venerdì 17 agosto 2018

La fine degli Incas

Non nascondo che di episodi del passato a cui mi piacerebbe assistere dal vivo, se avessi a disposizione la macchina del tempo di Zapotec e Marlin, ce ne sarebbero a bizzeffe, nonostante il rischio altissimo di delusione a cui ci espone l'ordinarietà del reale, specie se commisurata con le aspettative suscitate dalla mediazione di fonti storiche che spesso sono riuscite a superare i secoli proprio perché hanno romanzato un po' i fatti. Ciò detto, un saltino a Cajamarca lo farei ugualmente. Non tanto la Cajamarca odierna – che per ragioni logistiche è persino rimasta fuori dalle rotte quando in Perù ci sono andato sul serio, in viaggio di nozze. No, oggi non ci sarebbe poi molto da guardare. Quella notte, però, ah, quella notte, «pochi dormirono; restammo di guardia sulla piazza, dalla quale si potevano vedere i fuochi dell'accampamento dell'esercito indigeno. Era uno spettacolo pauroso. Molti fuochi apparivano vicini gli uni agli altri sul fianco della collina: sembrava di vedere un cielo sfavillante di stelle». 

Chi parla è uno dei 168 spagnoli (bene o male tutti farabutti, guidati da un analfabeta) che, partiti da Panama con la bava d'oro alla bocca e inoltratisi per oltre 2000 km sui bricchi delle Ande, avevano finito per tagliare la strada a un'armata forte di decine di migliaia di uomini, guidata nientemeno che dall'Inca Atahualpa, fresco vincitore sul fratello Huascar nello scontro per la successione al padre Huayna Capac (ucciso, pare, da uno dei conquistadores più letali: il bacillo del vaiolo, giunto nel Nuovo Mondo con le navi di Colombo, ma molto più rapido degli umani a diffondersi poi sul continente). Questi omaccioni svezzati nel sangue delle guerre d'Italia erano perfettamente consapevoli di quanto fosse disperata la loro situazione, al punto che l'unico piano che venne loro in mente era talmente ingenuo da non avere praticamente possibilità di successo: invitare Atahualpa nel loro accampamento e catturarlo. Anche noi che non siamo mai stati su un campo di battaglia, ma abbiamo letto Montaigne e Machiavelli, sappiamo benissimo che non si deve mai, mai accettare quel tipo di inviti. Lo sventuato Atahualpa, invece, rispose. E a prima vista, pareva anche avere dei buoni motivi per farlo: quando si presentò in città, con una calma sprezzante davvero imperiale, portato a spalla su una lettiga da ottanta dignitari e preceduto da uno squadrone di indios che spazzavano il cammino su cui avrebbe dovuto transitare, molti spagnoli se la fecero letteralmente sotto dalla paura. Poi, nel giro di un attimo, tutto cambia. Le trombe, il rumore dei cannoni, l'assalto della cavalleria: in un amen migliaia di indigeni furono trucidati e Atahualpa preso effettivamente prigioniero. 

Comincia così, il 16 novembre 1532, la “fine degli Incas” annunciata dal titolo, il prototipo di tutte le future guerre dei mondi (e peccato che sulla copertina dell'edizione italiana sia raffigurato un tempio Maya, che non c'entra proprio nulla, anzi sa pure di ennesimo sberleffo eurocentrico: quei lì, ‘sti “precolombiani”, sono più o meno tutti la stessa cosa...). Comincia e per certi aspetti si conclude anche subito, con un cappotto in trasferta che non contempla gare di ritorno: «l'invasione del Perù fu una vicenda unica sotto molti punti di vista. La conquista militare precedette la penetrazione pacifica: né mercanti né esploratori avevano mai visitato la corte dell'Inca, e non c'erano resoconti di viaggiatori che ne descrivessero gli splendori. Il primo contatto degli europei con la maestà inca coincise con l'abbattimento di essa». Eppure non siamo neanche a pagina 50 di un libro che ne conta oltre 600. Di che si parla, allora? Il punto è che, se anche «la Conquista principiò con uno scacco matto», la presa di possesso effettiva del Perù non fu poi esattamente una passeggiata di pochi giorni (come si è fatto finta di dimenticare in Iraq o in Afghanistan). Questo saggio copre infatti tutto l'arco dell'invasione, da queste prime iniziative private fino all'instaurazione del vero e proprio vicereame e all'esecuzione – un mese dopo la strage di San Bartolomeo – del diciottenne Tupac Amaru, pronipote di Atahualpa e ultimo degli incas ribelli rifugiatasi nella città perduta di Vilcabamba (quella che Hiram Bingham stava cercando quando si imbatté incidentalmente in Machu Picchu), passando per le faide che condussero a morte violenta, uno a uno, tutti i principali capi della spedizione e con una curiosa appendice dedicata alle sorti degli eredi degli incas regnanti, alcuni dei quali finirono molto male, altri in un modo un po' patetico, mentre altri ancora si riciclarono bene e diventarono ricchi rentiers con nome e blasone cristiano - perché alla fin fine erano pur sempre teste coronate (e a Carlo V proprio non andava giù che un signor nessuno come Pizarro potesse mandare a morte un suo collega, anche se idolatra). 

Va detto che Hemming non indugia col patetismo e questo libro non vuole essere un'appendice alla leyenda negra, anche se poi di fatto un po' lo diventa, perché di quello si è trattato: una razzia, sia pure condotta con scrupolo notarile. «Era chiaro che gli indigeni si trovavano in balia di un gruppo di predoni», i quali riuscirono nell'intento di far passare questo saccheggio sistematico come se fosse uno pacifico scambio, in cui a guadagnarci davvero sarebbero stati, anzi, proprio gli indios: «e affinché voi possiate accettare questi tributi con meno ansia o scrupoli di coscienza, vi incarichiamo di istruire i detti indigeni nella dottrina della nostra Santa Fede Cattolica...» (così recita, per dire, un atto ufficiale datato 1550). Con molta misura, l’autore prova a ricostruire il tentativo complesso, e a suo modo affascinante, messo in atto dagli spagnoli per cercare di impiantare le loro istituzioni su un terreno totalmente alieno, esaminando le centinaia di fonti (non immaginavo fossero così tante) a disposizione, tra testi letterari, dispacci e documenti pubblici. Si dà il dovuto spazio ai più o meno eroici tentativi di resistenza, ma alla fine la conclusione è quella che è: «i peruviani erano stati strappati dalla protezione di una monarchia assoluta benevola e quasi socialistica, per finire nel mondo crudele dell'Europa feudale. Dati gli svantaggi della lingua, dell'educazione e della razza diverse, essi restarono al livello più basso della struttura feudale: solo un esiguo gruppo di aristocratici della nobiltà inca o tribale poterono apprezzare gli aspetti più squisiti della cultura europea postrinascimentale». I più diventarono semplici ingranaggi funzionali alla costruzione di quella macchina mondiale che è la moderna economia capitalistica, anche se rispetto ad altri progetti coloniali qui, sul lungo periodo, si riuscirà a formare una società meticcia. 

Un tale processo non mancò di sollevare reazioni anche critiche e discussioni molto accese – ed Hemming sottolinea più volte come in ambito spagnolo, per lo meno, il problema ce lo si pose (il controcanto autocritico, da allora in poi, è forse il frutto più prezioso del nostro repertorio intellettuale). Lo stesso imperatore Carlo, con un atto idealmente senza precedenti, decise di sospendere a un certo punto la conquista – come se fosse possibile – in attesa di un parere giuridico definitivo sulla sua legittimità: la famosa controversia di Valladolid tra Las Casas e Sepulveda, che vide la vittoria del primo, ma che nei fatti non cambiò nulla, anche perché ogni tentativo riformatore elaborato in Europa era poi puntualmente sconfessato e rimodulato dai coloni (che talora non si preoccupano più di tanto di mascherare i loro argomenti invocando apertamente il diritto allo sfruttamento: ma come? Avete messo a rischio le nostre vite per ingrandire i vostri domini e ora vogliete toglierci la nostra meritata ricompensa?). «É un fatto straordinario che le opere degli autori che recarono gli argomenti più forti a favore del dominio spagnolo non fossero pubblicate in Spagna nel XVI secolo, mentre fu pubblicata ogni cosa scritta da Las Casas»: il che fa pensare all'effettivo peso che possono avere i dibattiti filosofici o le recensioni di libri su Facebook quando a portare davvero avanti la storia sono gli spiriti animali degli avventurieri senza diploma, che di tutti quei discorsi semplicemente se ne infischiano – o, peggio ancora, approfittano di queste pubblicazioni per denunciare un sedicente “pensiero unico” e legittimare le brutalità della ben più corposa “pancia unica” da cui sono usciti. Sì, me lo immagino facilmente un Don Salviños commentare col suo scudiero Giggio Panza - di fronte al lavoro forzato nelle miniere, alle deportazioni di massa, alle morti per intossicazione o polmonite, al depauperamento indotto dai tributi straordinari imposti in cambio di quelli che non venivano pagati nel proprio vilaggio - “che pacchia queste loro gite in montagna... e li paghiamo pure per farle!”.

Ps. É interessante notare che, come accade spesso con gli eretici, la cui memoria è trasmessa proprio da quegli zelanti avversari che avrebbero voluto estirparli, così una parte non irrilevante di quello che sappiamo degli Incas e della loro ascesa è dovuto all'impegno profuso dal viceré Francisco de Toledo per dimostrare, sulla scorta di testimonianze dirette ancora disponibili, che quell'impero era recente, costruito da un'etnia proveniente da una piccola parte del Perù impostasi "tirannicamente" sulle altre popolazioni aborigene e dunque "usurpatrice" dei legittimi titoli a governare. Che, ovviamente, non avevano neppure gli spagnoli. Ma tanto bastava per dare un po' di argomenti in pasto alla propaganda.



(finito il 17 giugno 2018)

Ho parlato di


John Hemming
La fine degli Incas
(Rizzoli, 2016)

a cura di Furio Jesi

730 pp. | 13 €

(ed. or. The conquest of the Incas, 1970; 1ª ed. it. 1975)

lunedì 6 agosto 2018

Il gigante sepolto

Fino a questo punto della mia vita sono più gli autori scoperti grazie agli accademici di Svezia che non quelli di cui potessi affermare, a Nobel assegnato, «lo conosco, lo sapevo». Ishiguro stava un po’ lì a metà del guado –nome noto, ma mai frequentato prima del premio. E allora proviamolo, mi son detto, incuriosito anche dal fatto che la sua ultima opera fosse venduta come un romanzo storico ambientato però in un’epoca la cui storia può essere raccontata come se fosse un fantasy, un po’ come per gli allegri vichinghi di cui ho scritto qualche tempo fa (sono spesso coincidenze di questo tipo a orientarmi nella scelta del prossimo libro da leggere, lo confesso). Rispetto alle scorrerie normanne risaliamo ancora di qualche secolo buio, al tempo delle migrazioni germaniche. Gli anni dell’ipotetico Artù storico, grosso modo; per la precisione, quelli di poco successivi alla sua altrettanto ipotetica morte, quando l’Inghilterra era solcata da «miglia di terra brulla e incolta; qua e là scabri sentieri lungo colli scoscesi o brughiere desolate. Le strade costruite dai romani, in larga parta in rovina o invase dalla vegetazione, spesso si perdevano nel nulla. Gelide nebbie pesavano sui fiumi e gli acquitrini, rendendo un ottimo servigio agli orchi che ancora popolavano la contrada». 

Legionari e folletti sembrano poter tranquillamente coesistere, insomma, in questo universo narrativo – ed è quasi ironico, considerato che i temi-chiave su cui Ishiguro vuole richiamare l’attenzione sono quelli della memoria e soprattutto della convivenza, per ragionare sui quali il periodo evocato appare assolutamente adeguato: una soglia storica piena di ruderi affioranti qua e là a testimonianza di un passato neanche troppo remoto ma di cui ci si ricorda poco – al punto che antiche fortificazioni sono inconsapevolmente convertite in luoghi di culto –, attraversata la quale si avanza su un terreno letteralmente privo di punti di riferimento, in cui occorre reimpostare da capo la questione della condivisione del medesimo spazio, in questo caso conteso da bretoni e sassoni (ma potrebbero essere cattolici e protestanti, israeliani e palestinesi, serbi e bosniaci, hutu e tutsi, il problema è sempre quello). La domanda su cui il libro si arrovella la riformulerei più o meno così: quanto bisogna essere disposti a dimenticare per poter continuare a vivere insieme senza scannarsi a vicenda? Una domanda profondamente politica e che investe il senso stesso di una disciplina come la storia, ma al tempo stesso anche molto intima e privata, tant’è che i protagonisti della vicenda, gli iniziatori della quest, sono un marito e una moglie (Axl e Beatrice) uniti da un legame fortissimo e tuttavia imponderabile, perché vittime come tutti di una misteriosa maledizione che annebbia la memoria, e per questo combattuti tra il desiderio di recuperare i preziosissimi ricordi di una vita intera passata insieme («perché ci è stata cara») e il timore di scoprire, sparse in mezzo a quegli stessi ricordi, delle sorprese negative che potrebbero allontanarli l’uno dall’altra, ovvero tra la fiducia che il sentimento condiviso sia come il lieto fine già scritto che evidentemente nessun dissapore passato ha potuto sventare e il sospetto che il riemergere di sopite delusioni non sia poi così facile da superare una seconda volta. Come dire: se si tiene a mente tutto, ma proprio tutto, quello che è successo, se non si soprassiede, non si tira dritto, non si fa finta di non vedere, come si può seriamente pensare di stare per tutta la vita accanto alla stessa persona? «É possibile che il nostro amore non sarebbe mai stato tanto forte col passare degli anni, se la nebbia non ci avesse derubati come ha fatto? É forse grazie alla nebbia che certe vecchie ferite si rimarginano?». E però, d’altro canto, se si cede all’oblio, quell’amore che vive di opposti non si annacquerà in una stanca abitudine? «Una coppia può vantare grandi legami d’amore, ma noi barcaioli siamo in grado invece di intuire rabbia, rancori, odio perfino. O una profonda aridità. A volte, la paura della solitudine e nient’altro. Amori duraturi che sfidano il passare degli anni: di quelli ne vediamo raramente». 

Il “gigante sepolto” è appunto il complesso dei ricordi che determinano la tua identità, dicendoti chi sei, ma che ti rammentano anche chi non sei e cosa ti hanno fatto quelli che non sono come te: è un po’ come il mostruoso Hulk che fuoriesce quando la fragile psiche del dottor Banner perde il controllo della situazione. Lasciarlo dormire comporta la rinuncia ad ogni rivendicazione in cambio della pace; evocarlo significa risvegliare, con le gioie, anche i rancori, i dispetti, gli odi – e questo sia sul piano personale che su quello collettivo. «Direi quasi, signore, che l’intera nostra contrada è così. Una bella valle verdeggiante. Un bosco ameno in primavera. Ma basta scavare e, poco sotto margherite e ranuncoli, saltano fuori i morti. E non parlo, signore, solo di quelli che hanno ricevuto sepoltura cristiana. Nella nostra terra giacciono i resti di antichi massacri». Uno di questi, il più recente, vede direttamente coinvolto Axl, e qui sfera individuale e sfera collettiva si intersecano in modo particolarmente drammatico. Ishiguro sembra dire che c’è poco da fare: nessun incanto amnemonico può tenere imbrigliata a lungo la bestia. Sullo sfondo aleggia anche una domanda teologica mica di poco conto: come può essere giusto il perdono? (questione che già tormentava Primo Levi). Di più: come può essere giusto un Dio misericordioso? «Che razza di dio è, signore, uno che vuole siano dimenticati e restino impuniti i torti?», un Dio che cancella, giustifica e soprattutto scorda le colpe? Qui si richiede un supplemento di pensiero: il Risorto conserva i segni delle piaghe, ma come si può immaginare un Paradiso in cui resta una traccia, ancorché minima, dell’offesa? Eppure, senza quei segni, esso apparirebbe molto simile all’intontita Inghilterra descritta in questo romanzo, e non sarebbe poi questo granché. 

Argomenti ambiziosi, come si vede. Tutto bene, quindi? Accademici approvati per l’ultimo sgarro a Philip Roth? Sì però neanche troppo, se per finire queste poco più di trecento pagine mi ci sono voluti circa quaranta giorni e una fatica, signora mia. Certo, c’è dietro una precisa scelta stilistica, che a suo modo funziona pure – l’atmosfera volutamente onirica, questa amnesia collettiva che rende potenzialmente tutto significativo e tutto incerto, il diradarsi lento e progressivo della bruma, d’accordo. Però leggi leggi leggi e troppo spesso ti sembra di girare a vuoto. I nodi, alla fine, vengono anche al pettine (eccezion fatta, in realtà, proprio per il finale, che resta aperto ed enigmatico), ma prima di arrivarci mi sono ritrovato più di una volta spaesato come uno dei quei «viaggiatori che, volgendosi indietro al compagno di cammino, si accorgevano che quello era svanito senza lasciare traccia». E dopo un po’ sinceramente è snervante.

(finito il 3 giugno 2018)

Ho parlato di


Kazuo Ishiguro
Il gigante sepolto
(Einaudi, 2016)

trad. di S. Basso

324 pp. | 13 €

(ed. or. The Buried Giant, 2015)

mercoledì 18 luglio 2018

Racconti notturni

Tra marzo e aprile, mentre come paese sprofondavamo in questo scempio quotidiano, senza premeditarlo mi sono ritrovato a leggere una classica testimonianza di quando si è cominciato decisamente a prendere sul serio il lato oscuro della forza e la sua capacità di influenzare la nostra tranquilla routine di esseri mediamente pensanti. Oltretutto, c'è questo bel paradosso che mi ha sempre incuriosito, per cui - quando parliamo di “gotico” - a noi vengono subito in mente fantasmi, castelli diroccati, porte cigolanti, cimiteri di campagna e in genere tetre e brumose atmosfere nordiche (e a buon diritto, perché effettivamente il gotico si colora spesso di tali tinte), ma se poi andiamo a leggerci per davvero i testi fondativi del genere, si scopre che l'elemento conturbante tipico di questi scritti ha invece un’aura mediterranea e direi pure cattolica. Testi come Il castello di Otranto, L'italiano, Il monaco te lo dicono apertamente sin dal titolo che è lì che si va a parare, nei conventi della nostra Europa meridiana a bassa velocità storica, immaginata a cavallo fra ‘700 e ‘800 come un relitto medievale rimasto vergognosamente a galla nel secolo dei Lumi (ritratto un po' ingeneroso: d’accordo, ai tempi, i Viceré sguazzavano felicemente nel brodo della loro mostruosità, ma c'erano anche i Pietro Verri e i Cesare Beccaria che spiegavano al mondo l'insensatezza della tortura. Oggi invece...). 

Anche E.T.A. Hoffmann, che del gotico è uno dei massimi virtuosi, sembra condividere un’idea simile. In questi otto racconti pubblicati tra il 1816 e il 1817 non mancano certo gli ululati marini e gli spettri della fredda Curlandia (come ne Il maggiorasco, che da questo punto di vista è esemplare: «quivi non si ode mai il lieto cinguettio degli uccelli ridestati a nuova gioia ma soltanto il lugubre gracidare dei corvi e l’acuto stridio delle procellarie»), tuttavia, quando viene evocato, il diavolo veste alla spagnolesca e ha un’insolenza tutta napoletana (Ignazio Denner), così come i due personaggi che portano alla follia il povero Natanaele ne L'Orco insabbia sono un tale professor Spallanzani (un chimico omonimo del ben più noto Lazzaro, ma soprattutto collega dell'altrettanto celebre dottor Frankenstein) e l'artigiano piemontese Giuseppe Coppola, fabbricante di binocoli e barometri. Con una precisazione, però. Quando a un certo punto di “gotico” espressamente si parla, infatti, lo si fa per elogiare la forma slanciata della cattedrale medievale, che «aspira al cielo» e, proprio per questo, rappresenterebbe il «vero cristianesimo, il quale con la sua spiritualità contrasta proprio con lo spirito sensuale del mondo antico, sempre legato alla cerchia terrena» - in aperto contrasto con quanto affermato da un prosaico gesuita a difesa dell’estetica trionfante delle chiese della Compagnia così vicine alle «vivace serenità degli antichi» rispetto al contemptus mundi dei secoli bui: «la nostra patria è senza dubbio lassù. Ma finché viviamo qui, il nostro regno è anche di questo mondo» (La chiesa dei Gesuiti di G.). Non confondiamo, insomma, il tanto vituperato Medioevo, così ansioso di infinito, con l’ordine cattolico moderno – sembra dirci: è quest’ultimo che ritarda l’apocalisse. 

Però non è detto che l’apocalisse sia dominabile. L'opposizione a tratti ossessiva e morbosa tra l’idealità trascendente e una realtà materiale che la lascia appena appena presagire è uno dei temi dominanti di queste pagine, piene di porte socchiuse su un regno di forze arcane e potentissime capaci, sì, di innalzarci a stati superiori di bellezza, ma anche di travolgerci fino all’autodistruzione. «Mi parve allora veramente che la natura avesse costruito intorno a noi un gigantesco clavicordo a mille registri. Noi ci affanniamo, ci diamo da fare fra quelle corde, scambiandone i suoni, gli accordi, per suoni ed accordi prodotti da noi, a nostro piacere. E spesso veniamo feriti a morte senza neppure sospettare di essere stati colpiti da una corda stonata, toccata a sproposito...». Chi tira le fila di molti di questi racconti, non senza un pizzico di autoironia, è un “viaggiatore entusiasta” «dotato del dono della veggenza», con cui sa appunto «accostare elementi addirittura antipodici e (...) scovare certe correlazioni a cui nessuno aveva pensato». Il problema è che se guardiamo oltre la superficie rassicurante dello specchio, quella – per intenderci – che fissiamo quando ci accontentiamo di regolare il nodo alla cravatta per presentarci bene in società, possiamo anche intravedere un angolo di paradiso; più spesso, però, si finisce per risprofondare in quel substrato magmatico e oscuro da cui la coscienza si trae fuori a fatica e sempre in modo precario. Meccanicismo e mesmerismo, come più tardi evoluzionismo e romanticismo, si intrecciano in un rincorrersi di temi che, contemporaneamente, i filosofi cercavano di inquadrare nei loro sistemi. La luce più pura fa tutt’uno con l’ombra: ecco, forse, perché Parsifal si ritroverà addosso la camicia bruna e oggi, che viviamo nel tempo della farsa, le utopie più avanzate della trasparenza digitale stanno così a proprio agio con le mitologie ctonie della terra, del sangue e della razza.

(finito il 24 aprile 2018)

Ho parlato di


E. T. A. Hoffmann
Racconti notturni
(Einaudi, 1994)

Trad. di C. Pinelli e A. Spaini

256 pp. | 9,50 €

(ed. or.: Nachtstücke, 1816-1817).

martedì 3 luglio 2018

Due Sicilie

Quando poi sono partito davvero per la gita avevo un’altra lettura pronta. Con Praga, apparentemente, nessun collegamento. Eppure proprio da qualche ignota corrispondenza praghese era stato innescato l’algoritmo della libreria online che me ne aveva fatto scoprire l’esistenza (“utenti con gusti simili hanno visto anche...”, quelle robe lì). Non potevo saperlo, ma finendo nelle mie mani proprio in quel modo, il libro in un certo senso era già cominciato prima ancora di aprirlo.

Le coordinate cronologiche del racconto sono subito chiarite. Ci troviamo nel 1925, tempo di calma apparente: «tutti i cuori erano rimasti inquieti, e chi parlava di pace non si riferiva mai al presente in cui stava vivendo, bensì all’anteguerra. E se mai fosse tornata la guerra, non si sarebbe trattato di una nuova guerra, ma ancora di quella d’un tempo». “Due Sicilie” è il nome, già anacronistico in partenza, di un reggimento asburgico che, dopo aver disseminato di propri caduti i campi di battaglia di mezza Europa, si era definitivamente impantanato nel fango delle trincee. Disciolto dopo Versailles, «i suoi appartenenti si erano sparsi nei diversi paesi in cui si era frammentato l’Impero, e nessuno più sapeva dove fossero». Eccezion fatta per un colonnello, cinque ufficiali e un caporale, i quali, per il semplice fatto di risiedere tutti quanti a Vienna, continuano a mantenere un flebile legame di cameratismo, quanto basta per riavvicinarli quando uno di loro viene misteriosamente assassinato durante un ricevimento. Le premesse sono quelle di un thriller: dopo il primo, infatti, anche gli altri commilitoni cominciano a essere eliminati (uno di loro, addirittura, si perde letteralmente nel nulla, come evaporato), mentre i superstiti cercano di studiare delle adeguate contromisure. Ma non è facile. É come se la Mietitrice in persona fosse venuta a riprendersi questi reduci che, chissà come, erano sopravvissuti all’inutile strage e in un certo senso anche a se stessi. «Forse, quando siamo ritornati dalla guerra, abbiamo persino creduto di averla gabbata, la morte. Ma lei non si fa gabbare. Non che noi ci fossimo votati a lei. Non ve n’era necessità. Ma a un tratto era diventato inutile vivere. È sbagliato credere di dover sempre essere vivi. Si può benissimo essere morti. (...). Vi sono, è vero, uomini che per vivere devono restare vivi, ma ve ne sono molti altri che per essere devono prima morire». 

E vi sono poi quelli che non sanno neanche più se sono vivi o se sono morti. Il proscenio è popolato di personaggi a cui la guerra ha fatto cambiare più volte identità (chi tornava dalla Russia avrebbe potuto tranquillamente essere tornato dalla luna, si nota), al punto da non capire più chi è davvero chi, chi sta impersonando qualcun altro e chi, dopo innumerevoli giri, si è ritrovato a fingere di essere se stesso. «In fondo si può dubitare di tutto, anzi ti dirò: può darsi perfino che ci si metta a dubitare di se stessi e si finisca per non sapere più chi si è e a che punto della propria vita ci si trovi. A volte si crede davvero di essere un altro e di aver fatto cose di cui poi, come un sonnambulo, non ci si ricorda più». É la morte del cogito. Il buco nero della guerra porta a galla una verità profonda, e cioè che «l’identità di un uomo, o almeno di chi ha saputo diventare qualcuno, è una faccenda piuttosto delicata. Gli uomini finiscono per essere completamente diversi da come erano alla nascita, vivendo continuano a cambiare, divengono uomini sempre nuovi e recitano la parte di altri, mentre altri forse recitano la loro... (...) Gli uomini si trasformano senza sosta, e forse l’unica giustificazione del loro esistere è che essi, perlomeno, si trasformano». «Anche la morte non è che una metamorfosi», l’ultima piroetta di chi per tutta la vita cerca un anello che tenga a cui aggrapparsi, una trasparenza oltre la cortina fumosa del reale, perché l’insensatezza del destino «ci costringe alla ricerca di un senso; perché l’assenza di spirito ci induce a contrapporvi lo spirito; insomma perché tutto ciò che accade, anche la cosa più insensata, ci spinge a mutarci. E il mutamento è tutto». O forse no? «Ogni istante avevi la sensazione che potesse passare di lì, in barroccio, qualcuno che portava il destino o che era lui stesso il destino; ma non passava nessun barroccio, e non arrivava proprio nessuno. Sì, anche questo può essere destino: il non accadere. Che è, forse, l’unico destino perfetto». 

Insomma, se la cornice è poliziesca, con tanto di detective, si tratta però di un poliziesco metafisico, in cui si aprono mille parentesi, ma soprattutto in cui gli indizi raccolti per cercare di capire cosa unisca i protagonisti della vicenda e chi sia il colpevole, anche se alla fine sembrano condurre a una spiegazione razionale dei fatti, non arrivano però neanche lontanamente a scalfire il vero mistero – il che è forse molto più inquietante che constatare i soliti depistaggi: delle verità spicciole ce le abbiamo anche, alla fin fine, ma non servono a niente, perché la verità che conta è oltre la nostra portata, nella regione in cui gli opposti coincidono (è il vicolo cieco in cui si trova chi non riesce a liberarsi dallo schema dell’Identico, anche se non ci crede più: non si sa riconoscere il peculiare linguaggio del reale e si annuncia la fine del mondo, sia pure con grande classe). Non per nulla si avverte come una costante, irrisolta, dissonanza tra una concezione immobilistica del tempo («qui i tempi si compenetrano in maniera non facile a descriversi, il presente non soppianta il passato; tutto, passato e presente e forse anche il futuro, è un sussistere insieme; (...) qui il tempo, o non esiste affatto, o esiste con tale prepotenza che risulta indifferente cos’è già stato e cosa ha da venire: è comunque presente») e una coscienza della sua irrimediabile caducità («ecco: il tempo ha dei limiti all’interno di sé, come giunture tra le singole cose! E noi nel tempo, per quanto illimitato ci possa sembrare, arriviamo di continuo ai limiti delle infinite cose di cui esso si compone – infiniti limiti! E sempre si dice addio a tutto. (...) Noi apparteniamo sempre alla morte»). E dopo averti suggerito che «la vita incomincia a farsi interessante nei momenti in cui diventa irreale» e che «i racconti di maggior perfezione sono quelli che, per grande che sia la loro pretesa verosimiglianza, toccano il grado più alto di inverosimiglianza», ecco il sospetto che «la vita reale, però, non si manifesta nella varietà. La varietà non è che rumore. La vita reale si manifesta solo nel vuoto. È nell’assenza di eventi che – come in uno spazio vuoto, come la tentazione nella solitudine dell’eremita – irrompe la vita intera, e il suo frastuono è di tale intensità che le orecchie credono di percepire solo il silenzio, tanto immane e soverchiante come il fragore del sole che sorge è il fremito dell’essere».

Il senso incombente dell’abisso su cui siamo perennemente sospesi, coi nostri trucchi e merletti, è ben espresso da un sogno apocalittico (di quelli che ogni tanto capita anche a me di fare), che è una pagina di una potenza estrema e bellissima. Vi si immagina che il sole, divenuto instabile, cominci ad accrescere la sua massa, fino a diventare una supernova. Per sfuggire al calore, la gente prova ad accalcarsi sui monti, mentre i ghiacciai si sciolgono, inondando le valli. Ma la catastrofe è inevitabile. Chi racconta si trova sul lato oscuro della terra, quando il sole collassa: «ci accorgemmo dell’esplosione del corpo celeste per il potente fragore con cui il fuoco invase rugghiando l’altra metà della superficie terrestre, spandendosi poi su tutta la metà notturna: poteva essere il suono delle trombe del Giudizio». Poco dopo, «potemmo sollevare il capo e vedere così che l’orlo dell’orizzonte era avvolto per intero in un bagliore divampante, un po’ come in un’eclissi totale il disco nero del sole dalle lingue di fiamma della corona. Era il riflesso della metà della terra che stava bruciando. E di là da questo alone ardente vedemmo – dei pianeti trascorrenti per il cielo – quelli interni accendersi anch’essi. (...) I pianeti più piccoli bruciavano come fiaccole, le loro rocce, i loro metalli dovevano essere in fiamme. (...) Passammo la notte in adorazione della maestà di Dio». Finché, inesorabilmente, giunge l’ultima alba: «nel momento in cui l’orlo superiore del sole salì sopra l’orizzonte, un tremendo fulmine, più aguzzo delle punte di diecimila frecce immerse nella brace, ferì i nostri occhi, che non riuscirono più a vedere il sole. In quell’istante supremo l’onnipotenza del suo mistero si sottrasse a qualunque occhio umano. Le nostre orecchie scoppiarono per il fragore delle trombe e nello stesso tempo, nondimeno, tutto – la terra, l’aria, la nostra pelle e i nostri capelli – scomparve in un fuoco immane». Resta una tenuissima, agnostica, speranza: l’ultima parola del libro è «forse».

(finito il 18 marzo 2018)

Ho parlato di


Alexander Lernet-Holenia
Due Sicilie
(Adelphi, 2017)

Trad. di C. De Marchi

243 pp. | 19 €

(ed. or. Beide Sizilien, 1942)




domenica 24 giugno 2018

Il Golem e altri racconti

Nell’imminenza della gita a Praga, ho pensato bene di entrare nel mood – e poiché il libro praghese più bello che conosca (Di notte sotto il ponte di pietra, di Leo Perutz) l’avevo prestato a una collega, ho ripiegato su un grande classico già letto a sedici anni, ma di cui conservavo un ricordo nebulosissimo, nella speranza che il tempo avesse fatto il suo dovere e mi consegnasse la chiave d'accesso sfuggitami allora. Così sono andato a riprendermi questa vecchia edizione del Golem con rilegatura precaria e carta ingiallita, tutta piena di sottolineature e corredata da una cornice fitta di annotazioni scritte da me stesso medesimo adolescente. Ora, io a questi libri ultraeconomici della Newton Compton ci sono affezionato. Comprati a cadenza regolare in edicola insieme ai fumetti, ne ho accumulati pian piano una marea, raccogliendoli ordinatamente collana per collana: poi l'usura ha avuto la meglio e adesso sono quasi tutti sbrindellati, ma sono stati per me l'equivalente della biblioteca di Monaldo Leopardi e mi hanno letteralmente aperto dei mondi quando era il momento di farlo. 

Non, però, in questo caso (se si esclude il primo contatto con la kabbalah, grazie all'introduzione). Come allora, nonostante i messaggi in bottiglia lanciatomi attraverso i decenni, non ci ho di nuovo capito niente (anche perché le mie note erano più divagative che esplicative, e forse quando uno perde troppo tempo a scrivere è perché non legge poi molto volentieri). Non so se sia la traduzione magari inadeguata o il timbro dell'autore o se più semplicemente sono io, ma proprio non mi ci raccapezzo. Questo romanzo è come un lungo sogno, pieno di simboli arcani, di cui ti resta al risveglio qualche vaga percezione, ma non una consapevolezza completa della trama, appena appena del suo senso. A mio parere si avvita semplicemente su se stesso, spacciando una certa vaghezza per profondità. «I nostri sforzi per conquistare l’immortalità non sono altro che i nostri sforzi per governare quegli spettri indocili e gli elementi innati che lottano dentro di noi. Noi attendiamo che al nostro interno prenda il potere il nostro vero “ego”, uno e indivisibile, allo stesso modo in cui aspettiamo la venuta del Messia».


Ciò che si racconta, attraverso lo sdoppiamento vissuto dal protagonista in una sorta di trance ipnotica, è appunto una forma di ascesi, una progressiva riemersione di quell'identità rimossa che trova la sua raffigurazione urbanistica nel vecchio quartiere ebraico di Praga, tirato giù e poi rimesso praticamente a nuovo alla fine dell’Ottocento. «Una volta durante ogni generazione, un'inquietudine spirituale serpeggia per il ghetto, come un lampo, e si impadronisce degli animi, non sappiamo a qual fine, e prende la forma di uno spettro che appare ai nostri occhi come un'entità umana che una volta, tanti secoli fa, ha vissuto qui, e che cerca disperatamente di materializzarsi». Quel dedalo di viuzze e di passaggi sotterranei, quella stanza senza porta e con le inferriate alle finestre, da cui promana però una luce, danno un'idea anche affascinante della tortuosità del processo di rivelazione, d'accordo. Ma si vede che non sono un iniziato, perché, quando si dirada la bruma che fa tanto atmosfera, per le mani non mi è rimasto più niente.

P.s. In compenso uno dei due racconti raccolti in appendice, La morte violetta, è fenomenale. Parte come una variazione sul tema del dottor Chamberlain di Conan Doyle e finisce con un'invenzione grottesca alla Fredric Brown. Sembra a tutti gli effetti uscito da una rivista di fantascienza americana degli anni ’50, come Astounding o Galaxy e vale da solo tutte le 2000 lire del prezzo di copertina di allora.


(finito il 9 marzo 2018)

Ho parlato di



Gustav Meyrink
Il Golem e altri racconti
(Newton Compton, 1994)

Trad. di G. Pilo

256 pp. | 2000 lire

(ed. or. Der Golem, 1915)

giovedì 31 maggio 2018

It

Pare proprio che Einstein abbia impiegato meno tempo a tirare giù la teoria della relatività e a darne conto sugli Annali di Fisica del 1905 di quanto ce ne abbia messo io prima a leggere It e poi a scriverci queste due righe sopra. D’accordo, son 1200 pagine, eppure di libri voluminosi ne ho letti tanti, mi piacciono e quello di King è pure scritto come si deve, con tutte quelle maledette furberie da consumato storyteller che ti inchiodano alla pagina per vedere cosa diavolo succederà in quella dopo. Perché tutto questo tempo, allora? Mi son dato questa risposta: perché un conto è possedere un testo sotto specie di volume, in tutto il suo corpulento spessore, a implorare attenzione sul comodino, un conto è possederlo nella sua eterea veste digitale, racchiuso all’interno di un sottile dispositivo tecnologico. Sembra una stupidaggine, eppure in questo modo è molto più facile venir meno ai propri impegni (occhio non vede...) – e per un pigro come me, oltretutto, tra trovare il lettore, accenderlo e cominciare a leggere c’è sempre di mezzo non uno, ma sette mari. Per non parlare di quel sottile meccanismo psicologico per cui, man mano che sfogli le pagine di un libro, provando una reale sensazione fisica di progresso, acceleri inevvertitamente il ritmo di lettura e quando poi butti l’occhio oltre il punto e vedi che il capitolo successivo ha solo poche pagine – che vuoi fare? mica ti fermerai proprio lì? E avanti così. 

Dirò di più. Per tanti aspetti, l’ebook presenta davvero molte comodità (su questo sono un convertito della prima ora), ma gli manca ancora quel peso specifico che fa del libro qualcosa in più di un mero supporto di lettura e lo rende un oggetto da custodire, manipolare e personalizzare, persino da accarezzare ed amare. E se poi tu da anni leggi tutto con la matita in mano, il passaggio al touch non è indolore, per lo meno finché non si inventeranno (e ci arriveranno) arnesi più sofisticati in grado di riprodurre in modo davvero efficace sia l’esperienza della lettura, sia quella – assai più complessa – dell’annotazione, dello scarabocchio e della rilettura mirata (tutte cose che al momento gestisco discretamente con una determinata categoria di testi letti attraverso il pc, ma non ancora sull’e-reader portatile: e questo spiega anche perché ci abbia messo così tanto a ripensarci su, finita la lettura, e perché vada a memoria, senza citare). Inoltre, anche se non c’entra nulla, diciamolo: lo scaffale virtuale non è minimamente paragonabile a una biblioteca reale. Tant’è che mi è già successo di acquistare in cartaceo testi che avevo già letto in digitale, perché disporli proprio lì, fra quel libro e quell’altro, dice qualcosa di essenziale su di te, come un autentico specchio magico con cui misurarti quotidianamente. 

Son problemi, si capisce. Ma problemi maggiori deve avere avuto Stephen King da ragazzetto se ha saputo costruire così bene questo grandioso bildungsroman pop raccontato dalla parte dei perdenti, con le attenzioni di chi sembra esserci passato. L’attenzione è posta su quella fase di transizione tra infanzia ed età adulta in cui ci si trasforma così profondamente che si smettono di vedere mostri dappertutto, non tanto perché si matura, ma piuttosto perché ci si abitua all’orrore quotidiano, che non assumerà più le forme grottesche e tuttavia ben riconoscibili del clown Pennywise, bensì l’aspetto ordinario della violenza familiare, dell’odio razziale, della ristrettezza mentale, del bullismo – insomma, di tutte quelle forme di aggressività latente che germinano nella provincia più retriva e diventano alla fine, messe più o meno in bella copia, dopo vari caucus e meet-up, programma di governo. Per quanta strada tu possa fare, da quella stagione della vita non ti schiodi mai veramente – e le ferite apparentemente rimarginate, in un modo o nell’altro, presto o tardi, si riapriranno, quando riconoscerai allo specchio il volto butterato del sedicenne che pensavi di esserti definitivamente lasciato alle spalle. 

It è la favola amara del natio borgo selvaggio (che qui è l’ipotetica Derry, nel Maine) riscritta da uno che conosce Lovecraft ma ne ribalta l’ideologia, aggrappandosi a quella fioca speranza veterospielberghiana secondo cui i bambini, meglio se sfigatelli, salveranno il mondo perché sanno chiamare il male con il suo nome (e in questo senso è anche una variazione sul tema di E.T., con la differenza che in quel caso il focus è sulla loro capacità di cogliere candidamente ciò che è comune in chi è alieno: non saprei dire se sono entrambe sintesi riuscite degli anni ’80 o se quel che ci ricordiamo degli anni ’80 è irrimediabilmente contagiato da queste rappresentazioni così assonanti). Poi, per la verità, quei bambini un po’ sfigatelli degli anni ’80, usciti dai loro garage, hanno creato la Silicon Valley e non è ancora chiaro se siano diventati angeli o demoni, ma del resto anche per King c’è uno scarto tra la sua età dell’innocenza (gli anni ’50, prima di Kennedy) e quella del disincanto (gli ’80, appunto). Anzi la stessa ciclicità con cui It si manifesta nella storia, versando sangue che sarà poi dimenticato, mostra come il progresso sia solo un’illusione sotto cui covano sempre le solite ancestrali pulsioni. Non per nulla, a mio avviso, le pagine qualitativamente migliori sono quelle in cui si descrive la topografia di Derry con tutta la sua intricata rete idraulica che si sviluppa come un tumore appena sotto la superficie urbana. In Stranger Things tutto questo è diventato il “sottosopra” – e ci hanno aggiunto gli scienziati cattivi. Come tutti i grandi autori horror, King vira invece verso il teologico (o l’antiteologico) presentando It come una creatura malvagia e polimorfa caduta in epoca remotissima dai confini della realtà sulla Terra, dove ha trovato terreno fertile su cui attecchire. Giusto per ricordarci ancora una volta che le tanto decantate radici – che comunque ci rendono quello che siamo – alle volte sono semplicemente marce.

P.s. Venti-venticinque anni fa, quando vendeva come il pane, nonostante qualche tentativo, King non mi “prese” mai del tutto, a differenza di quanto accadde a diversi miei amici e coetanei. Penso che gli darò una seconda chance.

(finito il 18 febbraio 2018)

Ho parlato di



Stephen King
It
(Sperling & Kupfer, 2017)

Trad. di T. Dobner

1216 pp. | 21,90 €

(ed. or.: It, 1986)

lunedì 21 maggio 2018

Patria. 1967-1977

Sono nato due giorni prima dell’attentato a Giovanni Paolo II e sei prima del referendum sull’aborto, nelle stesse ore in cui a Miami moriva Bob Marley, più o meno tre anni dopo il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani e di quello di Peppino Impastato sui binari ferroviari nei dintorni di Cinisi. Per questo, quando dieci anni fa Enrico Deaglio pubblicò Patria. 1978-2008, la lettura di quel libro fu un’esperienza di progressivo rischiaramento, man mano che gli eventi rievocati cessavano di essere pura storia per diventare frammenti di vita vissuta (a scuola chiedo sempre ai miei studenti qual è l’evento storico più antico di cui hanno memoria diretta. Le risposte più gettonate, per gli attuali sedicenni, sono l’elezione di Obama o la vittoria dell’Italia ai mondiali tedeschi. Io, che ho assistito ai mondiali spagnoli, ma senza rendermene conto, ho scoperto che invece il mio ricordo più remoto è probabilmente l’incidente di Chernobyl e quell’oscuro terrore di una nube radioattiva capace di contaminare perfino l’erba dei giardinetti dell’asilo). Partendo proprio dal sequestro Moro come punto di non ritorno della nostra storia nazionale, Deaglio provava a rispondere a una domanda secca e anche un po’ imbarazzante (e badate che nessuno sapeva ancora cosa fossero lo spread né le cene eleganti): ma com’è che siamo arrivati a tutto questo? Com’è che i valori scolpiti nella Costituzione si sono sbriciolati in un solenne vaffanculo? Perché poi dire “patria” significa dire appartenenza anche affettiva a una casa comune, che spesso e volentiere viene deturpata proprio da chi più si vanta di difenderla. E difatti il suo diario retrospettivo – un impasto di sangue e calcestruzzo, mescolati l’uno all’altro con una spruzzata di eroina e tritolo quanto basta – lasciava intendere che alla fine la guerra segreta della repubblica l’avessero vinta loro, piduisti e trattativisti, mafiosi e palazzinari, evasori fiscali e neofascisti. Per inciso, quasi non si parlava di migranti, perchè in sella, sull’altra sponda del mare, ubi sunt leones, c’era ancora Lui, il colonnello libico. 

Deaglio presentava quel suo libro come un “film di carta”. Se prendiamo per buono il paragone, questo ne sarebbe dunque il prequel, dedicato al decennio che si aprì con le morti di Che Guevara, Tenco e Meroni e si chiuse con l’agguato di via Fani. Lo stile è lo stesso dell’altro volume: paragrafi relativamente brevi, scritti al presente, così da proiettarti subito sulla scena e farti sentire la voce in presa diretta dei testimoni oculari – tessere sparse di un puzzle a schema libero, che spazia dalla geopolitica alla cronaca nera. Tutto ruota grosso modo intorno al ’68, alle richieste di modernizzazione provenienti da una società in rapida evoluzione e alla spietata reazione che avallò la strategia della tensione. «L’Italia di allora era cattiva, ipocrita ed egoista. I cardinali, esangui o sanguigni che fossero, erano disumani e inquisitori, i padroni erano dei tirchi da barzelletta, la polizia picchiava e nelle cattedre, nelle scuole nell’esercito, nelle aule di tribunale era sopravvissuta una casta di impuniti che si era plasmata con il fascismo italiano, che, come sappiamo, fu un misto di protervia e codardia». Non per nulla, a scandire il ritmo del racconto, come un ritornello, è la sequenza di ciò che, pian piano, tra mille contrasti, divenne legge, diritto (momentaneamente) acquisito: la proibizione del lavoro minorile, l’equiparazione tra uomo e donna in caso di adulterio, il libero accesso all’università, lo statuto dei lavoratori, l’obiezione di coscienza, eccetera eccetera eccetera. La domanda qui è perciò un’altra, ma non meno diretta: nonostante tutti i limiti e gli errori del caso, preferivate forse davvero com’era prima? 

Ora, di quel periodo io ne so in effetti ben poco: per ragioni anagrafiche, non posso chiedermi dov’ero o cosa facevo il giorno del golpe Borghese o dei disordini di Valle Giulia, ma neppure si può dire che gli eventi di quel decennio siano entrati a far parte della narrazione familiare, se non per sommissimi capi (ricordo quel professore all’università che si rivolgeva a noi ventenni affermando che, a differenza di tutte le altre generazioni del passato, questa volta eravamo noi a ricondurre al principio di realtà quelli che erano stati i sogni e le aspirazioni dei nostri genitori. E io pensavo ai miei che, quando avevano la mia età, non erano sulle barricate, ma si stavano per sposare e si barcamenavano fra vari lavoretti – e ne traevo la conclusione che quel docente aveva letto molti libri ma non aveva una chiara percezione di come andassero le cose nelle periferie, oltre le mura delle grandi città). Ed è anche per questo che sobbalzo ogni volta che scopro che tanti odierni cialtroni sono stati leader di movimenti avanguardistici di allora. Non ci riesco proprio a immaginarmi un Paolo Liguori aggregato al gruppo aristofanesco de “Gli Uccelli”, intento a provocazioni situazionistiche come una parodia dell’incontro di Teano con la collaborazione di un vecchissimo Ungaretti: «portano capelli lunghissimi sulle spalle, come gli indiani pellerossa, e il compito che si sono assegnati è quello di contestare il sistema vecchio di contestare, anticipare i temi artistici, volare al di sopra di una politica che appare loro già vetusta». Il che mi fa pensare che per fortuna i fenomeni storici sono sempre più complessi di quanto non lascerebbe intendere il profilo dei singoli personaggi che vi prendono parte. Anche il bene ogni tanto è banale: accanto ai venticinque Basaglia che hanno posto le basi di un’Italia più moderna c’erano probabilmente decine di conformisti che hanno poi semplicemente cambiato casacca al cambiare del vento. É una delle pochissime ragioni di residua e fideistica speranza quando guardo in faccia Rocco Casalino e tutti questi sedicenti costituenti che oggi si accingono – dicono loro – a scrivere la storia e penso con un brivido a che "Patria" sarà quella che, fra quarant’anni o giù di lì, faremo cominciare nel nostro 2018.

(finito il 9 febbraio 2018)

Ho parlato di




Enrico Deaglio
Patria. 1967-1977
(Feltrinelli, 2017)


640 pp. | 22 €