giovedì 27 agosto 2020

La scommessa cattolica

C’è una domanda che prima o poi noi avanzi di sacrestia finiamo inevitabilmente, e giustamente, per farci: se, cioè, al netto dei sentimentalismi, dei bei ricordi, delle persone che altrimenti non avremmo conosciuto (e magari sposato), tutto questo carrozzone immenso in cui siamo cresciuti e nel quale continuiamo a muoverci, a cui diamo il nome di Chiesa cattolica, abbia veramente ancora qualcosa da offrire all’umanità o non sia un fuoco destinato pian pianino a esaurirsi, spegnersi e cristallizzarsi nei suoi morti resti come le religioni neolitiche britanniche nelle pietre di Stonehenge. Il mondo occidentale, nei fatti prima ancora che con delle teorie, una risposta se l’è già data, e così netta da rendere a prima vista ozioso anche solo accennare alla questione. La religione, qualunque religione, è un relitto del passato che può avere un valore solo come opzione individuale nel quadro di una logica sostanzialmente di mercato, secondo la quale ciascuno ha il diritto di scegliersi le esperienze che vuole fare in base ai propri gusti personali, a patto di non urtare troppo la sensibilità altrui, e meglio ancora se scomposte in comodi pacchetti da riassemblare a piacere con un po’ di bricolage. Questo processo di progressiva secolarizzazione, tuttavia, non ha garantito l’emancipazione sperata, anzi ha semmai reso possibili nuove forme di reincantamento che, dietro la promessa di maggiore indipendenza, smerciano in realtà conformismo diffuso e servitù volontaria a un apparato tecnoeconomico, il cui modo di spremere e scartare ciò che gli serve per mantenersi in piedi, si tratti di esseri umani o di risorse ambientali, appare ogni giorno che passa sempre più intollerabile. Dobbiamo dunque rassegnarci a dare ragione ai cultori dell’eterno ieri e ai loro “ve l’avevamo detto” (ve lo ricordate De Maistre? Dio disse “fate pure da voi” e il mondo andò in pezzi…)? Cedere al baccano indiavolato con cui ci esortano ad effettuare un triplo salto mortale all’indietro per ritornare in quella superiore regione dello spirito che corrisponde alla loro rassicurante idea di Medioevo? Tra la Scilla dell’efficientismo edonistico disumanizzante e la Cariddi dell’annullamento di sé in un ordine immodificabile perché istituito dal Cielo non c’è davvero nessuna alternativa possibile? 

Ecco, questo libro si propone appunto di scardinare i ferri che ci tengono inchiodati alla logica dualistica soggiacente a questa opposizione - e ai derivati che ne conseguono - per suggerire che tra modernità e fede cristiana sia possibile instaurare invece una «tensione feconda», onde evitare che l’una si faccia scappare di mano ciò che ha imparato ad apprezzare anche grazie al cristianesimo e l’altra rigetti ciò che le appartiene costitutivamente per ostilità nei confronti di certe derive che ne sono discese. In questione è in fondo il tema, centrale nel Vangelo, del rapporto tra libertà e norma, cioè del come poter stare insieme agli altri senza annullare la propria identità, da cui non si esce «pensando ingenuamente che la negazione della menzogna sia la verità, e che la reazione (una spinta uguale e contraria) sia il modo di difenderla». Rinchiudersi nel sarcofago di un tradizionalismo idolatrico per evitare di annegare in un indistinto pastone cosmopolitico non è una soluzione sensata, né tanto meno evangelica: Gesù non si è mai rinchiuso in casa o nel Tempio, né si è attardato sul monte, ma ha incessantemente percorso le strade di Galilea. Quel che ci viene chiesto, oggi come sempre (perché il problema è lo stesso che si poneva già quando quelli che oggi difendono il latino sarebbero stati considerati sovversivi dai cristiani di origine ebraica), è invece «un salto di piano», che recuperi il valore del cristianesimo come «messaggio dinamico, non statico», come «esperienza dell’eccedenza e non della regola e della misura», come «un fattore di interrogazione e di critica rispetto all’autopercezione (personale e sociale) della realtà», come movimento aperto «senza pregiudiziali all’ascolto e all’accoglienza» perché consapevole che, «come insegna la Bibbia, la salvezza è un cammino e non uno stato». Ci si può dire a pieno titolo cristiani cattolici non tanto se si fanno le processioni del Corpus Domini o se si accende il cero alla Madonna, ma se si tiene costantemente presente il riferimento all’intero, alla pienezza, alla totalità che il termine stesso “cattolico” annuncia quando evoca un Regno che nessuna istituzione umana potrà mai circoscrivere, legittimando così una pluralità di percorsi attraverso cui lo si può raggiungere. 

A insegnarci tutto questo non è la mentalità smaliziata dei moderni, bensì – senti senti - quel Dio strano che non sta solo, ma si manifesta come perennemente in uscita, movimento trinitario, “uno-che-non-è-uno”, sbilanciamento verso ciò che è fuori da Sè - tutti modi diversi per dire “agape” o misericordia. Suona un po’ paradossale che i più agguerriti nemici della moderna tecnocrazia, quelli che imputano all’uomo la colpa di avere usurpato il posto di Dio, se lo immaginino poi come un Sommo Tecnocrate ebbro di volontà di potenza intento a determinare un ordine su cui esercitare uno spietato controllo, magari tramite la longa manus di una Chiesa chiamata liturgicamente a glorificare l’esistente (dove il male, ovviamente, non è la liturgia, ma l’uso che se ne fa). Ma perché si dovrebbe abbandonare l’Egitto per andarsene dietro a un Signore che non è diverso dal Faraone? «Dentro questo schema classico, l’ordine religioso domina sull’intera vita sociale. Nelle società teocratiche l’ordine sociale e politico è plasmato da quello religioso, senza margini di contrattazione». Con tutta la sua “spiritualità” esibita, si tratta pur sempre di una gabbia di ferro non dissimile da quella materialista, attraverso cui viene stritolata l’«esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Non riconoscere questa aspirazione significa ridurre l’uomo, di fatto, ad automa – il che smaschera la teocrazia per quello che effettivamente è: una delle tante potenze terrene che ostacolano i piani di Dio. L’essere umano, infatti, «non è fatto semplicemente per replicare, per eseguire. Piuttosto, come ha scritto Arendt, è nato per incominciare, per agire mettendo al mondo qualcosa di nuovo, di inatteso, di originale». Dio stesso si è aperto alla novità, quando ha lasciato che il mondo fosse, creandolo «come il mare la terra: ritirandosi» (l’immagine – bellissima - è di Holderlin), e compiacendosi poi del buono che ne poteva nascere. Per questo, «solo un uomo libero può essere a immagine di Dio». Al contrario, «nutrire l’assurda pretesa di una identificazione totalizzante con Dio (…) porta a misconoscere il progetto della creazione, di un figlio a immagine del Padre – che però non è il padre». 

La «logica fondativa della creazione» è dunque una logica «generativa». Per capire fino in fondo cosa ciò significhi bisogna forse essere genitori, come del resto lo sono i due autori del libro: in quanto tali, dicono, «noi stessi possiamo infatti testimoniare che il desiderio più grande di chi genera è vedere fiorire, nei modi e nei tempi necessari e non programmabili, la pienezza della vita in ogni singolo figlio, nelle forme inaspettate che potrà prendere». Ecco dunque il punto qualificante dell’intero discorso, il paradosso cristiano che il nostro tempo ha ancora bisogno di sentire annunciare e a cui vale la pena accordare fiducia: non siamo vincolati al bisogno naturale della mera sussistenza, del godimento individuale, dell’autosufficienza, ma abbiamo sempre a che fare con «un di più, con un’eccedenza, con una novità non ricavabile dalle premesse». É su questo che la Chiesa è chiamata a offrire la sua testimonianza, anzitutto nella sua forma: in caso contrario, se non lo sa fare, essa rischia di celebrare solo se stessa, facendo di Dio una proiezione solenne del proprio narcisismo. Anche l’esercizio di autorità andrebbe riletto in chiave generativa, come disponibilità a «lasciare andare» - non nel senso per cui tutto sarebbe uguale ed equivalente, ma come un mettersi al servizio dei processi in corso, «farsi risorsa per il bene di tutti, (...) invece che del suo dominio a proprio vantaggio», così da far crescere e accompagnare i suoi protagonisti affinché diventino essi stessi attori, legando insieme le generazioni nella consapevolezza che «la trasmissione della tradizione non è ripetizione meccanica, bensì continua reinterpretazione e rimessa al mondo». Solo così, essa può davvero dirsi “madre”. 

Il compito della Chiesa nel mondo contemporaneo non deve perciò essere quello di «rimpiangere un mondo che non c’è più, che forse non è mai esistito e che comunque non è nemmeno desiderabile. Piuttosto, essere un punto di de-coincidenza per liberare, di nuovo, il desiderio rimasto imprigionato nell’ordine sociale costruito dalla modernità. Nella prospettiva di poter recuperare, un po’ per volta, il legame filiale che si è spezzato e così ricostruire una relazione le cui basi (la libertà, il perdono, la misericordia) siano più corrispondenti al disegno originario: dove la libertà è un tratto costitutivo dell’essere umano e va perciò riconosciuta e attraversata fino in fondo; e dove all’uomo non è chiesta una passiva e timorosa sottomissione, ma un’alleanza desiderata, un amore filiale nella libertà». Possiamo stare dentro una relazione senza esserne schiavi, siamo cioè tutti “legati” e liberi, e l’una cosa non impedisce l’altra: ecco, finalmente, la “buona notizia”, il cuore della “nuova alleanza”. C’è un modo di abitare l’umano che non ci costringe allo scontro o all’annullamento di sé – è il modo della concretezza, quello che la vita stessa ci insegna e che Dio benedice. L’altro, con la maiuscola e con la minuscola, non è l’inferno, «non è aliud, l’alieno-nemico dello schema dialettico dualista, ma alter, l’altro che ci costituisce, ci provoca e ci libera: l’Alterità senza la quale non c’è identità. Non ostacolo, ma condizione». Paradossalmente, ancora una volta, «il nostro ombelico, a torto diventato l’emblema dell’autoreferenzialità, ci ricorda che siamo prima di tutto legame. E perciò persone, non semplici individui». Questo riconoscimento vale per ciascuno di noi in relazione agli altri, vale all’interno della Chiesa fra suoi fedeli, vale all’esterno della Chiesa nei suoi rapporti con le altre Chiese cristiane, con le altre religioni, con la modernità, con il mondo, vale per le culture e le civiltà nelle loro vicendevoli interazioni, dato che nessuna di esse è mai nata per partenogenesi, ma sempre attraverso un colloquio. Quel colloquio mirabilmente rappresentato dal dogma più affascinante del nostro Credo: «il Dio cristiano è in sé poliedrico. Trinitario. Cioè non totalitario. Paesaggio dialogico, pluriprospettico, pluripersonale». 

É questo dialogo interumano – e non i cori monodici di chi grida “Signore, Signore” – ciò che presumibilmente il Figlio dell’uomo cercherà per verificare se ci sarà ancora fede quando tornerà sulla terra e per distinguere tra chi ha fatto fruttare il talento che gli è stato dato e chi l’ha sepolto ben bene dentro la cripta di una cattedrale.

(finito l'11 novembre 2019)

Ho parlato di


Chiara Giaccardi | Mauro Magatti
La scommessa cattolica
(Il Mulino 2019)

200 pp. | 15 €




lunedì 10 agosto 2020

L'invenzione della natura

Qualcuno li ha contati. Prendono il nome da Alexander von Humboldt una corrente marina, svariati parchi e montagne in America Latina, alcuni fiumi in Brasile, Tasmania e Nevada, un geyser in Ecuador, una baia in Colombia, un capo e un ghiacciaio in Groenlandia, catene montuose in Cina, Sudafrica, Nuova Zelanda e Antartide, quattro contee e tredici città degli Stati Uniti, quasi trecento piante e oltre cento animali (tra cui il giglio di Humboldt, il pinguino di Humboldt e il calamaro di Humboldt), diversi minerali, senza contare, al di fuori della nostra atmosfera, un mare lunare e un asteroide – il che, tutto sommato, probabilmente ammonta a più di quanto possa vantare qualsiasi altro scienziato della storia. Sono i segni più evidenti della straordinaria popolarità raggiunta in vita da un uomo che fu definito, ai suoi tempi, come il «più famoso al mondo dopo Napoleone» e persino «il più grande di tutti gli uomini dal Diluvio Universale», ma della quale probabilmente in pochi, oggi, saprebbero spiegare il perché (noi filosofi men che meno: nei nostri manuali Alexander compare semplicemente come il fratello minore e un po’ eccentrico di Wilhelm). Per provare a capire le ragioni di questa fama abbiamo la fortuna di avere a disposizione due godibilissimi strumenti: un romanzo che non mi stancherò mai di consigliare e questo saggio che presenta però anch’esso un incedere parzialmente romanzesco (sin dal sottotitolo, ricalcato su classici modelli ottocenteschi), in quanto romanzesca è la vita del suo protagonista, animato da una perenne inquietudine venata di romantica malinconia e al tempo stesso da una «sfrenata energia» che lo porta ad architettare continuamente nuovi progetti, magari tre o quattro contemporaneamente, «spingendo ai limiti il proprio organismo», e che si manifesta persino nella rapidità travolgente con cui parla, “alla velocità di un cavallo da corsa” – come riferisce un amico (va da sé, non poteva che starmi simpatico). 

Humboldt costruisce una parte consistente del suo mito con l’avventuroso viaggio compiuto in Sud America tra il 1799 e il 1803 - quattro anni appena zeppi tuttavia di avvenimenti capaci di riempire un’esistenza intera, come spedizioni in canoa nel cuore dell’Amazzonia o tentativi di ascesa su alcune delle vette più alte del mondo, tra un terremoto e un’eruzione vulcanica - e più ancora con il racconto che saprà farne negli anni successivi, una volta stabilitosi nella Parigi napoleonica, non tanto per amore dell’imperatore, ma per mai sopite simpatie rivoluzionarie (era anche amico personale di Thomas Jefferson e Simon Bolivar, che ne furono ispirati), e soprattutto per poter stare a contatto con la più avanzata comunità scientifica del tempo, «mozzo di un filatoio che perennemente girava e creava connessioni» tra studiosi di ogni settore, nonostante lo scandalo suscitato da questa scelta nei suoi compatrioti, ancora shockati dal disastro di Jena (il problema, diceva, è che in una Germania ancora divisa in stati diversi «ognuno viveva a grande distanza dall’altro» e «lo scambio delle idee era soffocato»). Ma anche quando sarà costretto a rientrare a Berlino, con la Restaurazione, Humboldt continuerà a occupare il centro della scena, contribuendo in modo fondamentale allo sviluppo di una cultura scientifica nel suo paese, sia attraverso cicli di conferenze pubbliche che incanteranno le folle per la ricchezza di documentazione e per «il modo in cui metteva in collegamento discipline e fatti apparentemente disparati» (gli appunti delle lezioni, che l’autrice ha avuto modo di visionare, pare siano una meraviglia), sia con l’organizzazione di seminari più specialistici, strutturati non come teatrini autocelebrativi della casta baronale universitaria (come spesso risultano essere ancora oggi i convegni e le sedicenti giornate di studio), bensì come momenti in cui «gli scienziati invece di parlare a, parlassero fra di loro (…). Humboldt incoraggiava gli studiosi a riunirsi in piccoli gruppi e in maniera interdisciplinare. (…) Immaginava una fratellanza interdisciplinare fra gli scienziati, che avrebbero scambiato e condiviso la conoscenza. “Senza una diversità di opinioni, la scoperta della verità è impossibile”, ricordò loro nel discorso di apertura». Cercò invano di strappare alla Compagnia delle Indie un passaporto per raggiungere l’Himalaya, ma in compenso partecipò a una spedizione per conto dello zar, che lo portò fino a uno sperduto posto di blocco, al confine tra l’impero russo e quello cinese, da qualche parte nella remota Mongolia (e sulla via del ritorno festeggiò il suo sessantesimo compleanno brindando con il nonno di Lenin). Inoltre scrisse tanto, vendendo come il pane (un’edizione completa delle sue opere è presente anche nella biblioteca del capitano Nemo sul Nautilus). Curiosamente, è lui stesso a non possedere tutti i suoi libri, in quanto finiscono per costare troppo anche per le sue tasche, che si svuotano proprio perché non bada a spese nel realizzarli, con una cura meticolosa e un uso avanzatissimo delle illustrazioni e di quelle che oggi chiameremmo infografiche. L’idea più fantasmagorica che gli sia mai passata per la testa è forse quella di voler scrivere «un libro che mettesse insieme ogni cosa che sta in cielo e sulla terra, dalle lontane nebulose alla geografia dei muschi, dal paesaggismo alla migrazione delle razze umane e alla poesia» - e perbacco se ce la fa: lo intitola Cosmos e ne escono cinque volumi, l’ultimo dei quali consegnato all’editore nell’aprile del 1859, pochi giorni prima del collasso che lo porta alla morte, proprio negli stessi giorni in cui a Londra appariva la prima edizione de L’origine delle specie, che gli deve molto (Darwin aveva in valigia anche un libro di Humboldt quando salpò per il suo viaggio intorno al mondo). 

Per l’autrice di questa biografia sarebbe stato proprio tale straripante successo a decretarne, paradossalmente, l’oblio postumo (da cui l’idea, appunto, di presentarlo, un po’ pomposamente, come “l’eroe perduto della scienza”). «Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. É come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l’uomo che vi stava dietro». Per la verità, se questo è accaduto, non è stato un processo immediato: nonostante la gloria acquisita, già ai suoi tempi Humboldt appare per molti aspetti uno sconfitto. Sospeso tra l’epoca del flogisto quella del telegrafo, «fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un’epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici», al culmine della brusca accelerazione avviata dalla civiltà occidentale. Il suo approccio metodologico trasversale, che oggi ci appare così moderno, è in realtà una diretta conseguenza di una concezione della natura in cui risuona l’eco di Goethe e di Schelling, qualcosa che ai positivisti suoi contemporanei sarebbe apparso rivoltante metafisica: la natura, infatti, è per lui «una rete vitale e una forza globale, (…) una rete nella quale tutto era connesso, (…) un “tutto vivente”, in cui gli organismi erano uniti insieme in un “intricato tessuto reticolare”. (…) Un’unica vita era stata riversata su pietre, piante, animali e sul genere umano». Ma se il mondo naturale è «un unico insieme animato da forze interattive, (…) allora bisognava esaminare differenze e somiglianze senza mai perdere di vista l’insieme. In luogo di numeri astratti e matematica, lo strumento principe per conoscere la natura diventò per Humboldt il confronto». Fatti e immaginazione non devono dunque stare separati: Humboldt si presenta perciò come «il nesso connettivo tra l’Opticks di Newton (…) e poeti come John Keats», tra il piano cartesiano e il viandante sul mar di nebbia. Il suo intento è di vedere la natura «sia con la testa che con il cuore»: così, se per un verso raccoglie campioni di tutto ciò che vede e misura ossessivamente tutto quello che può misurare («una delle sue guide notò che le tasche del suo soprabito erano come quelle di un ragazzino – piene di piante, sassi e ritagli di carta. Niente era troppo piccolo o insignificante per non meritare di essere studiato, perché ogni cosa ha il suo posto nel grande arazzo della natura»), ciò che gli interessa non è tanto «scoprire nuovi eventi isolati, quanto (…) connetterli». “Connettivismo” sarà poi il nome che lo scrittore di fantascienza A. E. Van Vogt darà alla disciplina praticata dal protagonista del suo romanzo Crociera nell’infinito. Lui in realtà aveva Darwin come modello (il titolo inglese dell’opera è infatti Voyage of the Space Beagle), ma nel metodo di Darwin coglie esattamente ciò che lo unisce a Humboldt – e qui chiudiamo il cerchio – ossia «la rara capacità di concentrarsi sul più piccolo dettaglio – da una chiazza di lichene a un minuscolo coleottero – e poi di indietreggiare e distaccarsi per analizzare modelli globali e comparati». 

Questa visione d’insieme ha significative ricadute euristiche, ma non solo. Contemplando la giungla equatoriale, Humboldt ha modo di osservare «un mondo che pulsava di vita, (…) un mondo in cui “l’uomo non è niente”. (…) Quando le scimmie cominciavano a strillare, il clamore svegliava gli uccelli e così tutto il mondo animale. La vita si agitava in ogni cespuglio (…). Tutto quel trambusto (…) era il risultato di “qualche lotta nel profondo della foresta pluviale”. (…) L’assenza dell’uomo (…) consentiva agli animali di prosperare e moltiplicarsi, ma si trattava di uno sviluppo al quale “essi stessi ponevano limiti” – con la loro reciproca pressione. Era una rete vitale incessantemente percorsa da lotte sanguinose, un’idea ben diversa dalla concezione prevalente della natura come macchina ben oliata in cui ogni animale e ogni pianta hanno un posto assegnato da un’entità divina». Tuttavia, pur riconoscendo con un’intuizione predarwiniana che la natura selvaggia non è il paradiso terrestre, quando offre il proprio personale contributo alla vecchia questione del Nuovo Mondo, Humboldt afferma risolutamente che l’antropizzazione non è necessariamente un miglioramento. Al contrario, la visita alle piantagioni sudamericane gli permette di constatare in prima persona come l’abbattimento delle foreste e la canalizzazione delle acque abbia rapidamente diminuito la capacità di ritenzione idrica del terreno, rendendolo in poco tempo sempre più sterile e aumentando il carattere distruttivo delle inondazioni. La sua concezione organica di un mondo naturale in cui tutto si tiene lo porta facilmente a concludere che «se c’è un filo tirato, tutta la tela si può disfare»: l’ecologia, termine che verrà poi coniato per indicare il peculiare campo di ricerca praticato da Humboldt, è una diretta conseguenza di una concezione della natura come «un insieme unico fatto di interrelazioni complesse» (in questo senso, questo libro è anche un testo “militante”, che prova a tracciare una genealogia nobile al movimento ecologista). Se per secoli la cultura europea aveva impiegato l’immagine della bonifica dell’incolto come emblema dell’azione civilizzatrice dell’uomo, versione secolare dell’atto creativo di Dio, Humboldt è invece fra i primi ad affermare che la bellezza non coincide con l’utilità e che questo intervento, se diventa intensivo, può avere effetti anche catastrofici. La scienza, non meno della storia, deve essere “globale”, poiché quando perde questa visione diventa pura tecnica al servizio del potere, fatalmente autodistruttiva. Ma c’è un’altra lezione che Humboldt impara dallo studio delle piantagioni. Sfruttare il terreno come una miniera, non cioè in funzione dell’autoconsumo locale ma per alimentare i mercati europei, aveva come conseguenza quella di rendere poverissimi e incapaci di mantenersi paesi potenzialmente ricchissimi di risorse, imponendo un regime socio-economico di infame schiavismo (e su questo punto, non mancarono le discussioni con i suoi amici statunitensi). Anche qui, «Humboldt fu il primo a mettere in relazione colonialismo e devastazione dell’ambiente. I suoi pensieri tornavano sempre alla natura come rete vitale complessa, ma anche al posto dell’uomo al suo interno. (…) Discuteva di natura, questioni ecologiche, potere imperiale e politica mettendo tutto in relazione. Criticava l’iniqua distribuzione della terra, le monocolture, la violenza contro i gruppi tribali e le condizioni di lavoro degli indigeni». Analogamente, oggi, cambiamenti climatici, squilibri demografici e migrazioni di massa dovrebbero fare parte di un unico discorso. Ma sarebbe vano sperare di sentirlo in uno dei tanti talk-show spacciati per informazione, in cui si perpetuano le pantomime di quell’eccellenza nazionale che è la commedia dell’arte. Ci conviene invece cambiare canale e sintonizzarci (con Propaganda Live in ferie) sull’unica trasmissione veramente “politica” attualmente in programmazione: SuperQuark.

(finito il 21 ottobre 2019)


Ho parlato di


Andrea Wulf
L'invenzione della natura
Le avventure di Alexander von Humboldt, 
l'eroe perduto della scienza
(Luiss University Press, 2017)

trad. di L. Berti

518 pp. | 22 €

(ed. or.: The Invention of Nature. The Adventures of Alexander von Humboldt, the Lost Hero of Science, 2015)


domenica 26 luglio 2020

Ragtime

Devo la conoscenza di questo libro e del suo autore (di cui, prima di allora, non sapevo neanche l’esistenza) alla puntuale citazione di un suo brano ripresa dal paleontologo Stephen Jay Gould per introdurre uno dei saggi contenuti ne Il pollice del panda, dedicato al legame tra la diversa percezione del tempo da parte delle varie specie viventi e la diversa velocità dei loro rispettivi ritmi metabolici – ed è stato proprio questo impiego inconsueto ad aver attivato immediatamente i miei sensori interdisciplinari, suscitando un’irrefrenabile curiosità di approfondire la questione. Quando mi ci sono imbattuto, tre anni fa, non avevo idea che nel 1981 Milos Forman, non uno qualunque, avesse ricavato un film da quest’opera, con un debuttante Howard Rollins (il futuro ispettore Tibbs della serie tv) in un ruolo-chiave. E soprattutto non avevo idea che nel 2010 i critici di Time l’avessero inserita fra i cento migliori romanzi scritti in lingua inglese dopo il 1923 (anno di fondazione della rivista), né tanto meno che nel 2013 Doctorow avesse ricevuto la Medal Gold dell’American Academy of Arts and Letters, riconoscimento concesso finora a pochi grandissimi (Updike, Roth, Singer e una quindicina d’altri a partire dal 1915). Questo un po’ mi inquieta e un po’ mi tranquillizza: dimostra ancora una volta che ci sono più cose in cielo e in terra di quante pretende di contenerne la mia testa da saputello, ma soprattutto che, con tutto questo ben di Dio là fuori, nelle terre incognite della letteratura, ci è concesso il privilegio di invecchiare serenamente, sapendo che fino all’ultimo si possono continuare a fare insospettate scoperte, come se si fosse ancora adolescenti. 

Detto questo, a parte la citazione galeotta, questo libro in realtà non si occupa in senso stretto di scienza, e se qua e là lo fa è solo perché ciò concorre ad arricchire il mirabolante affresco della società americana di inizio ‘900 che costituisce il vero motivo ispiratore di tutto il racconto. "Ragtime" è appunto la chiave presa a prestito dalla musica per definire quest’epoca cronologicamente compresa grosso modo tra il 1906 e il 1914, ma anche, in un certo senso, la cifra stilistica adottata da una narrazione incalzante, in cui non è possibile indugiare su una situazione, perché subito se ne presenta un’altra, con un ritmo vorticoso che riproduce efficacemente il brulicante movimento di uomini e attività caratteristico di quegli anni. Con piglio direi quasi ariostesco, la trama segue il filo degli incontri, più o meno casuali, che legano gli uni agli altri i diversi personaggi (alcuni immaginari, altri no: tra questi ultimi Houdini, Freud, Henry Ford, Emma Goldman e altre figure forse più note a un americano che a un europeo), tanto che si fa fatica a capire esattamente chi possa esserne considerato il vero protagonista (l’unico che, forse, in un modo o nell’altro, è in relazione con tutti gli altri è significativamente un personaggio senza nome: segno che ciò che davvero conta, qui, è l’insieme, più che i singoli interpreti, esattamente come una sola nota non basta a riprodurre una melodia). 

Poi, sì, certo, il titolo ti fa pensare a Scott Joplin, la copertina ti propone un elegantissimo nero dallo sguardo intenso e corrucciato, dunque è ragionevole aspettarsi che qualcosa abbia a che fare anche con quel mondo lì, ed effettivamente è così, e con una funzione tutt’altro che secondaria, anche se questo filone emerge pienamente solo nella seconda metà dell’opera e non la esaurisce tutta. Vale la pena, però, di rileggere con attenzione questo episodio, perché – sebbene il libro sia uscito nel 1975 – ci può aiutare a capire meglio quel che è successo in America dopo la morte di George Floyd. Coalhouse Walker Jr è un pianista professionista di jazz, il cui portamento impeccabile e sussiegoso suscita l’impressione sgradevole che non sappia stare al suo posto, come se «non sapesse di essere un negro». Sin dal modo di vestirsi, «tutto il suo essere era in opposizione a certi sentimenti» - finché questa tensione latente esplode il giorno in cui si trova a passare con la sua nuovissima Ford T davanti alla caserma dei pompieri volontari della cittadina di New Rochelle, a due passi da New York. Persone perbene, queste ultime, che spendono il loro tempo libero a favore della comunità di cui fanno parte, ma che proprio non riescono a sopportare l’idea che un damerino negro ostenti loro in faccia un segno della sua acquisita ricchezza. Per questo gli giocano un brutto tiro che avrà poi conseguenze dirompenti sullo sviluppo della vicenda e intorno a cui si scatenerà un vivace dibattito nel corso del quale anche le menti più progressiste non mancheranno di condividere le loro pelose morali (della serie, “se l’è andata a cercare”, “a noi il negro piace, basta che abbia l’aspetto povero e derelitto” e così via). 

L’aspetto forse più affascinante dell’opera è che, tuttavia, nessuna di queste voci prende mai il sopravvento sulle altre. Il variopinto arazzo cucito insieme da Doctorow ci immerge nel cuore delle contraddizioni di un paese in prorompente crescita, animato da una vitalità apparentemente inesauribile e dalla percezione di stare travasando lungo le sue rotte ferroviarie tutto il meglio che la civiltà occidentale, ormai sfinitasi in Europa, aveva ancora da offrire – e al tempo stesso, però, percorso da fortissime tensioni interne e da serpeggianti malesseri, nonché esposto al rischio continuo che quell’eredità importata dal Vecchio Mondo sprofondi semplicemente nel più patetico kitsch («il caos di una civiltà europea giunta all’ultima degenerazione»: così lo descrive Freud, dopo una visita a Coney Island. «L’America è uno sbaglio, uno sbaglio gigantesco», dice – e se non l’avete mai letto leggetevi il fumetto di Larcenet che racconta a modo suo questa stessa storia). 

Al vertice della nuova scala sociale troviamo il banchiere JP Morgan, di cui ci viene offerto un ritratto memorabile, in cui è prefigurato l’attuale ordine mondiale: «Pierpont Morgan era il classico eroe americano, un uomo nato per l’estrema ricchezza che a forza di duro lavoro e di spietatezza moltiplica il patrimonio di famiglia, finché assume proporzioni incommensurabili. (…) Era un monarca dell’invisibile, sovranazionale regno del capitale e la sua sovranità era riconosciuta ovunque. In possesso di ricchezze a paragone delle quali le fortune reali apparivano trascurabili, era un rivoluzionario che lasciava ai presidenti e ai re il loro territorio, mentre lui prendeva il controllo delle loro ferrovie, delle loro linee marittime, delle loro banche, delle società di assicurazione, degli impianti industriali e dei pubblici servizi». Convintosi dell’esistenza di «una sacra tribù di eroi, una colonia che discende dagli dei, che viene regolarmente generata in ogni epoca per aiutare l’umanità», e di cui ovviamente egli stesso fa parte, colleziona di frodo reperti di ogni epoca storica, a partire da quell’Egitto dei faraoni che sta al centro del suo personale immaginario, con i suoi miti di immortalità. All’altro capo, l’immigrato ebreo socialista a cui è rimasta solo una figlia da proteggere e che però, dopo varie disavventure, ridotto infine sul lastrico, «mise la prua della sua vita in direzione della corrente dell’energia americana. Gli operai scioperavano e morivano, ma per le strade delle città un intraprendente poteva mettersi a friggere patate dolci su un secchio pieno di carboni accesi e venderli per un penny o due». L’America, infatti, è una cosa e l’altra, la terra delle mille opportunità e quella in cui i poveri sono presi per la gola, quella in cui si può ricominciare da capo e quella dove tutto è buttato in vacca, luogo di strazianti ingiustizie e però anche di inedite ricombinazioni che sprigionano nuove speranze, perché – come osserva una delle tante voci narranti - «gli era evidente che il mondo si componeva e si ricomponeva continuamente, per un eterno stato d’insoddisfazione», insofferente alle rigide schematizzazioni di chi prova in ogni modo a chiudere il cerchio. E allora, forse, a ripensarci bene, questo romanzo “scientifico” lo può essere considerato davvero, in un certo senso, in quanto, rifiutando di appiattire su un’unica spiegazione il corso degli eventi, prova a rendere conto, in forma narrativa, di quella cosa strana e non sempre facile da gestire che è la complessità.

(finito l'11 ottobre 2019)

Ho parlato di



E. L. Doctorow
Ragtime
(Mondadori, 2015)

Trad. di B. Fonzi

260 pp. | 13 €

(ed. or.: Ragtime, 1975)

domenica 12 luglio 2020

Giulio

Metti che sei un intellettuale di spessore, uno di quelli la cui parola pesa e fa notizia, perché ti sei costruito una solida credibilità con la tua opera e sei già considerato un classico ancora in vita. Metti però che sei anche uno sradicato che per continuare quell’opera ha bisogno di appoggi, entrature, amicizie, in un’epoca in cui i nervi di tutti sono a fior di pelle e basta un minimo passo falso per rovinarsi la carriera. Metti che, ciò nonostante, sei comunque uno spirito sbarazzino e non disdegni di esercitare la tua vastissima cultura per produrre satire e calembour su questioni di attualità che poi ti diverti a condividere nelle chat private con gli amici più stretti, ai quali sai che strapperai in questo modo una risata liberatoria con cui attenuare momentaneamente la comune preoccupazione per come stanno andando le cose nel mondo. Metti, infine, che tu consideri questi giochi come una silenzioza strizzatina d’occhio rivolta a persone capaci di coglierne il senso, ben consapevole che la vita poi richiede continui accomodamenti, il discorso pubblico tutt’altro contegno, non per ipocrisia, ma perché le parole sono strumenti potenzialmente pericolosi e vanno usate per ricucire anziché per lacerare le coscienze esasperando i toni. Posto tutto questo, fai conto che a un certo punto irrompa sulla scena un predicatore che invece non accetta più compromessi e grida sui tetti quello che tu spifferavi di nascosto ai tuoi sodali, senza neanche la copertura dell’arguzia dotta, ma dicendo pane al pane, e che fra i tuoi contatti, fra quelli che ti venerano come maestro e avevano accesso alle tue confidenze personali, qualcuno lo segua, si entusiasmi e, non pago, ti tiri per la giacchetta affinché anche tu prenda più decisamente posizione, perché finalmente si prova a fare quello che tutti avevate sempre sperato - e che quando invece tu tergiversi, inviti alla moderazione, a non perdere la testa, con un po’ di delusione alcuni di loro comincino a lanciare sinistre allusioni: ma come, proprio tu, proprio tu che scrivevi….? 

Eccolo, abbozzato a grandi linee, il dramma vissuto da Erasmo da Rotterdam dopo il 1517, l’anno di Lutero e delle tesi di Wittenberg, ma anche l’anno in cui uscì in prima edizione dai torchi di Magonza un libriccino destinato a conoscere, negli anni successivi, una marea di ristampe e di copie pirata, spesso in versioni economiche idonee a una circolazione semiclandestina – e che a Erasmo costerà più di un mal di pancia. A cosa si deve tanto trambusto? Al fatto che si tratta di un dialogo lucianesco in cui si racconta di come papa Giulio II, morto da poco, si presenti alle porte del paradiso alla testa di un codazzo di nerboruti mercenari a cui aveva promesso ricompense eterne in cambio dei servizi di bassa macelleria svolti in suo nome nelle numerose guerre bandite in vita, e di come questi scopra suo malgrado che nel suo mazzo le chiavi giuste per far girare la serratura non ci siano, nonostante tutto ciò che era stato affermato dalla retorica pontificia e dalle decretali sul tema. Peggio ancora, richiamato da tutto quel baccano (immaginatevi l’aspirante vip bloccato all’ingresso del Billionaire: “ma insomma! Fatemi entrare! Che figura che mi fate fare! Voi non sapete chi sono io!”), sarà poi Pietro in persona a negare l’accesso al suo sedicente vicario, che mostra di non conoscere e nel quale soprattutto non vede nessuna delle caratteristiche che un suo successore avrebbe dovuto possedere per essere degno di tale carica. Giulio parla infatti una lingua completamente diversa da quella del pescatore di Galilea (non per nulla ha attinto il suo nome dalla storia pagana, anziché dal martirologio romano), e a lui si rivolge senza alcuna deferenza, ma col piglio sprezzante di chi, dall’alto del suo prestigio, è costretto a perdere tempo con un pitocco. “Eravate quattro straccioni – gli dice suppergiù – senz’arte né parte, chiusi nelle vostre catacombe, mentre io ho trasformato la Chiesa una potenza mondiale, l’ho resa bella richiamando frotte di artisti a palazzo, ho fatto sì che tutti temano un pronunciamento del papa e tremino al suo cospetto: ora sì che essa conta davvero qualcosa, non come ai vostri tempi, quando eravate perseguitati da tutti!”. Ritratto indubbiamente fazioso, ma non privo di una sua sinistra grandezza e che forse lo stesso Giulio, paradossalmente, avrebbe apprezzato, perché non si nascondono affatto le sue conquiste terrene - le uniche, probabilmente, che gli interessassero davvero (“ma se togli tutta la gloria mondana – dice quasi sgomento a un certo punto – che cosa resta?”). 

Il gioco, qui, non sta tanto nel denunciare le meschinità dell’uomo, quanto l’incongruenza tra l’originario mandato apostolico e l’istituzione che ne è derivata. Giulio è stato un politico abile e spregiudicato, un condottiero a suo modo geniale, capace quant’altri mai di manipolare nemici e alleati come fossero marionette, un vero “principe” nel senso che andava teorizzando in queglli anni Machiavelli, ma che ci azzecca tutto questo col Vangelo? Quando rivendica di aver “ingrandito il patrimonio di Pietro”, quest’ultimo gli risponde, basito: “ma quale patrimonio? Se siamo stati inviati da nostro Signore senza bastone né bisaccia! Ma di che cosa ti parlavano i tuoi predicatori?”. “Mi esaltavano paragonandomi a Giove assiso in cielo”, replica l’altro compiaciuto (tutto vero, tra l’altro, documentato nella predica del venerdì santo nell’anno 1509). Più volte Giulio se ne esce confessando candidamente che in effetti è la prima volta che gli capita di ascoltare i passi evangelici richiamati da Pietro (“e questa cosa qui da dove l’hai tirata fuori? Mai sentita”). La Chiesa che ha in mente è infatti un organismo del tutto terreno, in cui i simboli cristiani si sono semplicemente sovrapposti alle precedenti insegne pagane (esattamente come lui, sotto la tonaca, indossa l’armatura). É la stessa Chiesa che piace tanto agli atei devoti, perché usa il loro medesimo linguaggio - non laico, ma mondano - e riconosce le loro medesime regole: qualcuno con cui trattare per spartirsi il potere, non una voce profetica e libera da cui farsi provocare – quella lasciamola alle anime belle, agli ingenui, ai poveri Franceschi che ci credono per davvero. 

Insomma, voi capite, ce n’è abbastanza per cacciarsi in grossi guai e comprensibilmente il testo apparve anonimo. Per la verità, il frontespizio delle primissime edizioni riportava una sigla che avrebbe dovuto depistare le tracce, ma nessuno abboccò all’amo. Si aprì invece una vera e propria caccia (letteraria) all’uomo, a cui lo stesso Erasmo partecipò con le sue argomentate congetture sul sedicente autore. Oggi, però, siamo pressoché certi che quell’autore fosse lui – e la vicenda che c’è dietro il suo scritto, mirabilmente ricostruita da Silvana Seidel Menchi nell’introduzione al volume, è un capitolo di storia intellettuale europea che merita davvero di essere conosciuto e che costituisce un vero e proprio libro nel libro, non meno stimolante di quello che ne è all’origine. Nato come una mezza boutade fra amici, messo in circolazione per condividere un sentimento di opposizione altrimenti soffocato, più o meno come si fa oggi quando si inoltra un meme un po’ audace, a un certo punto quel dialogo sfugge al controllo di chi l’ha scritto e finisce in piazza proprio mentre gli eventi subiscono una violentissima accelerazione diventando così un potente manifesto politico-religioso. Erasmo passerà tutto il resto della sua vita a negarne pubblicamente la paternità e le lettere scambiate con i vecchi amici ora passati al campo luterano hanno il tono di certi confronti fra ex sessantottini che hanno fatto le occupazioni insieme e si sono ritrovati, negli anni ‘90, a votare gli uni per Prodi e gli altri per Berlusconi. Con la letteratura umanistica si può provare abbastanza spesso una sensazione di scipitezza al primo assaggio, proprio perché non è facile cogliere la fitta trama di relazioni che innerva i suoi molteplici sottotesti e decodificare tutti i suoi mascheramenti. Qui è già un po’ più semplice del solito, ma la mediazione della curatrice ti apre davvero mondi interi. Ed Erasmo stesso ne esce un po’ meno imbolsito e un po’ più spumeggiante di quanto ti fosse mai apparso finora.

(finito il 10 ottobre 2019)

Ho parlato di


Erasmo da Rotterdam
Giulio
(Einaudi, 2014)

a cura di Silvana Seidel Menchi

CXLII-172 pp. | 28 €

martedì 30 giugno 2020

Terra e spazio. Volume 2

Per celebrare adeguatamente il cinquantenario del piccolo passo di Neil Armstrong sulla superficie lunare, nel luglio 2019 i curatori di Urania hanno avuto la felice intuizione di distribuire nelle edicole il secondo dei quattro tomi in cui è stata scorporata la traduzione della raccolta completa dei racconti di Arthur C. Clarke, quello, cioè, contenente uno dei testi che più ha contribuito, in appena una dozzina di pagine, a definire l’immaginario collettivo del secondo Novecento - e per possedere finalmente il quale (già letto chissà quando e chissà dove, tanti anni fa) ho volentieri acquistato l’intero volume, quando si è trattato di scegliere il consueto libro di fantascienza che mi avrebbe dovuto accompagnare in spiaggia l’estate scorsa. Parlo, ovviamente, de La sentinella (da non confondere con il quasi omonimo, pressoché coevo, e forse ancor più celebre Sentinella, senza articolo, di Fredric Brown). Breve ragguaglio contenutistico: in un ipotetico 1996, una spedizione scientifica sulla Luna individua «una struttura scintillante, di forma quasi piramidale, alta il doppio di un uomo, incastonata nella roccia come una gigantesca gemma dalle mille sfaccettature». Se non bastasse a convincercene la sua fattura raffinata, il fatto che l’oggetto risulti protetto da una una sorta di campo di forza attesta al di là di ogni dubbio la sua origine artificiale, ancorché del tutto misteriosa (suona familiare? Certo, è lo spunto da cui ha dichiaratamente preso le mosse Kubrick per 2001 Odissea nello spazio). Questo manufatto è un’autentica sfinge che sfida tutte le convinzioni umane. Solo dopo vent’anni di studi riassunti nel giro di una riga – ci dice il narratore – «quello che non riuscimmo a capire lo spezzammo (...) con la selvaggia potenza dell’energia atomica, così che adesso io ho visto i frammenti di quella cosa bella e scintillante che trovai lassù fra le montagne». E la conclusione, a prima vista avvilente, è che questi frammenti «non significano assolutamente nulla. I meccanismi, sempre poi che fossero meccanismi, della piramide sono il frutto di una tecnologia molto al di là del nostro orizzonte, forse di una tecnologia di forze parafisiche».

Ecco, il racconto è tutto qui, interamente giocato, dapprima, sul senso di meraviglia per l’avvenuto contatto, seppur “archeologicamente” mediato, con una civiltà aliena, quindi sulle congetture formulate dal protagonista di fronte alla irriducibile incomprensibilità di quel reperto lunare, simbolo di tutto ciò che è avvenuto, avviene e avverrà nell’universo senza che la cosa minimamente ci riguardi. La sua supposizione è che in tempi vertiginosamente lontani, quando la Terra era ancora la palla fumante delle origini, qualcuno o qualcosa deve aver attraversato il sistema solare, ipotizzato che, nell’arco di centinaia di milioni di anni, si sarebbe potuta sviluppare anche lì una forma di vita intelligente e lasciato, appunto, come promemoria, una “sentinella”, la cui distruzione avrebbe segnalato inequivocabilmente la presenza di una specie capace di sviluppare sufficienti capacità tecnologiche e dunque meritevole finalmente di una qualche attenzione. Forse – conclude – questi remoti esploratori «vogliono aiutare la nostra civiltà in fasce. Ma devono essere vecchi, molto vecchi, e spesso i vecchi sono follemente gelosi dei giovani. Ora non posso più guardare la Via Lattea senza chiedermi da quale di quelle nebulose stellari stiano arrivando gli emissari. Se mi concedete il paragone terra terra, abbiamo azionato il segnale d’allarme, e adesso non ci rimane che aspettare. Non credo che l’attesa sarà lunga». Oltre, e forse più ancora. che nel ciclo di 2001 (il romanzo scritto parallelamente alla stesura della sceneggiatura del film più i suoi tre autonomi seguiti), analoghe tematiche, con una venatura persino religiosa, ritorneranno anche in un altro libro di Clarke, Incontro con Rama, in cui una misteriosa astronave-mondo viene avvistata in prossimità di Marte e visitata da un manipolo di astronauti, che però la devono presto abbandonare perché la sua traiettoria la sta conducendo dritta nel cuore del Sole, senza che sia stato possibile capire da dove arrivasse, a chi appartenesse e quale fosse il suo scopo.

Se il fascino di queste visioni è suscitato proprio da quella ostentata imperscrutabilità che ci fa sentire immensamente piccoli rispetto alle profondità siderali del cosmo (vedi anche, in questa raccolta, Giove Quinto), va però detto che, nella quasi totalità dei casi qui considerati, gli alieni di Clarke si rivelano poi, alla prova dei fatti, magnanimi e desiderosi di condividere il proprio sapere (con una sola eccezione, nel racconto d’apertura Strada buia, che è praticamente un horror), e se qualche volta scappa loro la mano è solo perché sono gli umani che non riescono a capire o a farsi capire (è il tema di Campagna pubblicitaria, una fulminante satira di come gli uomini finiscano per credere a tal punto alle proprie fiction da compromettere tragicamente la loro facoltà di giudizio; in Problemi con i nativi, invece, una variante dell’apologo di Carlo Fruttero sul disco volante che atterra nella bassa Padana anziché nel Texas, la maggior pazienza dei visitatori garantisce ai terrestri un esito migliore). Non è un caso che queste ventuno short stories risalgano tutte a un periodo compreso tra il 1952 al 1957, ossia tra la guerra di Corea e il lancio dello Sputnik, nel cono d’ombra della Bomba. Si perde, infatti, il conto di quante volte Clarke si diverta – forse anche con intenti apotropaici – a distruggere la Terra o annientare l’umanità, ma è significativo che si tratti praticamente sempre di autodistruzioni, che diventano occasione per slanci lirici (Se mi dimenticassi di te, oh Terra…) o per spericolati divertissement costruiti sul filo del paradosso (I nove miliardi di nomi di Dio, Il mattino del quarto giorno e il godibilissimo Tutto il tempo del mondo).

Il tono spiccatamente british della sua prosa impedisce per fortuna deragliamenti nella più stucchevole apocalittica, ma sebbene la nota prevalente resti sempre uno stupore venato di fiducia per l’opera dell’uomo in cui talora si sente l’eco di Jules Verne (come in Vacanza sulla Luna), il tema a lui caro delle soglie critiche attraverso cui le civiltà possono raggiungere una maggior grado di complessità (Al bivio, Spedizione sulla Terra) non è mai trattato con toni ingenuamente trionfalistici o deterministici, bensì con la consapevolezza che ci si può sempre incartare e che, anzi, lo sviluppo tecnologico, in determinate condizioni, può perfino diventare un handicap anziché un vantaggio evolutivo (a ciò alludono, sia pure in modo giocoso, le macchine strampalate descritte in Silenzio, prego e in Corsa agli armamenti, anche se la questione è programmaticamente trattata in Superiorità). Perfino quando ci troviamo di fronte a scenari che oggi definiremmo senz’altro “post-umani”, le conseguenze prospettate possono risultare provvidenziali (La strada verso il mare) o raggelanti (Il parassita - probabilmente il pezzo più inquietante del mazzo), senza che l’una appaia meno credibile dell’altra. Insomma – lo si sarà capito – ogni racconto di Arthur Clarke è come una sonda lanciata ai confini dell’immaginazione allo scopo di catturare qualche bagliore dell’inconcepibile, nella convinzione – affidata a una sorta di dichiarazione di poetica dal sapore quasi borgesiano (sin dal titolo: L’altra tigre) – che «noi siamo qui perché non potremmo essere altrove. Ma tutti quegli altrove sono pure da qualche parte, quindi il mio racconto può essere disgraziatamente vicino alla verità. Per fortuna non avremo mai modo di provarlo. O almeno credo...».

(finito il 13 settembre 2019)

Ho parlato di


Arthur C. Clarke
Terra e spazio. Volume 2
(Mondadori, 2019)

(Urania Collezione 198)

trad. di Aa. Vv.

360 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Collected Stories, 2000)

giovedì 11 giugno 2020

Tyll. Il re, il cuoco e il buffone

Giunti circa a metà della storia, il buffone che dà il titolo all’opera (reincarnazione quasi omonima di un personaggio del repertorio folclorico tedesco, cugino germanico dei nostri arlecchini) dona un dipinto alla regina di cui è al servizio (che è una regina per modo di dire, come vedremo, e che anzi assolda un buffone proprio per dimostrare di essere una regina, perché solo le regine hanno dei buffoni al proprio seguito) - anzi non proprio un dipinto, ma «una tela bianca con niente sopra», raccomandandole di mostrarlo a tutti e di spargere la voce che «i figli illegittimi e gli idioti e i ladri e le carogne con cattive intenzioni non vedono niente, né il cielo azzurro né il castello né la splendida fanciulla affacciata al balcone che cala la treccia dorata, e nemmeno l’angelo alle sue spalle. Dillo a tutti, e guarda cosa succede!». E quel che succede è che gli ospiti a cui viene mostrato il quadro restano interdetti: naturalmente nessuno vede niente, e sono tutti perfettamente consapevoli che davanti a loro c’è solo un’anonima tela bianca, ma metti caso che invece la regina creda a quello che dice così come crede di essere una regina o che il dipinto sia davvero magico o che ci si voglia burlare di loro, mica possono ammetterlo apertamente e fare così la figura degli scemi – e perciò restano al gioco. Non so se l’apologo sia del tutto originale (poco importa), ma rende bene l’idea di quel che può accadere quando si commenta qualcosa che ti viene proposto come un capolavoro. Forse vale ancor più in filosofia che in letteratura: chi vuol restare col cerino in mano e confessare che un certo testo non dice niente, correndo il rischio di apparire come l’unico fesso che non ha la profondità di pensiero per seguire i complicatissimi ragionamenti che invece vi sarebbero formulati? A nessuno piace interpretare la parte dell’amico tontolone a cui si devono spiegare le barzellette. E allora che si fa? Si abbozza, e si rimescola nel torbido, rifugiandosi nel gergo per cercare di stare al passo con gli altri.

L’ho presa un po’ alla larga per arrivare a dire che la lettura di questo romanzo mi ha lasciato un po’ la stessa sensazione della tela bianca di cui sopra. Questo libro, infatti, ha venduto tantissimo, in giro se ne parla un gran bene, è in lizza coi favori del pronostico per un riconoscimento importante come il Man Booker International Prize, eppure, nonostante tutte queste sollecitazioni, io continuo a non vederla, la fanciulla con la treccia dorata e l’angelo alle sue spalle. Intendiamoci, Kehlmann scrive bene e diversi passaggi della storia sono effettivamente memorabili. Trovo, in particolare, che abbia un talento raro nel raccontare la caducità delle cose e la nostalgia che ne deriva, il senso di disfacimento degli orizzonti consolidati, lo sfumare del reale in irreale e della vita nella morte, oltre che una notevole capacità di giocare con le proprie fonti, mescolandole e rielaborandole in modo tale da trasformare quello che apparentemente è un romanzo storico in un “romanzo contemporaneo che si svolge nel passato” (definizione che, se ho capito bene, dovrebbe essere proprio sua). Tutti questi elementi erano già presenti nel precedente, e per me folgorante, La misura del mondo. Qui, però, la sensazione è che l’autore abbia voluto alzare l’asticella, perché la scelta di confrontarsi con quel carnaio che è stato la guerra dei Trent’Anni, vale a dire con l’altro Seicento rispetto a quello del cannocchiale galileiano e del metodo geometrico, sottintende l’intenzione di andare proprio alla radice dei conflitti e delle contraddizioni di una modernità da cui, per certi aspetti, non siamo ancora interamente usciti. E da questo punto di vista, forse anche per le altissime aspettative che avevo (mi capita di rado di acquistare un libro appena uscito e ancor più di rado di leggerlo subito dopo averlo comprato), mi viene da dire che la montagna ha partorito un topolino elegante, ma pur sempre un topolino.

Provo a spiegarmi. Il filo conduttore di una trama non lineare è costituito dal ripresentarsi, nelle varie sequenze narrative, del personaggio di Tyll Eulenspiegel, «qualcuno che fa davvero ciò che vuole e non crede a niente e non obbedisce a nessuno», il quale esordisce sulla scena – è il caso di dirlo – già adulto, con una performance che ricorda un po’ quella del funambolo dello Zarathustra (con la differenza che a ridere, alla fine, è lui, non la folla), ma di cui poi si racconta l’infanzia, segnata dalla figura di un padre che non solo fa lo stesso mestiere del mugnaio Menocchio, ma condivide con lui analoghi interessi spirituali oltre che la stessa fine violenta dopo un processo indetto dall’Inquisizione. Fuggito dal paesello ancora ragazzino e messosi a “camminare il mondo” (come si diceva allora), Tyll appare e scompare in diversi episodi cruciali della guerra, sotto diversi travestimenti, costituendo per un certo periodo quasi tutto il personale della striminzita e surreale corte itinerante del Re d’Inverno, lo sventurato Federico del Palatinato, dalla cui temeraria decisione di accettare il trono di Boemia aveva preso le mosse il conflitto e che dopo essere stato destituito percorse tutta Europa rivendicando una corona che nessuno aveva più intenzione di dargli (la moglie Elizabeth, che lo accompagna in questo calvario, è appunto la regina cui Tyll regala la sua tela bianca). Lo troviamo anche sul campo di battaglia di Zusmarshausen, terreno dell’ultimo, devastante, scontro della guerra, avvenuto quando ormai le trattative in Vestfalia erano già a buon punto. In quell’occasione, l’ufficiale che era andato a cercarlo per portarlo a Vienna su ordine dell’imperatore e che pure, da anziano, scriverà delle compiaciutissime memorie, si rende conto che quello cui sta assistendo «non si poteva descrivere. (…) Già quando raggiunse la sommità dell’altura uscendo dal bosco e, al di là del fiume in fondo alla valle, vide l’esercito dell’imperatore che si allargava fino all’orizzonte, con le postazioni per i cannoni, i moschettieri nelle trincee e i reparti di picchieri, le cui picche gli apparvero come un secondo bosco, il grasso conte ebbe l’impressione di assistere a qualcosa di irreale. Tutti quegli uomini insieme schierati in formazione erano così difficili anche solo da concepire, che destabilizzarono l’equilibrio naturale». Ma cos’è reale e cosa irreale? La regina Elizabeth, che da giovane figlia del re d'Inghilterra aveva assistito in prima fila alle rappresentazioni di Shakespeare, era giunta a questa conclusione: «le persone salivano sul palco e fingevano di essere qualcun altro, ma lei aveva capito subito che non era così e che anche la finzione era soltanto una maschera, perché non era il teatro a essere falso, no, era tutto il resto a essere posa, travestimento e orpello, era falso tutto ciò che non era teatro».

Ecco, di fronte a un mondo ingovernabile, in cui sangue vero scorre a fiumi in base alla credenza che uno sia re oppure no, ed evanescenti opinioni immateriali hanno il singolare potere di muovere il pesante acciaio delle spade, si possono assumere diversi atteggiamenti. Si può ragionare, infatti, come il coltissimo gesuita Athanasius Kircher (“the last man who knew everything”, come recita il titolo di una recente raccolta di saggi a lui dedicata), il quale, messosi in viaggio alla ricerca di un drago dal cui sangue ricavare un rimedio contro la peste (pur sapendo che «un drago che fosse stato visto sarebbe un drago a cui manca il principale requisito di un drago, che è appunto quello di rendersi introvabile»), si trova a rimpiangere il «suo laboratorio, dove tutto era sotto controllo mentre in qualunque altro posto regnava il caos totale». «Perchè – si chiede – la creazione di Dio si mostrava tanto recalcitrante, da dove veniva quella ostinata tendenza al disordine e allo scompiglio? Ciò che per lo spirito era chiaro, là fuori si rivelava un groviglio inestricabile. Kircher aveva compreso presto che bisognava seguire la ragione senza lasciarsi turbare dai ghiribizzi della realtà. Se si sapeva quale risultato doveva dare un esperimento, l’esperimento doveva dare quel risultato, e se si possedeva una visione nitida delle cose, nel descriverle bisognava rendere giustizia alla sostanza e non all’apparenza». In questo modo era riuscito nell’impresa ineguagliabile di decodificare i geroglifici egiziani, anche se dall’Oriente gli giungevano di continuo lettere di confratelli duri di comprendonio che «riferivano di sequenze di simboli che non rientravano nello schema da lui descritto, costringendolo a rispondere che non aveva alcuna importanza cosa avesse inciso sulla pietra diecimila anni prima un babbeo qualunque, un misero scribacchino, che su quella scrittura non vantava certo la competenza di un’autorità come lui». Kircher ne è talmente convinto che ha già scritto il capitolo del suo libro dedicato ai draghi prima ancora di partire per la missione. L’idea precede la realtà e la realtà non fa che confermare l’idea: è su questa base, appunto - magari non fanatica, ma certo dogmatica - che si pretende di incatenare il divenire e si intentano tutte le indagini di tipo inquisitoriale, come quella che lo stesso Kircher aveva allestito per condannare il padre di Tyll, convinto com’era che trafficasse col demonio. L’alternativa proposta da Kehlmann è fare invece proprio come Tyll, ossia ridere e deridere tutto e tutti, con la leggerezza a tratti anche feroce dell’equilibrista che sta sospeso a mezz’aria mentre sul resto del mondo si stende la falce della morte e i regni si susseguono l'un l'altro. «Rido perché io non muoio», ripete, da buon escapista, sepolto sotto una muraglia crollata durante l’assedio di Brno: «io non muoio. (…) Me ne vado. Ho sempre fatto così. Quando si mette male, me ne vado». A differenza, però, di Tom Joad, che continua a girovagare per denunciare le ingiustizie diffuse nel mondo, Tyll vagabonda ancora, come ha sempre fatto, sottolineandone assurdità e incongruenze. Tutto questo è molto interessante e sicuramente ben detto, anche se alla lunga risulta un po’ dispersivo (ripeto, La misura del mondo giunge a conclusioni simili in modo meno faticoso). Ma soprattutto c’era davvero il caso di scomodare il Seicento e disseminare il testo di continue criptocitazioni per ripetere quello che in fondo ci ha già rivelato il Comico di Watchmen?

(finito il 4 settembre 2019)

Ho parlato di


Daniel Kehlmann
Tyll. Il re, il cuoco e il buffone
(Feltrinelli, 2019)

trad. di M. Pesetti

320 pp. | 18 €

(ed. or.: Tyll, 2017)

domenica 10 maggio 2020

«La grazia suppone la cultura»

É la prima volta che mi capita di divulgare in rete le mie impressioni su un libro scritto non solo da una persona che conosco e che può leggere quel che ne penso perché è un “amico” su Facebook, ma che, per usare categorie antropologiche ancora più aggiornate, è stato ed è ben più che un amico, direi quasi un congiunto, uno che, sin da da quando avevo ancora più capelli che barba, ha cominciato a prospettarmi - in modo informale dapprima, e poi con crescente vigore, man mano che crescevo anch’io e che si addottorava lui - un orizzonte promettente verso cui indirizzare vita e pensiero, la cui sintesi più aggiornata si può trovare ora rifusa in questo libretto non troppo spesso, ma incredibilmente denso, disseminato di rimandi a personaggi e temi di cui negli anni ci è capitato anche di discutere insieme, scoperte progressive di un percorso che mi ha strutturato come persona e di cui lo ringrazio. L’autore può comunque dormire tranquillo: nonostante la premessa sdolcinata, non ho nessuna intenzione di commettere un parricidio. 

Duilio sembra qui recuperare l’antico modus operandi dei glossatori medievali, capaci di sviluppare pagine e pagine di commento intorno a poche sezioni di testo autorevole. Il fatto che si concentri su un’espressione tratta da Evangelii Gaudium è già di per sé una scelta di campo, in quanto finalizzata a mettere in luce tutta la profondità teologica di un papa come Francesco e a restituircene così un profilo assai più ricco di quello da bonario curato di paese a cui vogliono ridurlo coloro che scambiano o fanno finta di scambiare per povertà di contenuti quella che in realtà è solo l’adozione, da parte sua, di un peculiare tipo di linguaggio (in linea, peraltro, con il Maestro di Nazareth, il cui continuo ricorso al lessico semplice dei contadini e al loro repertorio quotidiano d’immagini rendeva i suoi discorsi così distanti dal tono saccente dei dottori della legge e di quanti, in ogni epoca, sanno a memoria il diritto divino e le formule della dottrina). Se un solo rigo di un’esortazione apostolica può mettere in moto una riflessione così articolata, avremmo davvero di che meditare per i prossimi duecento anni. Sorprende invece che di tutto questo, in fondo, non se ne parli, se non in ristrettissimi circuiti, come se la fede non richiedesse appunto una continua rielaborazione per continuare ad essere qualcosa di significativo anziché ridursi ad un feticcio per collezionisti tenuto perennemente incellophanato perché non si rovini (il fatto che nella pastorale si senta così poco il bisogno della riflessione è un tema che bisognerebbe prima o poi affrontare). 

É proprio di questo che qui si ragiona, con un’ampiezza di vedute che, dopo un paio di capitoli di rodaggio critico, si dispiega nella seconda parte con la forza di un vero e proprio discorso sul metodo. Fede e vita devono essere necessariamente giustapposte, secondo quella tradizionale distinzione di sacro e profano che le rende alla fine reciprocamente irrilevanti l’una per l’altra (o tutt’al più fa della fede un “supporto” non diverso dall’andare in palestra o iscriversi a un corso di yoga per conservare il proprio equilibrio psicofisico), oppure il cuore del messaggio di Gesù (prefigurato dallo squarcio nel velo del tempio all’ora della sua morte) è che tutta la vita può diventare sacra perché ogni suo momento, anche quello più estremo e doloroso, può essere abitato dalla presenza di un Dio che “salva” non perché ce ne tira fuori con un gioco di prestigio (come se ci dicesse: “vedi? La vita fa schifo e non porta da nessuna parte, l’ha inventata qualche demone malvagio, ti va bene che ci sono io a trasportarti nell’iperuranio”), ma perché ci apre continuamente gli occhi sulle «buone occasioni, che sono offerte, per realizzare il giusto senso del vivere»? Parlare di “fede cristana come agire nella storia” significa appunto incardinare la fede nella concretezza dinamica della nostra quotidianità, affinché smettiamo di concepirla come qualcosa che può immunizzarci dai rischi che la vita sempre comporta e impariamo ad accoglierla come ciò che, al contrario, ci abilita ad affrontarli, in quanto ci fa rintracciare nella vita stessa «le risorse disponibili per attivare una fiducia che si mostri effettivamente fondata», in quanto poggia su «Colui che si prende cura di quella promessa generativa, che sta alla base della storia di ciascuno». Solo in questo modo si può rendere vera testimonianza a quel «desiderio appassionato di Dio di scendere fino in fondo dentro tutte le dimensioni dell’esperienza umana» al punto da prendere definitiva dimora in mezzo a noi (mentre è noto il destino finale di coloro che, ripetendo “Signore, Signore”, continuano a cercare tra i morti colui che è vivo e non sanno riconoscerlo dove Lui si rende realmente presente, confondendo il dito con la luna). 

A quanti amano dire che Dio è fuggito dal nostro tempo di povertà, si può perciò rispondere che, se Dio ha saputo stare su una croce romana, saprà stare anche nel moderno e derelitto tecnoevo consumistico e turbocapitalistico, anche se non certo per benedirlo, dal momento che il Dio biblico, a differenza degli dei mitologici e degli idoli di ogni epoca, non supporta mai l’esistente, ma «si schiera dalla parte delle vittime e pronuncia il suo “amen” sull’impegno umano contro l’ingiustizia e la prevaricazione dispotica» (ed è per questo che «non vi può essere alcuna ermeneutica teologica senza critica dell’ideologia», compresa la stessa ideologia religiosa). Così, anche ammettendo che oggi siamo davvero immersi nella notte più buia, «il regno di Dio è già presente, perlomeno in forma inaugurale, ovunque si spezza la logica ferrea e apparentemente ovvia del destino. Il Dio di Gesù è appunto l’iniziatore, ossia colui che con gli uomini avvia il bene che porterà a compimento nel suo Regno» - l’iniziatore del bene, si badi, non l’estirpatore del male. Questo Regno con la maiuscola non può avere l’aspetto arcaico del “già dato”, dal momento che ogni sosta non è che una tappa momentanea della marcia, non necessariamente progressiva, verso una terra promessa che supererà qualsiasi provvisoria configurazione terrena, e neppure può essere espresso con parole esotiche che evochino il “totalmente Altro”, perché quell’Altro si è impegnato in una relazione con l’uomo in cui «l’uomo è implicato come partner, in quanto la sua libertà è sollecitata ad una risposta che richiede una disposizione di fiducia e al contempo un coinvolgimento in prima persona, nella scelta di esporsi ed agire a beneficio di altri». Di conseguenza, e analogamente, la “vita eterna” di cui parla Gesù non potrà essere un’immersione totale e annichilente in Dio, perché così Dio tornerebbe ad essere l’Unico neoplatonico e finirebbe per perdere il carattere strutturalmente relazionale che la sua stessa Rivelazione manifesta. “Vita eterna” è invece il compiersi della promessa, contro ogni evidenza, che nulla di buono sarà perduto, e che dunque ciò che è “buono” merita di essere coltivato già qui ed ora, anche se i suoi frutti restano ancora frammentari e incompleti, perché, senza questa fiducia, allora sì che tutto sarebbe vanità delle vanità, un inutile correre dietro al vento (sta qui, per me, la differenza fondamentale tra immortalità dell’anima e resurrezione della carne). La liturgia pasquale è quanto mai esplicita al proposito: Dio apre, apre e apre – la barriera d’acqua del Mar Rosso, i sigilli del sepolcro, le porte del recinto in cui vogliono entrare ladri e briganti per esercitare il loro potere - e ci invita a non avere paura non perché e in quanto le “nostre” strutture terrene sono solide e trionfanti, ma perché la sua compagnia non verrà mai meno, in nessuna circostanza, e proprio per questo, in nessuna circostanza, verrà mai meno la possibilità di riattivare sorprendenti forme di fraternità, anche attraverso la barriera apparentemente insuperabile della morte. 

Con tutto ciò – e chiudo, per esigenze di sintesi, non perché manchino le cose da dire – uno degli aspetti più interessanti sottesi all’intero discorso è che il richiamo fondativo alla cultura come orizzonte ineliminabile con cui deve misurarsi anche la fede religiosa (dal momento che la libertà umana «risulta sempre collocata entro la situazione concreta di una determinata epoca storica e di un preciso legame interpersonale e sociale» e il Verbo stesso non si è fatto semplicemente "uomo", ma giudeo sotto Augusto) offre gli strumenti per elaborare un’efficace ecclesiologia – e, di riflesso, una politica - “popolare” ma non “comunitarista”, capace cioè di accogliere gli specifici contributi che sono stati prodotti e tramandati nella storia degli uomini e delle nazioni, senza per questo cedere alla logica di chi vorrebbe erigere barriere fra queste diverse tradizioni, immaginandole come i mondi a sé ed eternamente uguali che non sono mai stati, ma anzi promuovendone lo sviluppo interno e facilitando il dialogo tra essi (compresa la già citata società contemporanea che, quanto a vizi e virtù, non sarà poi tanto diversa dal mondo pagano con cui si misurò la comunità apostolica – sì, proprio quella che di fronte al problema delle vedove di lingua greca si inventò, per esempio, la figura inedita del diaconato offrendoci un modello di cosa si intende per «ripresa creativa» del passato). Che poi, è davvero così strano? I nostri genitori noi li amiamo eppure siamo distinti da loro e vivere la nostra vita non significa rinnegare per forza le proprie origini: è tipico, semmai, dell’astrazione, cioè di quanto di più distante ci sia dalle decantate “radici”, ridurre tutto a opposizioni irriducibili – in questo caso: lacerazione aut immedesimazione – quando la vita, appunto, ci insegna ben altro, per esempio che la felicità di un genitore è la felicità del figlio e che c’è qualcosa di morboso nel padre a cui preme solo mostrare al figlio la sua inadeguatezza e per questo fa le cose al posto suo. Poi, sicuramente anche qui ci saranno correttivi da fare, aggiustamenti, e verrà anche il tempo della revisione, ma affermare che questo modo di pensare sia un cedimento alla logica moderna, un allontanamento dal vero modo di intendere l’esperienza cristiana, addirittura una forma di apostasia mascherata mi pare talmente incredibile che faccio fatica a non vederci dietro o pura malafede o un sincero terrore di avventurarsi in mare aperto o una concezione latamente gnostica per cui il creato sarebbe talmente orrendo che neanche Dio potrebbe redimerlo. Ma in questo modo, paradossalmente, proprio chi più pensa di glorificare Dio nell’unico modo adeguato si ritroverebbe in realtà a doverne ammettere la sostanziale sconfitta.

(finito il 30 agosto 2019)

Ho parlato di



Duilio Albarello
«La grazia suppone la cultura». 
Fede cristiana come agire nella storia
(Queriniana, 2018)

(Giornale di Teologia, 408)

188 pp. | 14 €