lunedì 5 aprile 2021

La peste e la città

Giusto pochi giorni fa alcune mie classi sono state coinvolte in un interessante percorso promosso dall’Archivio Storico di Savigliano sulla peste “manzoniana” del 1630 che colpì in realtà tutto il nord Italia. Dal momento che non ho potuto parteciparvi in prima persona perché contemporaneamente impegnato in un’altra attività didattica, nelle lezioni successive ho cercato di carpire agli studenti qualche informazione su ciò che era stato raccontato loro. Immancabilmente, tutti quelli che hanno condiviso le loro impressioni si sono detti affascinati soprattutto dal fatto di aver potuto prendere visione (sia pure a distanza) dei documenti ufficiali dell’epoca e delle altre meraviglie che un archivio comunale spesso custodisce senza che molti di noi neanche ne immaginino l’esistenza. Comprendo benissimo quel tipo di emozione. E però – che volete che vi dica? - l’amico Cesare Morandini c’era arrivato prima di tutti. Più o meno un anno fa, di questi tempi (ancora sotto quaresima, dice in effetti lui, ma Pasqua era una settimana dopo), nel cuore del lockdown duro, mentre i più si reinventavano fornai e pizzaioli casalinghi, lui si è invece ricordato che «in una remota cartella del (...) computer» aveva salvato le scansioni degli ordinati comunali di Mondovì (per capirci, i verbali del consiglio comunale) relativi, appunto, agli anni 1630-1631, li ha metaforicamente dissotterrati da lì e ha cominciato a trascriverli, «di sera, nel sottofondo della tv accesa sui notiziari» che a rullo continuo sciorinavano i numeri dell’apocalisse in corso, confrontando così passo passo le affinità e le diversità nel modo di affrontare la comune emergenza a quattro secoli di distanza.

Ora, la domanda è d’obbligo: ma perché mai uno dovrebbe avere salvato da qualche parte nel proprio hard disk gli ordinati seicenteschi del consiglio comunale di Mondovì accanto alle foto delle ultime vacanze a Spotorno, e poi proprio quegli ordinati lì, quelli che parlano della peste, mentre fuori infuria una pandemia globale assolutamente imprevista? Sulla prima parte soprassiedo: ognuno ha le sue personali perversioni. La risposta alla seconda domanda è che la ricerca, spesso, funziona così. Tu lavori, per dire, su un progetto ben preciso, finisci per questo in una qualche biblioteca seguendo un certo filone di indagine o apri un libro alla ricerca di determinate informazioni, ma nel farlo ti imbatti incidentalmente in qualcos’altro che ha tutta l’aria di essere molto interessante e a cui però in quel momento non puoi prestare troppa attenzione perché – appunto – esula del tutto dalla tua ricerca. Allora, senza pensarci più di tanto, te ne fai una copia e la metti da parte perché chissà, magari in futuro se ne potrà fare qualcosa, poi si vedrà. Qui vien fuori il fiuto dello storico, e non solo dello storico (Colombo, in fondo, ha trovato l’America mentre cercava l’Asia). Tante volte, effettivamente, questi reperti restano da parte per sempre, intonsi, perché l’occasione giusta non si presenta mai. A volte, però, accade il contrario – e così è andata. Racconta Cesare, riferendosi a quei giorni di un anno fa: «attorno a me il paese tenta di deliberare le azioni corrette in relazione ad una situazione che non si era mai presentata, o meglio, che si era già presentata molte volte, ma troppo tempo fa. (…) Io faccio la mia parte, e intanto scavo in una miniera che tutti ignorano (…). Io so che queste mura, questo panorama di monti e colline, questi nomi di luoghi hanno già visto tutto questo. Inizio a raccontare, nella penombra segreta del mio schermo, immerso nell’aria tesa di questa storia di coronavirus, quell’altra storia di peste. Senza ragioni particolari, se non per una elementare assonanza. Segretamente, inconsapevolmente, sperando di trovare delle profonde imprescindibili differenze. E per un brivido maligno di disvelamento, quello che sempre prude tra le dita dello storico».

Già, perché, man mano che la trascrizione procedeva, il lavoro di Cesare ha preso un’altra forma. A ricopiare son buoni tutti, bastano due nozioni di paleografia e tanta pratica come correttori di compiti in classe. Quella che alla fine ha compiuto è invece un’operazione che non esito a definire di alto valore culturale, ma anche sociale, e che, mi sbilancio, apre una vera e propria strada tutta da percorrere (al di là del caso specifico preso qui in esame). In buona sostanza, cos’ha fatto Cesare? Ha preso del materiale d’archivio che era lì da secoli – nulla dunque di misterioso o esoterico, nessun manoscritto inedito di Qumran per intenderci - ma che tuttavia non era realmente accessibile a tutti - perché scritto in una lingua ostica, perché stringato come deve esserlo un verbale e al tempo stesso pieno di sottintesi e informazioni ovvie forse per i lettori di un tempo, ma non per noi (a cominciare, per dirne una, dalla toponomastica) – e da questo solido materiale grezzo ha ricavato un’opera che non è narrativa in senso stretto (perché non si può dire che ci sia un intreccio vero e proprio, men che meno una deriva romanzesca) e però neanche puramente saggistica (non solo perché la prosa scorre via che è un piacere e non manca il racconto di episodi gustosissimi, ma anche perché informazioni che in volumi d’altro genere sarebbero state confinate nelle note o negli apparati qui sono rifuse nel testo stesso, integrandolo senza appesantirlo, così da fornire man mano al lettore gli strumenti necessari per orientarsi in un mondo che non è più il nostro, anche se ci assomiglia molto). Direi allora che quella che ne è venuta fuori, dietro l’aspetto di una cronaca mensile degli eventi, è un’opera di affabulazione come lo possono essere le lezioni ad popolum di un Alessandro Barbero, con personaggi indimenticabili (uno su tutti: l'instancabile vicesindaco Orazio Vitale), momenti di grande tensione narrativa, suggestive ipotesi interpretative – e anzi, a dirla tutta, il principale limite di questo libro è proprio il fatto che sia solo scritto, perché chi lo conosce sa bene quanto Cesare, pur scrivendo benissimo, sia ancor più bravo a raccontare le cose a voce, coinvolgendoti nel racconto con le pause, i cambiamenti di tono e la gestualità (ed è per questo che me la vedrei proprio bene la versione video di questo testo, con l’autore che ci parla di medici, suffumigi e calce viva girando nei luoghi della nostra Mondovì via via che ne parla, dal lazzaretto di San Bernolfo e delle Ripe ai palazzi di via Vico in cui il medico Durando attesta il primo caso ufficiale di peste entro le mura cittadine. E quanto sarebbe bello allargare poi il discorso alla Mondovì medievale e a quella napoleonica, alle lotte di fazione e alle dinamiche produttive?).

Apro una parentesi. Quella appena descritta è un’esigenza che mi pare si stia manifestando in molti modi. Per restare grosso modo agli anni della peste secentesca, è uscita da pochissimo una “traduzione” in lingua corrente dei Discorsi e dimostrazioni di Galileo realizzata dal fisico Alessandro De Angelis: operazione che può far storcere il naso ai puristi, ma che, se condotta con intelligenza e competenza, può aiutare un pubblico di studenti o di non specialisti ad accostare testi che diventano via via sempre più difficili da decodificare e che rischiamo per questo di dimenticare. Chiusa parentesi.

Rendere in questo modo di pubblico dominio un pezzo della nostra storia cittadina, i personaggi che l’hanno vissuta e i luoghi in cui si è svolta, è esattamente come rendere di nuovo agibile un vecchio edificio andato in disuso: ci si riappropria collettivamente di qualcosa che è di tutti ritrasformando in risorsa ciò che era diventato un problema (tema a cui noi monregalesi siamo per forza di cose particolarmente sensibili). Un recupero delle nostre radici condotto in questa maniera, brioso nei toni eppure metodologicamente accurato, costituisce inoltre un antidoto al vizio diffuso di spacciare per autentico rispetto del passato quello che è solo un volgare saccheggio della storia per fini ideologici e propagandistici da parte di chi ricorda tutt’al più cos’ha mangiato due sere prima, se va bene. Da questo punto di vista, poi, la storia locale è un vero e proprio campo minato, perché spesso ha l’odore asfittico di certi musei etnografici in cui si glorifica la roncola del nonno come se fosse una reliquia dei Re Magi. Questa lettura, al contrario, ti cattura con i suoi riferimenti a un mondo così familiare eppure così diverso come la tua stessa città di quattro secoli fa, che impari così a far riemergere sotto quella attuale, ma si serve di questo escamotage per allargare i tuoi orizzonti anziché ripiegarli nella contemplazione di un sedicente “eterno ieri” (che la vera storia ha anzi il compito di problematizzare e riproblematizzare).

Su questo libro ho avuto il privilegio di dialogare pubblicamente con Cesare stesso al momento della sua uscita, e per questo qui ho un po’ divagato, immaginando che gli interessati lo abbiano già letto. Aggiungo solo questo. Quando ne discutemmo, cominciavamo appena a rimettere il naso fuori di casa e sembrava che il peggio fosse superato. Anche per questo, l’attenzione allora si focalizzò su certi aspetti anziché su altri. Eppure, nelle pagine finali si ricorda che «con la primavera il contagio riprende con forza»: non è devastante come nei mesi precedenti, «ma è ben vivo». E anche che «la lotta al morbo ricomincia, solo più in sordina rispetto a un anno prima», perché «manca l’allarme, maturato in una rassegnazione amara». Le avevamo forse trascurate un po’, sul momento, quelle considerazioni, anche per scaramanzia. E invece eccoci qua.

(finito il 27 maggio 2020)

Ho parlato di


Cesare Morandini
La peste e la città. Mondovì 1630
(Cooperativa Editrice Monregalese, 2020)



120 pp. | 9,50 €

domenica 21 marzo 2021

E adesso, pover'uomo?

Non è detto che l’essere stato definito come uno dei «più significativi romanzi tedeschi del periodo prefascista» sia necessariamente indizio di alta qualità letteraria, se l’osservazione proviene da due filosofi come Horkheimer e Adorno, ai quali il successo ottenuto da questo libro al momento della sua uscita (confermato anche da una repentina trasposizione cinematografica hollywoodiana) interessava soprattutto per riflettere sul carattere consolatorio della letteratura popolare, nello stesso modo in cui oggi si potrebbero fare analoghi discorsi a proposito di certe fiction televisive («le situazioni cronicamente disperate che affliggono lo spettatore nella vita quotidiana – scrivono infatti i due francofortesi nella Dialettica dell’illuminismo – diventano, non si sa come, nella riproduzione la garanzia che si può continuare a vivere»: la citazione non me la ricordavo; me l’ha fatta notare un libro di Siegmund Ginzberg). Paradossalmente, però, proprio ciò che all’epoca avrebbe potuto far storcere il naso al lettore in cerca di stimoli più raffinati, ne rende oggi estremamente interessante il recupero come documento storico capace di catturare in presa diretta più di una semplice eco dello spirito del tempo. Il fatto di essere stato pubblicato nel 1932, pochi mesi prima della nomina a cancelliere di Hitler, quando cioè non si poteva ancora sapere come sarebbero andate a finire le cose, consente infatti a questo testo di conservare una preziosa ingenuità di sguardo che nessun romanzo storico scritto successivamente potrebbe pienamente riprodurre, rendendolo perciò - anche in virtù di una precisa scelta estetica “oggettivistica” da parte del suo autore – quasi una sorta di reportage da cui attingere elementi utili per provare a capire da dove esattamente siano venuti fuori i nazisti (così, ad esempio, consiglia di leggerlo Ralf Dahrendorf nel breve saggio proposto dalla Sellerio come introduzione al volume).

La storia raccontata è, di per sé, quanto di più semplice si possa immaginare. Lui, Pinneberg, il “pover uomo” del titolo (alla lettera, Kleiner Mann), contabile in una ditta di mangimi, incontra un giorno per caso al mare lei, che di nome fa Emma, ma che viene da lui per lo più chiamata Lämmchen, “agnellino”, piccola cenerentola in una famiglia di estrazione operaia. Sono due ragazzi, poco più che ventenni. «Non s’erano mai visti prima. (…) Non sapevano nulla l’uno dell’altra, sentivano soltanto ch’erano giovani e che è bello amarsi». Nell’euforia del momento arrivano subito al dunque e si ritrovano in attesa di un figlio praticamente prima ancora di conoscere i rispettivi nomi (la scena d’apertura è appunto nella sala d’attesa di un ginecologo, quando la verità viene a galla, con tutte le conseguenze che comporta). Nonostante siano colti alla sprovvista, i due decidono comunque di mettere su famiglia, ma non è facile vivere con uno stipendio solo nella Germania economicamente dissestata dopo il giovedì nero di Wall Street. L’occhio dell’autore segue appunto questa coppia nel suo tentativo di trovare una qualche stabilità, nei mesi della gravidanza e poi in quelli immediatamente successivi al parto, senza indulgere però mai all’ironia o al sarcasmo, perché «come si fa a ridere, ridere di cuore, in un mondo come questo, in cui i responsabili dell’economia han potuto risanare se stessi, pur avendo commesso mille errori, e la gente che sta in basso viene umiliata e calpestata, pur avendo fatto sempre del suo meglio?» (è passato un secolo, ma siamo sempre lì). Ed ecco dunque le nozze («un matrimonio da cani», senza fronzoli, in municipio, alla presenza dei soli familiari di lei), la ricerca di un appartamento nella città di provincia dove lavora lui, il suo licenziamento, il conseguente trasferimento a Berlino, la ricerca di un nuovo appartamento e di un nuovo lavoro (che sarà poi quello di commesso presso la catena dei grandi magazzini Mandel - «ebrei, ovviamente»), le meschinità e i conflitti che si generano fra colleghi e, poi, soprattutto quella sensazione costante, opprimente, di assoluta precarietà esistenziale. C’è da chiedersi se aspettare un bambino, in quelle condizioni, sia un atto di coraggio, come qualcuno fa loro notare, «o se piuttosto, in questo momento, non sarebbe tutto assolutamente desolante, se non ci fosse l’idea del piccolo in arrivo. Di cos’altro ci si potrebbe rallegrare sennò in questa vita?».

Già, perché la situazione è dura, durissima. Una pagina che è a suo modo una dichiarazione di poetica riporta schematicamente il bilancio preventivo escogitato e sottoscritto dai Pinneberg, che dovrebbero campare con 200 marchi lordi al mese di salario – e no, semplicemente non ce la possono fare (commuove un dettaglio: quegli 1,15 marchi destinati all’acquisto di fiori, perché anche la miseria desidera bellezza). La vita cittadina, con le spese per l’acqua, l’elettricità, i mezzi pubblici ti mangia tutto quel poco che riesci a guadagnare: ahimé, «tutto costa dei quattrini, senza quattrini non c’è niente di niente» e «quando si è poveri, tutto diventa complicato». É la logica che accettano tutti, troppo impegnati nello sforzo di non essere raggiunti dall’ondata di piena, ma a tratti pare così assurda da apparire quasi irreale. Commessi ridotti alla miseria come Pinneberg devono passare le loro giornate ad aiutare i ricchi nella scelta di quello che per questi ultimi è solo l’ennesimo completo superfluo con cui riempire i loro armadi già ben riforniti. Eppure può andare anche peggio, quando la ditta decide di legare i compensi alla produttività, ossia alle vendite effettive realizzate da ciascun dipendente. «Dicono che serve a razionalizzare e ad economizzare, a ‘sto modo si scopre chi è che non è all’altezza». É il mito (sempre in voga) del self-made man, la promessa molto sospetta che avrai un futuro radioso, solo che tu abbia voglia di impegnarti e investire su te stesso. Ma metti che tu non sia uno squalo, che non voglia esserlo? Metti che, anziché stimolare la tua intraprendenza, la paura di non portare a casa il pane da mangiare susciti piuttosto continua ansia da prestazione e aumenti le probabilità di fallimento? «Che razza di gente è questa, che per un motivo del genere, sbatte per strada un uomo, togliendogli completamente la paga, il lavoro e qualsiasi piacere nella vita?! Cosa vogliono, che i più deboli smettano proprio di esistere? Stare a giudicare un uomo in base a quanti pantaloni riesce a vendere!».

Una vita condotta sul filo degli espedienti ovviamente non può durare a lungo senza un tracollo. «No. É ovvio che non durerà». Di nuovo quelle parole, come un mantra rovesciato: «no, effettivamente, non può andare a finir bene». Pinneberg ne è oscuramente consapevole sin dal primo giorno di assunzione, quando, rientrando a casa, indugia per qualche minuto in un parco in mezzo alla folla di disoccupati. Benché sia appena «ridiventato uno che guadagna», si rende conto di essere «molto più prossimo a questi non salariati che a quelli che hanno lauti introiti. É uno di loro, può succedere da un giorno all’altro che si ritrovi qui come loro, non può farci niente. Non c’è niente che lo protegga da una simile eventualità». Eppure quel salariuccio e il colletto bianco, sia pure sgualcito, costituiscono ancora, per il momento, una parvenza di argine. La moglie ha spontanee simpatie comuniste, ma lui tergiversa: per ora un lavoro c’è, non c’è bisogno di abbracciare la rivoluzione. Ma pian piano anche le sue convinzioni si incrinano. Ha sperimentato che la competitività sulle spalle dei poveri, abbindolati dal richiamo al benessere, genera solo disgregazione sociale e insicurezza, il ritorno alla legge della giungla. «Stanno facendo venir su soltanto delle belve feroci», constata a un certo punto. Ciò «dipende dal fatto (…) che ce ne stiamo per i fatti nostri. E anche gli altri, quelli che sono tali e quali come noi, se ne stanno per i fatti loro. Ognuno pensa di essere chissà cosa. Se almeno fossimo degli operai! Quelli si chiamano compagni e si aiutano l’uno con l’altro (…). Lo so bene, neanche loro sono perfetti. Ma almeno possono fregarsene delle apparenze. Quelli come noi, gli impiegati, s’immaginano di rappresentare qualcosa di superiore…». Ma a un certo punto anche le ultime microscopiche briciole finiscono di cadere dalla tavola di Epulone, ed è allora che il piccolo Lazzaro apre gli occhi e d’un tratto ha l’illuminazione: quando un vigile lo fa bruscamente sloggiare da una vetrina «di delikatessen, sfolgorante di luci», perché, con la sua sola presenza adorante è d’intralcio alla quiete pubblica, «capisce che è tagliato fuori, che non appartiene più a quel tipo di mondo, che lo si caccia via a ragione: è scivolato giù, è finito a fondo, è spacciato». Ormai, per lui, «la vita continua a bruciare e a consumarsi, ma senza mandar fiamma, senza alcuna speranza».

Stritolato da un meccanismo che sembra indifferente alla sua sofferenza e glorifica la propria disumanità come trionfo dell’efficienza, Pinneberg, che è una persona del tutto comune, mediocre anche negli orizzonti e nei comportamenti, pure lui perbenista il giusto, non del tutto insensibile alla prospettiva di mettere da parte qualche spicciolo solo per sé e per la sua famiglia, ecco che pure lui crolla, questo povero cristo neanche troppo simpatico non ce la fa più «e pensa a un sacco di cose, ad appiccare incendi, a lanciare bombe, a sparare», perché «ci sono delle volte che si vorrebbe scoppiare dalla rabbia per com’è regolato tutto quanto a questo mondo». Se non del tutto giusto, quasi niente qui è sbagliato: In fondo è lo stesso grido che sgorga dal cuore dei Joad e di quegli altri diseredati che, contemporaneamente, dall’altra parte dell’Oceano, pativano gli stessi stenti e la stessa, sconvolgente, atroce mancanza di prospettive di cui parla quel capolavoro assoluto che è Furore. Ed esattamente come nelle pagine di Steinbeck, anche qui «la povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta». Si capisce quanto sia impellente stringere un nuovo patto, possibilmente meno iniquo, prima che tutto salti per aria. Perché sì, alla fine il nostro Pinneberg, irresoluto com’è, non carica nessuna pistola e si rintana nel nido familiare sperando che prima o poi passi quella interminabile nuttata («è l’antica felicità, è l’antico amore. Più in alto, sempre più in alto, dalle brutture della terra fin verso le stelle»: il povero continua a cantare e portare la croce e tutti gli altri vissero felici e contenti, da cui il disappunto dei sopraccitati filosofi per un posticcio lieto fine). Ma dei tanti come lui, nel frattempo, «la maggior parte è già passata ai nazisti». Hanno un bel dire, questi ultimi e tutti i loro epigoni, che la loro è una nobile lotta spirituale: il loro consenso lo costruiscono invece tutto qua, nella miseria più nera di chi ha fame ma non sa davvero più coordinarsi con gli altri che sono come lui e allora trova nell’ideologia un surrogato di unità che spaccia per reale comunità quella che è solo una somma di individualità narcisistiche e impaurite rivestite di una divisa. É questa concretissima anonima sofferenza, non la fatica del concetto, a determinare la massa critica sufficiente per generare una reazione a catena potenzialmente infernale. Va da sé, perciò, che, se la si vuole disinnescare, dato che si sta pericolosamente riaggregando, non serviranno le prediche, ma solo una lucida e al tempo stesso visionaria azione politica (di cui però al momento si vedono, a voler essere ottimisti, solo minime avvisaglie).

(finito il 12 maggio 2020)

Ho parlato di


Hans Fallada
E adesso pover'uomo?
(Sellerio, 2017)

trad. di M. Rubino

578 pp. | 15 €

(ed. or.: Kleiner Mann, was nun?, 1932)

lunedì 22 febbraio 2021

Galapagos

C’era una volta, un milione di anni fa, una specie animale che per ragioni del tutto imperscrutabili aveva finito per sviluppare dei grossi cervelli del peso di circa tre chili. É del tutto ingenuo pensare che questo sia un buon motivo per ergersi al vertice della scala naturale. La verità è che «non c’era limite alle trame perverse che una macchina del pensiero di siffatte, soverchie proporzioni era in grado di concepire e di tradurre in atto», oltretutto in nome di opinioni che erano solo «nella testa della gente», come il valore della cartamoneta o l’esistenza di un confine: per quanto ciò possa suonare assurdo, infatti, «nell’era dei cervelli grandi e grossi le semplici opinioni rivestivano la massima importanza», nonostante la loro assoluta volubilità. «Questo, a mio parere, costituiva l’aspetto più diabolico di quei grossi cervelli dei tempi andati. Dicevano, in pratica, ai loro titolari: “Questa sarebbe un’autentica idiozia; probabilmente potremmo anche farla, ma naturalmente non la faremo mai. É solo che pensarci è divertente”. Dopo di che, come in stato di trance, quelle cose le facevano, eccome: organizzavano duelli mortali di schiavi al Colosseo, bruciavano viva la gente sulla pubblica piazza perché proclamava opinioni sgradite, costruivano stabilimenti il cui scopo era quello di uccidere la gente su scala e con metodi industriali, oppure in un secondo distruggevano un’intera città. E potrei continuare con gli esempi». Quegli «infernali computer racchiusi nel cervello della gente ignoravano che cosa fosse la moderazione, l’inerzia, la pigrizia; e imponevano a ritmo spietato problemi estremamente ardui in numero affatto superiore a quelli che la natura era in grado spontaneamente di creare». E poi «che mania di parlare, a quei tempi! Era un bla-bla-bla che da mattina a sera non cessava mai. La gente parlava, parlava, parlava, senza mai stancarsene. (…) Che altro sarebbe potuto essere, quel bla-bla-bla che andava avanti giorno e notte, se non vani, ma sollecitati appelli provenienti dai nostri assurdi, incongrui, enormi cervelli in attività? Non c’era modo di metterli a tacere. Che noi si avesse o meno qualche motivo di metterli in funzione, quelli non si fermavano un momento. E facevano sempre un baccano del diavolo. Dio, che chiasso facevano, quei dannati cervelli!».

Insomma, «dalla violenza che gli esseri umani esercitavano sugli altri, su loro stessi, su qualsivoglia espressione di vita, un visitatore proveniente da un altro pianeta avrebbe potuto pervenire alla conclusione che la terra fosse impazzita, e che la gente fosse in preda a quella frenesia perché la natura si accingeva a farli fuori tutti», senza neanche bisogno di scomodare diluvi o meteoriti: sarebbe bastato lasciar loro l’iniziativa e quegli esseri pensanti avrebbero finito di sicuro per autodistruggersi, tra l’altro senza neanche rendersene conto, perché «una pecca particolarmente grave un milione d’anni fa» era costituita dal fatto «che le persone meglio informate sulle condizioni del pianeta (…) e abbastanza ricche e potenti per frenare gli sprechi e le distruzioni in atto, erano per definizione ben nutrite. Di conseguenza, per quanto li riguardava tutto funzionava nel migliore dei modi» e nessuno di quelli che stavano ai vertici delle nazioni «aveva capito (...) cosa diamine stesse accadendo», anche se non mancavano affatto segnali evidenti che il final countdown fosse ormai cominciato.

Pare un’istantanea scattata un attimo prima dell’imminente apocalisse, l’allegria del definitivo naufragio. Ma qui la satira sferzante che fa di Vonnegut un maestro del conte philosophique novecentesco – e che illumina ogni riga con i suoi lampi d’intelligenza, sia pure con qualche ridondanza – si sposa con le potenzialità conoscitive fornite dal darwinismo, offrendo una soluzione inaspettata al problema, sia pure sotto forma di iperbolico paradosso. Se la natura ogni tanto commette degli errori, quale quello di consentire «l’evoluzione di un fattore distraente, incoerente, dirompente come il grosso cervello di cui il genere umano era dotato», non è meno vero che essa ha anche le risorse per rimettere le cose a posto, senza dover attendere l’intervento provvidenziale di un Dio o degli extraterrestri. «Sono pronto a dichiarare sotto giuramento che la legge della selezione naturale ha proceduto alle riparazioni senza aiuti esterni di alcun genere»: a questo punto va detto che chi pronuncia queste parole, come tutte le altre che sto riportando - anzi chi le scrive «nell’aria, tracciandole con la punta dell’indice della mia mano sinistra, che è fatta d’aria anche essa» - è il fantasma di un uomo che era già morto nel momento in cui comincia la storia che racconta, ma che aveva rinunciato a percorrere la «galleria azzurra che conduce all’Aldilà» non appena resosi conto che il suo nuovo status ectoplasmatico, consentendogli libero accesso alle menti delle persone e a tutti i luoghi del pianeta, avrebbe potuto fornirgli finalmente la chiave «sul senso della vita, su come funziona, e tutto il resto». Cose che possono capitare solo in un romanzo di Vonnegut, ma forse neanche tanto: in fondo, sembra sottilmente dirci l’autore, se crediamo che esista il denaro non si vede perché non dovremmo credere anche ai fantasmi (e ad ogni modo non è neanche la cosa più strana che si può trovare in queste pagine). Il gran rifiuto di accedere subito ai pascoli del cielo costa al narratore una permanenza supplementare sulla terra per un tempo lunghissimo – un milione d’anni appunto. Che sembrano tantissimi, ma sono anche «un lasso di tempo irrisorio», se lo si osserva con occhi evoluzionistici. Quanto basta, per lo meno, per vedere com’è poi davvero andata a finire la storia e trarne le debite conclusioni.

Quel che viene messo in scena è infatti la versione romanzata di ciò che i biologi evolutivi definiscono tecnicamente un “collo di bottiglia”, ovvero ciò che accade quando una serie di eventi imprevedibili sottopone a un fortissimo stress un determinato ambiente, facendo sì che una piccola popolazione si stacchi dalla specie madre, portandosi dietro del tutto casualmente un campione di variabilità genetiche che condizionerà poi le future caratteristiche della popolazione discendente. Per questo motivo Telmo Pievani ne consiglia la lettura in uno dei suoi libri migliori, come invito a riflettere su quel “potere delle circostanze” che fa dell’evoluzione un processo assolutamente non lineare né predeterminato. “Un milione di anni fa” non è perciò altro che il 1986, l’anno successivo a quello della pubblicazione del libro. In quell’anno ci si immagina che venga organizzata una strombazzatissima crociera naturalistica sulle orme di Darwin che da Guayaquil, Ecuador, avrebbe dovuto far rotta verso le Galapagos, alla quale si iscrivono, ciascuno con le proprie personalissime motivazioni, una serie di scombinati personaggi provenienti da tutto il mondo (fantasma compreso), a cui si aggiungono poi altri personaggi non meno scombinati finiti lì più o meno per caso. Quello che avrebbe dovuto essere un semplice viaggio di piacere si trasforma però in una variazione sul mito dell’arca di Noé, per l’azione congiunta di una guerra tra paesi sudamericani, una crisi economica internazionale («semplicemente l’ultima di una serie di micidiali catastrofi verificatesi nel Ventesimo secolo, e che trassero interamente origine dai cervelli umani») e un virus capace di divorare le ovaie delle donne di tutto il mondo, rendendole quasi di colpo totalmente sterili. Salpata per sbaglio senza capitano e senza equipaggio, dopo una deriva di qualche giorno, la Bahia de Darwin finisce per incagliarsi e spegnere i propri motori sugli scogli della fittizia isola di Santa Rosalia. Data la situazione venutasi a creare nel resto del mondo, questo eterogeneo, ma ristretto, gruppo di superstiti isolati dal resto dell’umanità si ritroverà così ad essere l’unica colonia ancora fertile di Homo sapiens e darà vita a un involontario processo di speciazione che trasformerà l’uomo in qualcosa di simile alle foche, con un cervello molto più piccolo e istinti decisamente più elementari.

Naturalmente, il divertimento principale consiste nel vedere come, poco a poco, «su una superficie irrisoria del pianeta», vanno «maturando eventi le cui ripercussioni si sarebbero manifestate un milione di anni dopo», senza che lì per lì tu riesca a capire come tasselli talmente variegati e particolari possano poi generare una parvenza di trama. Qui Vonnegut sguazza nel suo habitat preferito, con il suo talento assoluto per la descrizione di personaggi bizzarri e di situazioni improbabili, mescolando la tragedia alla farsa e soprattutto intersecando di continuo il piano della storia universale e l’intimità minimalistica delle vite di ognuno, quasi a ricordarci come tutto ciò che siamo è appeso a un filo e, se a posteriori ci sembra sempre che tutto sia andato come doveva andare, ogni singolo istante della nostra esistenza è in realtà solo un’eccezione fra miliardi di altre alternative non impossibili. Sorprendentemente, però, il risultato di questo apparente guazzabuglio è che, poi, alla fine, le cose si sono davvero sistemate. «In quel lontano passato, qual era, a eccezione del nostro complicatissimo sistema nervoso, la fonte dei mali che vedevamo o dei quali sentivamo parlare praticamente dappertutto? Ecco la mia risposta: non esistevano altre fonti. Una volta esclusi quei grossi cervelli, il nostro era un pianeta del tutto innocente». E allora, portando alle estreme conseguenze il paradigma della decrescita felice, se riconosciamo che tutti i danni prodotti da questo animale pasticcione che noi siamo sono dovuti alla nostra capacità di pensare, forse sarebbe semplicemente meglio smettere di farlo. Ne trarrebbero tutti vantaggio, noi per primi. Prendiamo l’iguana, per esempio. Essa non ha nemici e «se ne sta immobile in un luogo qualunque, lo sguardo fisso su un punto imprecisato che non è né vicino né lontano; e non vuole nulla, non si preoccupa di nulla fino al momento in cui avverte lo stimolo dell’appetito». A quel punto si immerge in acqua, appena a qualche metro da riva, e si rimpinza di alghe che per essere commestibili devono essere riscaldate. Quindi che fa? Si riporta a riva e si mette al sole: «usa se stessa a guisa di casseruola munita di coperchio, arroventandosi sempre di più mentre il sole va cuocendo le alghe. Continua a tenere lo sguardo puntato a mezza distanza, senza osservare niente di preciso». Nessuno stimolo ulteriore, nessun problema o preoccupazione. «Durante il milione d’anni da me trascorsi su queste isole, la legge della selezione naturale non ha saputo modificare in minima misura – e in senso positivo o negativo – questo particolare schema di sopravvivenza». É più o meno lo stesso schema che adotterà, in quel milione di anni, la nuova umanità pinnipede discendente dai profughi di Santa Rosalia. Certo, tutto ciò ha dei costi, perché la natura non è l’Eden: si vive di meno, si impara molto presto che nessuno veglia su di noi «ed è raro invero che un adulto non abbia visto un parente, o un congiunto sprovveduto, divorato vivo da una balena, da un pescecane assassino». Ma in questo modo la specie riuscirà a preservarsi e potrà anche fare a meno degli psicanalisti.

Chiamarlo lieto fine è evidentemente una provocazione. E pur tuttavia, finché ci limiteremo a scrivere “andrà tutto bene” sui cartelloni sperando che le cose si sistemino magicamente da sole anziché usare finalmente i nostri grossi cervelli per cambiare sul serio i nostri stili di vita, quella qui delineata, per quanto inverosimile, resta anche l’ipotesi più plausibile di salvezza per l’umanità.

(finito il 19 aprile 2020)

Ho parlato di


Kurt Vonnegut
Galapagos
(Bompiani 2015)

Trad. di R. Mainardi

320 pp. | 13 €

(ed. or.: Galapagos, 1985)

venerdì 29 gennaio 2021

Guerra e pace

Raggiunta più o meno l’età in cui Tolstoj scrisse Guerra e pace, ho pensato che, non essendo capace di fare altrettanto, fosse giunto per me il momento quantomeno di leggerlo – e così facendo, senza volerlo, dato che l’ho cominciato prima che gli eventi precipitassero, avevo già trovato anche una buona risposta a chi mi avrebbe poi chiesto cosa avessi fatto durante il lockdown del 2020 (DAD e orto a parte, ovviamente). Del resto, è solo grazie al lockdown se, un pezzo alla volta, con incedere direi quasi liturgico, l’ho percorso tutto da cima a fondo in un periodo di tempo relativamente circoscritto, senza smarrirmi per strada. Il rischio, in teoria, è concreto. Apprendo dagli slavisti che il termine russo mir, “pace”, se scritto con una grafia leggermente diversa da quella consueta, che però negli autografi lo stesso Tolstoj era solito alternare all’altra, può significare qualcosa come “mondo”, “universo”, “comunità”, “tutti” – come se nella sua stessa testa un altro modo di leggere il titolo potesse essere, appunto, qualcosa tipo “La guerra, l’universo e tutto quanto”, per parafrasare Douglas Adams. Solo che Adams – pensi - fa dell’ironia, mentre qui, man mano che procedi, ti viene davvero il sospetto che il vecchio Leone ci abbia sul serio provato a raccogliere in un libro “tutto quanto”. D’altronde – si legge in una delle tante digressioni saggistiche e metanarrative in cui sembra spiegarti le regole del gioco – come la matematica e la fisica moderne hanno elaborato gli strumenti concettuali per studiare la continuità del moto e determinarne le leggi, così chi si propone di comprendere davvero la storia dell’uomo dovrebbe smettere di occuparsi dei fenomeni di cui tratta come se fossero episodi discreti, «quando in realtà nessun avvenimento ha né può avere un inizio, ma ciascun avvenimento deriva sempre da un altro, senza soluzione di continuità», e concentrarsi perciò su «quegli elementi omogenei, infinitamente piccoli, che determinano il moto delle masse», ovvero l’infinita quantità delle scelte individuali, a loro volta condizionate da infinite altre scelte precedenti, che costituiscono, prese tutte contemporaneamente, il vero motore degli eventi. A un certo punto uno dei personaggi principali fa un sogno e nel sogno sogna un mappamondo: «quel mappamondo era una sfera viva, oscillante, senza dimensioni. Tutta la superficie della sfera era costituita da gocce compattamente serrate le une alle altre. E tutte quelle gocce si muovevano, si mescolavano e ora alcune di esse confluivano in un’unica goccia, ora da una goccia se ne formavano altre, numerose. Ogni goccia tendeva a espandersi, a occupare uno spazio maggiore, ma le altre, che tendevano allo stesso scopo, la serravano, e a volte la annientavano, altre volte si fondevano con essa. “Ecco la vita”». Wow.

Ed è così che, in queste pagine, la potenza sovrumana della storia mondiale, colta in uno dei momenti più decisivi per la nostra civiltà («il movimento bellicoso delle masse dei popoli europei da Occidente a Oriente, e poi da Oriente a Occidente», che noi per sintesi indichiamo come l’apogeo e il crollo di Napoleone), si incarna misteriosamente nelle intrecciate vicende, spesso del tutto minimali, di decine di personaggi, uno più memorabile dell’altro, prevalentemente russi, ma proprio perché russi, quando a scrivere è un russo, depositari di verità universali (uno dei modi di riassumere il romanzo, ponendoci dal punto di vista dell’autore, potrebbe appunto essere questo: quella volta che l’Occidente razionalista provò a strapparsi il cuore dal petto convinto di vivere lo stesso di intelligenza e buone maniere, ma per fortuna si spezzò gli artigli sull’anima adamantina dei russi, i quali resistettero e salvarono momentaneamente l’integrità dell’Europa). Abbastanza controintuitivamente, tuttavia, e in contrasto coi luoghi comuni che fanno di quest’opera il prototipo di tutti i “mattoni”, Tolstoj dimostra una padronanza totale dell’enorme massa narrativa che gestisce (ci saranno, qui dentro, almeno tre o quattro romanzi diversi che si fondono l’uno nell’altro, mescolando continuamente i generi - più decine di racconti), nonché un invidiabile senso del ritmo e ammirevole scorrevolezza: superata la consueta fatica che si prova con tutti i russi di capire chi è chi, non c’è praticamente una parola fuori posto e non c’è momento di stanca, se non giusto nel finale, che è sorprendentemente fiacco, ma che proprio per questo sembra il modo con cui, dopo averti ammaliato, il prestigiatore ti rivela il suo trucco. Ovvero che puoi raccontare una storia di mille e cinquecento pagine, in cui controlli ogni minimo dettaglio e che dissemini di decine di singoli episodi ciascuno dei quali potrebbe, da solo, giustificare l’esistenza intera di uno scrittore (ne cito qualcuno a caso: la partita a carte in cui Rostov perde tutto, il duello tra Pierre e Dolochov, la battuta di caccia al lupo nella neve, la visita all’ospedale militare dove è ricoverato Denisov, il modo in cui l’amministratore capo di Pierre si fa beffe dei suoi tentativi di riforma nelle sue tenute, il parto del figlio di Andrej, praticamente tutte le scene di battaglia...), solo per dire, paradossalmente, perché è proprio il contrario di quello che stai mostrando al lettore, che la vera storia nessuno ha sul serio il potere di controllarla e che alla fine nulla, ma proprio nulla, può eguagliare la quieta, e alle volte persino anche un po’ triste felicità di un sereno interno familiare. 

Meravigliose controfigure dell’autore sono, in tal senso, gli accademici della guerra che, alla vigilia dello scontro, dettano letteralmente agli ufficiali interi piani di battaglia perché li eseguano punto per punto. Poveri illusi, questi «teorici che amano talmente la loro teoria da dimenticare lo scopo della teoria stessa, cioè la sua applicabilità pratica»; spesso tedeschi (e dunque hegeliani fino al midollo), costoro non si rendono conto che non ci può essere mai scienza «in un ambito simile, in cui, come sempre avviene nelle cose pratiche, non è possibile determinare nulla a priori, e tutto dipende da innumerevoli condizioni, l’importanza delle quali si precisa poi tutt’a un tratto, in un solo istante, che nessuno sa mai quando arriva». Fin dall’antichità, per spiegare i successi militari, ci si è inventati il concetto di “genio” e lo si è attribuito ai più celebri strateghi di ogni tempo. «Ma nelle azioni di guerra il merito del successo non spetta a loro, ma all’uomo che nelle fila grida: “siamo perduti!” o che grida: “urrà!”», a quell’imprevedibile variabile – cioè – che sposta l’inerzia in una direzione oppure nell’altra. Coloro che sono sulla cresta dell’onda non se ne avvedono e pensano, al contrario, di essere loro a dettare i tempi alla storia: ne è tipico esempio quel supremo commediante che per Tolstoj fu Napoleone, talmente rapito dalla sua pantomima da finire per crederci davvero e che proprio per questo non riuscì mai a capacitarsi di come, da un certo momento in poi, tutto quello che toccava, anziché trasformarsi, come prima, in oro, cominciò invece a diventare sorprendentemente merda – e senza che lui avesse affatto cambiato il suo modo di agire (lezione che certuni politici nostrani pare non abbiano ancora assimilato a dovere). «Napoleone, che ci viene presentato come colui che era alla guida di tutto questo movimento (così come ai selvaggi la figura intagliata sulla prua della nave sembrava la forza da cui la nave era guidata), Napoleone, in tutto questo periodo della sua attività, era simile a un bambino che, tenendo strette le cinghe fissate all’interno della carrozza, si immagina di esser lui a guidarla». Tutto l’opposto del suo rivale Kutuzov, il quale, anziché scimmiottare l’imperatore, si presenta non già come un «grand homme, che la mente russa non riconosce», bensì come uno «di quei rari uomini, sempre solitari, che intuendo i voleri della Provvidenza sottomettono a essa il loro volere personale». Kutuzov «non parlò mai di sé, non recitò nessuna parte, sembrò sempre essere il più semplice e il più ordinario degli uomini, e diceva le cose più semplici e ordinarie. (…) Questa semplice, modesta, e perciò autenticamente grandiosa figura non poteva calarsi nella forma falsa dell’eroe europeo, presunto dominatore di uomini, che la storia s’è inventata». Proprio per questo è stato sminuito da tutti – osserva Tolstoj – compresi gli stessi storici russi, colpevolmente plagiati dalla mentalità francese: eppure è l’unico che ha capito tutto e ha lasciato che gli eventi seguissero il corso che erano inevitabilmente costretti a seguire, finché, esaurito il suo compito, non gli restò altro da fare se non la morte, «ed egli morì» (anziché querelare da Sant’Elena contro il destino cinico e baro).

Su questo sfondo maestoso si muovono appunto una marea di personaggi, tutti a loro modo epici quanto quelli dostoevskijani sono meschini e grotteschi, in cerca più o meno tutti della chiave che consenta di dare un senso a quello che stanno facendo (ne cito uno per tutti, che così ragiona quando intuisce di essere a un passo dalla morte: «perché mi dispiaceva tanto separarmi dalla vita? C’era qualcosa in questa vita, che io non capivo e che ancora non capisco»). E, tra continui abbagli e passi falsi, grandi slanci e successive depressioni, per qualcuno arriva davvero, improvvisamente, quel momento in cui si mostra il disegno divino, perfetto equilibrio tra tutte le forze del bene e del male – per citare Mario Venuti. Ma proprio come diceva quel testo: è stato un attimo, soltanto un attimo. Ferito apparentemente a morte sul campo di Austerlitz, il principe Andrej Bolkonskij riapre gli occhi, steso sul prato: «sopra di lui non vi era più nulla, all’infuori del cielo (…) Come ho fatto a non vederlo prima, questo cielo così alto? E come sono felice d’averlo conosciuto finalmente. Sì! Tutto è vuoto, tutto è inganno, all’infuori di questo cielo infinito. Non c’è nulla, nulla, all’infuori di lui. Ma anche lui non c’è, non c’è nulla, soltanto il silenzio, la pace. E Dio sia lodato!…». Ma ce ne sono a bizzeffe di questi istanti rivelatori, che sembrano socchiudere per un attimo la porta e permetterci di capire, appunto, chi tira i fili di “tutto quanto”. Nessuno sembra però trovare una risposta definitiva, non fin che resta in vita. Chi ci si avvicina di più, forse, è un personaggio che entra in scena dopo pagina mille, in mezzo a un gruppo di prigionieri, e ne esce poco dopo, descritto come «la personificazione di tutto ciò che è russo, buono e rotondo». Quella che questo robusto contadino possiede è sicuramente una verità, ma non una verità logica, nonostante il nome filosofico, Platon Karataev: «cantava le canzoni non come le cantano i cantori, quando sanno che li si ascolta, ma così come cantano gli uccelli (…). I proverbi che riempivano i suoi discorsi (…) erano quegli adagi del popolo che sembrano tanto insignificanti se presi di per sé, e rivelano a un tratto una profonda saggezza, quando invece li si dice a proposito. Diceva spesso una cosa completamente opposta a un’altra che aveva detto prima, ma sia una cosa sia l’altra erano giuste. (…) Ogni sua parola e ogni sua azione erano il manifestarsi di quell’attività, a lui ignota, che era la sua vita. Ma anche la sua vita, come lui la intendeva, non aveva alcun senso se presa di per sé. Aveva senso soltanto come parte d’un intero, ed era questo intero che egli sentiva sempre. Le sue parole e le sue azioni fluivano da lui con la stessa regolarità e necessità e immediatezza, con cui il profumo emana da un fiore».

Se devo essere sincero, però, in questo gioco a nascondino che Tolstoj fa con il lettore, il mio preferito è un personaggio ancora più evanescente, che c’è sempre anche se nessuno se ne accorge, «quel timido, piccolo Dochtùrov» che, anche nei giorni decisivi della guerra, si fa trovare pronto al posto giusto al momento giusto, svolgendo un incarico fondamentale ai fini della vittoria russa senza per questo mai uscire dall’ombra. «Un uomo che non capisce il funzionamento d’una macchina, al vederla in moto potrà avere l’impressione che la parte più importante di quella macchina sia la scheggia che per caso vi è caduta dentro, e che ne viene fragorosamente stritolata, intralciandone il funzionamento. Un uomo che non conosce il meccanismo d’una macchina, non può capire che una delle parti più essenziali del meccanismo stesso non è la scheggia che sta guastando e intralciando tutto quanto, bensì il piccolo perno di trasmissione, che gira in un angolo, senza far rumore. (…) Dochtùrov (…) era anche lui uno di quegli ingranaggi che, pur senza stridere né far rumore, e passando sempre inosservati, costituiscono la parte più essenziale della macchina». In un mondo sempre più popolato da rumorosi imbonitori, provo un amore sconfinato verso questi giusti che ostinatamente continuano a salvarci senza neppure che ce ne rendiamo conto.

(finito l'11 aprile 2020)

Ho parlato di


Lev Tolstoj
Guerra e pace
(Mondadori 2012)

Trad. di I. Sibaldi

LXXVIII-1334 p. | 16 €

(ed. or.: Vojnà i mir, 1865-1869)

giovedì 31 dicembre 2020

12 dicembre 1969

La data del 12 dicembre 1969 dovrebbe essere scolpita nella memoria storica della Repubblica almeno quanto l’11 settembre 2001 lo è in quella americana (ma mi verrebbe da dire mondiale), così come l’immagine dell’atrio sventrato della Banca Nazionale dell’Agricoltura dovrebbe produrre in noi italiani lo stesso angosciante senso di smarrimento suscitato dallo squarcio di Ground Zero. Che non sia esattamente così, se non ai piani nobili della società, e ovviamente per chi è stato travolto direttamente da quella vicenda, mi pare persino triviale dirlo, anche senza citare quei sondaggi secondo cui, per gli adolescenti di oggi, la strage di Piazza Fontana, quando evoca ancora qualcosa, richiama confusamente una stagione di violenze percepita però come un pastone unico, le cui responsabilità sono infatti attribuite indistintamente ora alla mafia ora alle Brigate Rosse. Che non sia facile raccontarla, quella strage, lo dico per esperienza diretta di insegnante, perché ci sono una marea di addentellati di cui tenere conto se si vuole darne un inquadramento un minimo sensato, ma anche per il cortocircuito concettuale in cui rischi di ingolfarti quando, da un lato, ti sforzi di mostrare ai tuoi studenti l’inconsistenza logica dei vari complottismi odierni e, dall’altro, però ti trovi poi costretto a parlare effettivamente di depistaggi e manipolazioni, ancorché documentati, per spiegare come mai, a cinquant’anni di distanza, conosciamo bene o male chi ha messo le bombe, ma nessuno è in carcere per questo (“ma possibile che sia davvero accaduto tutto questo?” - classica obiezione: “ma dai, prof, non è credibile”). Il che offre un’ulteriore conferma del fatto che, se si vuole nascondere la verità, lo strumento più efficace resta quello di intorbidare le acque, perché peggio che non sapere affatto come stanno le cose è saperlo abbastanza, ma non poterci fare quasi niente, con questo sapere. 

Là dove il magistrato non può arrivare, arriva però lo storico, il cui lavoro può aiutarci a mettere ordine e fare sintesi, portando a galla il rimosso, come una sorta di psicoterapia sociale. Il libro di Mirco Dondi, rielaborazione di un capitolo di un suo più ampio volume dedicato alla strategia della tensione, parte appunto dalla cronaca della giornata del 12 dicembre per allargarsi, ovviamente - e non potrebbe essere altrimenti -, al contesto entro cui si inserì la strage e alle infinite conseguenze (processuali e non), che ne derivarono, fissando così una serie di punti che, fra le tante ombre ancora presenti, dovremmo ormai cominciare a considerare irrevocabile patrimonio comune della nostra coscienza civile. Primo punto: nel 1969 il Paese è in fibrillazione; la spinta riformista dei primi governi di centro-sinistra sembra essersi esaurita prima di avere raccolto tutte le esigenze provenienti da una società in trasformazione; ai vertici delle istituzioni e all’interno della Democrazia Cristiana - che delle istituzioni è il perno inamovibile, ma che è a sua volta un microcosmo tutt’altro che monolitico - si scontrano almeno due strategie diverse, l’una (rappresentata da Moro, allora ministro degli Esteri) interessata a governare politicamente questi processi, non disdegnando l’idea di costruire un asse con lo stesso Partito Comunista, nel quadro di una estensione delle garanzie democratiche, l’altra (ben espressa da Rumor, in quel momento Presidente del Consiglio) intenzionata invece a contenere le forze progressiste anche attraverso il ricorso a una modifica dell’assetto costituzionale in senso moderato-conservatore, con l’avallo dello stesso Presidente Saragat, che per un po’ di tempo sembra persino cullare l’idea di intestarsi un’operazione analoga a quella effettuata un decennio prima da De Gaulle in Francia; in questo secondo senso, lo stillicidio incontenibile di manifestazioni, di proteste e anche di episodi violenti può diventare il facile pretesto cui appellarsi per invocare un ritorno all’ordine che incontri il consenso di un’opinione pubblica impaurita e bisognosa di riferimenti più solidi del milionesimo governo balneare. Perchè non sollecitare allora questa soluzione, uscendo fuori dalle regole del gioco democratico «con operazioni di disturbo (destabilizzanti ma incruente)» da attribuire poi ad eversori “rossi”? Anche gli americani, del resto, approverebbero. 

Ma naturalmente non è che puoi mandare direttamente Rumor a piazzare qualche petardo nei cassonetti: occorre perciò reclutare manovalanza a buon mercato. Ed è qui – secondo punto – che il piano di destabilizzazione “leggera” agognato da un pezzo dello Stato si incontra con il piano di destabilizzazione “pesante” coltivato da un manipolo di neofascisti e da altri pezzi dello Stato (reduci di Salò o comunque ufficiali poco amanti della Costituzione che avevano giurato di servire) - da quelli, cioè, che non si accontenterebbero del presidenzialismo, ma vorrebbero direttamente i colonnelli e una bella sterzata autoritaria, come era avvenuto poco prima in Grecia e come sarebbe avvenuto poco dopo in Cile o in Argentina, approfittando delle condizioni offerte dalla guerra fredda. Qui si entra nella zona grigia degli ammiccamenti e delle ambiguità, per cui è difficile individuare una precisa catena di comando, posto che ci sia effettivamente stata, quantomeno in termini penalmente perseguibili: il meno che si può dire è che, con opportune sollecitazioni e attestate operazioni di infiltrazione, si sono offerte solide coperture e si è lasciato libero corso al furore ideologico di un gruppo estremista nero utile allo scopo, Ordine Nuovo, dalle cui fila provengono non per nulla tutti i principali protagonisti della stagione delle stragi (e attorno a cui gravitarono personaggi che, scagionati dalle inchieste, avrebbero comunque esercitato un ruolo politico non irrilevante nella successiva storia repubblicana, come Pino Rauti). 

Gli ordinovisti meritano due parole. Dondi ne dà questo efficace ritratto: «la maggior parte di loro ha meno di 30 anni nel 1969 (…). Appartengono a classi sociali medio-alte. Il loro elitarismo dello spirito si traduce nel disprezzo verso le classi meno abbienti. (…) Li accompagna il mito della violenza, enunciata ed esibita, il culto del coraggio e della forza fisica, la spietatezza nei confronti del nemico che può ritorcersi anche verso il camerata che non rispetta le consegne. Un gruppo chiuso, autoreferenziale che rifiuta il mondo contemporaneo e la rapida trasformazione politica e sociale che percorre anche l’Italia. (…) Ordine nuovo si differenzia rispetto al Movimento sociale per un tratto ideologico filonazista. Gli ordinovisti si sentono degli eletti, in tutto superiori ai militanti missini (…). É un mondo senza orizzonte sociale, proteso a un conflitto distruttivo, privo di qualsiasi polo relazionale. L’unico bisogno è la gerarchia, in una sfasata quanto ossessiva percezione della guerra». Tali miliziani si considerano - zarathustranamente - uomini del grande disprezzo, novelli samurai impegnati in una lotta senza quartiere contro tutto ciò che c’è di materiale e volgare nel mondo moderno, la cui suprema ipostasi è rappresentata da quella sorta di Grande Satana che sono gli Stati Uniti, ma con i quali però si alleano, perché a questa confraternita di superuomini piace, appunto, giocare alla guerra, ma solo tenendosi bene attaccati alla gonnella di mamma Nato. Vorrebbero tanto identificarsi con gli aristoi che governano lo stato ideale di Platone, ma della Repubblica ricordano piuttosto il bovaro Gige, che può permettersi qualsiasi malefatta grazie al suo anello dell’invisibilità. É proprio per senso di impunità, infatti, che, dopo una serie di attentati dimostrativi, Franco Freda, l’ideologo del gruppo, «uno degli uomini peggiori che l’Italia abbia prodotto, e che ha ripagato l’Italia con il peggio di sé» (come lo ha definito Enrico Deaglio), decide a un certo punto di alzare la posta, architettando una strage che lascia sul campo 17 morti e 88 feriti, ma che sarebbero potuti anche essere di più se fosse scoppiata anche una seconda bomba depositata alla Banca Commerciale Italiana (senza dimenticare gli ordigni che, contemporaneamente, esplosero a Roma, all’Altare della Patria e presso una filiale della BNL). Ma che importa? «“In fondo era plebe”», confesserà più tardi uno dei militanti coinvolti nell’azione. E che sarà mai? «Nulla se paragonato a Hiroshima, Nagasaki o ai bombardamenti su Dresda», commenterà un altro (Delfo Zorzi, che poi in Giappone ci è finito per davvero e tuttora là vive). 

Con uomini di tale risma, dunque, una parte di Stato ha trovato accordi e intese inconfessabili, così inconfessabili che, anche se le cose si erano spinte ben oltre il limite implicitamente pattuito, ogni possibile contatto andava a questo punto in ogni caso insabbiato e l’attenzione dirottata altrove. Perciò si procedette comunque, come prestabilito, con la pista anarchica, l’arresto “pilotato” del "mostro" Valpreda, la falsificazione delle prove, l’assassinio di Pinelli, con tutto ciò che ne discese. Il paradosso storico, se vogliamo, è che in questo modo i profeti della destabilizzazione finirono per diventare agenti di una stabilizzazione molto diversa da quella che si erano immaginati. Nessuna proclamazione di stato d’assedio venne dopo la strage e nessuna legge speciale – anzi, l’unica misura repressiva da parte del governo fu la proibizione di una manifestazione missina prevista per il 14 dicembre che nelle intenzioni dei promotori avrebbe dovuto sfociare in un attacco diretto alle sedi dei sindacati e dei movimenti di sinistra. Rumor avrebbe poi pagato, per così dire, il suo “tradimento” con un attentato fallito nel 1973, un po’ come i mafiosi si sarebbero vendicati su Lima nel 1993 dopo la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso. Sono indizi di una responsabilità politica inaggirabile - terzo punto. Già di per sé l’idea di un ricorso a operazioni coperte andrebbe considerata, più che come come un segno di forza, come «una manifestazione di debolezza» da parte di una classe dirigente che dimostrò in quel modo «l’incapacità di dominare, nel quadro della democrazia, le agitazioni sociali», ma ancor più grave è «conoscere la trama e non operare affinché questa venga sventata» e poi tacere perché «la trama è talmente irriferibile da delegittimare le carriere di rispettabili statisti». Così irriferibile che, a tutt’oggi, non ci sono colpevoli condannati e uno come Freda è ancora a piede libero, titolare come allora delle Edizioni di Ar (dove “ar” sta appunto per “aristocratico”: “così e così deve essere, costi quel che costi in termini di spiacevolezze”, si legge sulla pagina di presentazione del loro sito), opinionista per un certo tempo di Libero (giusto per ricordare l’albero genealogico della Seconda Repubblica) e folgorato infine nientemeno che da Salvini e da Trump (i quali sarebbero stati liquidati da un vero oligarca greco come demagogici imbonitori). Certo, «non tutti sanno tutto, ma lo Stato dispone di una cospicua mole di informazioni, dal momento che i suoi servizi sono il bacino di raccolta di numerosi fonte italiane e straniere. Su Ordine Nuovo (…) le conoscenze dello Stato (…) permetterebbero la completa neutralizzazione (…) -, a maggior ragione nel momento in cui la strategia dell’esplosione mortale scavalca la tattica istituzionale delle bombe dimostrative. Se ciò non è avvenuto e, al contrario, molti aderenti sono stati protetti dallo Stato, non resta che ammettere la compromissione delle istituzioni che alla fine hanno valutato come ugualmente funzionale ai loro scopo anche la strategia del sangue. Altri, fra coloro che all’interno dello Stato hanno attivato le azioni, sono rimasti vittime del loro stesso progetto». Per questo piazza Fontana è la «strage dell’innocenza perduta», in quanto «lo Stato ha disatteso il suo ruolo di salvaguardia della sicurezza dei cittadini rompendo il patto sociale alla base della sua legittimazione». 

Gli ordinovisti, che già si sentivano ministri in pectore del nuovo organigramma autoritario, divennero così dei comuni ricattatori, cosa che non li trattenne tuttavia dal seminare altro sangue negli anni successivi, sempre inseguendo ipotetici progetti di rovesciamento dell’ordine costituito che non arrivarono mai da nessuna parte, non tanto perché l’impresa fosse titanica (svuotiamo una volta per tutte di ogni retorico idealismo il loro delirio suprematista), ma perché probabilmente l’obiettivo effettivo di chi si serviva dei loro attentati non era mai stato davvero quello. Al settarismo élitario di chi si crede superiore a tutto e a tutti perché pensa di essere la reincarnazione degli eroi omerici e al pragmatismo immorale di chi ritiene che sia suo compito tutelare in ogni modo lo status quo e la propria rendita, posizioni apparentemente opposte eppure andate così spesso a braccetto con i loro bla bla sullo Stato, la bandiera e la nazione, preferisco il composto silenzio dei milanesi che, con la loro semplice presenza ai funerali delle vittime, gridarono in modo inequivocabile il loro no pasarán! La cultura cattolica ha elaborato l’idea che il popolo di Dio abbia un suo sensus fidei di cui anche il magistero deve tenere conto: nella misura in cui un analogo concetto può essere ripreso nella sfera laica, quella è l’autentica patria in cui pienamente mi riconosco.

(finito l'11 aprile 2020)

Ho parlato di


Mirco Dondi
12 dicembre 1969
(Laterza, 2018)

256 p. | 18 €

venerdì 18 dicembre 2020

Stoner

L’amico che per primo mi parlò di Stoner (si era a una cena tra professori di filosofia e aspiranti tali, qualche anno fa) me lo presentò dicendomi press’a poco che aveva appena finito questo libro, in cui non succedeva assolutamente niente per trecento pagine, ma che alla fine gli aveva prodotto l’effetto come di un pugno nello stomaco (anche se per rendere davvero un’idea dello stato d’animo cui intendeva alludere, dovrei poter riprodurre la sua mimica, più efficace di qualsiasi parola). Confermo l’impressione: a domanda secca non sapresti dire esattamente il perché, ma da questa lettura non ne esci indenne. 

Che il racconto che ci si appresta a leggere non abbia a prima vista nulla di straordinario ce lo suggerisce uno degli incipit più meravigliosamente semplici e contemporaneamente tristi di cui abbia memoria: «William Stoner si iscrisse all’Università del Missouri nel 1910, all’età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato in Filosofia e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido». Osservazione a prima vista quasi banale, quest’ultima, ma che, in chi fa l’insegnante di mestiere, e spera di sopravvivere in qualche modo nella memoria dei suoi allievi così come i suoi allievi sopravvivono nella sua, apre subito una ferita al cuore, iniettandovi un’irrimediabile dose di malinconia. Tornano alla mente le parole che Tiziano Sclavi fa pronunciare all’anonimo protagonista di Memorie dall’invisibile (Dylan Dog #19, per chi non c’era): “e allora capii che era vero: viviamo solo se qualcun altro crede in noi. Dunque, ero passato dalla nullità al nulla. Basta che se ne vada l’unica persona che ti abbia mai sorriso”. L’ouverture dà il tono all’opera e quel che ti aspetti, a questo punto, non può che essere la cronaca di uno scacco esistenziale annunciato, che come tale apparirà anche allo stesso protagonista, molte pagine dopo, quando, sul letto di morte, ripensando a un matrimonio sbagliato, a una carriera mai veramente decollata, a un amore vero perso per sempre a causa delle maldicenze, «spietatamente, vide la sua vita come doveva apparire agli occhi di un altro. Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento». 

E però, tuttavia, c’è dell’altro, perché William Stoner non è solo l’ennesimo travet schiacciato da un mondo più grande di lui e magari incattivitosi per questo. Il segreto di questo libro prezioso, la verità che quasi sussurra e che, appunto, ti prende delicatamente alla gola mi pare sia più sottile. La medesima storia, infatti, potrebbe essere anche presentata, al contrario di quel che appare a prima vista, come il racconto di un riscatto: la parabola di un ragazzo nato in una modesta fattoria del Midwest e potenzialmente destinato a ripetere l’estenuante vita dei genitori, se non fosse stato travolto dalla letteratura, a cui si avvicina quasi per caso, e non senza difficoltà, dopo essere stato incoraggiato a iscriversi alla facoltà di Agraria, inizialmente col solo scopo di imparare tecniche e metodi nuovi da applicare ai poderi di famiglia. Qualche anno più tardi, subito dopo aver seppellito il padre e la madre nella tomba per cui essi avevano pietosamente versato le quote di un polizza, «mettendo da parte qualche penny ogni settimana per tutta la vita, anche nei momenti più disperati», Stoner si ritrovò a pensare anche «al prezzo che avevano pagato, anno dopo anno, a quella terra che rimaneva com’era sempre stata, un po’ più arida, forse, e un po’ più parca di frutti. Nulla era cambiato. Le loro vite erano state consumate da quel triste lavoro, le loro volontà spezzate, le loro intelligenze spente. Adesso erano lì, in quella terra a cui avevano donato la vita, e lentamente, anno dopo anno, la terra se li sarebbe presi». Persone dignitosissime, gli Stoner, e tuttavia riassorbite nel suolo senza aver quasi lasciato traccia del loro passaggio al di sopra di esso. 

Ma la letteratura, la poesia, ha il potere di strapparti a questo destino – ecco la scoperta che spariglia d’un tratto l’intera esistenza del loro unico figlio: quando il giovane William leggeva, «il passato sorgeva dalle tenebre e i morti tornavano in vita di fronte a lui, e insieme fluivano nel presente, in mezzo ai vivi, tanto che per un istante aveva la percezione di stringersi a loro in un’unica, densa realtà, da cui non poteva e non voleva sottrarsi. (…) Certe volte rifletteva su com’era pochi anni prima, e il ricordo di quella strana figura, bruna e inerte come la terra da cui proveniva, lo lasciava incredulo. Poi pensava ai suoi genitori, li sentiva estranei quanto il figlio che avevano generato e avvertiva per loro un misto di pietà e amore distante» (altro flash, questa volta da Esenin tramite Branduardi: “Poveri genitori contadini / certo siete invecchiati e ancor temete / il Signore del cielo e gli acquitrini / Genitori che mai non capirete / che oggi il vostro figliolo è diventato / il primo fra i poeti del Paese”). In pagine in cui chi ha avuto la fortuna di fare un po’ di ricerca può facilmente riconoscersi emerge tutto lo stupore e l’immensa gratitudine per quello straordinario mondo nuovo che gli sembra di toccare con mano e al tempo stesso «la coscienza di quante cose ancora non sapeva, di quanti libri non aveva ancora letto. E la serenità tanto agognata andava in mille pezzi appena realizzava quanto poco tempo aveva per leggere tutte quelle cose e imparare quello che doveva sapere». Finché giunge il grande annuncio, per bocca del suo maestro: avrebbe fatto l’insegnante. A quelle parole «si sentì sospeso nell’aria aperta, mentre la sua voce diceva: “È sicuro?”. “Ma certo”, disse dolcemente Sloane. “Come può dirlo? Come fa a saperlo?”. “È la passione, Mr Stoner”, disse allegro Sloane, “la passione che c’è in lei. Nient’altro”. Nient’altro». 

Altro che fallimento: questa è polvere che diventa uomo. E poi, però, quasi senza soluzione di continuità, ecco anche le prime crepe nell’edificio appena appena prefigurato – anch’esse familiari a chi ha seguito un percorso simile. Non solo la sensazione vertiginosa degli sterminati spazi che ora si aprono all’indagine (troppi per una vita sola), e neanche tanto la solitudine del dottorando impegnato a seguire la tradizione classica tra Medioevo e nel Rinascimento - che a un figlio di contadini, abituato al silenzio dei campi, pesa fino a un certo punto. Quanto l’impressione di una sostanziale futilità dell’intero sforzo. Uno parte carico d’entusiasmo e animato da un vibrante fuoco interiore, sentendosi investito di una missione fondamentale per conto della sacra istituzione accademica, salvo poi impaludarsi nell’ordinaria quotidianità delle prime lezioni svolte dall’altra parte della cattedra, quando l’ambizione di poter cambiare il corso del mondo attraverso l’opera educativa si stempera nella freddezza degli studenti e nella compilazione delle migliaia di inutili carte richieste per assecondare la perversa libido dei burocrati. Comincia così a nascere un sospetto, che squarcia il velo delle grandi speranze: «tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino nel cotone, tu. Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare. (…) È per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi». 

Come credo accada anche per i ricordi di una vita, la narrazione fino a un certo punto è molto particolareggiata, quasi che ogni dettaglio fosse una particella capace potenzialmente di sprigionare universi interi, poi d’improvviso la materia ripiega su di sé, il tempo accelera e gli anni corrono velocissimi, così che Stoner si ritrova in pensione quasi senza accorgersene. E in quel momento, presa coscienza della malattia che rapidamente lo consumerà, comincia a ronzargli compulsivamente in testa una vocetta: «cosa ti aspettavi?». Ripensandoci meglio, il suo non è stato un disastro, non più di tanto. «Una specie di gioia lo colse, come portata dalla brezza estiva. Ormai ricordava a malapena di aver pensato al fallimento, come se avesse qualche importanza. Gli sembrava che quei pensieri fossero crudeli, ingiusti verso la sua vita». Ciò che rende Stoner così drammaticamente vero è appunto la disarmante normalità di ciò che descrive, che poi coincide con la tentazione di fondo che prima o poi insidia tutti quanti, e cioè che la vita non sia né una tragedia né una commedia, ma semplicemente poco più che un sogno, un’evanescenza. Quando il suo sogno si sta esaurendo e gli scivola ormai dalle mani, William Stoner prende dal comodino il suo libro, la sua tesi di dottorato, il segno più evidente del suo transito terrestre, e lo sfoglia per l’ultima volta. «La luce del sole, attraversando la finestra, brillò sulla pagina e lui non riuscì a vedere cosa c’era scritto». Subito dopo, muore. L’epifania è che non c’è epifania. Ma, davvero, che cosa ti aspettavi?

(Finito il 28 febbraio 2020)

Ho parlato di


John Williams
Stoner
(Fazi, 2012)

Trad. di S. Tummolini

332 pp. | 24,90 €

(ed. or.: Stoner, 1965)


lunedì 16 novembre 2020

Ascesa e caduta di Adamo ed Eva

Credo che, per motivi che saranno subito evidenti, se mai ne avesse avuto notizia, il professor Stephen Greenblatt di Harvard non avrebbe disdegnato di versare alla SIAE il dovuto obolo per richiedere a Max Gazzé il permesso di intitolare questo libro La favola di Adamo ed Eva. Quel che probabilmente non avrebbe accettato, di quella canzone, è l’insistenza con cui la favola suddetta vi era presa a modello di ciò a cui è disposto a credere “un uomo così divertente ed ingenuo” come quello contemporaneo, come se si trattasse di un contrassegno della sua dabbenaggine. Perché – questo l’assunto di base del testo, chiarito sin da pagina due – «gli uomini non sanno vivere senza storie», e ne dipendono a tal punto che persino il trito e ritrito mito dell’Eden può paradossalmente acquistare in forza quanto meno pensiamo che sia una cronaca di ciò che effettivamente sarebbe accaduto all’inizio dei tempi e quanto più ne riconosciamo, invece, il carattere puramente narrativo. «Adamo ed Eva incarnano il potere misterioso e tenace della capacità narrativa umana. (…) L’essere umano plasmato nell’argilla diventò una creatura vivente, si legge nella Bibbia, quando gli soffiarono l’alito della vita nelle narici. In questa scena mitica è codificata una poderosa verità. A dare la vita a Adamo in un determinato momento di un lontanissimo passato fu un respiro, quello di un narratore». Che è poi la consapevolezza che abbiamo progressivamente acquisito man mano che l’interpretazione letterale del racconto e la «persuasiva vividezza» di Adamo ed Eva hanno cominciato a mettere a fuoco «in maniera sempre più precisa e sgradevole i problemi etici che per lungo tempo avevano infestato la loro storia: l’inesplicabile passaggio da una perfetta innocenza alla malvagità, una proibizione divina che impediva la conoscenza necessaria per obbedire a quella stessa proibizione, terribili punizioni universali per quella che appariva come una modesta trasgressione locale», ossia tutte quelle «crepe che erano sempre esistite nella loro storia», ma che si erano sempre accettate perché, in fondo, «era meglio pensare che i conti fossero tenuti con estrema scrupolosità da un Dio onniveggente, seppure così adirato con l’umanità da diventare un assassino, piuttosto che credere in un Dio indifferente o assente».

L’«enorme investimento dogmatico» fatto per secoli su questo racconto impedì qualsiasi ritirata strategica nell’allegoria (come suggerito, ai tempi, da Origene), quando i dubbi cominciarono a diventare sempre più insostenibili. Al contrario, «il realismo sollecitava, anzi imponeva, domande pericolose», come quelle formulate da La Peyrère, Bayle o Voltaire, che le risposte consuete non erano più in grado di soddisfare, finché Darwin non diede loro il colpo di grazia definitivo, rivelando l’«inquietante assenza di una trama, di una forma estetica» nell’evoluzione umana. Da quel momento in poi, «l’uomo e la donna nudi nel giardino, con strani alberi e il serpente parlante, sono tornati nella sfera dell’immaginazione da cui erano originariamente emersi». Ma, appunto, «questo ritorno non ne cancella il fascino né li rende indegni. Anzi, la nostra esistenza sarebbe sminuita senza di loro. Essi restano un modo potente, persino indispensabile, per pensare all’innocenza, alla tentazione e alle scelte morali, all’attaccamento per un compagno amato, al lavoro, al sesso e alla morte». Come i protagonisti dei grandi miti che siamo già da tempo abituati a chiamare così, come Odisseo ed Enea, Pandora e Prometeo, Lancillotto ed Orlando, anche Adamo ed Eva «possiedono la vita – la peculiare, intensa, magica realtà – della letteratura». Per questo è sensato – ecco finalmente il corollario – che ad occuparsene ora, dopo che per secoli lo hanno fatto teologi, artisti e poeti, sia appunto uno studioso di letteratura. 

Di per sé applicare un approccio narratologico all’esame della Bibbia non è più uno scandalo – persino i teologi ormai lo raccomandano. Qualche perplessità in più la può lasciare, invece, il fatto che l’intera storia degli effetti del mito di Adamo ed Eva venga trattata anch’essa, sostanzialmente, come un romanzo, a partire dalla genesi della Genesi (una forma di controcanto, ironico e puntuale, da parte degli ebrei in esilio, ai racconti dell’origine diffusi a Babilonia), proseguendo poi attraverso la ripresa di diversi episodi significativi dell’arte, della spiritualità e della letteratura in cui la storia dell’Eden ha svolto una funzione centrale. Simili operazioni, che spaziano con disinvoltura (troppa disinvoltura?) dai papiri gnostici alla biologia evolutiva, sono infatti molto utili nella misura in cui il loro taglio interdisciplinare ti apre la mente, ti suggerisce delle connessioni da esplorare e ti suscita la curiosità di approfondire il discorso andandoti a leggere altri libri, fra i tantissimi che qui vengono citati e commentati (uno su tutti, il Paradiso Perduto). Il loro peccato originale (perdonatemi) è però che essi sembrano volerti dare l’impressione di racchiudere invece già tutto quello che serve sapere su una data questione – con l’aggravante, in questo caso, che i diversi autori su cui ci si sofferma, per esempio Agostino e Milton (a cui sono dedicate pagine davvero suggestive, specie per me che ne sapevo poco), sono descritti in modo estremamente affascinante, perché chi scrive ha talento affabulatorio, ma saranno poi veramente loro o non piuttosto, anch’essi, dei “personaggi” funzionali alla “storia sulle storie” che Greenblatt intende raccontarci per soddisfare la nostra esigenza di ascoltare dei racconti? Qualche sospetto qua e là viene. Ciò non guasta la lettura: basta solo ricordarsi sempre che sotto la scorza suadente di una confezione elegante, alla fin fine, il frutto che stiamo mangiando è pur sempre un bignamone ben fatto. 

P.s. Nel riprenderlo in mano, mi sono reso conto che questo è stato l’ultimo libro letto praticamente per intero in treno, andando e tornando da scuola, in quel tempo che sembra lontanissimo in cui esisteva il pendolarismo.

(finito il 25 gennaio 2020)

Ho parlato di


Stephen Greenblatt
Ascesa e caduta di Adamo ed Eva
(Rizzoli, 2017)

Trad. di R. Zuppet

478 pp. | 22 €

(ed. or.: The Rise and Fall of Adam and Eve, 2017)