domenica 6 giugno 2021

Fascismo anno zero

«Il 23 marzo non si fonderà un partito, ma si darà una spinta a un movimento e si fisserà una meta. (…) Il 23 marzo sarà creato l’anti-partito, (...) che far[à] fronte contro due pericoli: quello misoneistico di destra e quello distruttivo di sinistra. Sarà fissato un programma di pochi punti, ma precisi e radicali...». Ogni volta che rileggo queste righe resto basito. Ma come? L’ideale dell’anti-partito e la preferenza accordata al termine “movimento”, l’intenzione di andare oltre i vecchi schematismi di destra e sinistra, la sbandierata radicalità di pochi temi inderogabili che dovrebbero avere la precedenza su tutto il resto: se non fosse per lo stile demodé, potrebbe tranquillamente trattarsi dell’atto di convocazione del primo Vaffa-day con l’indicazione delle sue cinque stelle identitarie. E invece quelli citati sono estratti da alcuni articoli del Popolo d’Italia che annunciano, nel 1919, l’imminente e ovviamente «solenne» adunata da cui sarebbero nati, a Milano, i Fasci di combattimento. L'autore di tali proclami è l’allora trentaseienne Benito Mussolini, che provava in questo modo a ritagliarsi uno spazio di manovra nel caotico clima post-bellico per trasformare il diffuso ma generico malcontento di quei giorni in onda d’urto politica capace di dare una spallata definitiva al moribondo Stato liberale e alle imbolsite cariatidi che lo rappresentavano, non ancora raggiunte dalla consapevolezza che il loro tempo si era ormai compiuto.

L’idea alla base di questo disegno è semplice: la guerra ha scompaginato tutte le carte e quelli che a suo tempo l’hanno voluta e l’hanno fatta ora hanno il diritto e il dovere di guidare il Paese anche in tempo di pace. L’avanguardia di questa “trincerocrazia” (come la chiama lui) non ha bisogno di statuti, né di regolamenti, e men che meno di discussioni («tutto ciò è roba di partito», appunto). Quel che occorre, piuttosto, è la disponibilità a porsi «in una persistente mobilitazione», per prolungare lo sforzo militare e la sua connaturata violenza, indirizzandoli questa volta verso i nemici interni, allo scopo di produrre un «disordine creativo» che porti infine all’instaurazione di «uno Stato di tipo nuovo, radicato nelle masse» e sorretto da forze fresche. Si tratta di una miscela altamente esplosiva, a cui - in mancanza di una coerente linea ideologica (d’altronde «noi fascisti non abbiamo dottrine precostituite, la nostra dottrina è il fatto», sostiene un Mussolini che non ha ancora incontrato Gentile) – si è dato il nome di «diciannovismo» e in cui, per lo stesso motivo, si può trovare tutto e il contrario di tutto, come mostrano emblematicamente le schede biografiche dedicate da Franzinelli a ciascuno di quelli che sarebbero effettivamente stati presenti quel 23 marzo a piazza San Sepolcro (da cui “sansepolcrismo”, come sinonimo stesso di questo protofascismo urbano e “movimentista”). «Il fascismo delle origini mescola estremismo di destra e radicalismo di sinistra, in un dinamismo urlato e spericolato alla ricerca di sbocchi traumatici, sovvertitori degli assetti istituzionali»: fra quanti condividevano questo ribellismo anarcoide troviamo il capo degli Arditi Ferruccio Vecchi e l’ideologo del futurismo Marinetti, uomini dai cognomi importanti come un nipote di Garibaldi e il figlio di Cesare Battisti, troviamo chi sarebbe stato fucilato dai partigiani e chi sarebbe morto democristiano. Ma troviamo anche alcuni insospettabili come Pietro Nenni e Arturo Toscanini (che addirittura nelle liste del Fascio si sarebbe candidato alle elezioni del novembre ‘19). Non per nulla, nel corso del Ventennio, sulla memoria di quella giornata si sarebbe poi giocata una partita fatta di rimozioni, falsificazioni e rielaborazioni perché sarebbe stato un po’ imbarazzante per il fascismo trionfante riconoscere un tale guazzabuglio come suo atto fondativo (cosa invece interessantissima per lo storico).

In quel miscuglio, tuttavia, l’intraprendente Mussolini del 1919 ci sguazza pienamente a suo agio, poiché ritiene (con qualche ragione) di essere l’unico in grado di poter dare a tali proteste una qualche prospettiva di ampio respiro. Ciò a cui pensa, in quel momento, è una «costituente combattentista» che possa presentarsi come unico soggetto autorizzato a istituire un nuovo patto sociale, ma lo sviluppo tecnologico ci permette oggi di comprendere più chiaramente che ciò che effettivamente si sforzava di realizzare non era altro che una community ante litteram (ed è soprattutto in questo che le odierne bestie della comunicazione gli sono – forse involontariamente - più debitrici). A tale scopo, non avendo ancora a disposizione i moderni social network, Mussolini si serve come tribuna del suo giornale, mettendo a punto tecniche così innovative da essere tuttora ampiamente sfruttate dalla stampa italiana di destra (e non solo), come il titolo shock, l’apostrofe violenta e soprattutto la storpiatura derisoria dei nomi degli avversari (per cui, ad esempio, Nitti diventa «Sua Indecenza Cagoia», «il ministro della fogna», mentre Giolitti è descritto come una «malvagia carogna»). In questo modo, il futuro Duce «accentua il decadimento della vita pubblica irridendo governanti e oppositori, per mostrare – nell’incapacità degli interlocutori di reggere il livello dello scontro – la debolezza di questi e l’irresolutezza di quelli», in un gioco al massacro che si nutre di quel tipo di chiassate ancora tanto praticate da molti dannunzianetti armati di smartphone. Altrettanto impressionanti sono i temi agitati, soprattutto se li si scorre col senno di poi. Mussolini tiene in quei mesi comizi infervorati in cui propone, tra le altre cose, «l’instaurazione della Repubblica, assemblea rappresentativa di reduci e lavoratori per deliberare le otto ore giornaliere, livelli minimi salariali, il coinvolgimento delle maestranze nella gestione aziendale, coinvolgimento sindacale alle trattative di pace europee». E ancora: confische dei beni ecclesiastici, decimazioni delle ricchezze e persino – udite udite – una «energica tassazione sulle eredità». Quelli che oggi tengono il suo busto sul comodino e gli rivolgono le orazioni serali rabbrividirebbero al pensiero. Quelli che all’epoca avevano orecchie per intendere, invece, non si scomposero più di tanto. Nonostante i proclami e le accuse sistematiche rivolte ai pescicani della finanza arricchitisi durante la guerra, Mussolini non spaventa, infatti, la borghesia. Tutt’altro. Basta non limitarsi a leggere gli articoli pubblicati sul Popolo d’Italia, ma studiare anche le inserzioni pubblicitarie che lo sovvenzionano per capire chi lo tiene a galla (follow the money, come si sarebbe detto poi: ed è un bel metodo di indagine). Mussolini getta ami al popolo perché ha abbastanza fiuto per comprendere che non se ne può più fare a meno, ma vuole sottrarlo ai socialisti non per renderlo protagonista di un autentica lotta di emancipazione, bensì per piegarlo ai propri progetti. Quel che pensa davvero lo afferma con chiarezza in un discorso del 28 dicembre 1919: «io esalto l’individuo: tutto il resto non sono che proiezioni della sua volontà e della sua intelligenza». Ai padroni non sembra vero di aver forse trovato qualcuno che spingerà i servi a sottomettersi come è sempre stato, convincendoli però che ora sono loro a comandare.

Il progetto, però, per il momento si arena. Alle elezioni del ‘19, il fascismo non va oltre lo zero virgola e sembra già morto. Il suo radicalismo incontrollato allontana i moderati ma non riesce a sfondare fra le masse e il suo capo appare per un attimo una meteora come tante destinata a bruciarsi rapidamente. Per dare una misura della sconfitta, Mussolini (che a un certo punto aveva addirittura millantato di volersi candidare nientemeno che a Dronero per sfidare Giolitti nel suo collegio) prende 9000 voti; Turati – candidato anch’egli a Milano – ne ottiene 190 mila. Una bara col suo fantoccio gli viene fatta sfilare sotto casa la sera delle elezioni dagli ex compagni socialisti che non avevano mai digerito il suo voltafaccia di qualche anno primo. E invece è proprio qui che Mussolini si rivela straordinariamente moderno e «maestro nell’arte di spiazzare l’avversario. Quando lo si immagina sulla difensiva, attacca. É la strategia di chi sa adattare gli eventi quotidiani dentro la battaglia politica di lungo corso». Non c’è spazio a sinistra? E allora cambiamo slogan e bersagli. Non siamo un partito? E invece lo diventiamo. Questo incedere ondivago e opportunista può stupire, a prima vista, perché rivela un tratto sorprendentemente post-ideologico in colui che invece è spesso presentato da ammiratori e detrattori (per motivi diversi) come l’incarnazione stessa di una determinata ideologia – ideologia che invece subisce continui rimaneggiamenti per renderla più funzionale possibile al vero obiettivo, la ricerca (e poi il mantenimento) del potere. I fatti gli daranno ragione e nell’arco di appena tre anni, da capo di un movimento minoritario, Mussolini diventerà il più giovane Presidente del consiglio italiano (e tale rimarrà fino a Renzi).

Commenta Franzinelli che tale sviluppo, «più che svolta a destra (come si è spesso scritto), è l’inveramento dei presupposti d’ordine presenti sin dalla fondazione dei Fasci di combattimento, mescolati – nel magma diciannovista – alla fomentazione del disordine, funzionale alla destrutturazione dello Stato liberale e alla guerra guerraggiata contro la sinistra ufficiale». E questo mi fa pensare che se forse il fascismo col fez e il saluto romano è morto per sempre, non è affatto morto quel perenne diciannovismo italiano, «teppistico e sovversivamente patriottico, che mortifica e umilia gli avversari», che invoca il rispetto delle regole ma non paga le tasse, chiede test di cittadinanza ma non conosce i congiuntivi, invoca l’uomo forte ma protesta contro le mascherine. Da questo contraddittorio crogiuolo un secolo fa è venuto fuori il fascismo: nulla vieta che oggi possa produrre frutti persino peggiori.

(finito il 25 giugno 2020)

Ho parlato di


Mimmo Franzinelli
Fascismo anno zero
1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento
(Mondadori, 2019)

289 pp. | 22 €

venerdì 21 maggio 2021

Il Monte del Cattivo Consiglio

Confesso che ho faticato più del solito a tirar giù qualche considerazione su questo libro, perché ogni volta le parole impiegate mi sembravano sempre penosamente fuori luogo e maldestre in considerazione di quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati, finché mi sono reso conto che probabilmente lo sarebbero comunque state in ogni caso, dato che quanto sta accadendo proprio in questi giorni a Gaza e nei territori occupati vi accade in realtà tutti i giorni, anche quando non ci facciamo caso, da tanto, troppo tempo. C’è una frase riportata in queste pagine che sembra descrivere perfettamente la situazione: posto che «la terra d’Israele è piena di simboli a buon prezzo», ebbene, «guardate il Giordano. Sono migliaia di anni che casca dentro il mar Morto, dove non ci sono pesci né alberi, continua a cascare lì e non ne viene fuori». Con la differenza non da poco che il desolante conflitto di cui siamo testimoni non è dovuto a ragioni ancestrali risalenti all’alba dei tempi, come piacerebbe a tutti quelli che, per giustificare l’esistente e lavarsi la coscienza, proclamano ai quattro venti che nessuna pace sarà mai possibile tra israeliani e palestinesi, bensì a vicende storiche che si possono tranquillamente ricostruire e per le quali, dunque, sebbene non sia facile, si può anche negoziare una soluzione. Lo storico Ahron Bregman (nome inequivocabile), ad esempio, la racconta così, prendendo le mosse dalla Guerra dei Sei giorni: «a posteriori, si può tranquillamente affermare che il grande trionfo militare del 1967, apparso inizialmente come un momento benedetto nella storia di Israele e di fatto degli ebrei, finí per rivelarsi (...) una vittoria maledetta. Dopo essersi appropriato di quelle terre, Israele le sottopose quasi tutte a un governo militare (...) Gli israeliani assicuravano al mondo che, con la loro unica e spaventosa esperienza di che cosa significhi essere perseguitati, lo Stato ebraico avrebbe condotto un’occupazione sinceramente “illuminata” (...). Tuttavia, come è ormai sempre piú chiaro (…), un’occupazione illuminata è una contraddizione in termini (...) e con il passare del tempo l’“occupazione di Israele” si è rivelata pesantissima».

Questo libro di Amos Oz ci riporta indietro di altri vent’anni, ossia ai mesi concitati immediatamente precedenti la fine del mandato britannico e la nascita dello stato di Israele, ma a un certo punto riecheggia, in forma di monito, lo stesso concetto, dal momento che le radici di quanto accade oggi a Gaza e dintorni risalgono almeno a quel periodo: «perchè sei così ansioso che venga la guerra? Ti ho già spiegato più di una volta che la guerra è una cosa terribile anche quando la si vince. Forse riusciamo ancora a evitarla». Certo, non è probabilmente questo il libro più utile per comprendere la storia del conflitto arabo-israeliano. Non è neppure il libro più famoso di Amos Oz, né il più maturo (si tratta, anzi, di un testo relativamente giovanile, tradotto in italiano solo trent’anni dopo la sua pubblicazione originaria, quando nel frattempo Oz era diventato una delle voci più autorevoli della letteratura internazionale). Ora che sto entrando in quella fase della vita in cui si comincia a cabalizzare che gli anni che restano da vivere saranno progressivamente sempre meno di quelli che si è vissuto, e il tempo si fa per questo ancora più prezioso, mi sto impegnando ad ottimizzare le mie letture, selezionando di solito le opere più rappresentative dei singoli scrittori che ancora non conosco, per farmene almeno un’idea generale, casomai non riuscissi poi a leggere altro. Qui, invece, non è andata così e non saprei dire esattamente il perché. Forse mi ha incuriosito e spinto all’acquisto il senso di trepida attesa che la quarta di copertina annunciava come filo conduttore del trittico di racconti di cui si compone il volume. Effettivamente, a distanza di quasi un anno, fatico a ricostruire nel dettaglio la loro trama. Ma molti personaggi e l’atmosfera complessiva diffusa in ogni pagina, quelli mi son rimasti dentro. E mi sono rimasti proprio perché, attraverso gli occhi di un bambino (controfigura dell’autore stesso, che aveva nove anni nel 1948, e che come tutti i bambini di quell’età capisce e non capisce ciò che effettivamente gli sta accadendo intorno), delineano un momento in cui l’esperimento di Israele forse poteva ancora diventare un’altra cosa rispetto a ciò che poi per molti aspetti è diventato.

Nei primi decenni del Novecento sono infatti sciamati in Palestina profughi da ogni angolo del mondo, con il loro carico pesante di storie dolorose e di persecuzioni, ma anche con la speranza di un possibile riscatto. Sono «esuli ebrei» sopravvissuti alla diaspora millenaria, «quel che resta» dei figli di Abramo dopo i ghetti e i pogrom. «Quasi tutti erano sicuri che i tempi cattivi sarebbero passati, che presto sarebbe sorto lo stato ebraico e allora tutto sarebbe cambiato in meglio: quanto a loro, in fatto di sofferenze avevano già dato». Tra questi migranti, proveniente da una Germania in pieno delirio nazista, c’è anche il padre del bambino che narra la prima storia, i cui sogni di rinascita si materializzano anzitutto nella costruzione di un giardino «modesto, ragionevole e oltremodo curato», fatto di «aiuole quadrate o rettangolari fra le montagnole di sassi: isola sperduta di luminosa intelligenza nel cuore di selvatiche distese, steppe, dirupi, venti di scirocco». Sembra di essere catapultati in uno scenario post-apocalittico alla Mad Max, un paesaggio di sabbia e ruderi entro cui provare a delimitare un nuovo Eden coi rimasugli scampati ai disastri della storia. «Adesso è un sobborgo sperduto», vagheggia quest’uomo alla nascita del figlio, rivolgendosi alla moglie: «nel nostro giardino ci sono solo delle piantine. Il sole aggredisce le persiane tutto il giorno. Ma col passare degli anni questi saranno alberi veri e avremo tanta ombra. (…) Quando Hillel sarà grande e noi saremo invecchiati insieme questo sarà diventato un angolo di paradiso. Faremo un pergolato di vite (…). Faranno un centro culturale, qui, asfalteranno la strada, il quartiere sarà collegato alla città, a Gerusalemme ci sarà un governo ebraico con un esercito ebraico (…). Arriveranno immigrati dai quattro angoli del mondo», come annuncia la profezia. Con toni altrettanto ispirati un altro personaggio, proprio verso la fine del libro, immagina a sua volta che «Gerusalemme romperà i suoi argini e diventerà una grande metropoli. I vecchi scenderanno allegramente per le sue strade, alle sue porte non verrà alcun nemico minaccioso. (...). Ci saranno dei magnifici viali. Il tram elettrico collegherà un sobborgo all’altro. Spunteranno castelli e torri. Forse ci metteranno pure un fiume con sopra dei ponti. Una bella città, sarà una città serena». Qui finalmente il lupo dimorerà con l’agnello, il leone e il vitello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.

«Poi tutt’a un tratto si vergognò di quel discorso (…). Una malinconia improvvisa affioro alle sue labbra. (…) “Poesia. Filosofia. Un angolo di paradiso con un pergolato di vite. Ma quando mai?”». C’è purtroppo un vizio di fondo in questo progetto, animato, almeno in parte, da buonissimi sentimenti e legittime aspirazioni – un vizio che non tutti riescono davvero a vedere o non vogliono vedere. Come quello su cui vigila Michele, anche questo sedicente paradiso viene infatti gelosamente cintato e chiuso dall’interno. Al di là della recinzione, si dice, «cominciava la terra di nessuno. C’erano terreni disseminati di rottami, polvere, odore di rovi e di feci ovine, e più avanti il uadi e le tane di sciacalli e volpi». Il problema è che tanto “di nessuno”, a ben vedere, quella terra non lo era affatto. «E laggiù pendii dove formicolavano lucertole scattanti e il serpente e forse di notte anche la iena, e dietro quel uadi c’erano le desertiche alture di calcare, e altri uadi dove arabi avvolte nelle loro tuniche scorrazzavano con le loro mandrie per tutto il giorno». E oltre ancora, «sui pendii e nella piana del Giordano, resti di città bibliche (…). Fra quelle rovine sono sparpagliati gli accampamenti delle tribù beduine, le tende fatte di pelle di capre, i pastori neri armati di coltelli. Giustizia di sangue. Le leggi elementari del deserto: amore e onore e morte. (…) Che tremenda che è (…), questa vicinanza con il deserto». Non più luogo d’elezione in cui sussurra leggero il sospiro dell’Altissimo, ma regione selvaggia abitata – così, sempre, si dice – da subumani pronti a distruggere tutto ciò che di civile si stava faticosamente costruendo al di qua del fossato. Per questo, da questa parte, si comincia a sostenere che i palestinesi «bisogna cacciarli via di qui (…). Cacciare via, respingere, che altro, che se ne vadano nel deserto, che è a quel luogo che appartengono. Qui c’è Gerusalemme (…), qui c’è la Terra d’Israele» (e fa male, fa parecchio male, che proprio lì, proprio a Gerusalemme, capiti ancora che gli altri siano apostrofati come “cani” o “animali”). E per questo stesso motivo, d’altra parte, «sui monti tutt’intorno alla città il nemico aveva piantato fortini di cemento, bunker, batterie di cannoni. E aspettava». Come racconta l’apologo di Salomone, il figlio appartiene alla mamma che non lo vuole dividere in due. L’ansia, la rabbia e il sospetto reciproco vengono progressivamente montati da una sensazione sfibrante di incertezza, destinati ad esplodere non appena gli inglesi se ne saranno andati gettando la spugna con gran dignità. Nessuno è in grado di dire se ci si sta preparando all’inizio di qualcosa di nuovo o a una devastante guerra totale.

In effetti non sembra che ci sia molto margine per l’ottimismo, se perfino uno dei più giovani personaggi qui messi in scena (tralasciando quelli più esaltati) afferma serio serio che «tutto è guerra. É così nella storia, nella Bibbia, in natura e anche nella vita. Anche in amore c’è guerra. E nell’amicizia, perfino». Eppure, in questo scenario di quiete prima della tempesta, il dottor Nussbaum dell’ospedale Hadassah e il dottor Mahdi del consiglio arabo collaborano ogni giorno per risolvere i problemi dell’approvigionamento idrico di Gerusalemme e per debellare le zanzare che infestano i sobborghi della città. E se non sempre si capiscono, tuttavia si considerano reciprocamente carissimi amici e il loro dialogo sofferto è già segno di un’intesa segreta. «Gente eccellente che siete», osserva Mahdi, «una comunità civile e illuminata, come avete fatto a farvi prendere tutti così da un’idea tremenda qual è il sionismo?». E il dottor Nussbaum si sforza di spiegargli: «Anton, ecco, in nome di Dio, fai uno sforzo, solo una volta, prova a metterti nei nostri panni». Cosa che però nessuno riesce per davvero a fare fino in fondo. Ed è paradossale, perché il potenziale cosmopolitico di questa terra, e di Gerusalemme in particolare, emerge dalla polifonia di voci in cui ci ritroviamo immersi sin dalle righe iniziali del testo. Le prime persone che parlano si esprimono «in inglese e in ebraico», poi «un coro di pionieri in camicia celeste interpretò alcuni canti folkloristici», ed erano «canti russi», mentre sul far della sera, «da oriente i rintocchi delle campane si moltiplicavano: campane alte e vaghe, campane ortodosse e campane anglicane, campane greche, abissine, romane, armene». E poi, appena fuori, «minareti in cima alle colline», da cui si può sentire l’appello quotidiano alla preghiera. Non sono bastate queste suggestive compresenze per evitare che Gerusalemme diventasse invece il luogo simbolo della divisione. Il “monte del cattivo consiglio” cui allude il titolo del libro è appunto una collina della città vecchia su cui secondo una leggenda sarebbe sorta la casa di Caifa, là dove Giuda avrebbe venduto Gesù ai capi del Sinedrio; divenuto sede, a suo tempo, del governatorato britannico, ora ospita un complesso di uffici delle Nazioni Unite, a ridosso di quello che dovrebbe essere il confine tra i due stati. Su questa rupe dal nome inquietante continua per ora a consumarsi il tradimento dello straordinario canto di Isaia che annuncia nel tempo messianico l’ascesa di tutti i popoli verso il monte del Signore, segno di una coesistenza pacifica ancorché non omologata: l’unico scenario che la parola “sionismo” dovrebbe evocare.

(finito il 21 giugno 2020)

Ho parlato di


Amos Oz
Il Monte del Cattivo Consiglio
(Feltrinelli, 2012)

232 pp. | 9 €

(ed. or.: The Hill of Evil Councel, 1976)

domenica 25 aprile 2021

25 luglio 1943

Quando si celebrano i 25 aprile vale la pena ricordare, con un pizzico di realistica mestizia, che per arrivarci, almeno in Italia, bisogna spesso passare attraverso i 25 luglio. Meno epici e appassionanti, ne convengo, nonché sottilmente fraudolenti, perché il colluso che stacca la spina al regime da cui ha fin lì tratto onori e vantaggi rischia poi di apparire un eroe al pari dell’autentico resistente scampato al carcere o al confino, ma talvolta anche più esplicativi, se si vuole provare a ricostruire l’effettiva dinamica degli eventi. Come per il giorno della Liberazione magistralmente ricostruito da Carlo Greppi in un altro volume di questa stessa collana, anche per la seduta finale del Gran Consiglio del Fascismo e per ciò che gli ruota intorno possediamo una pletora di racconti contrastanti, praticamente tanti quanti sono i personaggi coinvolti, e persino di più, dal momento che gli stessi testimoni diretti (Mussolini in primis) ne hanno fornito resoconti diversi in tempi diversi, adattati alle esigenze del momento e pieni di lacune se non di palesi falsificazioni («apocrifi d’autore», vengono qui definiti, scritti unicamente allo scopo «di far risaltare la coerenza, la dignità, il coraggio, la consapevolezza del proprio comportamento» da parte dei rispettivi estensori), rendendo perciò quasi impossibile determinare con assoluta precisione che cosa davvero accadde nei giorni precedenti e poi nella notte tra il 24 e il 25, in quelle nove-dieci ore di una riunione di cui peraltro non è mai esistito un verbale ufficiale (perché, come avrebbe ricordato Federzoni, Mussolini non voleva che il Gran Consiglio «fosse e nemmeno che apparisse libero di esprimere opinioni in contrasto con la volontà del dittatore»; pare fosse rigorosamente proibito persino prendere appunti, per non lasciare traccia neanche di un’eventuale, minima, dissonanza). Nel cercare di incastrare le fonti a disposizione, si tratti di dispacci ufficiali, diari o memorie, Emilio Gentile tratteggia i contorni di un regime talmente sfasciato che i suoi stessi gerarchi finiscono grottescamente per indurne il crollo senza averne mai avuta l’intenzione, contrariamente a quel che di solito si pensa e alla versione che alcuni di loro hanno almeno in parte avallato ex post, attribuendosi una lungimiranza che in quel momento, in realtà, nessuno di loro sembrò possedere, come dimostra del resto lo sgomento che li colse, la sera dopo, alla notizia dell’arresto di Mussolini.

Ma che cosa s’aspettavano, dunque, questi presunti “tirannicidi”, a cominciare da quello il cui nome è più di tutti legato alla data del 25 luglio, lo squadrista della prima ora Dino Grandi? Gentile è meticolosamente spietato nel mostrare come i firmatari del suo ordine del giorno non avessero mai manifestato, fino a quel momento, altro che deferenza e sottomissione nei confronti di Mussolini, con toni perfino imbarazzanti («il mio unico desiderio è di ubbidirti», scrive appunto Grandi al duce nel 1925; e ancora, nel ‘39, «essere sempre più uno degli italiani nuovi che Tu sbalzi a martellate: questo vogliono la mia vita, la mia fede»). L’idea che avessero per tutti quegli anni remato contro, ma di nascosto, evoca quanto ha scritto ironicamente Paolo Rossi a proposito di quegli intellettuali ben integrati che amavano raccontare, a guerra finita, di come avessero esercitato dall’interno un’opposizione occulta al fascismo durante il Ventennio – talmente occulta, appunto, da non essere mai stata minimamente percepita dal regime stesso. Grandi non ha peraltro alcuna responsabilità nella convocazione della seduta decisiva del Gran Consiglio, fissata, come sempre, da Mussolini, né risulta essere l’unico redattore dell’ordine del giorno a lui attribuito, le cui parti più incisive andrebbero invece ascritte a Bottai. E se è vero che egli mostra una certa intraprendenza nel contattare i gerarchi in vista della riunione, non è meno vero che si muove sempre alla luce del sole, presentando il testo che avrebbe voluto discutere sia al segretario del PNF Scorza che allo stesso Mussolini, il quale avrebbe potuto in qualsiasi momento annullare l’incontro o rinviarlo sine die. Che Grandi, come annota nel suo diario, potesse temere davvero di essere arrestato all’istante e fucilato per quello che avrebbe detto – e che tutti più o meno già sapevano – è per Gentile palesemente inverosimile, un mero tentativo di accreditarsi a posteriori quale «eroe solitario e temerario», pronto a rischiare la vita «per restaurare la monarchia costituzionale e restituire al popolo italiano la libertà conculcata dal regime totalitario».

In realtà nulla fa pensare a una congiura ordita nell’ombra, neanche i termini stessi con cui si volle impostare il dibattito. A leggere con attenzione i documenti, quello che viene sottoposto a processo non è infatti mai il fascismo in quanto tale, bensì – come se le due cose potessero essere distinte - il «regime totalitario, considerato la causa principale della disfatta militare per tutti gli errori che il duce – con il suo esasperato accentramento di poteri, con la dilagante prevaricazione negli apparati statali del predominio totalitario del partito fascista, con le più gravi decisioni belliche da lui prese dopo il 1939 senza mai consultare il Gran Consiglio – aveva accumulato negli anni precedenti la guerra, aggravandoli durante il conflitto». Da quel che si può capire, il filo conduttore che lega tutti gli interventi è la richiesta a Mussolini di rinunciare a questa concentrazione di poteri, non alla sua guida politica; nessuno poi si sogna di mettere in stato d’accusa i capisaldi della rivoluzione fascista, che anzi andrebbero semmai recuperati e rilanciati. Quel che i gerarchi più lucidi, come Bottai, hanno in testa non è certo far cadere il loro leader (per lealtà, almeno alcuni, ma anche perché è chiaro che, caduto lui, sarebbero caduti tutti), bensì invitarlo a condividere finalmente le sue responsabilità, come avrebbe sempre dovuto essere. Anche se sei e resterai il “primo” - gli si dice - non è bene che tu sia il solo, perché è stato facile giocare all’uomo della Provvidenza fintanto che le cose sono andate bene, ma quando, anziché spezzare le reni alla Grecia, ci ritroviamo con gli americani in Sicilia, è altrettanto facile diventare un perfetto capro espiatorio per la rabbia collettiva. Poiché, invece, la guerra ci riguarda tutti, non si può continuare a lasciare tutto nelle tue mani; bisogna, anzi, richiamare persino il re ai suoi doveri, affinché si riprenda i poteri di comando delle forze armate (di cui il duce si era appropriato nel 1940, entrando in guerra senza concordarlo con nessuno), in modo da coinvolgerlo, come ai tempi di Caporetto, nella gestione di una situazione complicatissima che, in caso contrario, sarebbe stata addebitata interamente al regime. Tradotto un po’ alla buona: caro re Vittorio, ci hai lasciato fare e abbiamo combinato un disastro; ma è anche un po’ colpa tua, perché non ti sei mai opposto e ti sei gongolato del titolo imperiale, quindi adesso ci devi dare una una mano a riparare i danni, magari aiutandoci a stringere una pace separata con gli alleati. Insomma, quel che si chiede a Mussolini e sì un passo indietro, ma giusto un passo, e allo scopo di salvaguardare, non abbattere, il fascismo. Più che un’esautorazione, è quasi un salvagente – o per lo meno così se lo immaginano loro (con le parole che Grandi avrebbe detto a Cianetti: l’obiettivo è «sollevare Mussolini dalla totale responsabilità della condotta della guerra impegnando la Monarchia, e liberare, dico liberare, Mussolini dalla dittatura!»). Certo non mancano le ambiguità, in questo progetto, né le contraddizioni, segno che le idee erano tutt’altro che chiare, in quella Roma torrida e già ferita dai primi bombardamenti alleati (San Lorenzo è colpita il 19 luglio). Cosa vuol dire, ad esempio, “pace separata” se non si è mai riusciti a fare una “guerra separata” dai tedeschi? E come si comporterà davvero il re? E qual è, concretamente, la “costituzione” fascista a cui si dovrebbe ritornare? Ed è immaginabile un regime che non sia totalitario, un Mussolini che rinunci ai pieni poteri? Bottai registra nel suo diario molti di questi rovelli. E finisce per ammettere che, quand’anche il regime fosse rimasto in piedi, con quella discussione la sua ideologia ne sarebbe uscita comunque travolta: «il nostro dovere ci ha messo a un bivio, tra Paese e Partito, tra Italia e Regime, tra Re e Capo. Tanto duro lavoro per unire, cementare, fondere, fare di due uno nella coscienza una; e, oggi, questo essere a un bivio e un decidere che separa, dentro, che torce, che dilania. Ma è il dovere». La patria non è il fascismo, punto.

Da quel che possiamo capire il confronto fu teso, ma composto, come in tutti i confronti sinceramente sofferti (l’unico che sbraca è quella mina vagante di Farinacci, il quale propone un proprio ordine del giorno, in cui chiede sì di cambiare il regime, ma nel senso di trasformarlo in un’autentica dittatura e se la prende con Mussolini perché troppo morbido: «che Mussolini finisca una buona volta la buffonata di fare il comandante supremo delle forze armate e che il Re riassuma nominalmente il comando militare, sta bene; ma ciò soltanto perché il governo possa affidare tale comando ad altri i quali sappiano fare veramente la guerra. (…) Ma niente fine della guerra. Al contrario, la guerra deve cominciare adesso (…). Mussolini ha fallito, perché semplicemente la sua è una ditattura da burla. Non è la Costituzione che bisogna ripristinare, è, al contrario, una dittatura sul serio che bisogna finalmente instaurare, con o senza Mussolini. I tedeschi non hanno alcuna fiducia in noi ed hanno ragione perché non siamo mai stati leali con loro e perché il regime fascista è diventato un regime di femmine e di preti»). In qualsiasi momento, però, un intervento deciso del Capo avrebbe potuto troncare qualsiasi dibattito, com’era sempre stato. Ciò che, appunto, mette ansia ai gerarchi è che nessuno di loro è davvero in grado di prevedere come la prenderà Mussolini: il duce, manovrando i suoi uomini come pedine a proprio piacimento, attribuendo e togliendo arbitrariamente le cariche, era riuscito nell’intento di sfaldare qualsiasi possibile coesione tra i suoi sottoposti, isolandoli l’uno dall’altro come cortigiani invidiosi e rendendoli incapaci di organizzare una qualsivoglia posizione comune (nessuno si fida di nessuno e i pochi mugugni restano confinati nel privato). Basta però la piccola breccia che fortunosamente si è aperta con quella semplice discussione, l’idea stessa che si possa discutere di qualche cosa, per far implodere l’intero edificio. Il vecchio tribuno sembra infatti aver perso lo smalto dei giorni migliori. Le sue argomentazioni sono deboli, il tono stesso è dimesso, abulico, senza convinzione. Parla per un’ora rovesciando tutte le colpe addosso agli italiani che non si sono rivelati all’altezza della guerra. «Pareva che vagasse in un mondo irreale», commenterà Acerbo, ma non è il solo a restare impressionato in negativo dalle sue parole. A un certo punto, Mussolini vagheggia persino di una misteriosa “chiave” che avrebbe potuto ribaltare le sorti del conflitto, ma è talmente evasivo sul punto da far pensare che si stia inventando le cose. Gentile chiosa che in questa sua requisitoria contro tutti, il duce «rivelava una gravissima irresponsabilità di fronte a una realtà di cui lui solo era il principale e massimo responsabile, avendo posseduto per un ventennio il potere politico incondizionato». Il re è nudo e all’improvviso risulta anche terribilmente patetico. A molti dei presenti la sua linea difensiva appare talmente fragile da far pensare che in realtà quello sia il suo modo per chiedere effettivamente aiuto senza dover pronunciare quella parola e ammettere, così, di avere sbagliato. Sarà più o meno questa la linea difensiva sostenuta dai gerarchi che verranno poi processati e condannati a Verona, qualche tempo dopo, compreso Ciano: se il Capo ci avesse detto chiaramente che un voto a favore dell’odg Grandi avrebbe significato la sua caduta, non lo avremmo mai approvato. Ma già solo il fatto che Mussolini abbia messo al voto quel documento – cosa inaudita, in quel contesto, dato che il Gran Consiglio, per prassi, non votata: accettava – e non abbia neppure dato esplicite indicazioni di voto sembrò un segnale in codice per dire “fate pure: non posso dirlo apertamente, ma vi appoggio”. Certo è che nessuno, in quel momento, ebbe la minima sensazione che quello fosse davvero il preludio della fine.

Il 25 luglio 1943 è domenica. La mattina, Mussolini si reca normalmente al lavoro, poi visita i quartieri bombardati – racconta il suo autista - «accarezzando i bambini, ascoltando le lamentele delle donne e distribuendo personalmente sussidi in denaro ai più bisognosi», come se niente fosse. E come se niente fosse, alle 17, si reca dal re per un’udienza che egli stesso ha chiesto di avere. Forse è convinto di rigirarsi Vittorio Emanuele come vuole («non ho mai fatto nulla senza il suo pieno assenso. (…) Egli è sempre stato solidale con me», confida un paio d’ore prima a Galbiati, uno di quelli che la sera prima aveva votato “no”). Del resto si trattava dello stesso Vittorio Emanuele che per anni si era sottratto a qualsiasi ipotesi di rovesciamento del regime – nonostante il Tribunale speciale, nonostante l’arresto dei deputati, nonostante le leggi razziali, e potremmo andare avanti - trincerandosi dietro una malsana idea di sovranità “costituzionale”, intesa come pura difesa delle forme (secondo cui il governo aveva l’appoggio del parlamento) e non dei diritti che danno senso a quelle forme. E invece re Vittorio, questa volta, tira fuori un asso dalla manica. Da tempo, infatti, i militari avevano elaborato un piano per destituire Mussolini, che probabilmente sarebbe stato attuato quali che fossero le decisioni prese dal Gran Consiglio. Ignari di quelle trame, con la loro votazione i gerarchi finirono così forse solo per offrire in extremis al re un pretesto per uscirne in piedi: forse temendo che a quel punto un colpo di stato avrebbe potuto travolgere anche la monarchia, Vittorio Emanuele, all’ultimo, si decise a pilotarlo (senza, peraltro, ragionare molto sulle conseguenze, come la fuga a Brindisi avrebbe chiaramente mostrato). Tanti “forse”, come si vede: difficile districare tutti i fili della matassa senza che resti qualche groviglio. Resta il fatto che, terminata la riunione tra il duce e il re, il cui esatto svolgimento è rimasto per noi ancor più impenetrabile della seduta del Gran Consiglio (dobbiamo fidarci di quel poco che udì, origliando alla porta, il generale Puntoni, aiutante di campo del re, a cui Vittorio aveva chiesto di tenersi pronto; neanche il sovrano sapeva come Mussolini avrebbe potuto reagire alle sue parole, per cui si premunì: «in caso di necessità intervenga...», disse al militare), il capo del governo viene arrestato. Quando la notizia trapela, i gerarchi, come detto, restano di stucco. Due eventi che probabilmente non appartengono alla stessa serie causale finiscono così per essere inestricabilmente intrecciati.

In tutto questo ciò che stupisce più di ogni altra cosa è proprio il contegno tenuto in quei giorni da Mussolini. Gentile si sofferma a lungo sulla questione. Perché – si chiede – ha lasciato fare? Perché – prima di tutto – ha convocato la riunione del Gran Consiglio, la cui ultima seduta risaliva al 1939 (ultimo atto: l’avallo della “non belligeranza” già decisa da Mussolini stesso) e di cui si era fatto a meno per quattro anni? Perché ha lasciato che davvero si svolgesse un dibattito come quello? Perché ha deciso di mettere ai voti l’ordine del giorno Grandi? Come ha fatto, un animale politico come lui, a non capire che quella serie di decisioni ne avrebbe compromesso seriamente l’autorità? Possibile che riponesse così tanta fiducia nel re? La risposta che lo storico propone è che Mussolini si fosse ormai reso perfettamente conto di aver perso l’appoggio della popolazione (le note informative sugli umori popolari che gli passava il ministero dell’Interno erano piuttosto esplicite in tal senso) e di non aver più neanche la presa ipnotica sui suoi stessi uomini, come la seduta del Gran Consiglio gli rese in ultimo evidente. L’atteggiamento assunto quel giorno, perciò, «non sarebbe stato niente altro che un espediente per trovare finalmente una via di uscita per scendere dal treno della storia, sul quale aveva preteso di guidare l’Italia, ora che, per colpa sua, stava deragliando verso una inevitabile catastrofe». Dal suo punto di vista, fu «come un suo proprio atto di abdicazione per estrema amarezza e ripugnanza», una vera e propria forma di «eutanasia politica», «l’eutanasia di un duce, che aveva perso il suo carisma». Peccato che la sua agonia sia stata pagata così a caro prezzo per altri diciannove mesi da tutti gli italiani.

(finito il 2 giugno 2020)

Ho parlato di


Emilio Gentile
25 luglio 1943
(Laterza, 2018)

XXIV-287 pp. | 18 €

lunedì 5 aprile 2021

La peste e la città

Giusto pochi giorni fa alcune mie classi sono state coinvolte in un interessante percorso promosso dall’Archivio Storico di Savigliano sulla peste “manzoniana” del 1630 che colpì in realtà tutto il nord Italia. Dal momento che non ho potuto parteciparvi in prima persona perché contemporaneamente impegnato in un’altra attività didattica, nelle lezioni successive ho cercato di carpire agli studenti qualche informazione su ciò che era stato raccontato loro. Immancabilmente, tutti quelli che hanno condiviso le loro impressioni si sono detti affascinati soprattutto dal fatto di aver potuto prendere visione (sia pure a distanza) dei documenti ufficiali dell’epoca e delle altre meraviglie che un archivio comunale spesso custodisce senza che molti di noi neanche ne immaginino l’esistenza. Comprendo benissimo quel tipo di emozione. E però – che volete che vi dica? - l’amico Cesare Morandini c’era arrivato prima di tutti. Più o meno un anno fa, di questi tempi (ancora sotto quaresima, dice in effetti lui, ma Pasqua era una settimana dopo), nel cuore del lockdown duro, mentre i più si reinventavano fornai e pizzaioli casalinghi, lui si è invece ricordato che «in una remota cartella del (...) computer» aveva salvato le scansioni degli ordinati comunali di Mondovì (per capirci, i verbali del consiglio comunale) relativi, appunto, agli anni 1630-1631, li ha metaforicamente dissotterrati da lì e ha cominciato a trascriverli, «di sera, nel sottofondo della tv accesa sui notiziari» che a rullo continuo sciorinavano i numeri dell’apocalisse in corso, confrontando così passo passo le affinità e le diversità nel modo di affrontare la comune emergenza a quattro secoli di distanza.

Ora, la domanda è d’obbligo: ma perché mai uno dovrebbe avere salvato da qualche parte nel proprio hard disk gli ordinati seicenteschi del consiglio comunale di Mondovì accanto alle foto delle ultime vacanze a Spotorno, e poi proprio quegli ordinati lì, quelli che parlano della peste, mentre fuori infuria una pandemia globale assolutamente imprevista? Sulla prima parte soprassiedo: ognuno ha le sue personali perversioni. La risposta alla seconda domanda è che la ricerca, spesso, funziona così. Tu lavori, per dire, su un progetto ben preciso, finisci per questo in una qualche biblioteca seguendo un certo filone di indagine o apri un libro alla ricerca di determinate informazioni, ma nel farlo ti imbatti incidentalmente in qualcos’altro che ha tutta l’aria di essere molto interessante e a cui però in quel momento non puoi prestare troppa attenzione perché – appunto – esula del tutto dalla tua ricerca. Allora, senza pensarci più di tanto, te ne fai una copia e la metti da parte perché chissà, magari in futuro se ne potrà fare qualcosa, poi si vedrà. Qui vien fuori il fiuto dello storico, e non solo dello storico (Colombo, in fondo, ha trovato l’America mentre cercava l’Asia). Tante volte, effettivamente, questi reperti restano da parte per sempre, intonsi, perché l’occasione giusta non si presenta mai. A volte, però, accade il contrario – e così è andata. Racconta Cesare, riferendosi a quei giorni di un anno fa: «attorno a me il paese tenta di deliberare le azioni corrette in relazione ad una situazione che non si era mai presentata, o meglio, che si era già presentata molte volte, ma troppo tempo fa. (…) Io faccio la mia parte, e intanto scavo in una miniera che tutti ignorano (…). Io so che queste mura, questo panorama di monti e colline, questi nomi di luoghi hanno già visto tutto questo. Inizio a raccontare, nella penombra segreta del mio schermo, immerso nell’aria tesa di questa storia di coronavirus, quell’altra storia di peste. Senza ragioni particolari, se non per una elementare assonanza. Segretamente, inconsapevolmente, sperando di trovare delle profonde imprescindibili differenze. E per un brivido maligno di disvelamento, quello che sempre prude tra le dita dello storico».

Già, perché, man mano che la trascrizione procedeva, il lavoro di Cesare ha preso un’altra forma. A ricopiare son buoni tutti, bastano due nozioni di paleografia e tanta pratica come correttori di compiti in classe. Quella che alla fine ha compiuto è invece un’operazione che non esito a definire di alto valore culturale, ma anche sociale, e che, mi sbilancio, apre una vera e propria strada tutta da percorrere (al di là del caso specifico preso qui in esame). In buona sostanza, cos’ha fatto Cesare? Ha preso del materiale d’archivio che era lì da secoli – nulla dunque di misterioso o esoterico, nessun manoscritto inedito di Qumran per intenderci - ma che tuttavia non era realmente accessibile a tutti - perché scritto in una lingua ostica, perché stringato come deve esserlo un verbale e al tempo stesso pieno di sottintesi e informazioni ovvie forse per i lettori di un tempo, ma non per noi (a cominciare, per dirne una, dalla toponomastica) – e da questo solido materiale grezzo ha ricavato un’opera che non è narrativa in senso stretto (perché non si può dire che ci sia un intreccio vero e proprio, men che meno una deriva romanzesca) e però neanche puramente saggistica (non solo perché la prosa scorre via che è un piacere e non manca il racconto di episodi gustosissimi, ma anche perché informazioni che in volumi d’altro genere sarebbero state confinate nelle note o negli apparati qui sono rifuse nel testo stesso, integrandolo senza appesantirlo, così da fornire man mano al lettore gli strumenti necessari per orientarsi in un mondo che non è più il nostro, anche se ci assomiglia molto). Direi allora che quella che ne è venuta fuori, dietro l’aspetto di una cronaca mensile degli eventi, è un’opera di affabulazione come lo possono essere le lezioni ad popolum di un Alessandro Barbero, con personaggi indimenticabili (uno su tutti: l'instancabile vicesindaco Orazio Vitale), momenti di grande tensione narrativa, suggestive ipotesi interpretative – e anzi, a dirla tutta, il principale limite di questo libro è proprio il fatto che sia solo scritto, perché chi lo conosce sa bene quanto Cesare, pur scrivendo benissimo, sia ancor più bravo a raccontare le cose a voce, coinvolgendoti nel racconto con le pause, i cambiamenti di tono e la gestualità (ed è per questo che me la vedrei proprio bene la versione video di questo testo, con l’autore che ci parla di medici, suffumigi e calce viva girando nei luoghi della nostra Mondovì via via che ne parla, dal lazzaretto di San Bernolfo e delle Ripe ai palazzi di via Vico in cui il medico Durando attesta il primo caso ufficiale di peste entro le mura cittadine. E quanto sarebbe bello allargare poi il discorso alla Mondovì medievale e a quella napoleonica, alle lotte di fazione e alle dinamiche produttive?).

Apro una parentesi. Quella appena descritta è un’esigenza che mi pare si stia manifestando in molti modi. Per restare grosso modo agli anni della peste secentesca, è uscita da pochissimo una “traduzione” in lingua corrente dei Discorsi e dimostrazioni di Galileo realizzata dal fisico Alessandro De Angelis: operazione che può far storcere il naso ai puristi, ma che, se condotta con intelligenza e competenza, può aiutare un pubblico di studenti o di non specialisti ad accostare testi che diventano via via sempre più difficili da decodificare e che rischiamo per questo di dimenticare. Chiusa parentesi.

Rendere in questo modo di pubblico dominio un pezzo della nostra storia cittadina, i personaggi che l’hanno vissuta e i luoghi in cui si è svolta, è esattamente come rendere di nuovo agibile un vecchio edificio andato in disuso: ci si riappropria collettivamente di qualcosa che è di tutti ritrasformando in risorsa ciò che era diventato un problema (tema a cui noi monregalesi siamo per forza di cose particolarmente sensibili). Un recupero delle nostre radici condotto in questa maniera, brioso nei toni eppure metodologicamente accurato, costituisce inoltre un antidoto al vizio diffuso di spacciare per autentico rispetto del passato quello che è solo un volgare saccheggio della storia per fini ideologici e propagandistici da parte di chi ricorda tutt’al più cos’ha mangiato due sere prima, se va bene. Da questo punto di vista, poi, la storia locale è un vero e proprio campo minato, perché spesso ha l’odore asfittico di certi musei etnografici in cui si glorifica la roncola del nonno come se fosse una reliquia dei Re Magi. Questa lettura, al contrario, ti cattura con i suoi riferimenti a un mondo così familiare eppure così diverso come la tua stessa città di quattro secoli fa, che impari così a far riemergere sotto quella attuale, ma si serve di questo escamotage per allargare i tuoi orizzonti anziché ripiegarli nella contemplazione di un sedicente “eterno ieri” (che la vera storia ha anzi il compito di problematizzare e riproblematizzare).

Su questo libro ho avuto il privilegio di dialogare pubblicamente con Cesare stesso al momento della sua uscita, e per questo qui ho un po’ divagato, immaginando che gli interessati lo abbiano già letto. Aggiungo solo questo. Quando ne discutemmo, cominciavamo appena a rimettere il naso fuori di casa e sembrava che il peggio fosse superato. Anche per questo, l’attenzione allora si focalizzò su certi aspetti anziché su altri. Eppure, nelle pagine finali si ricorda che «con la primavera il contagio riprende con forza»: non è devastante come nei mesi precedenti, «ma è ben vivo». E anche che «la lotta al morbo ricomincia, solo più in sordina rispetto a un anno prima», perché «manca l’allarme, maturato in una rassegnazione amara». Le avevamo forse trascurate un po’, sul momento, quelle considerazioni, anche per scaramanzia. E invece eccoci qua.

(finito il 27 maggio 2020)

Ho parlato di


Cesare Morandini
La peste e la città. Mondovì 1630
(Cooperativa Editrice Monregalese, 2020)



120 pp. | 9,50 €

domenica 21 marzo 2021

E adesso, pover'uomo?

Non è detto che l’essere stato definito come uno dei «più significativi romanzi tedeschi del periodo prefascista» sia necessariamente indizio di alta qualità letteraria, se l’osservazione proviene da due filosofi come Horkheimer e Adorno, ai quali il successo ottenuto da questo libro al momento della sua uscita (confermato anche da una repentina trasposizione cinematografica hollywoodiana) interessava soprattutto per riflettere sul carattere consolatorio della letteratura popolare, nello stesso modo in cui oggi si potrebbero fare analoghi discorsi a proposito di certe fiction televisive («le situazioni cronicamente disperate che affliggono lo spettatore nella vita quotidiana – scrivono infatti i due francofortesi nella Dialettica dell’illuminismo – diventano, non si sa come, nella riproduzione la garanzia che si può continuare a vivere»: la citazione non me la ricordavo; me l’ha fatta notare un libro di Siegmund Ginzberg). Paradossalmente, però, proprio ciò che all’epoca avrebbe potuto far storcere il naso al lettore in cerca di stimoli più raffinati, ne rende oggi estremamente interessante il recupero come documento storico capace di catturare in presa diretta più di una semplice eco dello spirito del tempo. Il fatto di essere stato pubblicato nel 1932, pochi mesi prima della nomina a cancelliere di Hitler, quando cioè non si poteva ancora sapere come sarebbero andate a finire le cose, consente infatti a questo testo di conservare una preziosa ingenuità di sguardo che nessun romanzo storico scritto successivamente potrebbe pienamente riprodurre, rendendolo perciò - anche in virtù di una precisa scelta estetica “oggettivistica” da parte del suo autore – quasi una sorta di reportage da cui attingere elementi utili per provare a capire da dove esattamente siano venuti fuori i nazisti (così, ad esempio, consiglia di leggerlo Ralf Dahrendorf nel breve saggio proposto dalla Sellerio come introduzione al volume).

La storia raccontata è, di per sé, quanto di più semplice si possa immaginare. Lui, Pinneberg, il “pover uomo” del titolo (alla lettera, Kleiner Mann), contabile in una ditta di mangimi, incontra un giorno per caso al mare lei, che di nome fa Emma, ma che viene da lui per lo più chiamata Lämmchen, “agnellino”, piccola cenerentola in una famiglia di estrazione operaia. Sono due ragazzi, poco più che ventenni. «Non s’erano mai visti prima. (…) Non sapevano nulla l’uno dell’altra, sentivano soltanto ch’erano giovani e che è bello amarsi». Nell’euforia del momento arrivano subito al dunque e si ritrovano in attesa di un figlio praticamente prima ancora di conoscere i rispettivi nomi (la scena d’apertura è appunto nella sala d’attesa di un ginecologo, quando la verità viene a galla, con tutte le conseguenze che comporta). Nonostante siano colti alla sprovvista, i due decidono comunque di mettere su famiglia, ma non è facile vivere con uno stipendio solo nella Germania economicamente dissestata dopo il giovedì nero di Wall Street. L’occhio dell’autore segue appunto questa coppia nel suo tentativo di trovare una qualche stabilità, nei mesi della gravidanza e poi in quelli immediatamente successivi al parto, senza indulgere però mai all’ironia o al sarcasmo, perché «come si fa a ridere, ridere di cuore, in un mondo come questo, in cui i responsabili dell’economia han potuto risanare se stessi, pur avendo commesso mille errori, e la gente che sta in basso viene umiliata e calpestata, pur avendo fatto sempre del suo meglio?» (è passato un secolo, ma siamo sempre lì). Ed ecco dunque le nozze («un matrimonio da cani», senza fronzoli, in municipio, alla presenza dei soli familiari di lei), la ricerca di un appartamento nella città di provincia dove lavora lui, il suo licenziamento, il conseguente trasferimento a Berlino, la ricerca di un nuovo appartamento e di un nuovo lavoro (che sarà poi quello di commesso presso la catena dei grandi magazzini Mandel - «ebrei, ovviamente»), le meschinità e i conflitti che si generano fra colleghi e, poi, soprattutto quella sensazione costante, opprimente, di assoluta precarietà esistenziale. C’è da chiedersi se aspettare un bambino, in quelle condizioni, sia un atto di coraggio, come qualcuno fa loro notare, «o se piuttosto, in questo momento, non sarebbe tutto assolutamente desolante, se non ci fosse l’idea del piccolo in arrivo. Di cos’altro ci si potrebbe rallegrare sennò in questa vita?».

Già, perché la situazione è dura, durissima. Una pagina che è a suo modo una dichiarazione di poetica riporta schematicamente il bilancio preventivo escogitato e sottoscritto dai Pinneberg, che dovrebbero campare con 200 marchi lordi al mese di salario – e no, semplicemente non ce la possono fare (commuove un dettaglio: quegli 1,15 marchi destinati all’acquisto di fiori, perché anche la miseria desidera bellezza). La vita cittadina, con le spese per l’acqua, l’elettricità, i mezzi pubblici ti mangia tutto quel poco che riesci a guadagnare: ahimé, «tutto costa dei quattrini, senza quattrini non c’è niente di niente» e «quando si è poveri, tutto diventa complicato». É la logica che accettano tutti, troppo impegnati nello sforzo di non essere raggiunti dall’ondata di piena, ma a tratti pare così assurda da apparire quasi irreale. Commessi ridotti alla miseria come Pinneberg devono passare le loro giornate ad aiutare i ricchi nella scelta di quello che per questi ultimi è solo l’ennesimo completo superfluo con cui riempire i loro armadi già ben riforniti. Eppure può andare anche peggio, quando la ditta decide di legare i compensi alla produttività, ossia alle vendite effettive realizzate da ciascun dipendente. «Dicono che serve a razionalizzare e ad economizzare, a ‘sto modo si scopre chi è che non è all’altezza». É il mito (sempre in voga) del self-made man, la promessa molto sospetta che avrai un futuro radioso, solo che tu abbia voglia di impegnarti e investire su te stesso. Ma metti che tu non sia uno squalo, che non voglia esserlo? Metti che, anziché stimolare la tua intraprendenza, la paura di non portare a casa il pane da mangiare susciti piuttosto continua ansia da prestazione e aumenti le probabilità di fallimento? «Che razza di gente è questa, che per un motivo del genere, sbatte per strada un uomo, togliendogli completamente la paga, il lavoro e qualsiasi piacere nella vita?! Cosa vogliono, che i più deboli smettano proprio di esistere? Stare a giudicare un uomo in base a quanti pantaloni riesce a vendere!».

Una vita condotta sul filo degli espedienti ovviamente non può durare a lungo senza un tracollo. «No. É ovvio che non durerà». Di nuovo quelle parole, come un mantra rovesciato: «no, effettivamente, non può andare a finir bene». Pinneberg ne è oscuramente consapevole sin dal primo giorno di assunzione, quando, rientrando a casa, indugia per qualche minuto in un parco in mezzo alla folla di disoccupati. Benché sia appena «ridiventato uno che guadagna», si rende conto di essere «molto più prossimo a questi non salariati che a quelli che hanno lauti introiti. É uno di loro, può succedere da un giorno all’altro che si ritrovi qui come loro, non può farci niente. Non c’è niente che lo protegga da una simile eventualità». Eppure quel salariuccio e il colletto bianco, sia pure sgualcito, costituiscono ancora, per il momento, una parvenza di argine. La moglie ha spontanee simpatie comuniste, ma lui tergiversa: per ora un lavoro c’è, non c’è bisogno di abbracciare la rivoluzione. Ma pian piano anche le sue convinzioni si incrinano. Ha sperimentato che la competitività sulle spalle dei poveri, abbindolati dal richiamo al benessere, genera solo disgregazione sociale e insicurezza, il ritorno alla legge della giungla. «Stanno facendo venir su soltanto delle belve feroci», constata a un certo punto. Ciò «dipende dal fatto (…) che ce ne stiamo per i fatti nostri. E anche gli altri, quelli che sono tali e quali come noi, se ne stanno per i fatti loro. Ognuno pensa di essere chissà cosa. Se almeno fossimo degli operai! Quelli si chiamano compagni e si aiutano l’uno con l’altro (…). Lo so bene, neanche loro sono perfetti. Ma almeno possono fregarsene delle apparenze. Quelli come noi, gli impiegati, s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore…». Ma a un certo punto anche le ultime microscopiche briciole finiscono di cadere dalla tavola di Epulone, ed è allora che il piccolo Lazzaro apre gli occhi e d’un tratto ha l’illuminazione: quando un vigile lo fa bruscamente sloggiare da una vetrina «di delikatessen, sfolgorante di luci», perché, con la sua sola presenza adorante è d’intralcio alla quiete pubblica, «capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato». Ormai, per lui, «la vita continua a bruciare e a consumarsi, ma senza mandar fiamma, senza alcuna speranza».

Stritolato da un meccanismo che sembra indifferente alla sua sofferenza e glorifica la propria disumanità come trionfo dell’efficienza, Pinneberg, che è una persona del tutto comune, mediocre anche negli orizzonti e nei comportamenti, pure lui perbenista il giusto, non del tutto insensibile alla prospettiva di mettere da parte qualche spicciolo solo per sé e per la sua famiglia, ecco che pure lui crolla, questo povero cristo neanche troppo simpatico non ce la fa più «e pensa a un sacco di cose, ad appiccare incendi, a lanciare bombe, a sparare», perché «ci sono delle volte che si vorrebbe scoppiare dalla rabbia per com’è regolato tutto quanto a questo mondo». Se non del tutto giusto, quasi niente qui è sbagliato: In fondo è lo stesso grido che sgorga dal cuore dei Joad e di quegli altri diseredati che, contemporaneamente, dall’altra parte dell’Oceano, pativano gli stessi stenti e la stessa, sconvolgente, atroce mancanza di prospettive di cui parla quel capolavoro assoluto che è Furore. Ed esattamente come nelle pagine di Steinbeck, anche qui «la povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta». Si capisce quanto sia impellente stringere un nuovo patto, possibilmente meno iniquo, prima che tutto salti per aria. Perché sì, alla fine il nostro Pinneberg, irresoluto com’è, non carica nessuna pistola e si rintana nel nido familiare sperando che prima o poi passi quella interminabile nuttata («è l’antica felicità, è l’antico amore. Più in alto, sempre più in alto, dalle brutture della terra fin verso le stelle»: il povero continua a cantare e portare la croce e tutti gli altri vissero felici e contenti, da cui il disappunto dei sopraccitati filosofi per un posticcio lieto fine). Ma dei tanti come lui, nel frattempo, «la maggior parte è già passata ai nazisti». Hanno un bel dire, questi ultimi e tutti i loro epigoni, che la loro è una nobile lotta spirituale: il loro consenso lo costruiscono invece tutto qua, nella miseria più nera di chi ha fame ma non sa davvero più coordinarsi con gli altri che sono come lui e allora trova nell’ideologia un surrogato di unità che spaccia per reale comunità quella che è solo una somma di individualità narcisistiche e impaurite rivestite di una divisa. É questa concretissima anonima sofferenza, non la fatica del concetto, a determinare la massa critica sufficiente per generare una reazione a catena potenzialmente infernale. Va da sé, perciò, che, se la si vuole disinnescare, dato che si sta pericolosamente riaggregando, non serviranno le prediche, ma solo una lucida e al tempo stesso visionaria azione politica (di cui però al momento si vedono, a voler essere ottimisti, solo minime avvisaglie).

(finito il 12 maggio 2020)

Ho parlato di


Hans Fallada
E adesso pover'uomo?
(Sellerio, 2017)

trad. di M. Rubino

578 pp. | 15 €

(ed. or.: Kleiner Mann, was nun?, 1932)

lunedì 22 febbraio 2021

Galapagos

C’era una volta, un milione di anni fa, una specie animale che per ragioni del tutto imperscrutabili aveva finito per sviluppare dei grossi cervelli del peso di circa tre chili. É del tutto ingenuo pensare che questo sia un buon motivo per ergersi al vertice della scala naturale. La verità è che «non c’era limite alle trame perverse che una macchina del pensiero di siffatte, soverchie proporzioni era in grado di concepire e di tradurre in atto», oltretutto in nome di opinioni che erano solo «nella testa della gente», come il valore della cartamoneta o l’esistenza di un confine: per quanto ciò possa suonare assurdo, infatti, «nell’era dei cervelli grandi e grossi le semplici opinioni rivestivano la massima importanza», nonostante la loro assoluta volubilità. «Questo, a mio parere, costituiva l’aspetto più diabolico di quei grossi cervelli dei tempi andati. Dicevano, in pratica, ai loro titolari: “Questa sarebbe un’autentica idiozia; probabilmente potremmo anche farla, ma naturalmente non la faremo mai. É solo che pensarci è divertente”. Dopo di che, come in stato di trance, quelle cose le facevano, eccome: organizzavano duelli mortali di schiavi al Colosseo, bruciavano viva la gente sulla pubblica piazza perché proclamava opinioni sgradite, costruivano stabilimenti il cui scopo era quello di uccidere la gente su scala e con metodi industriali, oppure in un secondo distruggevano un’intera città. E potrei continuare con gli esempi». Quegli «infernali computer racchiusi nel cervello della gente ignoravano che cosa fosse la moderazione, l’inerzia, la pigrizia; e imponevano a ritmo spietato problemi estremamente ardui in numero affatto superiore a quelli che la natura era in grado spontaneamente di creare». E poi «che mania di parlare, a quei tempi! Era un bla-bla-bla che da mattina a sera non cessava mai. La gente parlava, parlava, parlava, senza mai stancarsene. (…) Che altro sarebbe potuto essere, quel bla-bla-bla che andava avanti giorno e notte, se non vani, ma sollecitati appelli provenienti dai nostri assurdi, incongrui, enormi cervelli in attività? Non c’era modo di metterli a tacere. Che noi si avesse o meno qualche motivo di metterli in funzione, quelli non si fermavano un momento. E facevano sempre un baccano del diavolo. Dio, che chiasso facevano, quei dannati cervelli!».

Insomma, «dalla violenza che gli esseri umani esercitavano sugli altri, su loro stessi, su qualsivoglia espressione di vita, un visitatore proveniente da un altro pianeta avrebbe potuto pervenire alla conclusione che la terra fosse impazzita, e che la gente fosse in preda a quella frenesia perché la natura si accingeva a farli fuori tutti», senza neanche bisogno di scomodare diluvi o meteoriti: sarebbe bastato lasciar loro l’iniziativa e quegli esseri pensanti avrebbero finito di sicuro per autodistruggersi, tra l’altro senza neanche rendersene conto, perché «una pecca particolarmente grave un milione d’anni fa» era costituita dal fatto «che le persone meglio informate sulle condizioni del pianeta (…) e abbastanza ricche e potenti per frenare gli sprechi e le distruzioni in atto, erano per definizione ben nutrite. Di conseguenza, per quanto li riguardava tutto funzionava nel migliore dei modi» e nessuno di quelli che stavano ai vertici delle nazioni «aveva capito (...) cosa diamine stesse accadendo», anche se non mancavano affatto segnali evidenti che il final countdown fosse ormai cominciato.

Pare un’istantanea scattata un attimo prima dell’imminente apocalisse, l’allegria del definitivo naufragio. Ma qui la satira sferzante che fa di Vonnegut un maestro del conte philosophique novecentesco – e che illumina ogni riga con i suoi lampi d’intelligenza, sia pure con qualche ridondanza – si sposa con le potenzialità conoscitive fornite dal darwinismo, offrendo una soluzione inaspettata al problema, sia pure sotto forma di iperbolico paradosso. Se la natura ogni tanto commette degli errori, quale quello di consentire «l’evoluzione di un fattore distraente, incoerente, dirompente come il grosso cervello di cui il genere umano era dotato», non è meno vero che essa ha anche le risorse per rimettere le cose a posto, senza dover attendere l’intervento provvidenziale di un Dio o degli extraterrestri. «Sono pronto a dichiarare sotto giuramento che la legge della selezione naturale ha proceduto alle riparazioni senza aiuti esterni di alcun genere»: a questo punto va detto che chi pronuncia queste parole, come tutte le altre che sto riportando - anzi chi le scrive «nell’aria, tracciandole con la punta dell’indice della mia mano sinistra, che è fatta d’aria anche essa» - è il fantasma di un uomo che era già morto nel momento in cui comincia la storia che racconta, ma che aveva rinunciato a percorrere la «galleria azzurra che conduce all’Aldilà» non appena resosi conto che il suo nuovo status ectoplasmatico, consentendogli libero accesso alle menti delle persone e a tutti i luoghi del pianeta, avrebbe potuto fornirgli finalmente la chiave «sul senso della vita, su come funziona, e tutto il resto». Cose che possono capitare solo in un romanzo di Vonnegut, ma forse neanche tanto: in fondo, sembra sottilmente dirci l’autore, se crediamo che esista il denaro non si vede perché non dovremmo credere anche ai fantasmi (e ad ogni modo non è neanche la cosa più strana che si può trovare in queste pagine). Il gran rifiuto di accedere subito ai pascoli del cielo costa al narratore una permanenza supplementare sulla terra per un tempo lunghissimo – un milione d’anni appunto. Che sembrano tantissimi, ma sono anche «un lasso di tempo irrisorio», se lo si osserva con occhi evoluzionistici. Quanto basta, per lo meno, per vedere com’è poi davvero andata a finire la storia e trarne le debite conclusioni.

Quel che viene messo in scena è infatti la versione romanzata di ciò che i biologi evolutivi definiscono tecnicamente un “collo di bottiglia”, ovvero ciò che accade quando una serie di eventi imprevedibili sottopone a un fortissimo stress un determinato ambiente, facendo sì che una piccola popolazione si stacchi dalla specie madre, portandosi dietro del tutto casualmente un campione di variabilità genetiche che condizionerà poi le future caratteristiche della popolazione discendente. Per questo motivo Telmo Pievani ne consiglia la lettura in uno dei suoi libri migliori, come invito a riflettere su quel “potere delle circostanze” che fa dell’evoluzione un processo assolutamente non lineare né predeterminato. “Un milione di anni fa” non è perciò altro che il 1986, l’anno successivo a quello della pubblicazione del libro. In quell’anno ci si immagina che venga organizzata una strombazzatissima crociera naturalistica sulle orme di Darwin che da Guayaquil, Ecuador, avrebbe dovuto far rotta verso le Galapagos, alla quale si iscrivono, ciascuno con le proprie personalissime motivazioni, una serie di scombinati personaggi provenienti da tutto il mondo (fantasma compreso), a cui si aggiungono poi altri personaggi non meno scombinati finiti lì più o meno per caso. Quello che avrebbe dovuto essere un semplice viaggio di piacere si trasforma però in una variazione sul mito dell’arca di Noé, per l’azione congiunta di una guerra tra paesi sudamericani, una crisi economica internazionale («semplicemente l’ultima di una serie di micidiali catastrofi verificatesi nel Ventesimo secolo, e che trassero interamente origine dai cervelli umani») e un virus capace di divorare le ovaie delle donne di tutto il mondo, rendendole quasi di colpo totalmente sterili. Salpata per sbaglio senza capitano e senza equipaggio, dopo una deriva di qualche giorno, la Bahia de Darwin finisce per incagliarsi e spegnere i propri motori sugli scogli della fittizia isola di Santa Rosalia. Data la situazione venutasi a creare nel resto del mondo, questo eterogeneo, ma ristretto, gruppo di superstiti isolati dal resto dell’umanità si ritroverà così ad essere l’unica colonia ancora fertile di Homo sapiens e darà vita a un involontario processo di speciazione che trasformerà l’uomo in qualcosa di simile alle foche, con un cervello molto più piccolo e istinti decisamente più elementari.

Naturalmente, il divertimento principale consiste nel vedere come, poco a poco, «su una superficie irrisoria del pianeta», vanno «maturando eventi le cui ripercussioni si sarebbero manifestate un milione di anni dopo», senza che lì per lì tu riesca a capire come tasselli talmente variegati e particolari possano poi generare una parvenza di trama. Qui Vonnegut sguazza nel suo habitat preferito, con il suo talento assoluto per la descrizione di personaggi bizzarri e di situazioni improbabili, mescolando la tragedia alla farsa e soprattutto intersecando di continuo il piano della storia universale e l’intimità minimalistica delle vite di ognuno, quasi a ricordarci come tutto ciò che siamo è appeso a un filo e, se a posteriori ci sembra sempre che tutto sia andato come doveva andare, ogni singolo istante della nostra esistenza è in realtà solo un’eccezione fra miliardi di altre alternative non impossibili. Sorprendentemente, però, il risultato di questo apparente guazzabuglio è che, poi, alla fine, le cose si sono davvero sistemate. «In quel lontano passato, qual era, a eccezione del nostro complicatissimo sistema nervoso, la fonte dei mali che vedevamo o dei quali sentivamo parlare praticamente dappertutto? Ecco la mia risposta: non esistevano altre fonti. Una volta esclusi quei grossi cervelli, il nostro era un pianeta del tutto innocente». E allora, portando alle estreme conseguenze il paradigma della decrescita felice, se riconosciamo che tutti i danni prodotti da questo animale pasticcione che noi siamo sono dovuti alla nostra capacità di pensare, forse sarebbe semplicemente meglio smettere di farlo. Ne trarrebbero tutti vantaggio, noi per primi. Prendiamo l’iguana, per esempio. Essa non ha nemici e «se ne sta immobile in un luogo qualunque, lo sguardo fisso su un punto imprecisato che non è né vicino né lontano; e non vuole nulla, non si preoccupa di nulla fino al momento in cui avverte lo stimolo dell’appetito». A quel punto si immerge in acqua, appena a qualche metro da riva, e si rimpinza di alghe che per essere commestibili devono essere riscaldate. Quindi che fa? Si riporta a riva e si mette al sole: «usa se stessa a guisa di casseruola munita di coperchio, arroventandosi sempre di più mentre il sole va cuocendo le alghe. Continua a tenere lo sguardo puntato a mezza distanza, senza osservare niente di preciso». Nessuno stimolo ulteriore, nessun problema o preoccupazione. «Durante il milione d’anni da me trascorsi su queste isole, la legge della selezione naturale non ha saputo modificare in minima misura – e in senso positivo o negativo – questo particolare schema di sopravvivenza». É più o meno lo stesso schema che adotterà, in quel milione di anni, la nuova umanità pinnipede discendente dai profughi di Santa Rosalia. Certo, tutto ciò ha dei costi, perché la natura non è l’Eden: si vive di meno, si impara molto presto che nessuno veglia su di noi «ed è raro invero che un adulto non abbia visto un parente, o un congiunto sprovveduto, divorato vivo da una balena, da un pescecane assassino». Ma in questo modo la specie riuscirà a preservarsi e potrà anche fare a meno degli psicanalisti.

Chiamarlo lieto fine è evidentemente una provocazione. E pur tuttavia, finché ci limiteremo a scrivere “andrà tutto bene” sui cartelloni sperando che le cose si sistemino magicamente da sole anziché usare finalmente i nostri grossi cervelli per cambiare sul serio i nostri stili di vita, quella qui delineata, per quanto inverosimile, resta anche l’ipotesi più plausibile di salvezza per l’umanità.

(finito il 19 aprile 2020)

Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Galapagos
(Bompiani 2015)

Trad. di R. Mainardi

320 pp. | 13 €

(ed. or.: Galapagos, 1985)

venerdì 29 gennaio 2021

Guerra e pace

Raggiunta più o meno l’età in cui Tolstoj scrisse Guerra e pace, ho pensato che, non essendo capace di fare altrettanto, fosse giunto per me il momento quantomeno di leggerlo – e così facendo, senza volerlo, dato che l’ho cominciato prima che gli eventi precipitassero, avevo già trovato anche una buona risposta a chi mi avrebbe poi chiesto cosa avessi fatto durante il lockdown del 2020 (DAD e orto a parte, ovviamente). Del resto, è solo grazie al lockdown se, un pezzo alla volta, con incedere direi quasi liturgico, l’ho percorso tutto da cima a fondo in un periodo di tempo relativamente circoscritto, senza smarrirmi per strada. Il rischio, in teoria, è concreto. Apprendo dagli slavisti che il termine russo mir, “pace”, se scritto con una grafia leggermente diversa da quella consueta, che però negli autografi lo stesso Tolstoj era solito alternare all’altra, può significare qualcosa come “mondo”, “universo”, “comunità”, “tutti” – come se nella sua stessa testa un altro modo di leggere il titolo potesse essere, appunto, qualcosa tipo “La guerra, l’universo e tutto quanto”, per parafrasare Douglas Adams. Solo che Adams – pensi - fa dell’ironia, mentre qui, man mano che procedi, ti viene davvero il sospetto che il vecchio Leone ci abbia sul serio provato a raccogliere in un libro “tutto quanto”. D’altronde – si legge in una delle tante digressioni saggistiche e metanarrative in cui sembra spiegarti le regole del gioco – come la matematica e la fisica moderne hanno elaborato gli strumenti concettuali per studiare la continuità del moto e determinarne le leggi, così chi si propone di comprendere davvero la storia dell’uomo dovrebbe smettere di occuparsi dei fenomeni di cui tratta come se fossero episodi discreti, «quando in realtà nessun avvenimento ha né può avere un inizio, ma ciascun avvenimento deriva sempre da un altro, senza soluzione di continuità», e concentrarsi perciò su «quegli elementi omogenei, infinitamente piccoli, che determinano il moto delle masse», ovvero l’infinita quantità delle scelte individuali, a loro volta condizionate da infinite altre scelte precedenti, che costituiscono, prese tutte contemporaneamente, il vero motore degli eventi. A un certo punto uno dei personaggi principali fa un sogno e nel sogno sogna un mappamondo: «quel mappamondo era una sfera viva, oscillante, senza dimensioni. Tutta la superficie della sfera era costituita da gocce compattamente serrate le une alle altre. E tutte quelle gocce si muovevano, si mescolavano e ora alcune di esse confluivano in un’unica goccia, ora da una goccia se ne formavano altre, numerose. Ogni goccia tendeva a espandersi, a occupare uno spazio maggiore, ma le altre, che tendevano allo stesso scopo, la serravano, e a volte la annientavano, altre volte si fondevano con essa. “Ecco la vita”». Wow.

Ed è così che, in queste pagine, la potenza sovrumana della storia mondiale, colta in uno dei momenti più decisivi per la nostra civiltà («il movimento bellicoso delle masse dei popoli europei da Occidente a Oriente, e poi da Oriente a Occidente», che noi per sintesi indichiamo come l’apogeo e il crollo di Napoleone), si incarna misteriosamente nelle intrecciate vicende, spesso del tutto minimali, di decine di personaggi, uno più memorabile dell’altro, prevalentemente russi, ma proprio perché russi, quando a scrivere è un russo, depositari di verità universali (uno dei modi di riassumere il romanzo, ponendoci dal punto di vista dell’autore, potrebbe appunto essere questo: quella volta che l’Occidente razionalista provò a strapparsi il cuore dal petto convinto di vivere lo stesso di intelligenza e buone maniere, ma per fortuna si spezzò gli artigli sull’anima adamantina dei russi, i quali resistettero e salvarono momentaneamente l’integrità dell’Europa). Abbastanza controintuitivamente, tuttavia, e in contrasto coi luoghi comuni che fanno di quest’opera il prototipo di tutti i “mattoni”, Tolstoj dimostra una padronanza totale dell’enorme massa narrativa che gestisce (ci saranno, qui dentro, almeno tre o quattro romanzi diversi che si fondono l’uno nell’altro, mescolando continuamente i generi - più decine di racconti), nonché un invidiabile senso del ritmo e ammirevole scorrevolezza: superata la consueta fatica che si prova con tutti i russi di capire chi è chi, non c’è praticamente una parola fuori posto e non c’è momento di stanca, se non giusto nel finale, che è sorprendentemente fiacco, ma che proprio per questo sembra il modo con cui, dopo averti ammaliato, il prestigiatore ti rivela il suo trucco. Ovvero che puoi raccontare una storia di mille e cinquecento pagine, in cui controlli ogni minimo dettaglio e che dissemini di decine di singoli episodi ciascuno dei quali potrebbe, da solo, giustificare l’esistenza intera di uno scrittore (ne cito qualcuno a caso: la partita a carte in cui Rostov perde tutto, il duello tra Pierre e Dolochov, la battuta di caccia al lupo nella neve, la visita all’ospedale militare dove è ricoverato Denisov, il modo in cui l’amministratore capo di Pierre si fa beffe dei suoi tentativi di riforma nelle sue tenute, il parto del figlio di Andrej, praticamente tutte le scene di battaglia...), solo per dire, paradossalmente, perché è proprio il contrario di quello che stai mostrando al lettore, che la vera storia nessuno ha sul serio il potere di controllarla e che alla fine nulla, ma proprio nulla, può eguagliare la quieta, e alle volte persino anche un po’ triste felicità di un sereno interno familiare. 

Meravigliose controfigure dell’autore sono, in tal senso, gli accademici della guerra che, alla vigilia dello scontro, dettano letteralmente agli ufficiali interi piani di battaglia perché li eseguano punto per punto. Poveri illusi, questi «teorici che amano talmente la loro teoria da dimenticare lo scopo della teoria stessa, cioè la sua applicabilità pratica»; spesso tedeschi (e dunque hegeliani fino al midollo), costoro non si rendono conto che non ci può essere mai scienza «in un ambito simile, in cui, come sempre avviene nelle cose pratiche, non è possibile determinare nulla a priori, e tutto dipende da innumerevoli condizioni, l’importanza delle quali si precisa poi tutt’a un tratto, in un solo istante, che nessuno sa mai quando arriva». Fin dall’antichità, per spiegare i successi militari, ci si è inventati il concetto di “genio” e lo si è attribuito ai più celebri strateghi di ogni tempo. «Ma nelle azioni di guerra il merito del successo non spetta a loro, ma all’uomo che nelle fila grida: “siamo perduti!” o che grida: “urrà!”», a quell’imprevedibile variabile – cioè – che sposta l’inerzia in una direzione oppure nell’altra. Coloro che sono sulla cresta dell’onda non se ne avvedono e pensano, al contrario, di essere loro a dettare i tempi alla storia: ne è tipico esempio quel supremo commediante che per Tolstoj fu Napoleone, talmente rapito dalla sua pantomima da finire per crederci davvero e che proprio per questo non riuscì mai a capacitarsi di come, da un certo momento in poi, tutto quello che toccava, anziché trasformarsi, come prima, in oro, cominciò invece a diventare sorprendentemente merda – e senza che lui avesse affatto cambiato il suo modo di agire (lezione che certuni politici nostrani pare non abbiano ancora assimilato a dovere). «Napoleone, che ci viene presentato come colui che era alla guida di tutto questo movimento (così come ai selvaggi la figura intagliata sulla prua della nave sembrava la forza da cui la nave era guidata), Napoleone, in tutto questo periodo della sua attività, era simile a un bambino che, tenendo strette le cinghe fissate all’interno della carrozza, si immagina di esser lui a guidarla». Tutto l’opposto del suo rivale Kutuzov, il quale, anziché scimmiottare l’imperatore, si presenta non già come un «grand homme, che la mente russa non riconosce», bensì come uno «di quei rari uomini, sempre solitari, che intuendo i voleri della Provvidenza sottomettono a essa il loro volere personale». Kutuzov «non parlò mai di sé, non recitò nessuna parte, sembrò sempre essere il più semplice e il più ordinario degli uomini, e diceva le cose più semplici e ordinarie. (…) Questa semplice, modesta, e perciò autenticamente grandiosa figura non poteva calarsi nella forma falsa dell’eroe europeo, presunto dominatore di uomini, che la storia s’è inventata». Proprio per questo è stato sminuito da tutti – osserva Tolstoj – compresi gli stessi storici russi, colpevolmente plagiati dalla mentalità francese: eppure è l’unico che ha capito tutto e ha lasciato che gli eventi seguissero il corso che erano inevitabilmente costretti a seguire, finché, esaurito il suo compito, non gli restò altro da fare se non la morte, «ed egli morì» (anziché querelare da Sant’Elena contro il destino cinico e baro).

Su questo sfondo maestoso si muovono appunto una marea di personaggi, tutti a loro modo epici quanto quelli dostoevskijani sono meschini e grotteschi, in cerca più o meno tutti della chiave che consenta di dare un senso a quello che stanno facendo (ne cito uno per tutti, che così ragiona quando intuisce di essere a un passo dalla morte: «perché mi dispiaceva tanto separarmi dalla vita? C’era qualcosa in questa vita, che io non capivo e che ancora non capisco»). E, tra continui abbagli e passi falsi, grandi slanci e successive depressioni, per qualcuno arriva davvero, improvvisamente, quel momento in cui si mostra il disegno divino, perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male – per citare Mario Venuti. Ma proprio come diceva quel testo: è stato un attimo, soltanto un attimo. Ferito apparentemente a morte sul campo di Austerlitz, il principe Andrej Bolkonskij riapre gli occhi, steso sul prato: «sopra di lui non vi era più nulla, all’infuori del cielo (…) Come ho fatto a non vederlo prima, questo cielo così alto? E come sono felice d’averlo conosciuto finalmente. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, all’infuori di questo cielo infinito. Non c’è nulla, nulla, all’infuori di lui. Ma anche lui non c’è, non c’è nulla, soltanto il silenzio, la pace. E Dio sia lodato!…». Ma ce ne sono a bizzeffe di questi istanti rivelatori, che sembrano socchiudere per un attimo la porta e permetterci di capire, appunto, chi tira i fili di “tutto quanto”. Nessuno sembra però trovare una risposta definitiva, non fin che resta in vita. Chi ci si avvicina di più, forse, è un personaggio che entra in scena dopo pagina mille, in mezzo a un gruppo di prigionieri, e ne esce poco dopo, descritto come «la personificazione di tutto ciò che è russo, buono e rotondo». Quella che questo robusto contadino possiede è sicuramente una verità, ma non una verità logica, nonostante il nome filosofico, Platon Karataev: «cantava le canzoni non come le cantano i cantori, quando sanno che li si ascolta, ma così come cantano gli uccelli (…). I proverbi che riempivano i suoi discorsi (…) erano quegli adagi del popolo che sembrano tanto insignificanti se presi di per sé, e rivelano a un tratto una profonda saggezza, quando invece li si dice a proposito. Diceva spesso una cosa completamente opposta a un’altra che aveva detto prima, ma sia una cosa sia l’altra erano giuste. (…) Ogni sua parola e ogni sua azione erano il manifestarsi di quell’attività, a lui ignota, che era la sua vita. Ma anche la sua vita, come lui la intendeva, non aveva alcun senso se presa di per sé. Aveva senso soltanto come parte d’un intero, ed era questo intero che egli sentiva sempre. Le sue parole e le sue azioni fluivano da lui con la stessa regolarità e necessità e immediatezza, con cui il profumo emana da un fiore».

Se devo essere sincero, però, in questo gioco a nascondino che Tolstoj fa con il lettore, il mio preferito è un personaggio ancora più evanescente, che c’è sempre anche se nessuno se ne accorge, «quel timido, piccolo Dochtùrov» che, anche nei giorni decisivi della guerra, si fa trovare pronto al posto giusto al momento giusto, svolgendo un incarico fondamentale ai fini della vittoria russa senza per questo mai uscire dall’ombra. «Un uomo che non capisce il funzionamento d’una macchina, al vederla in moto potrà avere l’impressione che la parte più importante di quella macchina sia la scheggia che per caso vi è caduta dentro, e che ne viene fragorosamente stritolata, intralciandone il funzionamento. Un uomo che non conosce il meccanismo d’una macchina, non può capire che una delle parti più essenziali del meccanismo stesso non è la scheggia che sta guastando e intralciando tutto quanto, bensì il piccolo perno di trasmissione, che gira in un angolo, senza far rumore. (…) Dochtùrov (…) era anche lui uno di quegli ingranaggi che, pur senza stridere né far rumore, e passando sempre inosservati, costituiscono la parte più essenziale della macchina». In un mondo sempre più popolato da rumorosi imbonitori, provo un amore sconfinato verso questi giusti che ostinatamente continuano a salvarci senza neppure che ce ne rendiamo conto.

(finito l'11 aprile 2020)

Ho parlato di


Lev Tolstoj
Guerra e pace
(Mondadori 2012)

Trad. di I. Sibaldi

LXXVIII-1334 p. | 16 €

(ed. or.: Vojnà i mir, 1865-1869)