sabato 14 marzo 2020

Inferno. Il mondo in guerra 1939-1945

Ora, senza nulla togliere a nessuno, se uno volesse documentarsi – per dire – sul pensiero di un filosofo non proprio di primissimo piano o su un argomento storico relativamente circoscritto, è probabile che riuscirà a individuare facilmente quei tre, due, o addirittura quell’unico libro che, per ragioni di completezza e di aggiornamento bibliografico, costituiscono lo strumento ideale attraverso cui farsi un’idea sufficientemente esauriente del tema senza esse costretto a diventare uno specialista del settore. Ma se uno decide invece che è venuto il momento di leggersi una storia complessiva della Seconda guerra mondiale - perché è arrivato quasi a quarant’anni e non l’ha ancora mai fatto - allora si può cadere nella trappola dell’abbondanza, per cui, di fronte a biblioteche intere a disposizione, ci si fa piccoli piccoli e si viene presi dalla tentazione di procrastinare all’infinito, perché da dove ha più senso cominciare, a chi affidarti per la tua prima esplorazione? Ebbene, io non so ben ridir com’è che mi sono ritrovato a leggere proprio questo volume per primo, ma così è stato – e tanto basti. 

Leggendolo, però, ho scoperto molte cose interessanti, e non mi sono pentito della scelta. Hastings, infatti, preso dal dubbio omologo a quello che evocavo poc’anzi (ovvero: scrivere un’altra storia della Seconda guerra mondiale? E che cosa si può aggiungere a tutto ciò che è stato già detto?), adotta qui un approccio antropologico e mi verrebbe quasi da dire “morale”, nel senso per cui tale termine può anche essere applicato – che so? - alle grandi opere degli storici antichi: non assegna, cioè, facili patenti di “buoni” e di “cattivi” agli uni e agli altri (anzi, se ne guarda bene, poiché «tutti coloro che vi hanno preso parte (…) hanno dovuto scendere a compromessi morali»), ma cerca di restituire, al di là delle battaglie, delle tattiche, delle questioni politiche – di cui pure si parla, com’è ovvio, e con cognizione di causa – «l’esperienza umana» di chi è passato attraverso quella bufera, ben sapendo che per noi, a cui spaventa un po’ di quarantena casalinga, «le sofferenze subite da centinaia di milioni di persone tra il 1939 e il 1945 sono quasi troppo grandi per essere comprese». Il titolo stesso scelto per quest’opera – reso in italiano con un icastico Inferno – restituisce bene il senso dell’operazione. «La linea del fronte è un corridoio tra le stanze bruciate (…). La strada non si misura più in metri, ma in cadaveri. Stalingrado non è più una città. Di giorno è un enorme nuvola di fumo, che brucia e acceca; è una grande fornace, illuminata dal riflesso delle fiamme». Sono parole di un ufficiale tedesco, ma sembra una parafrasi di quel che scrive Dante a proposito della città di Dite. Mai, forse, si è arrivati così vicini alla sua effettiva edificazione sulla terra. 

Naturalmente questo discorso non vale solo per Stalingrado. Una guerra che coinvolse centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, «molte delle quali non videro mai un campo di battaglia», si articola in una quantità incalcolabile di storie personali e soprattutto si rifrange in un immenso prisma di punti di vista differenti, come piccoli, a volte infinitesimi, pezzi di un puzzle gigantesco di cui ben pochi, o forse nessuno, ha ben chiaro il quadro complessivo – a cominciare dagi stessi generali, che spesso si intestardiscono a portare avanti la “propria” guerra personale (un caso su tutti: MacArthur nelle Filippine), senza tenere conto del fatto che quello che stanno combattendo è, appunto, un conflitto “mondiale”: «la guerra è uno spreco dalle dimensioni incredibili, perché gran parte degli sforzi dei contendenti si dimostrano inutili, e il prezzo si paga in vite umane. É facile, per gli storici, indicare non solo quelle battaglie, ma anche quelle intere campagne che non ci sarebbe stato bisogno di combattere, perché l’esito del conflitto era già assicurato per effetto di avvenimenti successi altrove. Sono molti, gli sforzi e i sacrifici degli uomini che contribuiscono ben poco alla vittoria finale, ma quando vengono create e schierate grandi forze è quasi inevitabile che siano usate. Finché il nemico si rifiuta di ammettere la sconfitta, è intollerabile lasciare gli eserciti sulle proprie posizioni e le bombe nei loro depositi». Già non c’è nulla di dolce nel morire in guerra, ma è ancor più beffardo se si cade in uno scontro che è pure privo di senso tattico. Pressapochismo, impreparazione, errata valutazione delle forze avversarie, azzardi: è impressionante prendere atto che la direzione militare di una guerra di queste dimensioni sia condotta come se si trattasse di una giocata alla roulette – dove tutto, o quasi, alla fine è deciso dalla quantità delle forze a disposizione, più che dalla loro qualità (prova ne sia il fatto che, mediamente, in Europa, i tedeschi combatterono meglio degli Alleati e che furono comunque capaci di resistere fino al 1945, quando almeno da due anni il loro destino era praticamente segnato). «Dal punto di vista militare, l’andamento della guerra fu influenzato maggiormente dalle quantità e dalla diversa efficacia degli eserciti rivali che dalle prestazioni dei singoli comandanti» o dai singoli soldati: il meccanismo, una volta messo in moto, è totalmente privo di controllo.

«L’esperienza della guerra fu straordinariamente varia», dunque – e ciascuno dei punti di vista di chi ne fu coinvolto meriterebbe una storia a parte. Per esempio, il viaggio di ciascun convoglio di navi lungo la rotta atlantica esposta all’assalto dei sommergibili tedeschi sarebbe «sufficiente a rappresentare il dramma di una vita, se il mondo non fosse stato in guerra». Ma c’è poi la versione dei soldati afroamericani, mandati a combattere contro uno Stato che aveva panchine contrassegnate dalla scritta Juden per conto di uno Stato che aveva panchine contrassegnate con la scritta Colored; quella dei bengalesi, che sperimentano nel 1943-1944 una devastante carestia a cui i dominatori inglesi non si preoccupano di prestare la minima cura, giacché «gli indiani devono imparare a badare a loro stessi» - come scrisse seccamente Churchill, la cui visione della libertà, così meritoriamente eroica in patria, «svaniva, o almeno così sembrava ai sudditi delle colonie, proprio davanti alla loro soglia» (è paradossale – commenta a questo proposito Hastings – che mentre l’Inghilterra combatteva, appunto, per la libertà contro le forze dell’Asse, al tempo stesso, «per mantenere il controllo dell’India governò in maniera spietata e senza consenso popolare, e adottò alcuni metodi propri del totalitarismo»). E c’è poi la versione dei polacchi, per difendere la libertà dei quali si era scesi in guerra, salvo poi consegnarli, a guerra finita, a un’altra dittatura (al punto che essi si videro persino «negare un posto nella sfilata della vittoria, a Londra, perché il nuovo governo laburista inglese non voleva indispettire i russi»); e quella dei cittadini di Budapest, sottoposti nell’inverno ‘44-’45 a un assedio terrificante, con tanto di episodi grotteschi (come la storia di un leone fuggito dallo zoo che continuò a girovagare per qualche mese lungo le condotte della metropolitana finché non venne stanato da un reparto speciale dell’Armata Rossa) di cui non si racconta quasi nulla: «questa battaglia tanto sanguinosa quanto inutile sarebbe stata celebrata con toni epici se fosse avvenuta sul fronte anglo-americano. Invece, solo gli ungheresi si accorsero dei suoi orrori, allora come in seguito». Per non parlare, ovviamente, dello sterminio degli ebrei, condotto con ottusa crudeltà finché fu possibile, destinandovi energie e risorse che sarebbero state più utili altrove. 

Eppure, Hastings, pur riuscendo a tenere magistralmente insieme tutti i fili di queste vicende, suscitandoci ogni volta la curiosità di saperne un po’ di più degli episodi che evoca a volte nello spazio di poche righe, ritorna di continuo, con insistenza, sul fronte russo – perché è lì, sostiene, che si è giocato davvero tutto. A noi italiani, che – come tutti gli altri - abbiamo a cuore il nostro pezzo di storia, e che anche della campagna di Russia ricordiamo dolorosamente per lo più la parte che ci riguarda, tutto questo può far male. Dei partigiani jugoslavi (ma il discorso può valere anche per i nostri) Hastings dice che «furono gli insetti più nocivi e numerosi a ronzare intorno alle ferite aperte dell’Asse al momento della sua decadenza, ma il loro ruolo rimase insignificante, a fronte di quello degli eserciti alleati». Che è come dire che la Resistenza, con la sua irrinunciabile tensione morale e il suo altissimo valore simbolico, al netto di tutti i suoi limiti, non è stata comunque che un buffetto rispetto alle vere e proprie gigantomachie che si combattevano altrove. Per fermare una bestia come Hitler – di questo è convinto Hastings – ci voleva un’altra bestia come Stalin: di fronte al continuo gioco al rialzo proposto da Hitler, l’unica strategia davvero efficace fu quella cinicamente adottata da Stalin, forte della sua schiacciante superiorità numerica. La guerra fu vinta dagli Alleati perché i russi accettarono di sobbarcarsi il 95% delle perdite militari delle tre potenze principali, per non parlare dei morti per fame e dei soldati uccisi per indisciplina: «nessuna democrazia avrebbe potuto stabilire una gerarchia del bisogno altrettanto gelidamente razionale di quella di Stalin». La visita ai cimiteri alleati in Normandia è impressionante, con tutte quelle croci messe una in fila all’altra, che sembrano già tantissime. Sono comunque “solo” migliaia, – nulla in confronto ai milioni di morti del fronte orientale. La liberazione di tutta la Francia costò circa 40 mila vittime militari agli anglo-americani, che la intrapresero quando furono ragionevolmente sicuri di ottenere un successo, perché avevano comunque un’opinione pubblica a cui rendere conto, mentre nei combattimenti intorno a Kursk, circa un anno prima, dove si svolse tra l’altro il più grande scontro tra mezzi corazzati della storia, i sovietici, pur vincendo, avevano lasciato sul campo 500 mila uomini (alla fine i russi morti in tutto saranno 27 milioni, di cui 16 milioni di civili; gli inglesi 450 mila, gli americani 420 mila). 

Hastings non racconta tutto questo per fare l’apologia dello stalinismo – tutt’altro – né per sottintendere che i nazisti non fossero poi tanto peggio degli altri. Su Hitler, anzi, è severissimo, come lo è sul Terzo Reich (definito un «male storico»), sulle SS con il loro bestiario di crudeltà e sugli alti gerarchi («la maggior parte degli uomini più vicini a Hitler – Himmler e Goering più di altri – sarebbero sembrati ai posteri figure ridicole, se non avessero avuto licenza di versare tanto sangue»), non meno che sugli alti comandi dell’esercito tedesco, che per «un perverso senso del dovere (…) scelsero (…) di combattere e morire da servi del Terzo Reich invece che da difensori della nazione, i cui interessi avrebbero potuto servire in maniera credibile soltanto assicurandosi la pace a qualunque condizione o addirittura senza condizioni», soprattutto quando la guerra aveva preso una piega inevitabile e strategicamente irrecuperabile e il Fuhrer «sembrò accontentarsi di presiedere a una catastrofe dalla proporzioni non meno gigantesche di quelle che erano state le sue ambizioni», tant’è che «un terzo di tutte le perdite tedesche sul fronte orientale si ebbero negli ultimi mesi di guerra, quando tutti quei morti non potevano servire ad altro scopo che a realizzare l’impegno della leadership nazista verso il proprio sacrificio». Ma forse questo cupio dissolvi è stata a conti fatti una benedizione: i nazisti si consideravano, infatti, il baluardo della civiltà occidentale contro il comunismo, e se non avessero alzato troppo la posta, se si fossero accontentati, si sarebbe potuti arrivare con loro a un compromesso, a un appeasement in chiave antisovietica (e lo stesso discorso, a maggior ragione, vale per l’Italia: il caso di Franco insegna). Il punto è che la guerra, qualunque guerra, anche questa guerra (che pure aveva le sue ragioni), una volta innescata non può che seguire il proprio «slancio feroce, assassino, inutile», in cui crudeltà chiama crudeltà in una pura lotta di potere – e la sorte di chi capitò in mano ai soldati russi spesso non fu diversa da quella di chi finì in mano ai soldati tedeschi. L’unica differenza, anche se non da poco, è che la violenza, da una parte, era l’esito di un preciso programma ideologico che non poteva che portare lì; dall’altra era la conseguenza di scelte strategiche all’interno di un contesto bellico. Insomma, «la vittoria degli Alleati non portò la pace universale, e nemmeno prosperità, giustizia o libertà per tutti; significò semplicemente una parte di queste cose, per una frazione di coloro che vi avevano partecipato. Quello che sembrò certo è che la vittoria degli Alleati salvò il mondo da un destino assai peggiore, che sarebbe seguito al trionfo di Germania e Giappone. Coloro che inseguono la virtù, e la verità, devono essere contenti per questo» e non aggiungere nulla di più.

(finito il 3 agosto 2019)

Ho parlato di


Max Hastings
Inferno
Il mondo in guerra 1939-1945
(Beat, 2016)

trad. di R. Serrai

895 pp. | 14,50 €

(ed. or.: All Hell Let Loose, 2011)

mercoledì 26 febbraio 2020

Il Signore delle Mosche

La storia è nota, pure troppo: un aereo precipita su un’isola deserta in mezzo all’oceano; gli unici superstiti sono dei ragazzini che, in attesa dei soccorsi, cominciano ad organizzarsi mettendo in piedi una rudimentale struttura sociale; per un po’ le cose sembrano anche divertenti, come in una classica robinsonata, senza i grandi a dire cosa si deve fare, in un misto tra l’isola che non c’è e il paese dei balocchi, ma poi gli eventi precipitano in un finale cruento, mitigato appena dall’intervento di un deus ex machina con le mostrine dei marines che ci risparmia il grand guignol un attimo prima che scoppi davvero. Suona vagamente familiare? É il destino beffardo dei libri baciati da grandissimo successo e divenuti per questo archetipici, quello cioè di suscitare – in chi li legge magari un po’ grandicello – la sensazione di averla già sentita mille altre volte, quella stessa storia, sia pure sotto mentite spoglie e dispersa nei media più diversi, ma proprio con quegli stessi personaggi lì (l’adolescente grassottello, occhialuto e asmatico che fa una brutta fine; quello sveglio, belloccio e buono ma un po’ inconcludente; quello altrettanto sveglio ma mezzo canaglia e che infatti crea un sacco di problemi), al punto da non riuscire poi più ad apprezzare granché l’originale, pur riconoscendone il valore seminale. Ho partecipato perfino a un campeggio parrocchiale che ruotava intorno alle possibilità e ai rischi dell’autogestione e nelle cui periodiche assemblee si era autorizzati a parlare solo se si teneva in mano un feticcio equivalente alla conchiglia di cui si servono, allo stesso scopo, i protagonisti di questo romanzo – e ho detto tutto. Però non me lo ricordavo così bene e perciò, avendolo consigliato come lettura estiva a uno studente di ascendenze hobbesiane perché desse maggiore sostanza alle sue vaghe intuizioni, l’ho ripreso in mano anch’io, nella stessa edizione della prima volta (risalente a tanti anni fa, ma non tanti come credevo: inizio secondo anno di università – comunque, nella vecchia e un po’ datata traduzione) e me lo sono riletto quasi tutto d’un fiato sulla spiagga infinita di Hauteville, in Normandia, alzando di tanto in tanto gli occhi verso il mare, la cui presenza muta e sinistra, spesso evocata nel racconto, contribuisce a dargli, a tratti, la fisionomia di un horror “solare” (nella misura in cui lo è, ad esempio, anche un film come Picnic at Hanging Rock). 

Punto di forza, se considerato come apologo morale, e al tempo stesso punto debole, se considerato come romanzo, è, a mio avviso, l’essere scritto come un meccanismo ad orologeria che arriva esattamente dove vuole arrivare, quasi fosse un esperimento scientifico costruito per dimostrare un’ipotesi, anziché uno strumento per problematizzare la nostra esperienza del mondo e degli uomini, come ci si aspetterebbe invece dalla grande letteratura (per quanto non manchino – va detto – momenti di grande potenza narrativa, che però il tempo ha un po’ annacquato). La domanda che muove l’indagine è quella su cui si arrovella da sempre tutta l’umanità e che nel linguaggio ingenuo di un dodicenne viene qui formulata così: «che cos’è che ci manda tutto a rotoli?». Ovvero: perché, anche se ci ripetiamo quanto sia importante, non siamo capaci di tenere acceso un fuoco, di cooperare per costruirci dei ripari, di portare a compimento gli impegni che ci siamo presi? Hai un bell’evocare storture economico-sociali o la cattiva educazione: di fronte neanche tanto alle violenze estreme, ma alle piccole negligenze, all’incostanza, ai dispetti stupidi e alle ripicche ottuse, alla disarmante infondatezza di certe fake news e alla sicumera di chi le rilancia in buona fede, alle prese d’assalto dei supermercati in cerca d’amuchina, ai programmi demenziali con tribune elettorali - insomma di fronte a tutti quegli atteggiamenti per cui ci ritroviamo a sventolare bandiera bianca allargando le braccia ed esclamando esasperati dei nostri simili quel che esclama di continuo il povero Piggy a proposito dei suoi compagni di sventura, ovvero che «si comportano come dei bambini!», ecco di fronte a tutto questo per Golding non ci può essere altra spiegazione che quella fornita dalla testa di maiale impalata come trofeo e resa quasi viva dal turbine di mosche che ronza intorno alle sue carni putrefatte, in uno dei passi più visionari e giustamente celebri del libro: «io sono la Bestia. (…) Che idea, pensare che la Bestia fosse qualcosa che si potesse cacciare e uccidere! (…) Lo sapevi, no?… che io sono una parte di te? Vieni vicino, vicino, vicino! Che io sono la ragione per cui non c’è niente da fare? Per cui le cose vanno come vanno?». 

In It, che – per quanto possa suonare strano - è una specie di controcanto ottimista al Signore delle mosche, a questo punto i brocchi della situazione si prendono per mano e salvano il mondo. Qui no. Senza un apparato normativo di convenzioni sociali a proteggere le persone, tracciando delle piste etiche lungo le quali muoversi, quel «qualcosa di antico, di inevitabile» si manifesta con una forza quasi orgiastica, allo stato puro, dietro uno schermo di maschere che liberano «dalla vergogna e dalla coscienza di sé», proprio come fanno tutte le divise indossate per sentirsi parte di qualcosa di più grande e abdicare alla propria responsabilità personale. Così, nel canto del capro, più che nel sibilo del serpente, continua perennemente a rinascere la tragedia umana e a propagare i suoi miti regressivi. «Chi se ne frega delle leggi! Noi siamo forti… siamo cacciatori!». Secondo questa prospettiva, crescere non significa dunque perdere per sempre una presunta innocenza originaria, ma rendersi conto che quell’innocenza non c’è mai stata e predisporsi ad acquisire le tecniche per gestire e ritualizzare la violenza primordiale, procrastinando il più possibile l’autodistruzione della specie. La civiltà, infatti, sopisce, ma non spegne l’istinto ferino. «Avrei pensato che un gruppo di ragazzi inglesi (...) sarebbero stati capaci di qualcosa di meglio…», commenta l’ufficiale che recupera i dispersi alla fine della storia. Ma là fuori c’è una guerra planetaria, che non è affatto qualcosa di meglio. É solo fatta per benino, da un gruppo di ragazzi inglesi diventati adulti che nel frattempo hanno imparato in accademia le regole di ingaggio.

(finito il 31 luglio 2019)

Ho parlato di


William Golding
Il Signore delle Mosche
(Mondadori, 1992)

trad. di F. Donini

242 pp. | 6,71 €

(ed. or.: Lord of the flies, London 1954)

mercoledì 22 gennaio 2020

Tutto scorre...

Poco più di un anno fa mi è capitato di assistere ad un curioso convegno organizzato in occasione del centenario della Rivoluzione Russa, in cui, più che di Lenin, Trotzky e Stalin, si finì per parlare seriosamente di Anassimandro, Agostino e Lutero (si era in un covo di delnociani, svelato l’arcano). Fu tuttavia in mezzo a tutte quelle chiacchiere che venni per la prima volta a conoscenza di questo opus minus – detto in termini puramente quantitativi - dell’autore del monumentale Vita e destino, quanto bastò per incuriosirmi e spingermi a una lettura che ha dato un senso alla mia presenza lì, in quella circostanza.

Anche se viene spesso venduto come un romanzo, si tratta più propriamente della cornice di un romanzo, sufficientemente definita per non doverlo considerare tronco, ma di cui si coglie ancora la natura di opera grezza e non rifinita (a quanto ne so, Grossman ci lavorò, fra mille accidenti, fin sul letto di morte). Ciò comporta che, quanto più l’impianto narrativo si fa esile, man mano che si va avanti, riducendosi quasi alla mera enunciazione di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi snodi fondamentali, tanto più si alza, priva di filtri e di mediazioni, la voce dello scrittore - e quel che intende dirci si manifesta chiaramente con la forza di un monologo liberatorio, difficile poi da sintetizzare perché ogni sua parola pesa davvero come una pietra che viene intenzionalmente scagliata addosso al pubblico. Si capisce che il libro abbia avuto problemi con la censura e che sia uscito solo all’estero, postumo. Grossman comincia a scriverlo prima ancora del XX Congresso, quando la saracinesca sovietica era stata sollevata di qualche centimetro, ma non si sapeva ancora bene se sarebbe stata tirata interamente su o ritirata giù. Stalin giocò proprio un brutto tiro quando morì «senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori». Nel dubbio qualche lucchetto viene effettivamente sbloccato, il regime ammette di avere un po’ esagerato e qualcuno che si dava irrimediabilmente per perso, a sorpresa, fa ritorno dagli inferi: è il caso, appunto, di Ivan Grigorevic, protagonista in prima persona del racconto. Nessuna Penelope lo attende, però, e neppure una petrosa Itaca, perché nel frattempo il mondo ha corso veloce come quel treno che, per riportarlo a casa, sta attraversando non solo lo spazio della «sterminata campagna russa» ma soprattutto il tempo, che per lui si è fermato agli anni ‘20, l’epoca in cui era stato internato. É triste ammetterlo, ma «pur senza di lui la vita era andata avanti, era continuata».

Con la sua semplice presenza, Ivan, che pure non porta rancore né avanza pretese, basta a turbare profondamente la coscienza di chi, in tutti quegli anni, è invece sempre rimasto al suo posto. Come un pensiero rimosso che ritorna improvvisamente a galla, il reduce tormenta, infatti, sia il delatore sia il connivente, poiché li inchioda alle loro responsabilità. Di queste, come di altre figure tipiche dell’universo totalitario, Grossman ci fornisce qui una formidabile e complessa fenomenologia. Il delatore, per un verso, è un uomo del risentimento, uno che odia lo studio e sguazza a proprio agio nel brodo di cultura del sospetto secondo cui tutti sono colpevoli fino a prova contraria: «qualcuno gli ha sempre pestato i piedi, ed egli ha immancabilmente bisogno di prendersela con qualcuno». Spregevole per molti aspetti, nota Grossman, egli è però una persona come tante, un buon amico e un valido padre di famiglia – ed è proprio questo «il terribile: molto, molto di buono v’è in loro, nella loro stoffa umana». E che dire degli omertosi, di quelli che hanno sempre lasciato fare, senza mai opporsi, biasimando e applaudendo a comando, pronti a denigrare i nemici di turno della rivoluzione? Quelli che se il regime incolpa qualcuno avrà le sue buone ragioni, no? Gli accusati, del resto, confessano sempre un delitto e se non fossero colpevoli di nulla bisognerebbe immaginarsi qualcosa di enorme, di spaventoso, di indicibile: che i veri criminali siano, cioè, i commissari del popolo, lo Stato socialista, Stalin – e questo nessuno lo può davvero pensare, no? Non è solo dagli aguzzini, ma soprattutto dai loro involontari complici, sempre a piede libero nella storia, che bisogna guardarsi. 

Bastano perciò poche settimane a Ivan per rendersi conto che, in fondo, la vita fuori dal lager non è poi troppo diversa da com’era dentro. «Egli vedeva, in libertà, la stessa miserevole debolezza e crudeltà, l’avidità e la paura, esattamente come nelle baracche dei lager. La gente era fatta tutta allo stesso modo, e lui ne aveva compassione». Anzi, se possibile, fuori le cose vanno anche peggio, perché se nei campi di prigionia un certo tipo di vita ti è imposto, e ad esso puoi pur sempre opporre interiore resistenza, fuori il sedicente libero, per debolezza o paura, si condanna da sé «a una detenzione suprema, più completa e profonda di quella cui lo costringeva il filo spinato». Ma come si è arrivati a tutto questo? Come ha potuto una rivoluzione intrapresa per liberare tutti gli uomini avvitarsi così su se stessa al punto da produrre un immenso Stato-prigione? «Sono passati gli anni, la nebbia e la polvere che impedivano di vedere quanto era accaduto si sono adagiate» e finalmente Ivan-Grossman riesce a determinare quali sono davvero le incognite che hanno determinato la parabola russa novecentesca.

La brutalità di Stalin c’entra solo fino a un certo punto. C’entra molto di più un carattere ben radicato «nelle viscere millenarie della Russia», lo «spirito ascetico» e di sacrificio tipico del suo cristianesimo e dei suoi contadini, quella natura remissiva propria della sua anima bizantina e antioccidentale che l’ha resa una così docile schiava per secoli. Non appena la giovane Russia si liberò dalle catene dello zarismo «sfilarono come pretendenti decine e forse centinaia di dottrine rivoluzionarie, di fedi, di leader di partito, profezie programmi… Avidamente, con passione e con supplice sguardo i capi del progresso russo fissavano gli occhi in viso alla fanciulla da marito. (…) La grande schiava soffermò il suo sguardo – uno sguardo indagatore – sopra Lenin. Il prescelto fu lui. Come nelle vecchie fiabe, egli aveva indovinato il pensiero nascosto di lei, risolto l’enigma del suo sogno, la sua occulta intenzione». Forte di questa investitura, Lenin - uomo privatamente integerrimo, ma pronto a tutto pur di raggiungere il suo scopo («in un dibattito (…) non cercava la verità, cercava la vittoria») - contrariamente a quanto si sarebbe potuto pensare, e forse alle sue stesse aspettative, non socializzò la Russia, ma russificò il socialismo. Alla fine avevano avuto ragione i profeti slavofili dell’Ottocento: sarebbe stato il cuore russo a ripompare lo spirito nelle vene esauste della modernità decadente. Ma a quale prezzo? «Avrà mai pensato Lenin che, portata a termine la rivoluzione, non sarebbe stata la Russia ad accostarsi all’Europa socialista, ma la schiavitù russa in lei nascosta ad oltrepassare le frontiere e a diventare la fiaccola che illumina le nuove vie dell’umanità? Ormai non era più la Russia a imbeversi del libero spirito dell’Occidente. Era l’Occidente a guardare con occhi affascinati lo spettacolo dello sviluppo russo incamminato sulla via della non-libertà. Il mondo osservava la seducente semplicità di quella via». 

Secondo questo modello, «prima di tutto viene il piano. Esegui il piano! Consegna la quota prescritta, la fornitura! In primo luogo, lo Stato. La gente: zero, meno di zero». Lo si poteva capire ancor prima delle purghe, all’inizio degli anni ‘30, durante la grande carestia, quando da Mosca era giunto un ordine che neppure lo zar si era mai sognato di dare: «uccidere per fame i contadini dell’Ucraina, del Don, del Kuban’, uccidere loro e i loro bambini», con l’accusa di essere, loro, gli affamatori. Morirono a milioni, in quegli anni, «fu come non fossero vissuti. (…) Dov’è andata a finire quella vita? Dove quelle orribili sofferenze? Possibile che non sia rimasto nulla? Possibile che nessuno paghi per tutto ciò? Ma allora tutto sarà dimenticato, senza una parola?». Quanta pena nei racconti di sofferenza che Grossman raccoglie in queste pagine. «Sembra che tutta la terra gema, insieme alla gente. Ma se Dio non esiste, chi mai darà loro ascolto?». Non fu, però, la pena per tutto questo dolore a catturare l’attenzione dei contemporanei: ciò che «sbalordì il mondo più che la scoperta dell’energia atomica» e determinò «il destino del ventesimo secolo» («il secolo della massima violenza dello Stato sull’uomo») fu la sintesi «di non-libertà e di socialismo» partorita dal genio di Lenin. Fino ad allora si era pensato che il progresso fosse essenzialmente «progresso della libertà umana», ma lo sviluppo della Russia apriva ora una strada nuova, capace di conciliare progresso e schiavitù. «Gli apostoli europei delle rivoluzioni nazionali videro fiamme levarsi ad Oriente. Gli italiani e in seguito i tedeschi cominciarono a maturare, ognuno a modo suo, l’idea di un socialismo nazionale». Prima lo zar, poi Lenin; oggi Putin, la Cina; domani un mondo tecnocratico, chissà?

A quella che definisce la legge di conservazione della violenza - secondo cui «la violenza è eterna, checché si faccia per distruggerla, essa non sparisce, non diminuisce, si trasforma soltanto» - e a cui lui stesso pare per un attimo cedere, Grossman, che non ha affatto fiducia nella destalinizzazione, oppone pur tuttavia alla fine un ostinato atto di fede: «per grandiosi che siano i grattacieli e potenti i cannoni, per illimitato che sia il potere dello Stato e possenti gli imperi, tutto ciò non è che fumo e nebbia, destinato a scomparire. Rimane, si sviluppa e vive soltanto la vera forza, che consiste in una sola cosa – nella libertà. Vivere significa essere un uomo libero. Non tutto ciò che è reale è razionale. Tutto ciò che è disumano è assurdo e inutile». E se fosse proprio questa pietas il più profondo lascito della secolare tradizione russa? 

Ps. Annoto a mo’ di chiosa un pensiero bellissimo, da ruminare con calma: «sì, felicità è spartire con te quel peso che con nessuno potrei spartire, se non con te».

(finito il 3 luglio 2019)

Ho parlato di


Vasilij Grossman
Tutto scorre...
(Adelphi, 1987)

trad. di G. Venturi

232 pp. | 12 €

(ed. or.: Vsë tečët..., 1970)

lunedì 23 dicembre 2019

Il tempo del meticciato

Il tempo di avvento in procinto di chiudersi si era aperto, qualche settimana fa, con quella straordinaria visione di Isaia che costituisce uno dei vertici dell’intera poesia biblica: «alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e (…) ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: ‘venite, saliamo al monte del Signore’. (…) Egli sarà giudice fra le genti. (…) Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo». Non si direbbe, ma almeno in parte, questo annuncio si è già compiuto. I giorni non sono ancora finiti, le guerre dilagano, eppure «all’angolo della via, nella mia città o in qualsiasi metropoli (…) sfila l’intero pianeta». Così scriveva il teologo Jacques Audinet nelle primissime righe di questo saggio datato 1999, pubblicato cioè prima di Seattle, delle Torri Gemelle e di tutto quello che ne è seguito, e che proprio per questo può essere letto anch’esso, retrospettivamente, come una moderna profezia, non meno audace di quella isaiana, attraverso la quale guardare con occhi diversi l’epoca nella quale ci siamo per davvero resi conto di vivere forse solo oggi: il tempo del meticciato, appunto.

Poiché sento già il tintinnar di sciabole dei sovranisti, li rincuoro. Nessuno qui ha intenzione di offrire una sponda religiosa al globalismo finanziario, né di esaltare l’astratta omologazione imposta dai mercati. Tutt’altro. Poiché ogni uomo è radicato in una cultura, la differenza è a sua volta costitutivamente radicata nell’esperienza umana, che matura sempre in un ambiente definito e mai in spazi neutri: l’alba di Nairobi, per dire, non è quella di New York, e viceversa. Il problema è che la civiltà occidentale, che ha improntato con i suoi valori il mondo moderno, non ha saputo pensare questa differenza se non in termini di disuaguaglianza, trasponendo così sul piano culturale il modello della reductio ad unum ereditato da una certa forma di teologia e l’impianto gerarchico che le era connesso. Ma se «l’umanità è costituita da un arcobaleno di situazioni e di tradizioni, altrettanto vario di quello dei colori», sì che non si può parlare, se non in astratto, di un “uomo naturale”, allora «riconoscere l’altro nella sua cultura, dunque diverso, significa nello stesso tempo riconoscerlo come umano». É perché vedo l’altro dissimile che posso riconoscerlo come mio simile: è questo paradosso del riconoscimento ciò che può aiutarci ad uscire dalle secche di un dibattito asfittico, dominato dalla logica del “prima” questo o “prima” quello (davvero, come si può conciliare l’idea, di per sé nobile, di un’Europa “dei popoli” con la convinzione di un “primato” che una nazione dovrebbe avere sulle altre?). 

Audinet, però, non si accontenta di sposare una semplice prospettiva “multiculturalista”, secondo cui le diverse popolazioni possono coesistere, sì, senza scannarsi, ma solo perché ciascuna protetta nel recinto della propria riserva. La storia non funziona così. Noi tendiamo, infatti, a fissare le culture come se fossero nate per partenogenesi o come se fossero sempre state identiche a se stesse. La verità, invece, è che siamo tutti meticci, perché da sempre gli uomini si incontrano, si uccidono e si mescolano fra loro, mescolando anche i loro usi, le loro abitudini e le loro idee: ciò è particolarmente evidente nei più recenti fenomeni di colonizzazione, come in Messico e in America Latina, ma la dinamica è la medesima sin dai tempi dei primi contatti tra Sapiens e Neanderthal. L’Europa che oggi vuole erigere nuove frontiere è sempre stata terra meticcia e l’epoca più meticcia di tutte è proprio quel Medioevo venerato dagli amanti della tradizione come modello insuperato di ordine e staticità: è meticcio il franco Clodoveo che si fa battezzare, così come prima di lui il civis romanus Paolo che rielabora in greco una teologia imparata in ebraico. Ciò che chiamiamo “meticcio” non è altro che il culturale nella sua fase incipiente e ancora indefinita, come la mutazione che dà avvio a un processo di speciazione, attraverso cui la differenza non è eliminata, ma si modifica e, semmai, si moltiplica – basti vedere cos’è successo al latino, disseminatosi nelle diverse lingue romanze (del resto ogni lingua, sommo feticcio dei tradizionalisti, resta viva solo finché cambia). E sebbene sia inizialmente osteggiato, in quanto diverso, il nuovo è precisamente ciò che rende dinamica la vita dei popoli, impedendo che essa si trasformi in una mera riproduzione dell’esistente. Quando, invece, per contrastare l’omologazione globale, mi rifugio nell’omologazione locale, resto prigioniero della medesima logica che dichiaro di avversare. Le culture nazionali non potrebbero neppure esistere senza questi continui scarti e rimescolamenti. 

Il meticciato appare dunque «capace di mettere in discussione la coincidenza delle varie identità»: questo perché in ogni vita c’è sempre un’eccedenza che non può «fluire nello stampo collettivo proposto», che sia mondiale, regionale o persino familiare. Non è necessario essere filosofi per capirlo: ogni nuovo parto ce lo rivela. Venire al mondo, per fortuna, non significa infatti ripetere l’identico, prolungare cioè una serie di prodotti indistinguibili l’uno dall’altro, bensì portare alla luce un inedito modo di essere umano. Nascere dice una somiglianza e al tempo stesso una diversità, indica un’origine e istituisce una distanza, che via via si trasmette anche alle ulteriori fasi di sviluppo della vita: «l’essere umano è mescolanza, incontro di elementi diversi continuamente mescolati, del corpo e dei geni, del cuore e dello spirito, delle società e delle civilizzazioni». Ne consegue che, lungi dall’essere l’eccezione “bastarda”, «il meticciato rappresenta una delle dimensioni fondamentali, in quanto fondante, dell’avventura umana». Siamo tutti mutazioni in mutamento, che si arricchiscono attraverso incontri e percorsi imprevedibili, in una continua ridefinizione di noi stessi – e lo siamo sempre e comunque, anche nella più chiusa delle comunità endogamiche. «É impossibile determinare ciò che porta una nascita umana. La sola cosa che si può dire è che la novità, prima o poi, metterà in discussione ciò che si riteneva definito». Colui che chiamiamo “meticcio” è semplicemente colui che, portando sulla sua pelle segni evidenti di questa condizione, deve affrontare in modo più evidente ciò che negli altri resta talvolta mascherato, ma non è meno presente - e cioè la frattura di un’identità ferita e da ricostruire attraverso un processo di personalizzazione che è anche, al contempo, di socializzazione e di inculturazione. 

Pensare di poter bloccare questo flusso è illusorio, perché significherebbe bloccare la vita stessa. É la sua accelerazione, oggi, che ci spaventa – e sotto sotto l’idea di non poterlo più controllare dall’alto di una posizione di potere. Ciò che fa di quest’epoca il tempo del meticciato non è, dunque, il meticciato in sé, che c’è sempre stato, ma il fatto che ci poniamo la domanda se si possa evitare che questo fenomeno si svolga nel segno di una violenza inflitta o subita. Questo è ciò che è accaduto finora, per lo più. Tuttavia, le nascite meticce possono anche evocare «l’esperienza di una violenza trasformata» e racchiudono la promessa di una vita che di fatto va oltre il limite apparentemente insormontabile dell’incomunicabilità: meticciato può significare allora sentirsi impegnati in un’avventura comune in cui «le differenze non scompaiono. Si trasformano. Generano nuove differenze». Quello che per Audinet sembrava uno scenario non scontato, ma a portata di mano, alla fine degli anni ‘90, per noi può apparire oggi più difficile da immaginare – e tuttavia resta un obiettivo imprescindibile: «tra il politico e il culturale si avvia ormai un dialogo il cui esito non è determinato in partenza dalla violenza del potere. Nel tempo lungo del meticciato le frontiere, anche le più rigide sul suolo, si rivelano punti di contatto, punti di passaggio, cioè luoghi di mescolanza. Non significano più tanto le separazioni tra gli umani quanto il loro luogo d’incontro», come avviene nel pentolone in cui bolle lo stufato e i sapori interagiscono e si scambiano, e come avviene a un Dio che sceglie di contaminarsi con l'umano per scardinare la nozione stessa di contaminazione come sacrilegio. Quando capiremo tutto questo comprenderemo meglio cosa significa che nelle vene del Messia atteso da Israele scorra anche sangue pagano di Moab.

(finito il 10 luglio 2019)

Ho parlato di


Jacques Audinet
Il tempo del meticciato
(Queriniana, 2001)

(Giornale di Teologia 281)

trad. di F. Savoldi

224 pp. | 14 €

(ed. or.: Le temps du métissage, 1999)

venerdì 13 dicembre 2019

Fiesta

Si ha l’impressione, a volte, che tutti quelli che contavano in un certo momento della storia si siano segretamente dati appuntamento nello stesso luogo, suscitando la malinconia struggente di chi si accontenterebbe di essere l’ultimo degli stronzi incluso nella lista, pur di poter partecipare anche lui al party. Per dire, negli anni Venti, a un certo punto tutti sono passati da Parigi – e tutti desideravano passarci, anche solo per un saluto. Come si poteva seriamente pensare di aver vissuto finché si era rimasti altrove? Quel desiderio tracima l’argine della finzione e contagia anche personaggi letterari, come quel Franz Tunda che, al termine – se così si può dire – della tormentata Fuga senza fine allestita per lui da Joseph Roth, approda, appunto, nella capitale francese, solo per scoprire che, sotto lo sberluccichio delle coppe di champagne, continua a sedimentarsi la feccia dello spleen. «Era il 27 agosto 1926, alle quattro del pomeriggio, i negozi erano affollati, nei magazzini le donne facevano ressa, nelle case di moda le mannequins giravano su se stesse, nelle pasticcerie chiacchieravano gli sfaccendati, nelle fabbriche sibilavano gli ingranaggi, lungo le rive della Senna si spidocchiavano i mendicanti, nel Bois de Boulogne le coppie d’innamorati si baciavano, nei giardini i bambini andavano in giostra. A quell’ora il mio amico Franz Tunda, trentadue anni, sano e vivace, un uomo giovane, forte, dai molti talenti, era nella piazza davanti alla Madeleine, nel cuore della capitale del mondo, e non sapeva cosa dovesse fare. Non aveva nessuna professione, nessun amore, nessun desiderio, nessuna speranza, nessuna ambizione e nemmeno egoismo. Superfluo come lui non c’era nessuno al mondo». 

Gli stessi sentimenti del fittizio Tunda li prova, bene o male, il suo coetaneo in carne ed ossa Ernest Hemingway, che ad uno dei personaggi della sua personale commedia umana sulla lost generation fa dire che sì, qui a Parigi sarai anche al centro di tutto, eppure «non hai mai la sensazione che la tua vita stia passando senza che tu ne approfitti? Ti rendi conto che hai già vissuto quasi metà degli anni che hai da vivere?». «Mi sentivo stanco e depresso», gli fa eco un altro. E un altro ancora (o forse lo stesso, è uguale): «non m’importava cosa fosse il mondo. Volevo soltanto sapere come viverci. Forse, se scoprivi come viverci, imparavi anche che cos’era». Adesso non è per fare il solito trombone, ma è strano imbattersi in queste frasi, analoghe a quelle che si possono ritrovare in un qualunque scalcagnato romanzo generazionale, e immaginare che siano state pronunciate, tra una partita di tennis e un ballo al café chantant, proprio negli stessi mesi in cui si consumavano i destini, per dirne due, di Matteotti e Gobetti, che avevano motivi più seri per lamentarsi e reagirono con ben altra tempra al comune spaesamento post-bellico. La vera protagonista del libro, lady Brett Ashley, capelli a maschietto come Louise Brooks e più tardi la Valentina di Crepax, centro di gravità intorno a cui ruotano come manzi tutti i maschi messi in scena, di sé dice, quando s’innamora per l’ennesima volta di un altro, «sono un caso disperato (…). Io non so fermare le cose», ed è al tempo stesso un’icona di emancipazione e di inconcludenza (non mi stupisce che, dopo l’uscita del libro, i lettori più giovani abbiano cominciato a imitare, nei modi e nel gergo, questi personaggi). Però è proprio la frivolezza degli interpreti, spesso ubriachi e molesti, quando non addormentati a causa dell’alcol, a rendere quest’opera, oltre che un importante documento storico sui mutamenti di costume di quegli anni, anche un testo particolarmente adatto per un’epoca di selfie e shottini quale la nostra (Fiesta!, rigorosamente col punto esclamativo, potrebbe essere benissimo il titolo di un programma televisivo in diretta da Ibiza). 

Ad ogni modo, che fa il nostro Hemingway per fronteggiare la sua pena di vivere? Dopo averti fatto giusto annusare la travolgente fête parigina - con gesto costruito e sprezzante, proprio di chi può permettersi di snobbare quello che tutti bramano, e l’aria di chi ti dice strizzando l’occhio “d’accordo Montmartre, ma adesso ti faccio vedere sul serio una cosa che non hai mai visto” - ti carica in treno insieme alla sua compagnia di giro e ti porta in gita in un posto forse meno cosmopolita, ma in cui ci si può davvero immergere in una fiesta come si deve. Bienvenidos a Pamplona, dunque. Le piazze assolate, i campi di pelota, l’incenso e i silenzi delle chiese: a tratti sembra di leggere una riuscita Lonely planet, però concordo, quest’angolo basco-navarrino di Spagna è realmente un gioiello che merita la visita e che potrebbe riappacificarti con te stesso. Qui ti riempiono di cibo e, manco a dirlo, «devi bere molto vino per mandare giù tutto quanto». E quando arriva San Firmino comincia un vero e proprio delirio organizzato. La fiesta «sarebbe durata, giorno e notte, per una settimana. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta. Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze», come in «un incubo meraviglioso». O come durante una sbornia presa per superare una depressione. Esattamente come accadeva a Parigi. «Tutto questo è molto divertente, ma non è tanto piacevole», ecco (e dopo un po' annoia anche leggermente il leggerne, se posso permettermi la lesa maestà). 

Gli unici che si salvano, forse, sono i toreri, perché «non c’è nessuno che viva la propria vita sino in fondo», come fanno loro, danzando letteralmente con la morte. Pedro Romero, che pure è un ragazzino, con i suoi diciannove anni, «aveva la grandezza» e nelle pagine dedicate alla sua esibizione Hemingway raggiunge picchi altissimi di giornalismo sportivo. «Intanto nell’arena, Romero, totalmente solo, procedeva nella stessa maniera, avvicinandosi sin dove il toro poteva vederlo bene, offrendogli il proprio corpo, offrendoglielo ancora un po’ più da vicino, col toro che lo guardava ottuso, e accostandosi poi tanto da far credere al toro d’aver partita vinta e offrendosi ancora e infine inducendolo a caricare, e a quel punto, un attimo prima che arrivassero le corna, mostrava al toro il panno rosso da seguire con quel piccolo scarto, quasi impercettibile, che aveva tanto offeso il giudizio critico degli esperiti in corride di Biarritz». Inevitabilmente, Brett si innamora anche di lui, ma altrettanto inevitabilmente la cosa non dura – e questa volta non solo per un capriccio di lei: Romero l’avrebbe anche sposata, ma l’avrebbe desiderata più femminile («voleva che mi facessi crescere i capelli. Io coi capelli lunghi. Sarei orribile»). Perché alla fine, in fondo, Romero è pur sempre un giovane spagnolo degli anni Venti, che Parigi probabilmente non sa neanche dove sia, e l’America men che meno: «farebbe una brutta impressione un torero che parla inglese. (…) I toreri non sono così». E in due battute, davvero hemingwayane, è come prefigurata tutta la disputa tra sovranisti e internazionalisti in cui ci arrabattiamo ancora oggi. 

Ps: ho detto “giornalismo sportivo” riguardo alla corrida. Passatemelo. Hemingway parla anche di tennis, di boxe, persino di pesca - lo padroneggia bene quello stile. Ma ahimé non capisce nulla di ciclismo. Quando il protagonista si ritrova a San Sebastian in contemporanea con l’arrivo di una tappa del Giro dei Paesi Baschi, tratta corridori e suiveurs come dei prezzolati giocherelloni. Lascia parlare per più di una pagina un direttore sportivo che decanta il Tour de France come «il più grande avvenimento sportivo del mondo», gli dà corda e appuntamento al mattino dopo, per vedere la partenza della corsa, sicuro come il sole che vengo, ma poi se la dorme fino a tardi. L’altro insisteva nel dire che, grazie al ciclismo e al calcio, la Francia stava diventando un paese sempre «più sportif», e si ha l’impressione che a Hemingway questa concezione – diciamo così - commerciale dello sport non andasse a genio. Si può anche concordare, ma se c’è uno sport che conserva l’epica della tauromachia, senza il sangue versato, quello è il ciclismo. E tra Bottecchia e Pedro Romero tutta la vita Bottecchia.

(finito il 24 giugno 2019)

Ho parlato di


Ernest Hemingway
Fiesta
in Romanzi. Vol. 1
(Mondadori, 1992) 
pp. 3-253

trad. di E. Capriolo

(ed. or.: The Sun Also Rise, 1926)

venerdì 22 novembre 2019

La scomparsa di Josef Mengele

«Tu che un semplice hai oltraggiato / ridendo sguaiato sulla sua sorte / (….) Sicuro non ti sentire. Il poeta ricorda». Sono versi di Czeslaw Milosz, Nobel polacco per la letteratura nel 1980, che Olivier Guez pone in esergo al suo libro come per chiarire sin dall’inizio, prendendola persin troppo alta, uno dei compiti che apparentemente si è dato scrivendolo – quello cioè di Erinni laica, la cui opera serva a ridestare l’infamia sul nome di uno dei peggiori scherani del Reich, scampato al verdetto della giustizia e forse anche all’angoscia del rimorso, ma non alla catastrofe di una vita buttata, come ricorda una seconda citazione, questa volta di Kierkegaard, secondo cui «il castigo corrisponde alla colpa: essere privati di ogni gioia di vivere, essere portati al grado estremo di disgusto per la vita». In realtà la patetica esistenza da braccato condotta da Mengele in Sud America dopo la guerra, simile a quella del ramingo Caino, non è minimamente comparabile neanche a un minuto del dolore scientificamente inflitto dal suo bisturi ad Auschwitz. Ma, del resto, il godimento rassicurante e catartico di vedere in qualche modo il malvagio punito mi sembra altrettanto morboso dell’entusiasmo con cui Tertulliano prospettava ai futuri beati lo spettacolo dei tormenti infernali contemplato in paradisescope dall’alto dei cieli. 

Meglio allora leggere questo libro come un reportage, perché di ciò sostanzialmente si tratta, scritto interamente al presente storico e con tanto di corposa bibliografia - un esempio perfetto di docufiction, in cui il materiale storiograficamente accertato è integrato, per le zone d’ombra, con invenzioni poetiche che, fin dove è possibile, provano a dare un senso agli eventi (l’autore è anche sceneggiatore, e si vede). Io, per esempio, ho scoperto qualcosa in più sull’Argentina peronista e sulla benevola accoglienza da essa riservata ai fuggiaschi nazisti: «Peron diventa il grande straccivendolo. Fruga nelle pattumiere d’Europa, intraprende una gigantesca operazione di riciclaggio: governerà la storia con la spazzatura della storia». Buenos Aires appare all’inizio degli anni ‘50 come la capitale occulta di un Quarto Reich di relitti che si ritrovano insieme per ascoltare Wagner e Strauss o per scambiarsi medagliette di Dürer come segno di affiliazione, agognando il ritorno in Germania non appena le acque si saranno calmate e sarà caduto il governo di “rabbi Adenauer”, servo dell’America e del complotto sionista globale, a cui questi irriducibili vittimisti continuano a credere. D’altronde, «se il pianeta non si fosse coalizzato contro la Germania il nazismo sarebbe ancora al potere». Animati da una «visione predatoria e angosciata del mondo», in cui «tutto è lotta: solo i migliori sopravvivono», non riescono neppure a concepire l’idea di essere loro, gli sconfitti senza riscatto a cui la storia questa volta presenta il conto. Niente da fare: la mentalità totalitaria finisce sempre per evocare una pugnalata alle spalle. 

Ma l’ora della rivalsa non arriva. «Alla nostalgia nazista i tedeschi preferiscono le vacanze in Italia. Lo stesso opportunismo che li ha indotti a servire il Reich li spinge ad abbracciare la democrazia». Di più, dopo la cattura di Eichmann, anche lui gradito ospite in Argentina, l’orrore che per un po’ era stato rimosso torna prepotentemente sulla scena – e non lo si potrà più minimizzare o derubricare a danno collaterale (e in questo senso il libro è anche un capitolo di una più ampia storia della progressiva presa di coscienza di cos’era stata la soluzione finale). É lo stesso Eichmann a togliere ogni alibi. Curioso destino, quello dei due camerati che lo intervistano perché sinceramente convinti di poterci ricavare un libro con cui respingere una volta per tutte l’immonda messinscena dei lager messa in piedi dagli ebrei, e ai quali Eichmann, con la fierezza di chi crede di aver compiuto una missione storica (posa ben diversa da quella dimessa adottata al processo), «conferma le proporzioni dello sterminio, descrive nei particolari le uccisioni di massa, le camere a gas, i forni crematori, i lavori forzati, le marce della morte, le carestie». I due «agnellini (…) credevano che il nazismo fosse puro», ma restano scossi da quella cifra - sei milioni: siamo stati davvero bravi no? - e si tirano indietro. 

É a questo punto che, anche per Mengele, la vita diventa più amara. Man mano che la memorialistica sulla Shoah si fa più dettagliata e si fa più decisa la caccia ai responsabili, intorno a lui si addensa una raccapricciante leggenda nera, cui si aggiunge anche quella, costruita in gran parte dai giornalisti, «di un supercattivo inafferrabile come Goldfinger, un’incarnazione pop del male, invincibile, ricchissimo e astuto, che semina i suoi inseguitori ed esce indenne dalle situazioni più pericolose, senza un graffio». Poco importa che la sua vita scorra invece piuttosto pigramente, nonostante l'ansia suscitata dal pensiero di una possibile cattura, in una fazenda brasiliana, dov'è coccolato da una rete di collaborazionisti: a metà anni ‘60 «il dottor Mengele diventa un marchio che solo a nominarlo gela il sangue e gonfia le tirature di libri e riviste: l’archetipo del nazista freddo e sadico, un mostro». Prigioniero soprattutto del proprio egocentrismo, Mengele comincia a vomitare tutto il suo rancore su quelli che, non meno colpevoli di lui, l’hanno scampata. «Ad Auschwitz i grandi gruppi tedeschi si sono riempiti le tasche sfruttando fino allo stremo delle forze la manodopera schiava a loro disposizione. Auschwitz, un’azienda redditizia» per società come la IG Farben o la Topf di Wiesbaden di cui parla Primo Levi ne I sommersi e i salvati. «Lavorando in stretta collaborazione ad Auschwitz, industrie, banche e organismi governativi ne hanno ricavato profitti enormi; lui, che non si è arricchito di uno pfenning, deve essere l’unico a pagare»? Alle volte qualcuno solleva la questione per muovere a compassione verso questi reietti, ma si tratta di un argomento capzioso, che semmai dovrebbe suscitare dubbi sui presunti incensurati. 

Anche Guez mi pare condivida l’idea che Mengele non sia stato quel satanico genio del male che la pubblicistica spesso dipinge, ma più semplicemente – e la cosa è in realtà più inquietante – «un uomo senza scrupoli, dall’anima blindata, che ha risposto alle sollecitazioni di un’ideologia velenosa e mortifera in una società sconvolta dall’irrompere della modernità. Quell’ideologia non stenta a sedurre il giovane medico ambizioso, a sfruttare colpevolmente le sue mediocri propensioni, la vanità, la gelosia, il denaro, fino a spingerlo a commettere crimini abietti e a giustificarli». Convinto di meritarsi tanto dalla vita, quel giovane dottore che in altri tempi sarebbe diventato magari solo un borioso ricercatore universitario, trova invece un contesto entro cui dare soddisfazione alle proprie ambizioni nel progetto eugenetico nazista – «guarire il popolo, purificare la razza, costruire un ordine sociale conforme alla natura, ampliare lo spazio vitale, perfezionare la specie umana» - e tanto peggio per gli altri. Esattamente come avviene, per ora su scala ridotta, con i tanti ceffi senz’arte né parte che stanno approfittando dello sdoganamento dell’odio per ritagliarsi il proprio quarto d’ora di celebrità con le loro intemerate meschine e infantili: quell’umanità fragile ma rabbiosa, che vorrebbe curare tutti tranne che se stessa, e che gli apprendisti stregoni del populismo continuano a solleticare pensando di riuscire sempre e comunque a gestirla. Oggi sappiamo che Mengele è morto, anche grazie alla prova del DNA, ma – e almeno su questo il libro mente – a quanto pare non è mai scomparso davvero.

(finito il 4 giugno 2019)

Ho parlato di


Olivier Guez
La scomparsa di Josef Mengele
(Neri Pozza, 2018)

trad. di M. Botto

204 pp. | 16,50 €

(ed. or.: La Disparition de Josef Mengele, 2017)

venerdì 8 novembre 2019

Mussolini ha fatto anche cose buone

Immagino sia capitato più o meno a tutti di affrontare una conversazione su temi latamente politici in cui a un certo punto un amico brillante se ne esce fuori con una frase di apprezzamento per quando c’era Lui, sostenuta con aria da uomo di mondo sulla base di argomenti che in realtà hanno più o meno la stessa consistenza delle formule del catechismo e proprio per questo sono pronunciate con una sicurezza dogmatica che non concepisce neppure l’ipotesi di una replica. La tentazione in questi casi è di fare spallucce. Che sarà mai: ognuno in famiglia ha un cugino un po’ strambo e spererai mica di cambiarlo? Tanto lo dicono tutti – di recente anche Bruno Vespa, dall’alto della sua autorità nazionalpopolare - che il fascismo non potrà mai più ritornare, quindi è inutile preoccuparsene troppo, anche se una reduce di Auschwitz è costretta a girare con la scorta, anche se signore di mezza età impediscono a bambini neri di sedersi sull’autobus, anche se tifosi di calcio giudicano l’appartenenza nazionale sulla base del colore della pelle. Già, che sarà mai? Ogni tanto ho però anche il sospetto che il silenzio possa nascondere, sotto una coltre di sufficienza, una mancanza di contenuti da contrapporre all’interlocutore. Contenuti veri – intendo - solidi, documentati, che vadano cioè al di là della sacrosanta ma pur sempre generica mozione degli affetti a cui troppo spesso ci si abbarbica, anche quando non sarebbe molto difficile andare a controllare come sono andate davvero le cose (credo sia una delle tante deplorevoli conseguenze di un dibattito pubblico ridotto a una recita a soggetto, in cui i duellanti oppongono retorica a retorica come Arlecchino e Pulcinella si scambiano le loro bastonate e ci si preoccupa di stabilire chi ha vinto prima di capire cosa ha detto). Ben venga allora un «manuale di autodifesa» come questo, da avere sempre sotto mano per chiedere conto delle proditorie e spesso vaneggianti affermazioni che si sentono ripetere sul Ventennio. 

Qui non c’è sintesi che tenga: bisogna proprio andarselo a leggere e studiarselo bene, questo libro, perché, senza rinunciare alla scorrevolezza dell’esposizione, ci fornisce dati e materiali per smascherare tutti i principali luoghi comuni sul fascismo, smontando pezzo a pezzo una propaganda rivelatasi – quella sì – efficacissima nel produrre credenze che si sono sedimentate così bene nell’immaginario degli italiani da durare molto più a lungo del regime stesso, come un ordigno inesploso ma ancora carico dopo il 25 aprile. Quel che più sorprende è che per sconfessare opinioni che hanno la stessa fondatezza storica dello jus primae noctis Francesco Filippi non sia dovuto andare a rovistare negli archivi segreti del Vaticano, né abbia dovuto decrittare la lineare A, ma ha semplicemente messo in fila elementi che sono accessibili a tutti, facilitandoci le cose, certo, e sia benemerito per questo, ma mostrando anche (e forse questo è il suo insegnamento più fruttuoso) che un simile lavoro non richiede necessariamente di doverci sobbarcare la lettura completa dell’intera bibliografia esistente sull’argomento o di doverci immergere in sofisticate dispute storiografiche, perché in questo caso le bugie hanno davvero le gambe corte. Motivo in più per perderci un po’ di tempo sopra (costa pure poco). 

Ciò detto, qualche considerazione generale la si può comunque provare a tracciare. Per dire, è vero che Mussolini – come si sente ripetere – avrebbe dato le pensioni a tutti gli italiani e avrebbe bonificato le paludi? Ecco, se si scorrono le carte (libri di storia, ma soprattutto verbali, serie statistiche e gazzette ufficiali) si scopre che progetti in tal senso erano già stati avviati dalla tanto vituperata Italia liberale e che furono poi portati davvero a compimento dall’altrettanto vituperata Prima Repubblica. Mussolini, lì nel mezzo, ha solo raccolto quanto già predisposto dai governi precedenti, il più delle volte unificando iniziative diverse all’interno di istituti posti sotto il controllo dello Stato, cioè del partito fascista, in modo da drenare – è il caso di dirlo - quantitativi sempre più ingenti di risorse pubbliche allo scopo di costruire un immenso apparato clientelare con cui appagare i desiderata piccoloborghesi del proprio zoccolo duro di sostenitori, usando cioè beni di tutti per foraggiare la sua personale macchina di consenso (non è forse la stessa cosa utilizzare i fondi del ministero dell’Interno per pagare gli stipendi alla “bestia” che ti cura l’immagine sui social?). Quando qualche risultato, in questo modo, è stato raggiunto, lo si è fatto perciò producendo un’autentica voragine nelle casse statali, resa ancor più incontrollata da scelte economiche dissennate effettuate solo a scopo di prestigio (come la famigerata “quota 90” per riallineare la lira alla sterlina), dalle crescenti spese militari (orientate oltretutto all’acquisto di mezzi rivelatisi obsoleti quando è scoppiata la guerra) e infine dall’insostenibile strategia autarchica – il tutto condito dal piagnisteo contro le potenze demoplutocratiche straniere additate come le uniche responsabili dei mali dell’Italia e di quel crescente dissesto economico da cui è stata poi la repubblica, con tutti i suoi limiti, a tirarci fuori (storia già vista: un governo promette più pilu per tutti in deficit, un altro risana, fa tirare la cinghia e si becca gli insulti). Le “cose anche buone” fatte da Mussolini sono dunque cose che con ogni probabilità sarebbero state fatte comunque, e anche meglio, da altri. 

E allora, a parità di risultati, perché abbracciare una dittatura e la privazione delle libertà personali? Qualcuno potrebbe dire che era il prezzo da pagare perché senza le maniere forti non ci saremmo mai lasciati alle spalle il precedente sistema corrotto e malavitoso. Almeno Mussolini – si dice – era “honesto”. Ma siamo proprio sicuri che fosse così? Ormai pare assodato, per esempio, che il delitto Matteotti sia dipeso non tanto dalle accuse sulle irregolarità nelle elezioni del ‘24 quanto dall’efficace opposizione politica che il deputato socialista stava svolgendo in commissione Bilancio alla Camera, «smascherando le truffe contabili del governo, inchiodandolo alle sue deficienze e ai suoi imbrogli del tutto simili a quelli della tanto odiata stagione liberale, che voleva cancellare». Detto altrimenti, Matteotti cercava di mostrare che «quello di Mussolini era un partito di truffatori uguale – forse peggiore – di quelli che lo avevano preceduto. Se della violenza e anche del menefreghismo nei confronti delle libertà individuali il fascismo in un certo senso poteva addirittura vantarsi, l’accusa di disonestà sarebbe stata probabilmente troppo difficile da digerire per un’opinione pubblica che voleva il cambiamento» (Filippi è sottile, non usa le parole a caso). «Per il mito della purezza fascista si arrivò al paradosso di pensare preferibile un delitto le cui motivazioni stavano nell’azione violenta di alcuni fascisti scalmanati, piuttosto che nella volontà, di stampo mafioso, di voler mettere a tacere una voce critica che avrebbe mostrato al mondo il vero carattere del fascismo: più associazione a delinquere che partito politico». E se questo ancora non bastasse, si pensi alle disastrose e ingiustificate campagne militari avallate da Mussolini, dall’attacco alla Grecia alla campagna di Russia: «se mai è stato tentato un genocidio sistematico del popolo italiano, questo genocidio è stato avviato, più o meno consciamente, dalla tirannide fascista», che si è imbarcata senza mezzi e preparazione in missioni insensate all’unico scopo di garantire imperitura gloria al suo capo usando gli italiani come carne da macello. 

Per un curioso paradosso, l’idea che invece il fascismo, almeno fino a un certo punto e sotto certi aspetti, sarebbe stato un totalitarismo “buono” è un mito prodotto dagli stessi antifascisti che pagarono sulla propria pelle tale presunta “bontà” e che alla fine lo sconfissero. Per tenere unito il paese dopo la guerra e uscire insieme dalla dittatura si preferì costruire l’immagine del tedesco “cattivo” su cui addossare tutte le responsabilità di quello che era capitato, salvaguardando così una certa differenza italiana (a costo di scelte discutibili, come negare l’estradizione di Graziani all’Etiopia perché fosse processato per crimini di guerra). Fu un modo per cercare di apparire presentabili nel consorzio delle nazioni vincitrici, ma anche per rispondere a un’esigenza profondamente radicata in una generazione stremata che aveva «la necessità di voltare pagina e ricostruire da zero non solo una nazione, ma anche il senso di appartenenza a una comunità». Lo stesso Partito Comunista preferì reintegrare e includere, anziché ostracizzare (a livello di intellettuali, caso che conosco un pochino meglio, ci furono in effetti spettacolari cambi di casacca da una stagione all’altra). La conseguenza più problematica di una strategia che aveva anche le sue ragioni è che forse non è mai stata avviata una seria discussione pubblica su come si era affermato il regime, cosicché il senso comune ha finito per elaborare la favola di un popolo di “brava gente” tenuto suo malgrado sotto il tacco di un’orwelliana e implacabile macchina di repressione diretta da luciferini geni del male – macchina che in realtà non funzionò mai così bene e che comunque non avrebbe potuto imporsì né funzionare senza il consenso o l’inerzia di gran parte degli italiani. I quali, senza magari sostenere apertamente, minimizzarono, trascurarono o soprassederono. Sicché oggi scopriamo con un certo sgomento di non avere prodotto gli anticorpi necessari per evitare di contrarre una nuova febbre autoritaria, che consegnerebbe pieni poteri a una cricca di incapaci il cui unico talento è ancora una volta quello di sventolare bandiere e valori di cui in realtà non gliene importa nulla, ma in nome dei quali sarebbero capaci di avallare le decisioni più meschine. É vero che il popolo italiano atterra e suscita con la rapidità di un bimbo capriccioso, ma l’altra volta, per passare dall’adunata oceanica del 10 giugno 1940 alle feste di piazza del 25 luglio 1943 ci vollero la guerra e le macerie – e non era ancora finita. Ammetto di essere un po’ preoccupato.

(finito il 29 maggio 2019)

Ho parlato di



Francesco Filippi
Mussolini ha fatto anche cose buone.
Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo
(Bollati Boringhieri, 2019)

132 p. | 12 €