora più prezioso, mi sto impegnando ad ottimizzare le mie letture, selezionando di solito le opere più rappresentative dei singoli scrittori che ancora non conosco, per farmene almeno un’idea generale, casomai non riuscissi poi a leggere altro. Qui, invece, non è andata così e non saprei dire esattamente il perché. Forse mi ha incuriosito e spinto all’acquisto il senso di trepida attesa che la quarta di copertina annunciava come filo conduttore del trittico di racconti di cui si compone il volume. Effettivamente, a distanza di quasi un anno, fatico a ricostruire nel dettaglio la loro trama. Ma molti personaggi e l’atmosfera complessiva diffusa in ogni pagina, quelli mi son rimasti dentro. E mi sono rimasti proprio perché, attraverso gli occhi di un bambino (controfigura dell’autore stesso, che aveva nove anni nel 1948, e che come tutti i bambini di quell’età capisce e non capisce ciò che effettivamente gli sta accadendo intorno), delineano un momento in cui l’esperimento di Israele forse poteva ancora diventare un’altra cosa rispetto a ciò che poi per molti aspetti è diventato.

Nei primi decenni del Novecento sono infatti sciamati in Palestina profughi da ogni angolo del mondo, con il loro carico pesante di storie dolorose e di persecuzioni, ma anche con la speranza di un possibile riscatto. Sono «esuli ebrei» sopravvissuti alla diaspora millenaria, «quel che resta» dei figli di Abramo dopo i ghetti e i pogrom. «Quasi tutti erano sicuri che i tempi cattivi sarebbero passati, che presto sarebbe sorto lo stato ebraico e allora tutto sarebbe cambiato in meglio: quanto a loro, in fatto di sofferenze avevano già dato». Tra questi migranti, proveniente da una Germania in pieno delirio nazista, c’è anche il padre del bambino che narra la prima storia, i cui sogni di rinascita si materializzano anzitutto nella costruzione di un giardino «modesto, ragionevole e oltremodo curato», fatto di «aiuole quadrate o rettangolari fra le montagnole di sassi: isola sperduta di luminosa intelligenza nel cuore di selvatiche distese, steppe, dirupi, venti di scirocco». Sembra di essere catapultati in uno scenario post-apocalittico alla Mad Max, un paesaggio di sabbia e ruderi entro cui provare a delimitare un nuovo Eden coi rimasugli scampati ai disastri della storia. «Adesso è un sobborgo sperduto», vagheggia quest’uomo alla nascita del figlio, rivolgendosi alla moglie: «nel nostro giardino ci sono solo delle piantine. Il sole aggredisce le persiane tutto il giorno. Ma col passare degli anni questi saranno alberi veri e avremo tanta ombra. (…) Quando Hillel sarà grande e noi saremo invecchiati insieme questo sarà diventato un angolo di paradiso. Faremo un pergolato di vite (…). Faranno un centro culturale, qui, asfalteranno la strada, il quartiere sarà collegato alla città, a Gerusalemme ci sarà un governo ebraico con un esercito ebraico (…). Arriveranno immigrati dai quattro angoli del mondo», come annuncia la profezia. Con toni altrettanto ispirati un altro personaggio, proprio verso la fine del libro, immagina a sua volta che «Gerusalemme romperà i suoi argini e diventerà una grande metropoli. I vecchi scenderanno allegramente per le sue strade, alle sue porte non verrà alcun nemico minaccioso. (...). Ci saranno dei magnifici viali. Il tram elettrico collegherà un sobborgo all’altro. Spunteranno castelli e torri. Forse ci metteranno pure un fiume con sopra dei ponti. Una bella città, sarà una città serena». Qui finalmente il lupo dimorerà con l’agnello, il leone e il vitello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

«Poi tutt’a un tratto si vergognò di quel discorso (…). Una malinconia improvvisa affioro alle sue labbra. (…) “Poesia. Filosofia. Un angolo di paradiso con un pergolato di vite. Ma quando mai?”». C’è purtroppo un vizio di fondo in questo progetto, animato, almeno in parte, da buonissimi sentimenti e legittime aspirazioni – un vizio che non tutti riescono davvero a vedere o non vogliono vedere. Come quello su cui vigila Michele, anche questo sedicente paradiso viene infatti gelosamente cintato e chiuso dall’interno. Al di là della recinzione, si dice, «cominciava la terra di nessuno. C’erano terreni disseminati di rottami, polvere, odore di rovi e di feci ovine, e più avanti il uadi e le tane di sciacalli e volpi». Il problema è che tanto “di nessuno”, a ben vedere, quella terra non lo era affatto. «E laggiù pendii dove formicolavano lucertole scattanti e il serpente e forse di notte anche la iena, e dietro quel uadi c’erano le desertiche alture di calcare, e altri uadi dove arabi avvolte nelle loro tuniche scorrazzavano con le loro mandrie per tutto il giorno». E oltre ancora, «sui pendii e nella piana del Giordano, resti di città bibliche (…). Fra quelle rovine sono sparpagliati gli accampamenti delle tribù beduine, le tende fatte di pelle di capre, i pastori neri armati di coltelli. Giustizia di sangue. Le leggi elementari del deserto: amore e onore e morte. (…) Che tremenda che è (…), questa vicinanza con il deserto». Non più luogo d’elezione in cui sussurra leggero il sospiro dell’Altissimo, ma regione selvaggia abitata – così, sempre, si dice – da subumani pronti a distruggere tutto ciò che di civile si stava faticosamente costruendo al di qua del fossato. Per questo, da questa parte, si comincia a sostenere che i palestinesi «bisogna cacciarli via di qui (…). Cacciare via, respingere, che altro, che se ne vadano nel deserto, che è a quel luogo che appartengono. Qui c’è Gerusalemme (…), qui c’è la Terra d’Israele» (e fa male, fa parecchio male, che proprio lì, proprio a Gerusalemme, capiti ancora che gli altri siano apostrofati come “cani” o “animali”). E per questo stesso motivo, d’altra parte, «sui monti tutt’intorno alla città il nemico aveva piantato fortini di cemento, bunker, batterie di cannoni. E aspettava». Come racconta l’apologo di Salomone, il figlio appartiene alla mamma che non lo vuole dividere in due. L’ansia, la rabbia e il sospetto reciproco vengono progressivamente montati da una sensazione sfibrante di incertezza, destinati ad esplodere non appena gli inglesi se ne saranno andati gettando la spugna con gran dignità. Nessuno è in grado di dire se ci si sta preparando all’inizio di qualcosa di nuovo o a una devastante guerra totale.

In effetti non sembra che ci sia molto margine per l’ottimismo, se perfino uno dei più giovani personaggi qui messi in scena (tralasciando quelli più esaltati) afferma serio serio che «tutto è guerra. É così nella storia, nella Bibbia, in natura e anche nella vita. Anche in amore c’è guerra. E nell’amicizia, perfino». Eppure, in questo scenario di quiete prima della tempesta, il dottor Nussbaum dell’ospedale Hadassah e il dottor Mahdi del consiglio arabo collaborano ogni giorno per risolvere i problemi dell’approvigionamento idrico di Gerusalemme e per debellare le zanzare che infestano i sobborghi della città. E se non sempre si capiscono, tuttavia si considerano reciprocamente carissimi amici e il loro dialogo sofferto è già segno di un’intesa segreta. «Gente eccellente che siete», osserva Mahdi, «una comunità civile e illuminata, come avete fatto a farvi prendere tutti così da un’idea tremenda qual è il sionismo?». E il dottor Nussbaum si sforza di spiegargli: «Anton, ecco, in nome di Dio, fai uno sforzo, solo una volta, prova a metterti nei nostri panni». Cosa che però nessuno riesce per davvero a fare fino in fondo. Ed è paradossale, perché il potenziale cosmopolitico di questa terra, e di Gerusalemme in particolare, emerge dalla polifonia di voci in cui ci ritroviamo immersi sin dalle righe iniziali del testo. Le prime persone che parlano si esprimono «in inglese e in ebraico», poi «un coro di pionieri in camicia celeste interpretò alcuni canti folkloristici», ed erano «canti russi», mentre sul far della sera, «da oriente i rintocchi delle campane si moltiplicavano: campane alte e vaghe, campane ortodosse e campane anglicane, campane greche, abissine, romane, armene». E poi, appena fuori, «minareti in cima alle colline», da cui si può sentire l’appello quotidiano alla preghiera. Non sono bastate queste suggestive compresenze per evitare che Gerusalemme diventasse invece il luogo simbolo della divisione. Il “monte del cattivo consiglio” cui allude il titolo del libro è appunto una collina della città vecchia su cui secondo una leggenda sarebbe sorta la casa di Caifa, là dove Giuda avrebbe venduto Gesù ai capi del Sinedrio; divenuto sede, a suo tempo, del governatorato britannico, ora ospita un complesso di uffici delle Nazioni Unite, a ridosso di quello che dovrebbe essere il confine tra i due stati. Su questa rupe dal nome inquietante continua per ora a consumarsi il tradimento dello straordinario canto di Isaia che annuncia nel tempo messianico l’ascesa di tutti i popoli verso il monte del Signore, segno di una coesistenza pacifica ancorché non omologata: l’unico scenario che la parola “sionismo” dovrebbe evocare.

(finito il 21 giugno 2020)

Ho parlato di


Amos Oz
Il Monte del Cattivo Consiglio
(Feltrinelli, 2012)

232 pp. | 9 €

(ed. or.: The Hill of Evil Councel, 1976)

domenica 25 aprile 2021

25 luglio 1943

Quando si celebrano i 25 aprile vale la pena ricordare, con un pizzico di realistica mestizia, che per arrivarci, almeno in Italia, bisogna spesso passare attraverso i 25 luglio. Meno epici e appassionanti, ne convengo, nonché sottilmente fraudolenti, perché il colluso che stacca la spina al regime da cui ha fin lì tratto onori e vantaggi rischia poi di apparire un eroe al pari dell’autentico resistente scampato al carcere o al confino, ma talvolta anche più esplicativi, se si vuole provare a ricostruire l’effettiva dinamica degli eventi. Come per il giorno della Liberazione magistralmente ricostruito da Carlo Greppi in un altro volume di questa stessa collana, anche per la seduta finale del Gran Consiglio del Fascismo e per ciò che gli ruota intorno possediamo una pletora di racconti contrastanti, praticamente tanti quanti sono i personaggi coinvolti, e persino di più, dal momento che gli stessi testimoni diretti (Mussolini in primis) ne hanno fornito resoconti diversi in tempi diversi, adattati alle esigenze del momento e pieni di lacune se non di palesi falsificazioni («apocrifi d’autore», vengono qui definiti, scritti unicamente allo scopo «di far risaltare la coerenza, la dignità, il coraggio, la consapevolezza del proprio comportamento» da parte dei rispettivi estensori), rendendo perciò quasi impossibile determinare con assoluta precisione che cosa davvero accadde nei giorni precedenti e poi nella notte tra il 24 e il 25, in quelle nove-dieci ore di una riunione di cui peraltro non è mai esistito un verbale ufficiale (perché, come avrebbe ricordato Federzoni, Mussolini non voleva che il Gran Consiglio «fosse e nemmeno che apparisse libero di esprimere opinioni in contrasto con la volontà del dittatore»; pare fosse rigorosamente proibito persino prendere appunti, per non lasciare traccia neanche di un’eventuale, minima, dissonanza). Nel cercare di incastrare le fonti a disposizione, si tratti di dispacci ufficiali, diari o memorie, Emilio Gentile tratteggia i contorni di un regime talmente sfasciato che i suoi stessi gerarchi finiscono grottescamente per indurne il crollo senza averne mai avuta l’intenzione, contrariamente a quel che di solito si pensa e alla versione che alcuni di loro hanno almeno in parte avallato ex post, attribuendosi una lungimiranza che in quel momento, in realtà, nessuno di loro sembrò possedere, come dimostra del resto lo sgomento che li colse, la sera dopo, alla notizia dell’arresto di Mussolini.

Ma che cosa s’aspettavano, dunque, questi presunti “tirannicidi”, a cominciare da quello il cui nome è più di tutti legato alla data del 25 luglio, lo squadrista della prima ora Dino Grandi? Gentile è meticolosamente spietato nel mostrare come i firmatari del suo ordine del giorno non avessero mai manifestato, fino a quel momento, altro che deferenza e sottomissione nei confronti di Mussolini, con toni perfino imbarazzanti («il mio unico desiderio è di ubbidirti», scrive appunto Grandi al duce nel 1925; e ancora, nel ‘39, «essere sempre più uno degli italiani nuovi che Tu sbalzi a martellate: questo vogliono la mia vita, la mia fede»). L’idea che avessero per tutti quegli anni remato contro, ma di nascosto, evoca quanto ha scritto ironicamente Paolo Rossi a proposito di quegli intellettuali ben integrati che amavano raccontare, a guerra finita, di come avessero esercitato dall’interno un’opposizione occulta al fascismo durante il Ventennio – talmente occulta, appunto, da non essere mai stata minimamente percepita dal regime stesso. Grandi non ha peraltro alcuna responsabilità nella convocazione della seduta decisiva del Gran Consiglio, fissata, come sempre, da Mussolini, né risulta essere l’unico redattore dell’ordine del giorno a lui attribuito, le cui parti più incisive andrebbero invece ascritte a Bottai. E se è vero che egli mostra una certa intraprendenza nel contattare i gerarchi in vista della riunione, non è meno vero che si muove sempre alla luce del sole, presentando il testo che avrebbe voluto discutere sia al segretario del PNF Scorza che allo stesso Mussolini, il quale avrebbe potuto in qualsiasi momento annullare l’incontro o rinviarlo sine die. Che Grandi, come annota nel suo diario, potesse temere davvero di essere arrestato all’istante e fucilato per quello che avrebbe detto – e che tutti più o meno già sapevano – è per Gentile palesemente inverosimile, un mero tentativo di accreditarsi a posteriori quale «eroe solitario e temerario», pronto a rischiare la vita «per restaurare la monarchia costituzionale e restituire al popolo italiano la libertà conculcata dal regime totalitario».

In realtà nulla fa pensare a una congiura ordita nell’ombra, neanche i termini stessi con cui si volle impostare il dibattito. A leggere con attenzione i documenti, quello che viene sottoposto a processo non è infatti mai il fascismo in quanto tale, bensì – come se le due cose potessero essere distinte - il «regime totalitario, considerato la causa principale della disfatta militare per tutti gli errori che il duce – con il suo esasperato accentramento di poteri, con la dilagante prevaricazione negli apparati statali del predominio totalitario del partito fascista, con le più gravi decisioni belliche da lui prese dopo il 1939 senza mai consultare il Gran Consiglio – aveva accumulato negli anni precedenti la guerra, aggravandoli durante il conflitto». Da quel che si può capire, il filo conduttore che lega tutti gli interventi è la richiesta a Mussolini di rinunciare a questa concentrazione di poteri, non alla sua guida politica; nessuno poi si sogna di mettere in stato d’accusa i capisaldi della rivoluzione fascista, che anzi andrebbero semmai recuperati e rilanciati. Quel che i gerarchi più lucidi, come Bottai, hanno in testa non è certo far cadere il loro leader (per lealtà, almeno alcuni, ma anche perché è chiaro che, caduto lui, sarebbero caduti tutti), bensì invitarlo a condividere finalmente le sue responsabilità, come avrebbe sempre dovuto essere. Anche se sei e resterai il “primo” - gli si dice - non è bene che tu sia il solo, perché è stato facile giocare all’uomo della Provvidenza fintanto che le cose sono andate bene, ma quando, anziché spezzare le reni alla Grecia, ci ritroviamo con gli americani in Sicilia, è altrettanto facile diventare un perfetto capro espiatorio per la rabbia collettiva. Poiché, invece, la guerra ci riguarda tutti, non si può continuare a lasciare tutto nelle tue mani; bisogna, anzi, richiamare persino il re ai suoi doveri, affinché si riprenda i poteri di comando delle forze armate (di cui il duce si era appropriato nel 1940, entrando in guerra senza concordarlo con nessuno), in modo da coinvolgerlo, come ai tempi di Caporetto, nella gestione di una situazione complicatissima che, in caso contrario, sarebbe stata addebitata interamente al regime. Tradotto un po’ alla buona: caro re Vittorio, ci hai lasciato fare e abbiamo combinato un disastro; ma è anche un po’ colpa tua, perché non ti sei mai opposto e ti sei gongolato del titolo imperiale, quindi adesso ci devi dare una una mano a riparare i danni, magari aiutandoci a stringere una pace separata con gli alleati. Insomma, quel che si chiede a Mussolini e sì un passo indietro, ma giusto un passo, e allo scopo di salvaguardare, non abbattere, il fascismo. Più che un’esautorazione, è quasi un salvagente – o per lo meno così se lo immaginano loro (con le parole che Grandi avrebbe detto a Cianetti: l’obiettivo è «sollevare Mussolini dalla totale responsabilità della condotta della guerra impegnando la Monarchia, e liberare, dico liberare, Mussolini dalla dittatura!»). Certo non mancano le ambiguità, in questo progetto, né le contraddizioni, segno che le idee erano tutt’altro che chiare, in quella Roma torrida e già ferita dai primi bombardamenti alleati (San Lorenzo è colpita il 19 luglio). Cosa vuol dire, ad esempio, “pace separata” se non si è mai riusciti a fare una “guerra separata” dai tedeschi? E come si comporterà davvero il re? E qual è, concretamente, la “costituzione” fascista a cui si dovrebbe ritornare? Ed è immaginabile un regime che non sia totalitario, un Mussolini che rinunci ai pieni poteri? Bottai registra nel suo diario molti di questi rovelli. E finisce per ammettere che, quand’anche il regime fosse rimasto in piedi, con quella discussione la sua ideologia ne sarebbe uscita comunque travolta: «il nostro dovere ci ha messo a un bivio, tra Paese e Partito, tra Italia e Regime, tra Re e Capo. Tanto duro lavoro per unire, cementare, fondere, fare di due uno nella coscienza una; e, oggi, questo essere a un bivio e un decidere che separa, dentro, che torce, che dilania. Ma è il dovere». La patria non è il fascismo, punto.

Da quel che possiamo capire il confronto fu teso, ma composto, come in tutti i confronti sinceramente sofferti (l’unico che sbraca è quella mina vagante di Farinacci, il quale propone un proprio ordine del giorno, in cui chiede sì di cambiare il regime, ma nel senso di trasformarlo in un’autentica dittatura e se la prende con Mussolini perché troppo morbido: «che Mussolini finisca una buona volta la buffonata di fare il comandante supremo delle forze armate e che il Re riassuma nominalmente il comando militare, sta bene; ma ciò soltanto perché il governo possa affidare tale comando ad altri i quali sappiano fare veramente la guerra. (…) Ma niente fine della guerra. Al contrario, la guerra deve cominciare adesso (…). Mussolini ha fallito, perché semplicemente la sua è una ditattura da burla. Non è la Costituzione che bisogna ripristinare, è, al contrario, una dittatura sul serio che bisogna finalmente instaurare, con o senza Mussolini. I tedeschi non hanno alcuna fiducia in noi ed hanno ragione perché non siamo mai stati leali con loro e perché il regime fascista è diventato un regime di femmine e di preti»). In qualsiasi momento, però, un intervento deciso del Capo avrebbe potuto troncare qualsiasi dibattito, com’era sempre stato. Ciò che, appunto, mette ansia ai gerarchi è che nessuno di loro è davvero in grado di prevedere come la prenderà Mussolini: il duce, manovrando i suoi uomini come pedine a proprio piacimento, attribuendo e togliendo arbitrariamente le cariche, era riuscito nell’intento di sfaldare qualsiasi possibile coesione tra i suoi sottoposti, isolandoli l’uno dall’altro come cortigiani invidiosi e rendendoli incapaci di organizzare una qualsivoglia posizione comune (nessuno si fida di nessuno e i pochi mugugni restano confinati nel privato). Basta però la piccola breccia che fortunosamente si è aperta con quella semplice discussione, l’idea stessa che si possa discutere di qualche cosa, per far implodere l’intero edificio. Il vecchio tribuno sembra infatti aver perso lo smalto dei giorni migliori. Le sue argomentazioni sono deboli, il tono stesso è dimesso, abulico, senza convinzione. Parla per un’ora rovesciando tutte le colpe addosso agli italiani che non si sono rivelati all’altezza della guerra. «Pareva che vagasse in un mondo irreale», commenterà Acerbo, ma non è il solo a restare impressionato in negativo dalle sue parole. A un certo punto, Mussolini vagheggia persino di una misteriosa “chiave” che avrebbe potuto ribaltare le sorti del conflitto, ma è talmente evasivo sul punto da far pensare che si stia inventando le cose. Gentile chiosa che in questa sua requisitoria contro tutti, il duce «rivelava una gravissima irresponsabilità di fronte a una realtà di cui lui solo era il principale e massimo responsabile, avendo posseduto per un ventennio il potere politico incondizionato». Il re è nudo e all’improvviso risulta anche terribilmente patetico. A molti dei presenti la sua linea difensiva appare talmente fragile da far pensare che in realtà quello sia il suo modo per chiedere effettivamente aiuto senza dover pronunciare quella parola e ammettere, così, di avere sbagliato. Sarà più o meno questa la linea difensiva sostenuta dai gerarchi che verranno poi processati e condannati a Verona, qualche tempo dopo, compreso Ciano: se il Capo ci avesse detto chiaramente che un voto a favore dell’odg Grandi avrebbe significato la sua caduta, non lo avremmo mai approvato. Ma già solo il fatto che Mussolini abbia messo al voto quel documento – cosa inaudita, in quel contesto, dato che il Gran Consiglio, per prassi, non votata: accettava – e non abbia neppure dato esplicite indicazioni di voto sembrò un segnale in codice per dire “fate pure: non posso dirlo apertamente, ma vi appoggio”. Certo è che nessuno, in quel momento, ebbe la minima sensazione che quello fosse davvero il preludio della fine.

Il 25 luglio 1943 è domenica. La mattina, Mussolini si reca normalmente al lavoro, poi visita i quartieri bombardati – racconta il suo autista - «accarezzando i bambini, ascoltando le lamentele delle donne e distribuendo personalmente sussidi in denaro ai più bisognosi», come se niente fosse. E come se niente fosse, alle 17, si reca dal re per un’udienza che egli stesso ha chiesto di avere. Forse è convinto di rigirarsi Vittorio Emanuele come vuole («non ho mai fatto nulla senza il suo pieno assenso. (…) Egli è sempre stato solidale con me», confida un paio d’ore prima a Galbiati, uno di quelli che la sera prima aveva votato “no”). Del resto si trattava dello stesso Vittorio Emanuele che per anni si era sottratto a qualsiasi ipotesi di rovesciamento del regime – nonostante il Tribunale speciale, nonostante l’arresto dei deputati, nonostante le leggi razziali, e potremmo andare avanti - trincerandosi dietro una malsana idea di sovranità “costituzionale”, intesa come pura difesa delle forme (secondo cui il governo aveva l’appoggio del parlamento) e non dei diritti che danno senso a quelle forme. E invece re Vittorio, questa volta, tira fuori un asso dalla manica. Da tempo, infatti, i militari avevano elaborato un piano per destituire Mussolini, che probabilmente sarebbe stato attuato quali che fossero le decisioni prese dal Gran Consiglio. Ignari di quelle trame, con la loro votazione i gerarchi finirono così forse solo per offrire in extremis al re un pretesto per uscirne in piedi: forse temendo che a quel punto un colpo di stato avrebbe potuto travolgere anche la monarchia, Vittorio Emanuele, all’ultimo, si decise a pilotarlo (senza, peraltro, ragionare molto sulle conseguenze, come la fuga a Brindisi avrebbe chiaramente mostrato). Tanti “forse”, come si vede: difficile districare tutti i fili della matassa senza che resti qualche groviglio. Resta il fatto che, terminata la riunione tra il duce e il re, il cui esatto svolgimento è rimasto per noi ancor più impenetrabile della seduta del Gran Consiglio (dobbiamo fidarci di quel poco che udì, origliando alla porta, il generale Puntoni, aiutante di campo del re, a cui Vittorio aveva chiesto di tenersi pronto; neanche il sovrano sapeva come Mussolini avrebbe potuto reagire alle sue parole, per cui si premunì: «in caso di necessità intervenga...», disse al militare), il capo del governo viene arrestato. Quando la notizia trapela, i gerarchi, come detto, restano di stucco. Due eventi che probabilmente non appartengono alla stessa serie causale finiscono così per essere inestricabilmente intrecciati.

In tutto questo ciò che stupisce più di ogni altra cosa è proprio il contegno tenuto in quei giorni da Mussolini. Gentile si sofferma a lungo sulla questione. Perché – si chiede – ha lasciato fare? Perché – prima di tutto – ha convocato la riunione del Gran Consiglio, la cui ultima seduta risaliva al 1939 (ultimo atto: l’avallo della “non belligeranza” già decisa da Mussolini stesso) e di cui si era fatto a meno per quattro anni? Perché ha lasciato che davvero si svolgesse un dibattito come quello? Perché ha deciso di mettere ai voti l’ordine del giorno Grandi? Come ha fatto, un animale politico come lui, a non capire che quella serie di decisioni ne avrebbe compromesso seriamente l’autorità? Possibile che riponesse così tanta fiducia nel re? La risposta che lo storico propone è che Mussolini si fosse ormai reso perfettamente conto di aver perso l’appoggio della popolazione (le note informative sugli umori popolari che gli passava il ministero dell’Interno erano piuttosto esplicite in tal senso) e di non aver più neanche la presa ipnotica sui suoi stessi uomini, come la seduta del Gran Consiglio gli rese in ultimo evidente. L’atteggiamento assunto quel giorno, perciò, «non sarebbe stato niente altro che un espediente per trovare finalmente una via di uscita per scendere dal treno della storia, sul quale aveva preteso di guidare l’Italia, ora che, per colpa sua, stava deragliando verso una inevitabile catastrofe». Dal suo punto di vista, fu «come un suo proprio atto di abdicazione per estrema amarezza e ripugnanza», una vera e propria forma di «eutanasia politica», «l’eutanasia di un duce, che aveva perso il suo carisma». Peccato che la sua agonia sia stata pagata così a caro prezzo per altri diciannove mesi da tutti gli italiani.

(finito il 2 giugno 2020)

Ho parlato di


Emilio Gentile
25 luglio 1943
(Laterza, 2018)

XXIV-287 pp. | 18 €

lunedì 5 aprile 2021

La peste e la città

Giusto pochi giorni fa alcune mie classi sono state coinvolte in un interessante percorso promosso dall’Archivio Storico di Savigliano sulla peste “manzoniana” del 1630 che colpì in realtà tutto il nord Italia. Dal momento che non ho potuto parteciparvi in prima persona perché contemporaneamente impegnato in un’altra attività didattica, nelle lezioni successive ho cercato di carpire agli studenti qualche informazione su ciò che era stato raccontato loro. Immancabilmente, tutti quelli che hanno condiviso le loro impressioni si sono detti affascinati soprattutto dal fatto di aver potuto prendere visione (sia pure a distanza) dei documenti ufficiali dell’epoca e delle altre meraviglie che un archivio comunale spesso custodisce senza che molti di noi neanche ne immaginino l’esistenza. Comprendo benissimo quel tipo di emozione. E però – che volete che vi dica? - l’amico Cesare Morandini c’era arrivato prima di tutti. Più o meno un anno fa, di questi tempi (ancora sotto quaresima, dice in effetti lui, ma Pasqua era una settimana dopo), nel cuore del lockdown duro, mentre i più si reinventavano fornai e pizzaioli casalinghi, lui si è invece ricordato che «in una remota cartella del (...) computer» aveva salvato le scansioni degli ordinati comunali di Mondovì (per capirci, i verbali del consiglio comunale) relativi, appunto, agli anni 1630-1631, li ha metaforicamente dissotterrati da lì e ha cominciato a trascriverli, «di sera, nel sottofondo della tv accesa sui notiziari» che a rullo continuo sciorinavano i numeri dell’apocalisse in corso, confrontando così passo passo le affinità e le diversità nel modo di affrontare la comune emergenza a quattro secoli di distanza.

Ora, la domanda è d’obbligo: ma perché mai uno dovrebbe avere salvato da qualche parte nel proprio hard disk gli ordinati seicenteschi del consiglio comunale di Mondovì accanto alle foto delle ultime vacanze a Spotorno, e poi proprio quegli ordinati lì, quelli che parlano della peste, mentre fuori infuria una pandemia globale assolutamente imprevista? Sulla prima parte soprassiedo: ognuno ha le sue personali perversioni. La risposta alla seconda domanda è che la ricerca, spesso, funziona così. Tu lavori, per dire, su un progetto ben preciso, finisci per questo in una qualche biblioteca seguendo un certo filone di indagine o apri un libro alla ricerca di determinate informazioni, ma nel farlo ti imbatti incidentalmente in qualcos’altro che ha tutta l’aria di essere molto interessante e a cui però in quel momento non puoi prestare troppa attenzione perché – appunto – esula del tutto dalla tua ricerca. Allora, senza pensarci più di tanto, te ne fai una copia e la metti da parte perché chissà, magari in futuro se ne potrà fare qualcosa, poi si vedrà. Qui vien fuori il fiuto dello storico, e non solo dello storico (Colombo, in fondo, ha trovato l’America mentre cercava l’Asia). Tante volte, effettivamente, questi reperti restano da parte per sempre, intonsi, perché l’occasione giusta non si presenta mai. A volte, però, accade il contrario – e così è andata. Racconta Cesare, riferendosi a quei giorni di un anno fa: «attorno a me il paese tenta di deliberare le azioni corrette in relazione ad una situazione che non si era mai presentata, o meglio, che si era già presentata molte volte, ma troppo tempo fa. (…) Io faccio la mia parte, e intanto scavo in una miniera che tutti ignorano (…). Io so che queste mura, questo panorama di monti e colline, questi nomi di luoghi hanno già visto tutto questo. Inizio a raccontare, nella penombra segreta del mio schermo, immerso nell’aria tesa di questa storia di coronavirus, quell’altra storia di peste. Senza ragioni particolari, se non per una elementare assonanza. Segretamente, inconsapevolmente, sperando di trovare delle profonde imprescindibili differenze. E per un brivido maligno di disvelamento, quello che sempre prude tra le dita dello storico».

Già, perché, man mano che la trascrizione procedeva, il lavoro di Cesare ha preso un’altra forma. A ricopiare son buoni tutti, bastano due nozioni di paleografia e tanta pratica come correttori di compiti in classe. Quella che alla fine ha compiuto è invece un’operazione che non esito a definire di alto valore culturale, ma anche sociale, e che, mi sbilancio, apre una vera e propria strada tutta da percorrere (al di là del caso specifico preso qui in esame). In buona sostanza, cos’ha fatto Cesare? Ha preso del materiale d’archivio che era lì da secoli – nulla dunque di misterioso o esoterico, nessun manoscritto inedito di Qumran per intenderci - ma che tuttavia non era realmente accessibile a tutti - perché scritto in una lingua ostica, perché stringato come deve esserlo un verbale e al tempo stesso pieno di sottintesi e informazioni ovvie forse per i lettori di un tempo, ma non per noi (a cominciare, per dirne una, dalla toponomastica) – e da questo solido materiale grezzo ha ricavato un’opera che non è narrativa in senso stretto (perché non si può dire che ci sia un intreccio vero e proprio, men che meno una deriva romanzesca) e però neanche puramente saggistica (non solo perché la prosa scorre via che è un piacere e non manca il racconto di episodi gustosissimi, ma anche perché informazioni che in volumi d’altro genere sarebbero state confinate nelle note o negli apparati qui sono rifuse nel testo stesso, integrandolo senza appesantirlo, così da fornire man mano al lettore gli strumenti necessari per orientarsi in un mondo che non è più il nostro, anche se ci assomiglia molto). Direi allora che quella che ne è venuta fuori, dietro l’aspetto di una cronaca mensile degli eventi, è un’opera di affabulazione come lo possono essere le lezioni ad popolum di un Alessandro Barbero, con personaggi indimenticabili (uno su tutti: l'instancabile vicesindaco Orazio Vitale), momenti di grande tensione narrativa, suggestive ipotesi interpretative – e anzi, a dirla tutta, il principale limite di questo libro è proprio il fatto che sia solo scritto, perché chi lo conosce sa bene quanto Cesare, pur scrivendo benissimo, sia ancor più bravo a raccontare le cose a voce, coinvolgendoti nel racconto con le pause, i cambiamenti di tono e la gestualità (ed è per questo che me la vedrei proprio bene la versione video di questo testo, con l’autore che ci parla di medici, suffumigi e calce viva girando nei luoghi della nostra Mondovì via via che ne parla, dal lazzaretto di San Bernolfo e delle Ripe ai palazzi di via Vico in cui il medico Durando attesta il primo caso ufficiale di peste entro le mura cittadine. E quanto sarebbe bello allargare poi il discorso alla Mondovì medievale e a quella napoleonica, alle lotte di fazione e alle dinamiche produttive?).

Apro una parentesi. Quella appena descritta è un’esigenza che mi pare si stia manifestando in molti modi. Per restare grosso modo agli anni della peste secentesca, è uscita da pochissimo una “traduzione” in lingua corrente dei Discorsi e dimostrazioni di Galileo realizzata dal fisico Alessandro De Angelis: operazione che può far storcere il naso ai puristi, ma che, se condotta con intelligenza e competenza, può aiutare un pubblico di studenti o di non specialisti ad accostare testi che diventano via via sempre più difficili da decodificare e che rischiamo per questo di dimenticare. Chiusa parentesi.

Rendere in questo modo di pubblico dominio un pezzo della nostra storia cittadina, i personaggi che l’hanno vissuta e i luoghi in cui si è svolta, è esattamente come rendere di nuovo agibile un vecchio edificio andato in disuso: ci si riappropria collettivamente di qualcosa che è di tutti ritrasformando in risorsa ciò che era diventato un problema (tema a cui noi monregalesi siamo per forza di cose particolarmente sensibili). Un recupero delle nostre radici condotto in questa maniera, brioso nei toni eppure metodologicamente accurato, costituisce inoltre un antidoto al vizio diffuso di spacciare per autentico rispetto del passato quello che è solo un volgare saccheggio della storia per fini ideologici e propagandistici da parte di chi ricorda tutt’al più cos’ha mangiato due sere prima, se va bene. Da questo punto di vista, poi, la storia locale è un vero e proprio campo minato, perché spesso ha l’odore asfittico di certi musei etnografici in cui si glorifica la roncola del nonno come se fosse una reliquia dei Re Magi. Questa lettura, al contrario, ti cattura con i suoi riferimenti a un mondo così familiare eppure così diverso come la tua stessa città di quattro secoli fa, che impari così a far riemergere sotto quella attuale, ma si serve di questo escamotage per allargare i tuoi orizzonti anziché ripiegarli nella contemplazione di un sedicente “eterno ieri” (che la vera storia ha anzi il compito di problematizzare e riproblematizzare).

Su questo libro ho avuto il privilegio di dialogare pubblicamente con Cesare stesso al momento della sua uscita, e per questo qui ho un po’ divagato, immaginando che gli interessati lo abbiano già letto. Aggiungo solo questo. Quando ne discutemmo, cominciavamo appena a rimettere il naso fuori di casa e sembrava che il peggio fosse superato. Anche per questo, l’attenzione allora si focalizzò su certi aspetti anziché su altri. Eppure, nelle pagine finali si ricorda che «con la primavera il contagio riprende con forza»: non è devastante come nei mesi precedenti, «ma è ben vivo». E anche che «la lotta al morbo ricomincia, solo più in sordina rispetto a un anno prima», perché «manca l’allarme, maturato in una rassegnazione amara». Le avevamo forse trascurate un po’, sul momento, quelle considerazioni, anche per scaramanzia. E invece eccoci qua.

(finito il 27 maggio 2020)

Ho parlato di


Cesare Morandini
La peste e la città. Mondovì 1630
(Cooperativa Editrice Monregalese, 2020)



120 pp. | 9,50 €

domenica 21 marzo 2021

E adesso, pover'uomo?

Non è detto che l’essere stato definito come uno dei «più significativi romanzi tedeschi del periodo prefascista» sia necessariamente indizio di alta qualità letteraria, se l’osservazione proviene da due filosofi come Horkheimer e Adorno, ai quali il successo ottenuto da questo libro al momento della sua uscita (confermato anche da una repentina trasposizione cinematografica hollywoodiana) interessava soprattutto per riflettere sul carattere consolatorio della letteratura popolare, nello stesso modo in cui oggi si potrebbero fare analoghi discorsi a proposito di certe fiction televisive («le situazioni cronicamente disperate che affliggono lo spettatore nella vita quotidiana – scrivono infatti i due francofortesi nella Dialettica dell’illuminismo – diventano, non si sa come, nella riproduzione la garanzia che si può continuare a vivere»: la citazione non me la ricordavo; me l’ha fatta notare un libro di Siegmund Ginzberg). Paradossalmente, però, proprio ciò che all’epoca avrebbe potuto far storcere il naso al lettore in cerca di stimoli più raffinati, ne rende oggi estremamente interessante il recupero come documento storico capace di catturare in presa diretta più di una semplice eco dello spirito del tempo. Il fatto di essere stato pubblicato nel 1932, pochi mesi prima della nomina a cancelliere di Hitler, quando cioè non si poteva ancora sapere come sarebbero andate a finire le cose, consente infatti a questo testo di conservare una preziosa ingenuità di sguardo che nessun romanzo storico scritto successivamente potrebbe pienamente riprodurre, rendendolo perciò - anche in virtù di una precisa scelta estetica “oggettivistica” da parte del suo autore – quasi una sorta di reportage da cui attingere elementi utili per provare a capire da dove esattamente siano venuti fuori i nazisti (così, ad esempio, consiglia di leggerlo Ralf Dahrendorf nel breve saggio proposto dalla Sellerio come introduzione al volume).

La storia raccontata è, di per sé, quanto di più semplice si possa immaginare. Lui, Pinneberg, il “pover uomo” del titolo (alla lettera, Kleiner Mann), contabile in una ditta di mangimi, incontra un giorno per caso al mare lei, che di nome fa Emma, ma che viene da lui per lo più chiamata Lämmchen, “agnellino”, piccola cenerentola in una famiglia di estrazione operaia. Sono due ragazzi, poco più che ventenni. «Non s’erano mai visti prima. (…) Non sapevano nulla l’uno dell’altra, sentivano soltanto ch’erano giovani e che è bello amarsi». Nell’euforia del momento arrivano subito al dunque e si ritrovano in attesa di un figlio praticamente prima ancora di conoscere i rispettivi nomi (la scena d’apertura è appunto nella sala d’attesa di un ginecologo, quando la verità viene a galla, con tutte le conseguenze che comporta). Nonostante siano colti alla sprovvista, i due decidono comunque di mettere su famiglia, ma non è facile vivere con uno stipendio solo nella Germania economicamente dissestata dopo il giovedì nero di Wall Street. L’occhio dell’autore segue appunto questa coppia nel suo tentativo di trovare una qualche stabilità, nei mesi della gravidanza e poi in quelli immediatamente successivi al parto, senza indulgere però mai all’ironia o al sarcasmo, perché «come si fa a ridere, ridere di cuore, in un mondo come questo, in cui i responsabili dell’economia han potuto risanare se stessi, pur avendo commesso mille errori, e la gente che sta in basso viene umiliata e calpestata, pur avendo fatto sempre del suo meglio?» (è passato un secolo, ma siamo sempre lì). Ed ecco dunque le nozze («un matrimonio da cani», senza fronzoli, in municipio, alla presenza dei soli familiari di lei), la ricerca di un appartamento nella città di provincia dove lavora lui, il suo licenziamento, il conseguente trasferimento a Berlino, la ricerca di un nuovo appartamento e di un nuovo lavoro (che sarà poi quello di commesso presso la catena dei grandi magazzini Mandel - «ebrei, ovviamente»), le meschinità e i conflitti che si generano fra colleghi e, poi, soprattutto quella sensazione costante, opprimente, di assoluta precarietà esistenziale. C’è da chiedersi se aspettare un bambino, in quelle condizioni, sia un atto di coraggio, come qualcuno fa loro notare, «o se piuttosto, in questo momento, non sarebbe tutto assolutamente desolante, se non ci fosse l’idea del piccolo in arrivo. Di cos’altro ci si potrebbe rallegrare sennò in questa vita?».

Già, perché la situazione è dura, durissima. Una pagina che è a suo modo una dichiarazione di poetica riporta schematicamente il bilancio preventivo escogitato e sottoscritto dai Pinneberg, che dovrebbero campare con 200 marchi lordi al mese di salario – e no, semplicemente non ce la possono fare (commuove un dettaglio: quegli 1,15 marchi destinati all’acquisto di fiori, perché anche la miseria desidera bellezza). La vita cittadina, con le spese per l’acqua, l’elettricità, i mezzi pubblici ti mangia tutto quel poco che riesci a guadagnare: ahimé, «tutto costa dei quattrini, senza quattrini non c’è niente di niente» e «quando si è poveri, tutto diventa complicato». É la logica che accettano tutti, troppo impegnati nello sforzo di non essere raggiunti dall’ondata di piena, ma a tratti pare così assurda da apparire quasi irreale. Commessi ridotti alla miseria come Pinneberg devono passare le loro giornate ad aiutare i ricchi nella scelta di quello che per questi ultimi è solo l’ennesimo completo superfluo con cui riempire i loro armadi già ben riforniti. Eppure può andare anche peggio, quando la ditta decide di legare i compensi alla produttività, ossia alle vendite effettive realizzate da ciascun dipendente. «Dicono che serve a razionalizzare e ad economizzare, a ‘sto modo si scopre chi è che non è all’altezza». É il mito (sempre in voga) del self-made man, la promessa molto sospetta che avrai un futuro radioso, solo che tu abbia voglia di impegnarti e investire su te stesso. Ma metti che tu non sia uno squalo, che non voglia esserlo? Metti che, anziché stimolare la tua intraprendenza, la paura di non portare a casa il pane da mangiare susciti piuttosto continua ansia da prestazione e aumenti le probabilità di fallimento? «Che razza di gente è questa, che per un motivo del genere, sbatte per strada un uomo, togliendogli completamente la paga, il lavoro e qualsiasi piacere nella vita?! Cosa vogliono, che i più deboli smettano proprio di esistere? Stare a giudicare un uomo in base a quanti pantaloni riesce a vendere!».

Una vita condotta sul filo degli espedienti ovviamente non può durare a lungo senza un tracollo. «No. É ovvio che non durerà». Di nuovo quelle parole, come un mantra rovesciato: «no, effettivamente, non può andare a finir bene». Pinneberg ne è oscuramente consapevole sin dal primo giorno di assunzione, quando, rientrando a casa, indugia per qualche minuto in un parco in mezzo alla folla di disoccupati. Benché sia appena «ridiventato uno che guadagna», si rende conto di essere «molto più prossimo a questi non salariati che a quelli che hanno lauti introiti. É uno di loro, può succedere da un giorno all’altro che si ritrovi qui come loro, non può farci niente. Non c’è niente che lo protegga da una simile eventualità». Eppure quel salariuccio e il colletto bianco, sia pure sgualcito, costituiscono ancora, per il momento, una parvenza di argine. La moglie ha spontanee simpatie comuniste, ma lui tergiversa: per ora un lavoro c’è, non c’è bisogno di abbracciare la rivoluzione. Ma pian piano anche le sue convinzioni si incrinano. Ha sperimentato che la competitività sulle spalle dei poveri, abbindolati dal richiamo al benessere, genera solo disgregazione sociale e insicurezza, il ritorno alla legge della giungla. «Stanno facendo venir su soltanto delle belve feroci», constata a un certo punto. Ciò «dipende dal fatto (…) che ce ne stiamo per i fatti nostri. E anche gli altri, quelli che sono tali e quali come noi, se ne stanno per i fatti loro. Ognuno pensa di essere chissà cosa. Se almeno fossimo degli operai! Quelli si chiamano compagni e si aiutano l’uno con l’altro (…). Lo so bene, neanche loro sono perfetti. Ma almeno possono fregarsene delle apparenze. Quelli come noi, gli impiegati, s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore…». Ma a un certo punto anche le ultime microscopiche briciole finiscono di cadere dalla tavola di Epulone, ed è allora che il piccolo Lazzaro apre gli occhi e d’un tratto ha l’illuminazione: quando un vigile lo fa bruscamente sloggiare da una vetrina «di delikatessen, sfolgorante di luci», perché, con la sua sola presenza adorante è d’intralcio alla quiete pubblica, «capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato». Ormai, per lui, «la vita continua a bruciare e a consumarsi, ma senza mandar fiamma, senza alcuna speranza».

Stritolato da un meccanismo che sembra indifferente alla sua sofferenza e glorifica la propria disumanità come trionfo dell’efficienza, Pinneberg, che è una persona del tutto comune, mediocre anche negli orizzonti e nei comportamenti, pure lui perbenista il giusto, non del tutto insensibile alla prospettiva di mettere da parte qualche spicciolo solo per sé e per la sua famiglia, ecco che pure lui crolla, questo povero cristo neanche troppo simpatico non ce la fa più «e pensa a un sacco di cose, ad appiccare incendi, a lanciare bombe, a sparare», perché «ci sono delle volte che si vorrebbe scoppiare dalla rabbia per com’è regolato tutto quanto a questo mondo». Se non del tutto giusto, quasi niente qui è sbagliato: In fondo è lo stesso grido che sgorga dal cuore dei Joad e di quegli altri diseredati che, contemporaneamente, dall’altra parte dell’Oceano, pativano gli stessi stenti e la stessa, sconvolgente, atroce mancanza di prospettive di cui parla quel capolavoro assoluto che è Furore. Ed esattamente come nelle pagine di Steinbeck, anche qui «la povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta». Si capisce quanto sia impellente stringere un nuovo patto, possibilmente meno iniquo, prima che tutto salti per aria. Perché sì, alla fine il nostro Pinneberg, irresoluto com’è, non carica nessuna pistola e si rintana nel nido familiare sperando che prima o poi passi quella interminabile nuttata («è l’antica felicità, è l’antico amore. Più in alto, sempre più in alto, dalle brutture della terra fin verso le stelle»: il povero continua a cantare e portare la croce e tutti gli altri vissero felici e contenti, da cui il disappunto dei sopraccitati filosofi per un posticcio lieto fine). Ma dei tanti come lui, nel frattempo, «la maggior parte è già passata ai nazisti». Hanno un bel dire, questi ultimi e tutti i loro epigoni, che la loro è una nobile lotta spirituale: il loro consenso lo costruiscono invece tutto qua, nella miseria più nera di chi ha fame ma non sa davvero più coordinarsi con gli altri che sono come lui e allora trova nell’ideologia un surrogato di unità che spaccia per reale comunità quella che è solo una somma di individualità narcisistiche e impaurite rivestite di una divisa. É questa concretissima anonima sofferenza, non la fatica del concetto, a determinare la massa critica sufficiente per generare una reazione a catena potenzialmente infernale. Va da sé, perciò, che, se la si vuole disinnescare, dato che si sta pericolosamente riaggregando, non serviranno le prediche, ma solo una lucida e al tempo stesso visionaria azione politica (di cui però al momento si vedono, a voler essere ottimisti, solo minime avvisaglie).

(finito il 12 maggio 2020)

Ho parlato di


Hans Fallada
E adesso pover'uomo?
(Sellerio, 2017)

trad. di M. Rubino

578 pp. | 15 €

(ed. or.: Kleiner Mann, was nun?, 1932)