mercoledì 22 maggio 2019

Cuore di tenebra

Tra le tante possibilità che ti offre l’insegnamento in una scuola superiore c’è anche quella di poter ritornare, a distanza di vent’anni (per ora), sulle piste letterarie già battute nella tua adolescenza per proporre ai tuoi studenti di oggi quel che un tempo affascinò lo studente che fosti. E dato che non basta andare a memoria per reggere il confronto con chi sta al gioco e decide inopinatamente di assecondarti, ecco che ne approfitti per riprendere davvero certi libri in mano, magari in edizione più recente, e per rileggerli con l’occhio e la testa di chi nel frattempo ha macinato migliaia di altre pagine e stabilito centinaia di altre connessioni (massì, esageriamo). 

In un appunto datato marzo 2000 (ultimo anno di liceo) collocavo, appunto, Conrad fra gli autori eletti del mio canone personale. Di lui mi affascinava soprattutto – annotavo – «il suo modo di descrivere il mare come nemico metafisico». Questo, però, è un romanzo di terra, o tutt’al più un romanzo di fiumi: il Tamigi, anzitutto, la «tranquilla via d’acqua» che dal centro economico del mondo moderno «conduceva agli estremi confini della terra» e dunque anche alla foce di quell’altro imponente fiume africano, risalire il quale era invece «come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano re». Qui è appunto la foresta, non il mare, con il tifone o la bonaccia, a incombere minacciosa sui protagonisti del racconto: «alberi, alberi, milioni di alberi, imponenti, immensi; che s’arrampicavano altissimi; e ai loro piedi abbrancato agli argini per difendersi dal fiume, quel sudicio battello si trascinava come un pigro scarafaggio che striscia sul pavimento di un nobile porticato». Dall’antichità remotissima pietrificata in questo paesaggio ancestrale riemerge una «verità spogliata del manto del tempo». Anche se qui il cielo è perennemente terso, l’aria è soffocante e «non c’è gioia nello splendore del sole». Troppa luce, anzi stordisce: «qualcosa di mostruoso e di libero» assale le ingenue sicurezze di chi si spinge avanti, sempre più avanti, presumendo di estendere il raggio luminoso della civiltà e sprofondando invece incautamente «nel cuore di un’immensa tenebra». É ciò che accade a Kurtz, musicista prestato al commercio d’avorio, «un uomo notevole» che fissa così a lungo l’abisso finché l’abisso non se lo prende e se lo divora, come il povero islandese leopardiano sbranato dai leoni dopo il rivelatorio dialogo con la natura. Marlow, il narratore, si ferma un attimo prima di varcare la soglia, ma tanto gli basta: «nel sole accecante di questo paese avrei conosciuto il demone flaccido, pretenzioso e miope di una follia rapace e spietata», l’oscuro movente che tiene in piedi quella farsa che è la storia umana abbandonata a se stessa. 

«“Voi non potete capire. Come potreste? - con un solido pavimento sotto i piedi, tra vicini sempre pronti ad applaudirvi o a saltarvi addosso, voi che v’insinuate guardinghi tra il macellaio e il poliziotto, nel sacro terrore della forca, dello scandalo e dei manicomi – come potete immaginare in quali particolari regioni dei tempi primordiali i suoi piedi senza pastoie possano condurre un uomo sulla via della solitudine – di una solitudine totale senza neanche un poliziotto – sulla via del silenzio – di un silenzio totale, dove non si può neppure udire la voce ammonitrice di un vicino gentile che si fa tramite sussurrante dell’opinione pubblica?». “Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case...” ripeterà di lì a poco Primo Levi: perché, di lì a poco, sarebbe crollata la messinscena autoconsolatoria su cui si reggeva la benpensante società europea, capace di esorcizzare la violenza solo perché aveva saputo spostarla un po’ più in là, dove gli ideali andavano continuamente a infrangersi sulla muraglia immota della giungla eterna – e l’orrore del colonialismo si sarebbe ritorto contro l’Europa producendo l’orrore dei lager. Questa confessione presentata quasi come un sogno, con «quella mescolanza di assurdità, di sorpresa e di smarrimento, in un fremito di spasmodica rivolta, quell’impressione di essere prigionieri dell’incredibile che è l’essenza stessa dei sogni», costituisce anche per i suoi tratti visionari uno dei più potenti e geniali apologhi dell’intera parabola occidentale, un’apocalisse in piena regola, rivolta a chi ha orecchi per intendere. Pubblicato nel 1899, Cuore di tenebra chiude idealmente l’Ottocento delle magnifiche sorti e progressive, ma il suo battito continua a pulsare sangue umano, oltre le stragi novecentesche, dalle ferite aperte di questo piccolo scorcio di XXI secolo.

(finito il 20 ottobre 2018)

Ho parlato di


Joseph Conrad 
Cuore di tenebra
(Feltrinelli, 2013)


trad. di E. Capriolo

124 pp. | 6 € 


(ed. or. Heart of Darkness, 1899)

mercoledì 1 maggio 2019

Processo a Socrate

Anche noi filosofi abbiamo il nostro evento pasquale, il punto in cui è davvero cominciato tutto – e che, proprio come la Pasqua, non coincide con l'inizio cronologico della storia, ovvero con una delle tante intuizioni, vere o presunte, di Talete. Anche qui c'è di mezzo un processo, di quelli in cui la folla pare giocare un ruolo non proprio irrilevante, e una condanna a morte, sebbene per assunzione di cicuta e non per crocifissione. In entrambi i casi, pare che a morire sia stata la vittima innocente di un qualche complotto politico-religioso. Nell’offrire la sua ricostruzione degli ultimi giorni di Socrate – impresa ardimentosa perché si rischia facilmente l’ovvio, come con tutto ciò che è stato già detto e ridetto mille altre volte – Mauro Bonazzi prova invece a prendere sul serio l’accusa che gli fu mossa, riconoscendo che quello intentatogli fu un processo regolare e non «un processo politico camuffato», né tanto meno una tappa già scritta della storia dello spirito. 

Come molti amici sanno, ho da sempre un rapporto di viscerale ammirazione per Socrate, sin da quando, ragazzino, ho letto l’Apologia e il Gorgia, con quella riflessione sui pasticcieri e le loro torte che inevitabilmente vincerebbero una gara contro i medici e le loro medicine, se a giudicare fosse una giuria di bambini – e che assumeva un significato del tutto particolare mentre l’Italia si ricopriva di manifesti 6 metri per 6 con scritto sopra “meno tasse per tutti”. Quello che amo di Socrate, Bonazzi lo sintetizza in poche battute: la sua ricerca procede «per ipotesi, nella consapevolezza che ogni conclusione raggiunta, per quanto promettente, conserva una validità solo provvisoria (nel senso che può sempre essere rimessa in discussione da un nuovo ragionamento)» ed è una ricerca «sempre capace di sorprendere», in quanto con il dialogo incita, ogni volta e di nuovo, a rimettere in movimento il discorso, perché – aggiungo io, ed è ciò a cui serve per me la filosofia - l’importante non è convincere gli altri della propria opinione (che dunque sfugge, non si sa mai bene quale sia), ma mantenere costantemente aperta un’alternativa, intonare un controcanto, insinuare un dubbio, cosicché nessuno (individuo, popolo o civiltà) resti prigioniero di un proprio ricorsivo e perciò pericoloso monologo. 

Orbene, un personaggio così, dice Bonazzi riprendendo l’interpretazione di Leo Strauss, è «un pensatore libero e indipendente quant’altri mai, sempre pronto a mettere non importa quale tesi in discussione, e non particolarmente interessato a offrire contenuti positivi in sostituzione delle idee sbagliate che ha confutato». Il che, a noi post-romantici, può apparire molto suggestivo, ma impone una domanda, e cioè: «davvero la città ha bisogno di un maestro come Socrate, capace di mettere tutti in discussione, ma privo di idee capaci di riempire il vuoto che ha creato?». Insomma, agli occhi della comunità, Socrate è a buon diritto un eversore perché insegna a sviluppare «una capacità di riflettere criticamente sul sistema di valori (spesso corrotto) su cui si fonda la città», indebolendo però quel senso di appartenenza comune che permette a un popolo di riconoscere dei punti minimi di intesa e di non sfaldarsi. Così oggi quelli che si vantano di “non credere a quello che ti raccontano” e ti esortano ad “aprire gli occhi”, a “documentarti non sui libri ma in rete”, sono appunto quelli che diventano terrapiattisti o che pensano che le camere a gas nei lager non siano mai esistite e che gli effetti del cambiamento climatico siano una montatura giornalistica. Naturalmente non sarebbe stato questo l’esito auspicato da Socrate. Ma, usando il suo metodo contro di lui, potremmo concludere che, a forza di invitare le persone a pensare con la loro testa, poi qualcuno lo fa davvero e non è detto che sia un bene, visto come pensa certa gente. Di qui l’invito a darsi una calmata, per il bene comune. Ma possiamo accettare tutto questo? 

Il processo fu indubbiamente una forzatura nei confronti di Socrate, a cui Socrate rispose però – inaspettatamente – con altrettante forzature. Di fronte all'accusa, quest’uomo che per tutta la vita aveva cercato di far ragionare chiunque gli capitasse a tiro, ascoltando con pazienza e con altrettanta pazienza intrappolandolo in una rete di contraddizioni, non si mostrò più per niente accomodante, cercando quasi lo scontro e portando il livello della sfida su un piano che - non poteva non rendersene conto - era troppo fuori dagli schemi per essere accolto dai suoi concittadini. Bonazzi parla a questo proposito di un «doppio fallimento»: quello di «una città che non ha saputo ascoltare» e quello di «un filosofo che forse non ha trovato le parole giuste per farsi ascoltare». La scelta di Socrate lo ha consegnato alla storia e ci ha lasciato il dubbio che filosofia e democrazia siano perciò incompatibili. Ma deve andare per forza così? É questa la domanda che, al di là della componente prettamente storica, anima queste pagine. Se la città è infantile, possiamo permetterci la bella morte per evitare con spocchia la fatica della negoziazione? Socrate, dopo una vita spesa a fare proprio questo, sembra aver voluto tagliare corto e suggerire che finché non ti ammazzano non sei veramente un provocatore, ma una macchietta, un personaggio del teatrino, come lui stesso era diventato per mano di Aristofane. Ma forse è proprio questo il rischio da correre per evitare vittorie che siano solo postume.

(finito il 15 novembre 2018)

Ho parlato di


Mauro Bonazzi
Processo a Socrate
(Laterza, 2018)

176 pp. | 18 €

sabato 20 aprile 2019

La ferrovia sotterranea

La “ferrovia sotterreanea” (Underground railroad) è il nome con cui comunemente si indica la rete di itinerari e contatti sicuri attraverso cui, nell'America della prima metà dell’Ottocento e fino alla Guerra di Secessione, gli schiavi neri degli stati sudisti potevano sperare di raggiungere le regioni del nord, dove la schiavitù era già stata abolita. Si tratta di un’espressione metaforica, che rende bene l’idea di una cospirazione solidale contro l’oscenità della discriminazione razziale eretta a sistema. Con un colpo di lucida follia narrativa, quasi infantile nell’interpretazione letterale del termine, ed anche per questo geniale, Colson Whitehead (che, a dispetto del nome, è nero) si immagina invece che una ferrovia sotterranea sia esistita davvero, con tanto di treni, macchinisti e un suo intricato sistema di gallerie, snodi e stazioni distribuiti sotto il suolo americano, quasi come un controtumore benigno finalizzato a contrastare segretamente quanto accadeva alla luce del sole. Questa e qualche altra piccola licenza storica seminata qua e là danno al libro quella venatura ucronica che gli ha consentito di vincere nello stesso anno, oltre al Pulitzer e al National Book Award (che è come dire Oscar e Golden Globe), anche il premio fantascientifico intitolato alla memoria di Arthur Clarke. Tutto il resto, però, è tristemente verosimile e crudissimo, senza sconti. Se c’è fantasia, è alla maniera di Train de vie – anche lì c’entravano binari e ferrovie – remixato però con Django Unchained

Un esempio? La storia di Big Anthony, a cui la fuga dalla piantagione non riesce e che per questo viene punito in modo spettacolare, per ingordigia di potere da parte del padrone e anche perché tutti gli altri schiavi si mettano bene in testa che prima o poi sarebbe potuto capitare anche loro lo stesso destino. Il primo giorno Big Anthony viene lasciato esposto alla gogna davanti alla casa padronale. «Il secondo giorno arrivò in carrozza un gruppo di ospiti, nobili anime di Atlanta e di Savannah», per i quali viene allestito nel prato un pasto succulento. «Big Anthony venne frustato per tutta la durata del pranzo, e mangiarono lentamente». Il terzo giorno, mentre gli ospiti sorseggiavano rum speziato, «Big Anthony venne cosparso di petrolio e arrostito. Ai testimoni vennero risparmiate le sue grida, perché il primo giorno gli era stato tagliato il membro virile, infilato in bocca e cucito lì». Gente timorata di Dio, quella congrega, come altri della stessa risma, antenati di quanti ancora oggi piangono magari per la passione di Cristo venerando devotamente un crocifisso di legno il Venerdì Santo, mentre condannano allo stesso supplizio, e sganasciandosi, tanti miserabili crocifissi di carne, senza capire nulla, proprio nulla, di quello che fanno e del posto che ha scelto per sé il loro Dio in questa storia. 

E appunto dall’orrore della piantagione cerca di fuggire Cora, che con Caesar imbocca, non senza angosce, la strada solo apparentemente protetta verso la libertà. Sarà infatti una fuga continua, ostacolata da un implacabile cacciatore di schiavi, ma ancor più dal riproporsi della medesima intolleranza, sia pure in forme diverse, nei diversi stati che tocca – dal momento che «l’imperativo americano» ha spinto i pionieri dal Vecchio al Nuovo Mondo perché andassero a «conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio». Ora sono gruppi di ronde guidati da delinquenti che hanno passato più tempo in carcere degli schiavi che catturano, persone provenienti «dalla fascia più bassa e più viziosa della popolazione, (…) spesso troppo stupidi per lavorare anche solo come sorveglianti», gli eterni spiriti fascisti che si scappellano quando gli regalano un’uniforme con cui sentirsi importanti e che votano chi amplifica i loro rutti; ora sono quei tristi che di fronte al modello realizzato di una fattoria gestita da neri capace di sollevare l’economia di un’intera contea, la mettono a ferro e fuoco, contro il loro stesso interesse, come a Riace, perché se noi poi non si può più gridare al lupo al lupo, e che preferiscono farsi ammazzare piuttosto che vedere altre persone felici. Ma non mancano le versioni più raffinate, perché la fenomenologia dell’intolleranza, ahimé, è ricca e comprende delatori, falsi progressisti, collaborazionisti, anime belle, indifferenti, intellettuali e chi più ne ha più ne metta. 

Verrebbe da concludere che non c’è mai da fidarsi, che anche quando le acque sono apparentemente calme devi sempre temere l’emersione di un mostro sommerso pronto a divorare tutto quanto. Però poi capita anche di imbattersi in quella «confraternita di anime bizzarre» che rischia la propria pelle per salvare quella degli altri: non eroi, in qualche caso personaggi anche ruvidi e strani, talvolta pure mezzi matti. Sono i 36 giusti che salvano continuamente il mondo, senza che nessuno lo sappia. «Il mondo in superficie dev’essere così banale in confronto al miracolo che c’è sotto, il miracolo che hai compiuto tu, col tuo sudore e il tuo sangue. Il trionfo segreto che ti porti nel cuore». Non è ben chiaro se c’è davvero una resurrezione in fondo al tunnel, e nulla, comunque, può redimere tutto il dolore impartito, ma se la storia umana potrà avere un minimo di senso sarà solo grazie a loro.

(finito il 17 ottobre 2018)

Ho parlato di


Colson Whitehead
La ferrovia sotterranea
(Sur, 2017)

trad. di M. Testa

376 pp. | 20 €

(ed. or. The Underground Railroad, 2016)

giovedì 28 marzo 2019

Il volto della Luna

Nelle genealogie più o meno sensate che ogni tanto si provano a tirare giù per ricercare blasonati antenati alla letteratura fantascientifica si cita spesso e volentieri Luciano di Samosata e la trasvolata lunare rappresentata nella sua Storia vera; meno, invece, questo libriccino di Plutarco, che pure avrebbe tutti i requisiti per essere chiamato in causa, come complementare controparte del primo: se quello offre, infatti, il prototipo di tutti i successivi viaggi interstellari, questo – partendo da quelle macchie lunari che provocarono anche qualche dubbio a Dante mentre ascendeva al Paradiso – imposta per la prima volta seriamente il problema oggi affrontato con altri mezzi dall’esobiologia circa la presenza di specie viventi nell’universo extraterrestre. Entrambi riscoperti nel Rinascimento, suggerirono l’uno ad Ariosto il volo di Astolfo, l’altro a Keplero quelle spericolate elucubrazioni sulla possibile abitabilità della Luna che suscitarono qualche perplessità nel più cauto Galileo. Tanto immaginifico e fracassone è Luciano, quanto meticoloso Plutarco nel ricostruire col suo piglio erudito un dotto dibattito ellenistico di cui si intuisce l’ampiezza, ma che a noi è arrivato attraverso voci che sono appena più che nomi (leggere testi come questo ci dà un’idea di quanto poco sappiamo davvero del mondo antico: cosa potremmo veramente capire di Leopardi se di lui ci restasse solo una parafrasi del Tramonto della luna e tre versi del Canto notturno riportati da un manuale novecentesco?). Per una via, insomma, si arriva a Star Wars, per l’altra a Star Trek – e così mi son costruito anch’io la mia bella discendenza. 

Plutarco elabora in modo un po’ più articolato quel che i BluVertigo esprimevano sinteticamente dicendo che «in altre zone di questo universo (è facile da realizzare) esiste tutto ciò che io non riesco ancora a immaginare». A proposito delle ipotetiche creature lunari, scrive infatti che noi «non abbiamo la possibilità di comprenderle né siamo in grado di costatare come convengano ad esse spazio, natura e climi diversi. É come se, non potendo giungere a toccare il mare e dovendoci limitare ad osservarlo di lontano sapessimo nondimeno che la sua acqua è amara, imbevibile, salmastra: chi ci venisse a dire che esso ospita nelle sue profondità animali numerosi grandi e molteplici e che è pieno di bestie per le quali l’acqua è ciò che per noi l’aria – costui, diremmo, racconta miti e favole impossibili. Eppure questa è propriamente la realtà, questo il nostro punto di vista nei confronti della luna quando ci rifiutiamo di credere che degli uomini possano abitarla». L’ignoranza, del resto, è reciproca: «penso addirittura che loro, gli abitanti di lassù, ravvisando nella terra una sorta di sedimento e feccia dell’universo, che a fatica traspare tra umori foschie e nebbie al fondo di uno spazio buio e immobile, avrebbero ben altre difficoltà ad ammettere che essa generi e allevi animali dotati di movimento, respiro e calore». 

Dovremmo limitarci a cercare qualcosa di simile a ciò che ha permesso l’evolversi di processi organici sulla Terra oppure aprirci alla possibilità che la vita possa manifestarsi in forme realmente aliene, diverse, cioè, da come siamo abituati a riconoscerla? Entrambe le piste vengono qui esplorate. Chercher l’eau – dicono ancora oggi alla Nasa applicando un corollario della primordiale teoria di Talete. E se l’acqua si nasconde (nessuna nuvola pare oscurare il suolo lunare), che cosa vieta di pensare – dice nel dialogo Teone – che la Luna sia ricoperta di una vegetazione semidesertica? Anche da noi, in fondo, «ci sono piante, come la maggior parte di quelle arabiche, di cui si dice che non sopportino neppure la rugiada e che al contatto con l’umidità appassiscano e periscano. Non ci sarebbe quindi da stupirsi se sulla luna crescono radici, semi ed alberi che non hanno alcun bisogno di pioggia o neve e prosperano invece in un’aria rarefatta ed estiva» (che è poi lo stesso tipo di ragionamento che, sia pure riferendosi a un habitat totalmente diverso, ma non meno estremo, induce a studiare la presenza di eventuale fauna batterica nei laghi subantartici ipotizzando affinità con gli oceani sommersi sotto i ghiacci delle lune di Giove o Saturno). Ma non bisogna neanche fissarsi troppo con le somiglianze. «Chi poi pretende che i viventi di lassù abbiano con la nascita, il cibo e la vita lo stesso rapporto che è proprio dei terrestri ha l’aria di voler essere cieco di fronte alla varietà della natura, al cui interno è dato riscontrare più numerose e ingenti differenze e dissomiglianze tra esseri animati che non tra questi e gli oggetti inanimati. (…) É plausibile che gli abitanti della luna, se esistono, siano di fisico agile ed atti a sostentarsi con quel che capita». Epimenide cretese parla ad esempio di un alimento mirabilmente energetico che, assunto in quantità irrisorie (della dimensione di un’oliva, per intenderci), sarebbe in grado di nutrire per sempre un vivente: alimos, lo chiama, ossia qualcosa come “spegnifame” - e pare che ne facesse uso egli stesso per sostenere i suoi lunghi periodi di digiuno (posto che ci sia qualcosa di vero in tutto questo, perché si sa che i cretesi mentono, per qualche storico potrebbe trattarsi di una sorta di allucinogeno). Chissà in quali modi inimmaginabili la natura può aver provveduto a garantire un sostentamento a chi abita in un ecosistema totalmente diverso dal nostro! 

Qui l’erudizione solletica l’immaginazione a porre domande costitutivamente filosofiche – sono quella parte della filosofia, l’inquieto e curioso indagare, che ancora continua ad animare la ricerca scientifica e la fa essere quello che è. Non c’è vera scienza, credo, che non sia, in una certa misura, sempre un po’ fanta-. 

P.s. Per gli amanti dei mysteri di mystère, questo è anche il dialogo in cui Plutarco allude a un imprecisato continente situato 5000 stadi a ovest di Ogigia, nel cuore di quello che per noi è l’Atlantico, le cui coste sono bagnate da un mare difficile a solcarsi per la quantità di detriti portativi dai fiumi. C’è chi ci ha voluto vedere indizi di una “scoperta” greca dell’America. Ma questa è un’altra storia.

(finito l'11 ottobre 2018)

Ho parlato di


Plutarco
Il volto della Luna
(Adelphi, 2008)

trad. di L. Lehnus

198 pp. | 15 €


giovedì 21 febbraio 2019

Le radici del Romanticismo

Forse mi sto facendo condizionare dagli eventi e comincio anch'io a vedere il demonio dappertutto, persino quando mi immergo in letture che dovrebbero sottrarmi a questo offensivo presente, ma leggete qua e ditemi un po’ se queste parole non vi sembrano la messa in bella copia di quanto dichiarano quelli che se la prendono con i “numerini” delle finanziarie e le stime degli organismi sovranazionali: «qualunque postulato che affermi l’esistenza di leggi oggettive non è nient’altro che una fantasticheria umana, un’invenzione umana, un tentativo compiuto dagli esseri umani per giustificare la loro condotta, e specialmente la loro condotta disdicevole, evocando immaginarie leggi esterne e scaricando ogni responsabilità, poniamo, della legge della domanda e dell’offerta, o di una qualunque altra specie di legge esterna (in campo politico, oppure economico) che si presume essere immodificabile, e che pertanto non solo spiega, ma giustifica la povertà, la degradazione e gli altri sgradevoli fenomeni sociali». Questo perché «non esiste una struttura delle cose», e se tale struttura non esiste sarà illusoria anche «qualunque concezione che cerchi di rappresentare la realtà come dotata di una forma suscettibile di essere studiata, descritta, appresa, comunicata ad altri, e sotto ogni altro aspetto trattata in un modo scientifico». L'unica cosa che conta è allora la volontà, la possibilità di «plasmare le cose a nostro piacimento», perché «esse pervengono all’essere soltanto per effetto della nostra attività plasmatrice». Io qui ci vedo in filigrana tutta l’ostilità verso i saperi, la pratica disinvolta della post-verità, il furore con cui si disprezzano le cose che non si capiscono perché sono sicuramente “contro il popolo”, l'esaltazione narcisistica della propria intraprendenza quale soluzione di tutti i problemi - un concentrato, insomma, delle pulsioni un po' infantili che animano i nostri bravi governanti e ancor più i loro sostenitori. 

Si tratta forse di citazioni tratte da un saggio di sociologia contemporanea? Un testo di Bauman, di Beck? No, tutt’altro. Leggo queste osservazioni in un meraviglioso libro ricavato da una serie di conferenze sul Romanticismo che Isaiah Berlin tenne nel lontano 1965 e che costituisce un ottimo esempio della regale padronanza con cui gli anglosassoni sanno muoversi nella storia delle idee senza restare impantanati, come capita talvolta a noi, nella palude delle note. Per Berlin, il Romanticismo è stato «il maggior mutamento singolo verificatosi nella coscienza dell’Occidente», l’ultima grande trasformazione epocale che abbia segnato il nostro modo di interpretare il mondo. Al nocciolo dell’esperienza romantica c’è infatti il rovesciamento di tutta una serie di presupposti su cui si era basata la civiltà europea precedente, sia greca che cristiana – come per l'appunto l'idea secondo cui la realtà, il mondo, la natura costituisse un ordine dato e conoscibile (poco importa che lo fosse solo a Dio o anche all'uomo, tramite la scienza o altri strumenti). Questa vena iconoclasta maturò tra '700 e '800 in Germania ad opera di una generazione di intellettuali spiantati, outsider, personaggi culturalmente preparati ma messi ai margini da una società di cui, anche per questo, detestavano gli usi, i costumi, i tic – tutte frivolezze etichettate come “francesi”, di contro a una spiritualità e profondità considerate al contrario espressioni autenticamente “tedesche” (e sostanzialmente pietiste) – e che perciò decisero di rivoltare quella società dalle fondamenta. «Le regole vanno spazzate via in quanto tali. Questi due elementi – la libera volontà senza pastoie di sorta e la negazione dell’esistenza di una natura delle cose, il tentativo di mandare a gambe all’aria, di far esplodere la nozione stessa di una struttura stabile di una qualunque cosa – sono gli ingredienti più profondi, e in un certo senso i più insani, di questo movimento estremamente prezioso e importante». 

Già, importante. Perché per molti aspetti tutto questo è sinceramente apprezzabile. Non sarò certo io, che sono nipote di contadini e immigrati, e rabbrividisco ancora quando sento la Marsigliese, a difendere i troni dei faraoni che si credono investiti di un diritto divino. Una certa incoscienza è necessaria per gridare che il re è nudo. Tuttavia, se già la cultura romantica, che per certi versi adoro, è segnata da queste contraddizioni e da una facile propensione al delirio, a maggior ragione una delle cose che meno perdono agli odierni cialtroni sovrapopulisti è di aver inquinato con le loro sciocchezze delle giuste battaglie – anzitutto quella contro l’iniqua distribuzione delle ricchezze – perché semplicemente incapaci di reggere con le loro piccole menti la complessità dei problemi. Sgorga da questa inefficienza di fondo l’accusa ai poteri forti di contrastare, sempre e comunque, le loro tanto buone azioni. Anche se parla d’altro, pure su questo punto Berlin è illuminante. Quando la Rivoluzione si trasformò in Impero – dice – la sensazione positiva di essere parte di una storia in cammino si rovesciò in mitomania e sospetto: «è qui, secondo me, il luogo d’origine di questa nozione, che alimentò altresì la corrente della paranoia, nel senso che evocò di nuovo l’idea di qualcosa che è più forte di noi, di una gigantesca forza impersonale che non è possibile né indagare né influenzare. Ciò rendeva l’universo molto più terrificante di quanto fosse stato nel Settecento». Questa dialettica tra nobili aspirazioni e triste realtà cominciò allora, sotto forma di incubi e fantasmi. Perchè le nostre realizzazioni non soddisfano mai il fuoco che abbiamo dentro? Perché non risolviamo tutti i problemi del Paese al primo consiglio dei ministri come dichiarato in campagna elettorale? Ma perché ci sono come delle forze occulte che remano costantemente contro. Allora si pensava magari ai gesuiti o ai framassoni, a seconda del campo in cui giocavi, oggi si parla di “manine”, ma la logica è sempre quella. 

E allora vien fuori che una qualche familiarità tra questi qua e il fascismo c'è poi davvero, ma su basi inaspettate – romantiche appunto. Anche il fascismo, infatti, è figlio del Romanticismo, con la sua nozione di una volontà imprevedibile che «si apre la sua strada in una maniera che è impossibile organizzare, impossibile predire, impossibile razionalizzare. Il nocciolo del fascismo è tutto qui: quel che il capo dirà domani, in qual modo lo spirito ci sospingerà, dove andremo, che cosa faremo, non è possibile prevederlo. L’isterica autoaffermazione e la nichilistica distruzione delle istituzioni esistenti perché coartano l’illimitata volontà, che è l’unica cosa che conti per gli esseri umani; la persona superiore che scaccia quella inferiore perché la sua volontà è più forte: questi tratti sono un’eredità diretta – in una forma quanto mai distorta e adulterata, ma nondimeno un’eredità – del movimento romantico; e quest’eredità ha svolto un ruolo enorme nelle nostre vite». C’è del pericolo in quel che ami – e cadi come corpo morto cade. Senza voler fare opposta dietrologia, mi sentirei di dire che, come il fascismo è stato lo strumento di cui si sono serviti certi apparati di potere per tenere a freno la rivoluzione cooptando le masse intorno a un progetto totalitario alternativo, così l’odierno populismo è per me un modo attraverso cui i ricchi consolidano la loro forza dando ai più poveri l’impressione di essere dalla loro parte. 

Berlin sostiene in queste pagine che l’eredità più duratura del Romanticismo alla lunga sarà proprio una delle cose contro cui esso aveva più lottato. La consapevolezza che gli ideali sono incompatibili, che l'interiorità di ogni uomo è incommensurabile con quella di chiunque altro, che non ci sono misure comuni, oggettive, di riferimento accentuerà, infatti, anziché dissolvere, la ricerca di un qualche sistema convenzionale capace di garantire la sopravvivenza della specie. «Il risultato del Romanticismo è dunque il liberalismo, la tolleranza, la decenza e la consapevolezza delle imperfezioni della vita; in una certa misura, un accrescimento dell’autocomprensione razionale. Ciò era lontanissimo dalle intenzioni dei romantici. Ma al tempo stesso (ed entro questi limiti la dottrina romantica è vera) essi sono le persone che hanno insistito con maggior forza sull’imprevedibilità di tutte le attività umane. Sono dunque saltati in aria sulla bomba che avevano fabbricato. Mirando a una cosa, hanno prodotto, fortunatamente per noi tutti, quasi l’esatto contrario». Cinquant’anni dopo, però, lo scenario non sembra esattamente quello (e, per somma ironia della sorte, anche il ruolo di Rousseau, in questo processo, pare sia «stato esagerato»).

(finito il 10 ottobre 2018)

Ho parlato di


Isaiah Berlin
Le radici del Romanticismo
(Adelphi, 2001)

trad. di G. Ferrara degli Uberti

259 pp. | 29 €

(ed.or.: The Roots of Romanticism, 1999)

mercoledì 6 febbraio 2019

Le mosche del capitale

Quando l’estate scorsa (perché sono ancora fermo lì col recap delle mie letture) è morto Sergio Marchionne, e il giornale di famiglia lo salutò con una prima pagina esclusiva – di quelle che non si riservano neanche più agli artisti e ai capi di Stato – corredata da un fondo intitolato “Pioniere del nostro tempo”, ho capito che era venuto il momento di tirare fuori dallo scaffale e leggere questo libro-testamento di Paolo Volponi, un autore che mi sembra condividere l’oblio in cui sono caduti col tempo anche altri scrittori italiani che pure hanno giocato un ruolo non irrilevante nella cultura italiana del Novecento. Uno che tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 fu dirigente alla Olivetti e alla Fiat e contemporaneamente militante, poi perfino senatore, del Partito Comunista, ne ha sicuramente di cose da raccontare su quel che avveniva allora nelle stanze dei bottoni del Palazzo pasoliniano. Certo, del Pasolini saggista (a cui fu legato da un amichevole contrasto di idee) non ha lo stile incisivo, e siamo lontani anche dalla prosa limpida di un Calvino o di un Sciascia – il che non aiuta a mantenerne viva la memoria. Qui, anzi, i barocchismi abbondano, ed anche la scelta di una narrazione multifocale, sebbene affascinante, rende tortuosa la lettura. Ma soprattutto parla, Volponi, di un mondo che sembra ormai distante anni luce dal nostro, anche se ne porta in grembo le premesse, e col quale si può perciò faticare a misurarsi, specie se – come in questo caso – riferimenti a fatti e persone non sono per niente puramente casuali, ma i codici di decodificazione, nel frattempo, non risultano più così trasparenti, per lo meno per me.

«Un giorno dirò tutto, scriverò un memoriale, un libro bianco sui grandi dirigenti, sulle grandi politiche aziendali, la verità sulla ricerca e sullo sviluppo, sulle qualità produttive, sugli investimenti, sulle grandi novità tecnologiche, sui grandi, questi sì, altro che grandi, prelievi personali e soprusi, sulle mosche, sì, le mosche del capitale». A ridosso della caduta del Muro, Volponi rifuse il suo itinerario personale nella vicenda del protagonista del romanzo – un intellettuale progressista sostenitore della necessità di promuovere un’autentica “cultura industriale”, a cui per un attimo sembra affidata la guida di un’importante azienda italiana («sarebbe potuto diventare un protagonista, il primo e il più grande, di un rinnovamento e di una razionalizzazione dell’industria, in una nazione recalcitrante, arretrata, e insieme promotore, se non maestro, di una democrazia...»), salvo capire poi che si tratta di un bluff da cui esce sconfitto – e rispose a suo modo alla domanda se il capitalista italiano assomigliasse al suo mentore Olivetti o avesse piuttosto il volto terso del supermegadirettore Paolo Paoloni nel primo Fantozzi (il paragone non è azzardato: il brodo di cultura è lo stesso, e in questo libro si dà letteralmente voce, in alcune sequenze, a quell’oggettistica del potere che si ritrova anche nell’universo di Villaggio, dal ficus ornamentale alla poltrona, alla valigetta e perfino al pappagallo del grande dirigente: a mio avviso, sono le parti più suggestive e originali del romanzo, qualcosa a metà tra il bestiario aziendale e l'operetta morale). 

Il responso, ad ogni modo, è impietoso: «l’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese». Noi qui a scappellarci con le piccole-medie imprese e il “made in Italy” e l'export e il brand, ma la sostanza è sempre la stessa. Ordine, disciplina e sovvenzioni statali dietro una cortina di apparente liberismo: chi ha un lavoro ringrazi, pensi solo a svolgere il compitino senza alzare la testa che come lui ne troviamo mille altri, taccia e lasci manovrare i manovratori perché possano pagarsi la serata di lusso al Billionaire. Nessuna reale visione, nessuna capacità progettuale, nessun senso di responsabilità sociale, neppure un utilitaristico interesse a valorizzare il proprio personale. Solo un'insopprimibile tentazione per il fascismo, momentaneamente insabbiata, pronta però a riemergere per difendere «la vera democrazia, la vera libertà, la vera gente per bene che lavora e vuol lavorare», finché i padroni ritroveranno «il diritto, la voglia e l’orgoglio di essere padroni» e appoggeranno la nascita di un «regime reazionario di massa» così simile a quello in cui stiamo sprofondando. Di fatto, non è altro che un nuovo sistema cortigiano, che dietro al rispetto formale del comune sentire democratico, ha istituito «vari ordini di potere sopra gli organi del medesimo corpo aziendale: amministratori delegati dirigenti consulenti assistenti esperti quadri funzionari addetti capi, via via graduati infeudati remunerati complicizzati in teorie di sostegno, in corone pendagli lustri che comunque ripetono riflettono spandono la gloria e l’interesse del padrone. (…) I padroni più bravi e più colti, autentici capitani alla Medici o alla Krupp, arrivano addirittura a dotarsi, attraverso questo sistema di investiture, di veri e propri musei, in ogni campo del sapere e della cultura». 

Volponi denuncia insomma il tradimento degli industriali, di quegli industriali che una certa modernità aveva salutato come i nuovi cavalieri proiettati lancia in resta verso un progresso luminoso e condiviso, rivelatisi invece beceri e parassitari signorotti dell'anno Mille con dei buoni agenti di marketing. «Adesso comincio a convincermi che il grande affare del 2000 sarà vendere aria insieme al fumo, vendere acqua potabile e non, acquistare in tempo i pozzi e le sorgenti. Impadronirsi anche delle nuvole». I dati, il cloud: a Ivrea, oggi, nel terreno seminato da Olivetti sono sbocciate le convention della Casaleggio Associati. E questo ci teniamo.

(finito il 24 settembre 2018)

Ho parlato di


Paolo Volponi
Le mosche del capitale
(Einaudi, 2010)

388 pp. | 22 €

(ed. or. 1989)

venerdì 18 gennaio 2019

Bartolomé de Las Casas. La conquista senza fondamento

Il nome di Bartolomé de Las Casas è universalmente legato alla sua attività di sostegno (ma si potrebbe parlare di autentico lobbysmo) alla causa persa degli indios presso la corte spagnola di Carlo V e poi di Filippo II. Ancor prima che difensore degli indigeni, qualora mai lo canonizzassero, credo però sarebbe giusto considerarlo patrono di tutti quelli che, rovesciato il catino di Pilato, scelgono di sporcarsi le mani per una giusta causa, e poiché se le sporcano alle volte sbagliano, e poiché talvolta sbagliano devono poi sorbirsi, oltre allo scacco della sconfitta, anche le rimostranze indignate dei leoni da tastiera che non muovono mezza chiappa, ma il ditino – quello sì – lo puntano volentieri non appena scorgono una macchiolina sulla veste di chi, con la sua semplice attività, ha smascherato la loro complice ignavia. Il guaio di un’educazione nazionale affidata alle fiction Rai è che non siamo abituati a eroi che non siano stucchevoli santini e finiamo così per confondere la complessità con la corruzione, sventolando la bandierina dell’honestà. Questo libro di Luca Baccelli – una sorta di profilo intellettuale di Las Casas – ha il merito di ricordarci che sì, d’accordo, questo frate domenicano parla tantissimo degli indios e lascia poco parlare loro, persegue un progetto di proselitismo, sia pure non violento, tuttavia coerente con una concezione esclusiva della verità, ha pronunciato parole avventate sugli africani e si è imbarcato in progetti avventurosi di colonizzazione (entrambe cose di cui poi si è pentito), ma che insomma, non si può pretendere da lui che «fosse un raffinato esponente dei cultural studies o un disincantato decostruzionista; decisivo è piuttosto valutare il significato politico della sua operazione interpretativa», perché su questo piano si possono fare delle interessanti scoperte (e pazienza se il suo discorso è stato strumentalizzato dai nemici della Spagna per screditarne l’espansione, quando il loro colonialismo non era affatto migliore).

Qual è infatti questo significato politico? Per Baccelli, anche se Las Casas, come molti dei protagonisti che fecero la modernità (come Colombo, come Lutero), resta di base un uomo del Medioevo, uno che segue – da teorico – gli argomenti di Tommaso senza sognarsi di scostarsene e che si esprime spesso – da vescovo – con gli stessi toni infervorati che i papi medievali riservavano ai sovrani violenti, quando promette l’inferno ai colonizzatori per i loro misfatti, è pur sempre «fra i primi a svelare quella moderna attitudine a nascondere lo sfruttamento estremo, fino alla riduzione in schiavitù de facto sotto la superficie della libertà giuridica, che sarà sempre più perfezionata nei modi di produzione capitalistici». Vissuto in un’epoca cruciale, alle soglie dell’età moderna, Las Casas prefigura, cioè, «quella straordinaria capacità di conciliare libertà ed uguaglianza sul piano giuridico con servitù e oppressione sul piano economico e sociale, a cominciare dai luoghi del lavoro, che segnerà la modernità europea. E intreccia la critica dello sfruttamento del lavoro con quella della violenza simbolico-culturale». Fenomenologo acuto del genocidio ben prima dei lager novecenteschi, sta in un certo senso lì a dirci, ovviamente al di là delle sue stesse intenzioni, che gli orrori del XX secolo non sono una imprevedibile deviazione dal luminoso progresso della nostra civiltà, ma la conseguente prosecuzione di un’attitudine cominciata con la sistematica distruzione dell’altro maturata nelle Indie e che dovremmo perciò cominciare a considerare i campi di sterminio come l’evoluzione delle piantagioni caraibiche di canna da zucchero e delle miniere di argento messicane. Se lo dimentichiamo, quando parliamo di Rinascimento, di Rivoluzione Scientifica, di Rivoluzione Industriale, quando ascoltiamo le accorate parole dei filosofi moderni, specie quelli che parlano di libertà, ci accontentiamo solo di una metà del racconto, rimuovendone una porzione decisiva, quella che concretamente veniva prodotta oltre le colonne d’Ercole, nei tanti cuori di tenebra lontani da occhi impegnati ad ammirare forse un po’ troppo i cieli stellati sopra di noi per rendersi conto che la legge morale non si avventurava oltre l’Atlantico (già le Canarie erano zona franca: ne sanno qualcosa i Guanci). 

Insomma, proprio mentre l’Europa cominciava quel decisivo processo di sviluppo che l’avrebbe portata a dominare il mondo, Las Casas fu capace, con tutti i suoi limiti, «di cogliere in nuce alcuni elementi della sua dialettica perversa e di elaborare un embrione di “teoria critica”. Ai primordi del colonialismo egli apre al pensiero teorico-politico europeo una via differente rispetto a quelle che porteranno all’elaborazione delle “mitologie bianche” e alle giustificazioni teologiche, filosofiche e pseudoscientifiche del dominio imperiale, dalle narrazioni sul “fardello dell’uomo bianco” alla “guerra umanitaria”. Il suo lavoro teorico indica uno dei sentieri interrotti di un’altra modernità: sconfitta e tuttavia tale da offrire ancora oggi feconde prospettive critiche. La sua opera di intellettuale militante – a sua volta eccentrica rispetto alle genealogie più accreditate di questa figura – può così contribuire alla problematizzazione dell’immagine standard del pensiero politico occidentale». Lo ripeto perché ci tengo: l’Occidente è una cosa e l’altra insieme, e secondo me sbaglia tanto chi lo idolatra senza riserve, quanto chi lo si demonizza senza possibilità di appello. Uno dei motivi che rendono interessante anche sul piano teoretico la storia della filosofia è appunto provare a riaccendere quelle potenzialità rimaste inespresse nella nostra storia che possono aiutarci a misurarci anche con il presente, i controcanti e le dissonanze che interrompono l’apparente monologo. E allora anche «il realismo di Las Casas», lungi dall’essere un fattore di debolezza, «è un altro elemento della sua rilevanza teorica: rappresenta uno dei primi tentativi di uscire da quel dilemma fra utopismo impotente e ragion di Stato conservatrice che segna tanta parte del pensiero politico moderno». Tentativo che non si vede perché non valga la pena di rilanciare. 

Ora, l’ultima cosa che voglio fare è dedicarmi a quella pratica stucchevole di esibire le figurine dei buoni per dire che sono dei “nostri”. Però trovo interessante che lo stesso Baccelli metta in evidenza come questo sforzo di riflessione da parte di Las Casas maturi a partire da un’assunzione del Vangelo non quale oppiaceo, ma come stimolante. «L’alterità terrorizza»: questo l’incipit del volume. In teoria il cristianesimo, che pensa in aramaico e parla in greco, avrebbe dovuto riconoscere sin dal principio l’ineludibilità dell’inculturazione e valorizzarne le possibilità positive, col suo monoteismo bastardo in cui neppure Dio sta al di fuori di una relazione – e in parte lo fece; ma non appena cominciò a ragionare in latino, ha ricondotto questa eccedenza a un più rassicurante dispositivo di ripetizione dell’identico, applicato in modo spericolato proprio in quelle regioni che, corrispondendo alle parti ancora bianche delle mappe, si ritenne fossero lì apposta per farsi soggiogare. Come lo scriba della parabola, invece, Las Casas “estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”, andando incontro a una vita di continue “conversioni” a partire dalle sollecitazioni che il Nuovo Mondo, coi suoi mille paradossi, gli poneva sotto gli occhi. Qualcun altro, partito da quelle stesse terre, va ripetendo da un po’ di tempo che “la realtà è superiore all’idea”, opponendosi con parole miti ma forti al grande Leviatano, e a molti pare che stia rivoltando tutto ciò che è sacro. Segno che non abbiamo ancora capito in che cosa davvero crediamo.

(finito il 14 settembre 2018)

Ho parlato di


Luca Baccelli
Bartolomé de Las Casas. 
La conquista senza fondamento
(Feltrinelli, 2016)

282 pp. | 25 €