sabato 23 luglio 2016

Ci rivediamo lassù

All'inizio di questa calamità avevo pregato Iddio di far sentire ai malnati in città e nello Stato che l'opera è compiuta. Ma, a espiare quell'azione che era in principio, Egli non ha preso il loro sangue, il sangue degli ingannatori, degli uomini da nulla, dei traditori di Dio. Ha lasciato invece che questi sacrificassero il sangue degli altri e sopravvivessero indenni all'assassinio del mondo. É proprio vero, se le vie del Signore non fossero imperscrutabili, sarebbero incomprensibili! Ma perché ci ha resi ciechi davanti alla guerra! Eccoli attraversare la vita barcollando, storpi e paralitici, tremuli accattoni, bimbi incanutiti, madri impazzite che avevano sognato le offensive, figli eroici cui sfarfalla negli occhi il terrore della morte, e tutti coloro che non conoscono più il giorno né il sonno e ormai non sono altro che i rottami di una creazione frantumata. E laggiù coloro che hanno ardito quest'intrusione ridono del giudice al di sopra delle stelle, il cui trono è troppo alto perché il suo braccio li raggiunga. Non è tutto compiuto? Non resta una sola cicatrice nella loro anima, che mai è stata ferita da ciò che hanno fatto, saputo, tollerato. La pallottola è entrata all'umanità da un orecchio ed è uscita dall'altro.
K. Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità, Atto V, scena 42

Ovvero: l'ennesima riprova che coi premi Goncourt si va abbastanza sul sicuro.

Immaginate che la guerra finisca domani, o tutt'al più dopodomani. Che nell'aria circoli già un fremito per le notizie che cominciano a diffondersi, sia pure col contagocce. Che la stanchezza accumulata in quattro anni di carnaio stia finalmente per sfogarsi nel collettivo sospiro di sollievo di coloro che sono riusciti - non si sa come - ad arrivare vivi fino in fondo. Immaginatevi l'ansia feroce di sopravvivenza di chi sa che, però, nonostante queste speranze, si sta ancora ballando e basta un niente, una distrazione, per finire annoverati nelle cronache tra i morti più stupidi, quelli dell'ultimo giorno, di quando non conta più niente. E poi immaginatevi un ufficiale deluso per non essere riuscito a piazzare nessun colpo degno di nota nel suo tempo di comando e preoccupato per quell'imminente ritorno alla normalità che, per uno come lui, significa automaticamente perdita del potere inebriante di vita e di morte sui propri simili e l'umiliazione di dover sgomitare da capo per conquistarsi un analogo ruolo in tempo di pace. Immaginatevi che con uno stratagemma crudele l'ufficiale in questione ordini ai suoi sottoposti un ultimo, estenuante, assalto, allo scopo di occupare un minuscolo sasso sulla carta militare, così da poter buttare i suoi quattro morti sul tavolo della pace e guadagnarsi - lui pure - una medaglia. Ecco, nel momento in cui immaginate tutto questo siete già immersi nelle prime pagine di questo libro che comincia proprio quando un capitolo della storia è in procinto di chiudersi. La guerra in questione è la Grande Guerra. Il fronte è quello franco-tedesco, lato francese. Il momento è il novembre del 1918.

Motore dell'azione, qui come in quasi tutto quello che segue, è uno dei personaggi più spregevoli e luciferini che siano mai stati immaginati, un concentrato di tutti gli antieroi della grande letteratura francese, un po' Javert, un po' Bel-Ami e un po' tutti i carrieristi contro cui si scaglia la vendetta del Conte di Montecristo. Erede di una famiglia d'alto lignaggio ma decaduta - «antidreyfusardi dal Medioevo», si dice di loro a un certo punto, con un meraviglioso anacronismo in cui ci sta tutto: la spocchia aristocratica delle origini e le meschinità revansciste degli sradicati - quest'uomo ha l'evangelica intelligenza del figlio delle tenebre che sa costruirsi una personalissima exit strategy dalla guerra, diventando così l'icona di tutti coloro che nei mattatoi della storia hanno innalzato le proprie fortune. Per una circostanza casuale che sa abilmente pilotare, si fa genero di uno dei più ricchi e potenti finanzieri di Francia, ma, non pago di quella che percepisce comunque come una subalternità, intende sfruttare questa parentela solo come trampolino di lancio per un'ulteriore arrampicata sociale. Così, dopo aver speculato sulla pelle viva dei suoi sottoposti in guerra, specula sui loro resti in tempo di pace. Quando si apre la grande questione nazionale della redistribuzione delle salme dei soldati e della costruzione di adeguati cimiteri di guerra, eccolo infatti intervenire con un progetto che per ampiezza di vedute ricorda quelli di chi ha costruito le case di sabbia all'Aquila e tratteneva a stento le risate la notte del terremoto al pensiero della nuova torta da spartirsi. Intorno a lui, un codazzo di pittoreschi lacché pronti a prostrarsi al suo innato senso di superiorità. Non scendo troppo nei dettagli, per non rovinare la sorpresa di un romanzo che è bello anche per la tensione che sa creare e che non vorrei rovinare, ma tra una mazzetta qua e un ricatto là, il tale (che ha anche un nome: Henri d'Aulnay-Pradelle), arriva a un certo punto a incamerare una quantità enorme di quattrini, travolgendo tutti i possibili ostacoli con spietato cinismo, doppiamente vincitore di una guerra che - si lascia intendere più volte in corso d'opera -, prima ancora che un conflitto ideologico o territoriale fra paesi diversi, è stato uno scontro interno, una guerra civile mascherata, di natura generazionale (con vecchi generali che mandano a morte i loro stessi figli o nipoti) e sociale (con filibustieri capaci, appunto, di consolidare fortune e capitali mentre le masse venivano sacrificate nel macello della trincea).

Il contrappunto a questa irresistibile scalata sociale è offerto da due personaggi che costituiscono per molti aspetti lo specchio rovesciato della vicenda di Pradelle e la cui storia si intreccia con quella dell'ufficiale dalla prima all'ultima pagina del romanzo. Albert e Edouard hanno due percorsi molto diversi alle spalle prima di entrare l'uno nella vita dell'altro: il primo è un contabile vagamente fantozziano, perennemente rallentato rispetto allo scorrere della vita e persino tenero nel suo candore, schiacciato da una madre popolana che quasi avrebbe sperato che quel figlio un po' inetto morisse in guerra perché almeno se ne sarebbe potuta finalmente vantare come di un eroe; l'altro è il rampollo di una ricchissima famiglia altoborghese, che vola sempre un po' al di sopra dell'esistenza media di una persona comune, anche quando scopre, da giovanissimo, dapprima un estroso talento artistico, quindi la propria omosessualità, in continua sfida con quell'autorità paterna che non gli fa mancare nulla, salvo l'affetto, e che per il buon nome della famiglia ne copre sempre le goliardate con cui imperla la sua carriera scolastica. Incarnazione, se vogliamo, del principio di realtà e del principio di immaginazione, i due si conoscono per caso l'ultimo giorno di guerra, si ritrovano uniti da un destino beffardo e finiscono per condividere l'esperienza amara del reinserimento nella vita civile, con tutte le difficoltà di chi è stato segnato indelebilmente nel morale e nel fisico dall'esperienza del fronte.

Ed è qui che si tocca con mano - come si dice in questi casi: più che in tanti libri di storia - il dramma dei reduci. Massa di manovra per spericolate e spesso insensate azioni militari, i poveracci che concretamente hanno combattuto e vinto la più grande guerra della storia si ritrovano in pratica a doversi reinventare una vita con in mano un foglietto di "arrivederci e grazie" firmato dallo Stato. Sin dalla smobilitazione, descritta come se si trattasse quasi di una deportazione, tanto che molti arrivano a rimpiangere persino la prima linea, si capisce che i veri guai cominciano ora. Quando al posto degli archi di trionfo devi affrontare l'ostilità sorda di chi la guerra non l'ha fatta in prima persona e, esauritasi rapidamente l'emozione della vittoria, comincia a guardare con sospetto questi veterani con tutte le loro pretese e i loro racconti sicuramente esagerati (da cui sorge quella terribile idea che si riproporrà anche dopo la Shoah, secondo cui in fondo in fondo chi è sopravvissuto non la racconta proprio giusta e ha qualcosa da nascondere). E si capisce la frustrazione verso una sedicente patria, che dopo averti usato, ti ha abbandonato. Gli unici soldati visti con favore sono i morti. Bella grazia. Loro non parlano, non avanzano rivendicazioni: si tratta solo di realizzare adeguati sacrari per sfruttare anche i loro cadaveri trasformandoli in mete di pellegrinaggio civile. Proprio quei cimiteri che Pradelle si sta dannando per costruire.

Ma se i cimiteri devono essere edificati lungo la linea del fronte, i piccoli paesi di provincia come possono ricordare i propri caduti? Con dei monumenti alla memoria, che diventano l'occasione per una complementare forma di business. Così la pensa anche Edouard, il quale, dopo aver toccato il fondo della prostrazione, ritrova un filo di slancio vitale architettando, con la riluttante complicità di Albert, una truffa quasi avanguardistica allo scopo di tirarli fuori dall'abisso in cui sono finiti. Con foga febbrile realizza un porfolio di progetti per monumenti intenzionalmente brutti, ovvero rispettosi dei canoni dell'estetica militare e della retorica civile, compiaciuto per tutte le trovate kitsch che riesce a inventarsi; quindi compra spazi pubblicitari offrendo il proprio servizio a prezzi vantaggiosi ai comuni che, entro una certa data, invieranno il coupon e una caparra. Naturalmente, con l'intento di scappare col malloppo un attimo prima di essere beccati. Considerando che gran parte dei capitali sarebbero giunti dalle sottoscrizioni dei familiari delle vittime, sul piano morale si tratta di una speculazione non troppo diversa da quella allestita da Pradelle. Agli occhi di Edouard appare invece come un enorme sberleffo verso la guerra, un atto iconoclasta che ben si inserisce nella mentalità di un personaggio controcorrente e contraddittorio, desideroso di segnare ai supplementari un gol che almeno pareggi i conti con quell'immenso fallilmento personale che è stato la guerra (da lui vissuta sempre, idealisticamente, come trasfigurazione del conflitto con il padre).

L'incontro tra questi due movimenti narrativi produce una serie di avventure, a tratti picaresche, che tengono avvinti alla pagina in virtù, tra le altre cose, di una scrittura che non a caso si è esercitata per anni nella produzione di thriller. Dico solo che la chiave di volta di tutta la faccenda è un personaggio sgradevole, che fa di tutto per non apparire simpatico e che infatti non lo risulterà mai, ma offre il destro per una morale della favola che, se non apre magari squarci insensati di speranza, lascia comunque intendere che sia possibile, senza essere eroi, fare qualcosa per evitare che i bastardi se ne stiano sempre al sole. 

Ps. Da quel che si legge in postfazione, in questo libro c'è comunque del vero. Pradelle è un personaggio realmente esistito, per quanto qui credo molto romanzato. La questione dei monumenti e dei cimiteri di guerra è oggetto di dibattiti storiografici in Francia. Segno che negli interstizi della storia si annidano sempre un sacco di sorprese.

(finito l'11 giugno 2016)

Il libro che viene dopo. Dicevo del Goncourt. uno dei massimi premi di Francia. Lemaitre l'ha vinto con questo libro nel 2013. Scorrendo la lista dei premiati, ho constatato a posteriori che due dei libri più belli che abbia letto in questi anni sono presenti nell'elenco, vale a dire La carta e il territorio (2010) e Via delle botteghe oscure (1972). Con questo fanno tre. Si dirà che tre rondini non fanno più primavera di due, ma è comunque una buona pista. Le Benevole (Goncourt 2006) è lì che mi guarda da tanto tempo dallo scaffale con la sua bella costoletta carminio. A sentire in giro sembrano interessanti sia Il sermone sulla caduta di Roma (2012) sia L'arte francese della guerra (2011).

Una pagina

Il tenente d'Aulnay-Pradelle, uomo deciso, selvaggio e primitivo, correva sul campo di battaglia verso le linee nemiche determinato come un toro. Era impressionante quel suo modo di non temere nulla. In realtà, non era questione di coraggio, o comunque meno di quanto si sarebbe potuto credere. Senza essere particolarmente eroico, aveva acquisito ben presto la convinzione che non sarebbe morto lì. Ne era certo: quella guerra non era destinata a ucciderlo, ma a offrirgli nuove opportunità. 
In quell'attacco improvviso di Quota 113, la sua feroce determinazione risiedeva, sì, nell'odio che nutriva per i tedeschi, sconfinato, quasi metafisico, ma anche nel fatto che, con l'approssimarsi della fine, gli rimaneva poco tempo per approfittare della chance che un conflitto come quello, esemplare, poteva offrire a un nuovo come lui. Albert e gli altri soldati lo avevano intuito: quel tale aveva tutto del signorotto di campagna, versione decaduta. Nelle tre generazioni precedenti, gli Aulnay-Pradelle erano stati letteralmente ripuliti da una serie di tracolli in borsa e di fallimenti. Dell'antica gloria dei suoi antenati, lui aveva conservato solo la Sallevière, la dimora di famiglia ormai in rovina, il prestigio del suo nome, una o due conoscenze influenti molto lontane, alcune relazioni incerte e un'avidità nel ritrovare un posto nel mondo che rasentava il furore. Viveva la precarietà della sua situazione come un'ingiustizia e riguadagnare il suo rango nella scala dell'aristocrazia era un'ambizione fondamentale, una vera ossessione alla quale era pronto a sacrificare tutto. Suo padre si era sparato al cuore in un hotel di provincia dopo aver dilapidato quello che restava. La leggenda raccontava, senza fondamento, che sua madre, morta un anno dopo, non avesse retto al dolore. Senza fratelli né sorelle, il tenente si trovava a essere l'ultimo Aulnay-Pradelle e quella situazione di "fine della razza" gli procurava un'acuta sensazione di urgenza. Dopo di lui, il nulla. L'interminabile declino di suo padre lo aveva convinto ben presto che la rifondazione della famiglia poggiava sulle sue sole spalle ed era sicuro di disporre della volontà e del talento necessari per riuscirci. 
A ciò si aggiunga che era piuttosto bello. Bisognava amare le bellezze senza immaginazione, certo, ma comunque le donne lo desideravano, gli uomini lo invidiavano, segni che non ingannano. Chiunque avrebbe detto che a un fisico simile e a un nome simile mancava solo la ricchezza. Ed era esattamente la sua opinione e il suo unico progetto.


Ho parlato di

Pierre Lemaitre
Ci rivediamo lassù

(Mondadori 2014)

Trad. di S. Ricciardi

456 pp. | 17,50 €

(ed. or.: Au revoir là-haut, 2013)

lunedì 4 luglio 2016

Il carteggio Aspern


Ma quando ritorno in me
sulla mia via, a leggere o studiare
ascoltando i grandi del passato
mi basta una sonata di Corelli
perchè mi meravigli del creato.
F. Battiato, Inneres Auge

Ovvero: la conferma che ciò che rende veramente grande uno scrittore è la fantasia con cui ricama i dettagli.


Premessa maggiore. A tutti capita di lasciare dei libri a metà, anche più di una volta nella vita, per periodi di tempo limitati (quando, per esempio, restano lì a implorare attenzione sul bordo del comodino) oppure per pause talmente prolungate da non resistere a un riassestamento casalingo e richiedere, quando che sia, una rilettura integrale, non appena si ritrova l'ispirazione per estrarli nuovamente dallo scaffale della biblioteca (a me è successo spesso - con Moby Dick, per citarne uno, poi ripreso e amato dopo una mal riuscita fuitina adolescenziale, oppure coi Demoni, mai portati alla fine). Per lo più l'abbandono è imputabile al lettore e alle sue inappellabili ragioni. Succede più raramente, ma talvolta succede, che il distacco sia invece da addebitarsi in una certa misura al libro stesso. Che può sparire, rovinarsi in modo irreparabile oppure, più banalmente ancora, non finire. É quel che è accaduto alla prima versione del Carteggio Aspern che sia entrata in casa mia, nell'edizione da edicola dei Grandi della Narrativa di Repubblica, un cinque anni fa. Probabilmente esemplare di una partita fallata, quel volumetto si interrompeva in effetti in modo un po' troppo brusco per un testo fin lì calibratissimo e molto sorvegliato. Non si trattava di una cesura evidente - per dire: una frase interrotta a metà; anzi, poiché dal punto di vista dell'impaginazione tutto appariva perfetto, per quel che ne sapevo poteva trattarsi davvero della chiusa della storia. Coi mezzi oggi a disposizione non mi ci volle però molto per avere la conferma che lì mancava invece un intero capitolo, l'ultimo (in altri tempi, anche solo vent'anni fa, una verifica così rapida sarebbe stata più difficoltosa e questo mi ha fatto per un attimo fantasticare sul significato che potrebbero assumere certi libri se, all'insaputa del lettore, fossero sistematicamente privati del finale voluto dall'autore). Decisi allora che, alla prima occasione, quel libro me lo sarei dovuto procurare, anche in un'altra edizione, non tanto e non solo per sapere come andava a finire la storia (se fosse stato solo per quello, infatti, avrei potuto ricorrere facilmente ad altri espedienti), ma perché quel racconto e quell'autore meritavano a mio avviso di occupare dignitosamente uno spazio nella mia libreria. 

Così, dopo qualche tempo, acquistai un'altra versione del romanzo, integrata con altri due racconti di Henry James. Non per questo, però, ne ripresi subito la lettura. Perché ciò accadesse si rese necessaria una premessa minore. La scelta di cominciare un libro è un evento che devo preparare. Ora, fra le mie varie fissazioni vagamente archivistiche c'è un innato amore per le cronologie (che fa il paio con quello topografico per le mappe), una cui ramificazione investe la sfera degli anniversari e delle ricorrenze, monitorati sempre con una certa attenzione. Si dà il caso che il 28 febbraio del 2016 siano trascorsi cento anni esatti dalla morte di Henry James e per onorare questa cifra tonda, sin dai primi di gennaio, ritenni che fosse giunto il momento di riprendere quella storia rimasta in sospeso e conoscere finalmente la sua conclusione. Senonché, per un corollario della premessa maggiore, il sopraggiungere del concorso per diventare insegnante ha innescato la mia ontologica incapacità di concentrarmi su altro che non siano testi attinenti allo studio, provocando un nuovo rallentamento nella lettura, che si è realmente risolta, dopo diversi mesi, a fine maggio. Ma ne è valsa la pena. Ritornare a leggere è un segno che si è ritornati a vivere.

Il plot è semplice: un critico letterario inglese sbarca a Venezia perché è venuto a sapere che qui vive ancora, nel silenzio di una vita appartata e quasi povera, con la sola compagnia di una nipote non troppo brillante, la donna celebrata molti anni prima, sotto il nome esotico di Juliana, dal poeta Jeffrey Aspern, eroe fittizio che assomma in sé, idealizzandoli, i tratti dei grandi autori romantici inglesi (in particolare Byron e Shelley). Sfidando la riservatezza di questa donna inacidita e disillusa, il protagonista allestirà una complicata trama per cercare di ottenere, senza darlo a intendere, le lettere inedite che Aspern a suo tempo le aveva inviato e che lei pare ancora conservare, refrattaria però a qualsiasi forma di divulgazione. Per inciso, sembra che la vicenda abbia un solido aggancio in un episodio realmente accaduto a un discepolo di Shelley, di cui James venne a conoscenza e che annotò in una pagina del suo diario.


Tutto ruota intorno alla sconfinata ammirazione che il nostro critico nutre nei confronti del suo idolo Aspern e al contrasto che emerge tra l'immagine della giovane Juliana e la realtà della sua controparte anziana, relitto di un'età lontana e (per un esteta) delittuosamente attaccata al denaro al punto da contrattare sull'affitto come la più meschina delle megere. «Non c'è più poesia nel mondo», si legge a un certo punto - e questo anche perché novità come la fotografia «hanno annichilito la sorpresa» (e si noti la finezza di questa intuizione, buttata lì quasi come se nulla fosse). Il protagonista stesso è un uomo che si aggira nel passato, interessato - da critico qual è - a far risuonare la voce «di scrittori migliori di me: i grandi scrittori soprattutto... i grandi filosofi e i grandi poeti del passato; di quelli che se ne sono andati, sono morti». E inevitabilmente torna ancora a galla il Battiato malinconico che cerca di recuperare «l'incantesimo / di perdute esistenze / che non saranno mai le speranze / di presenze intorno a noi».


Eppure, su questo sfondo che non si sottrae all'impressione di una rappresentazione benignamente ironica, ogni tanto si ha come il bagliore di un'epifania. Il circuito sembra chiudersi e il passato appare a portata di mano, anche se sempre un po' più in là rispetto alla presa, come perennemente sfuggente. Quando il protagonista si trova faccia a faccia con Juliana - dice - è come se avvenisse «il miracolo della resurrezione. La sua presenza sembrava in qualche modo contenere ed esprimere quella di lui, e nell'istante in cui la vidi, gli fui vicino come non ero mai stato prima e non sarei mai più stato dopo». "Lui" è ovviamente Aspern. Il brivido si fa quasi ossessione: ora è desiderio di sfiorare la mano che aveva toccato quella di Aspern, ora stupore al pensiero che quella particolare voce era la stessa che aveva sentito Aspern, ora tremito nell'incrociare uno sguardo che era stato a sua volta fissato da Aspern, in una catena di rimandi che fa da ponte fra le generazioni e consente quasi di intravedere l'origine. Le due donne, zia e nipote, «saldavano una continuità tra la mia vita e l'illustre esistenza che le aveva toccate agli albori». Risuona qui l'entusiasmo del discepolo che ascolta dalla viva voce dell'apostolo il racconto vibrante della sua vocazione sul lago di Galilea (Ireneo di Lione ricorda con analogo afflato la piazza dove il vescovo Policarpo era solito parlare di quello che aveva udito da coloro che avevano visto il Signore). Se non fosse che Juliana è terribilmente reticente, persino ostile; simbolicamente, «sugli occhi portava una orribile visiera verde che le serviva quasi da maschera», in modo da rendere impossibile un contatto visivo diretto con lei. Così l'incanto si spezza, il passato torna a essere inghiottito in una nebulosa imperscrutabile, le tracce si perdono definitivamente. Dopo una lunga e dispendiosa forma di corteggiamento, la possibilità di riallacciare quel legame, attraverso la riesumazione del carteggio ambito, finisce per essere subordinata a una scelta che il protagonista non se la sentirà di fare (lui, che pure, per altri aspetti, sembrava invece disposto a tutto pur di metter mano su quei fogli!).


Ripeto, qui c'è dell'ironia. Ma il filo della memoria che si trasmette precario, di voce in voce, nello scorrere degli anni, è realmente ciò a cui tutti siamo appesi. Negli occhi dei nostri genitori noi possiamo vedere come il riflesso degli occhi dei loro genitori o dei loro nonni, del cui transito terreno ci resta spesso pochissimo fra le mani, fuorché le mani stesse e le segrete dinamiche di quel codice che ci rende in parte quel che siamo e in cui conserviamo le conquiste di tutti gli altri nostri incalcolabili antenati. Io la vagheggio spesso, questa possibilità di interrompere la corsa del tempo e ripercorrerla a ritroso, contrastando per un momento la bufera che ci scaraventa a velocità folle verso il punto di fuga della storia, così da trattenere, di quel passato, di quel cumulo di vicende da cui veniamo, un'espressione, un tono di voce, un cenno della testa che, scomparso l'ultimo testimone diretto, sarà altrimenti perduto per sempre. C'è qui il rammarico per non aver mai raccolto organicamente i racconti di guerra e pace dei miei nonni, ma anche la paura di immaginare eternamente sepolte in un supporto tecnologico obsoleto l'equivalente moderno degli antichi carteggi. Più in generale, è un senso di vertigine per essere come sospesi su un atollo di pochi ricordi nel grande oceano della dimenticanza, che pure è necessaria per vivere. Per questo, sento come un fremito alla notizia, letta proprio in questi giorni, del ritrovamento, in una grotta della Linguadoca, di piccole steli disposte secondo schemi circolari presumibilmente da uomini di Neanderthal vissuti circa 175 mila anni fa. Questo cumulo di rocce è, oggi, il mio carteggio Aspern.


Post scriptum/1. James scrive divinamente. «Che accade alle impressioni nei lunghi intervalli della coscienza? Dove vanno a nascondersi? In quali stipi, in quali anfratti inesplorati del nostro essere si annidano? Assomigliano alle righe di una lettera vergata con l’inchiostro simpatico: tenete la lettera al fuoco per un po’ e il grato tepore farà trapelare le parole invisibili. É il tepore di questo sole dorato di Firenze a ricomporre il testo della storia d’amore della mia giovinezza, oggi spiegata davanti a me come una nitida pagina bianca e nuova». Mi arrendo. Quando mi imbatto in periodi di questo tenore, la cui densità è come alleggerita dall'eleganza, sono capace di fermarmici sopra per dieci minuti. É anche per questo che sono così lento a leggere. E James è esattamente quel genere di scrittore che mi fa andare ancora più piano. Una autentica slow reading.


Post scriptum/2. Come evidenzia la breve citazione precedente, a leggere gli americani che parlano dell'Italia si capisce perchè poi decidono di dare l'Oscar a film come La grande bellezza. L'Italia, qui, è tutta luce e calore, la primavera della vita, un'immensa scenografia (per quanto, in Daisy Miller, James ci offra anche il contraltare del newyorchese abbruttito, che non trova nulla di realmente interessante in Europa rispetto al proprio paese, dove ha sede la ditta di papà).

(finito il 22 maggio 2016)

Il libro che viene dopo. James meriterebbe un approfondimento. Per gusti personali e per chiara fama, tanto varrebbe cominciare da Giro di vite.


Una pagina (102-103)

Chissà perché fu proprio in quella occasione che più che mai mi colpì la strana aria di socievole contiguità e di vita domestica che rappresenta buona parte del fascino di Venezia. Senza strade e veicoli, senza il frastuono delle ruote e la brutalità dei cavalli, con le sue stradine tortuose dove la gente si raccoglie insieme, dove le voci risuonano come nei corridoi di una casa, dove il passo umano si muove quasi a scansare gli spigoli dei mobili e le scarpe non si consumano mai, il luogo ha il carattere di un immenso appartamento collettivo, con Piazza San Marco che fa da salotto buono, e gli altri palazzi e le chiese che fungono da grandi divani per riposare, da tavole per intrattenersi, da superfici decorative. E in qualche modo lo splendido domicilio comune, familiare, domestico, sonoro, assomiglia anche a un teatro con gli attori che scalpicciano sui ponti e, in disordinato corteo, saltellano lungo le fondamenta. Mentre si è seduti in gondola, i marciapiedi che in certi punti costeggiano i canali assumono per lo sguardo l’importanza di un palcoscenico, con la stessa angolatura, e le figure veneziane, nei loro andirivieni contro lo scenario delle sbilenche casette da commedia, danno l’impressione di essere i membri di una infinita compagnia drammatica.


Ho parlato di




Henry James

Il carteggio Aspern 
e altri racconti italiani
(Garzanti 2009)

Trad. di G. Lonza

220 p. | 9 €

(ed. or.: The Aspern Papers, 1888; Daisy Miller, 1878; Diary of a Man of Fifty, 1879)



Nota. Gli altri due racconti contenuti in questa raccolta sono Daisy Miller e Il diario di un uomo di cinquant'anni. Se Il carteggio Aspern è ambientato a Venezia, questi altri due sono inscenati per lo più a Roma e Firenze.

sabato 2 gennaio 2016

Sottomissione

Si lavora in uno spazio vuoto e dagli studenti e dai professori giapponesi, 
nel migliore dei casi, giunge un'eco, ma nessuna risposta.
K. Lowith, Lettera a Bultmann (14 febbraio 1939)

Ovvero: anche se con quasi un anno di ritardo, anch'io alla fine ho letto il libro dell'anno.

Una premessa obbligata, l'ennesima. Per inveterata abitudine, allorquando le vetrine si riempiono di un libro bello, importante, che segna il tempo, anziché comprarlo subito, di solito mi procuro uno dei testi precedenti, se non addirittura il primo, che l'autore di quel libro ha scritto. C'è una punta di civetteria in tutto questo: il gusto di non essere obbligatoriamente sul pezzo, di poter rispondere ai critici dell'ultim'ora "sì, d'accordo, però l'altro suo libro..."; forse persino un po' di ottuso pregiudizio storicistico, in base al quale le cose bisogna sempre cominciarle per benino, dal principio. Ma c'è sotto anche l'idea un po' più sostanziosa per cui un paese lo si visita davvero non tanto standosene comodi fra le mura di un resort, ma perlustrandolo in lungo e in largo, ovvero che per inquadrare adeguatamente un problema occorre fare qualche passo indietro e posizionarsi in modo da sfruttare appieno tutte le possibili fonti di luce - che è un po' anche il motivo per cui, spesso e volentieri, quando viaggio, passo oltre certi monumenti da cartolina e mi apposto con maggior piacere nelle piazze laterali, dopo esserci arrivato per vie poco trafficate. Su tutto questo si innesta inoltre una certa usanza acquisita da ragazzino, quando dovevo gestire con oculatezza i pochi denari a disposizione per comprarmi i libri e, tra una singola, costosa, edizione cartonata e fresca di stampa di uno scrittore non ancora frequentato, e che poteva perciò anche non piacermi (per quanto sulla bocca di tutti), e - poniamo - tre bei tascabili, di cui almeno due ritenuti affidabili per rodata consuetudine, optavo sistematicamente per la seconda soluzione, perché anche la quantità ha le sue ragioni e non c'era comunque un'ebay a disposizione per disfarsi in qualche modo dell'eventuale sòla. Aggiungo, infine, che il tempo spesso fa il suo dovere e, talvolta anche solo con qualche mese di distanza, ti consente di constatare che di quel libro apparentemente irrinunciabile in realtà si poteva poi tranquillamente fare a meno.

Tutto questo per dire che anche con Houellebecq, in un primo momento, le cose non sono andate diversamente. Entrato nella mia biblioteca anni fa per il suo saggio su Lovecraft, non mi era però mai passato per le mani uno dei suoi romanzi, che pure da tempo occhieggiavo, stimolato da molteplici consigli. Così, non appena Sottomissione si è guadagnato la ribalta delle cronache (ahimé, non solo letterarie), una decina di mesi fa, ho colto la palla al balzo e mi sono procurato La carta e il territorio. Ovvero, come accennavo sopra, il penultimo libro che ha scritto. E ho fatto bene: perché quel libro è bellissimo. E perché, leggendo nel risvolto di copertina di Sottomissione che quest'ultimo sarebbe "il romanzo più visionario di Houellebecq", avrei potuto rispettare il copione e puntualizzare "sì, d'accordo, però l'altro libro..." (e con delle buone ragioni, oltretutto: La carta e il territorio è davvero un libro potente, assai più apocalittico di questo, ed anche estremamente originale nella sua composizione, per così dire, a patchwork, nonostante un impianto a prima vista molto classico).

Poi però non ce l'ho fatta. La carta e il territorio mi ha colpito a tal punto che la curiosità di andare a vedere per davvero, al di là delle banalizzazioni giornalistiche, come Houellebecq avesse scelto di trattare un argomento spinoso come quello della possibile elezione di un presidente musulmano nella Francia del prossimo futuro ha preso il sopravvento e mi ha indotto a contravvenire alle regole di un metodo che tutto sommato ha sempre funzionato a dovere. Così ho comprato il libro. E l'ho pure letto, stranamente, in tempi rapidi.

Per cui, eccoci qua. Sottomissione, che poi è una possibile traduzione di "islam": il libro che Salvini aveva così voglia di annunciare a tutti su Facebook che stava leggendo da fargli trascurare il dettaglio non proprio irrilevante che sarebbe uscito in libreria solo il giorno dopo la pubblicazione del suo post, e su cui peraltro ha poi omesso ogni commento, anche perché, posto che sia mai arrivato alla fine, non deve avere apprezzato molto dove effettivamente andava a parare. Ed è questo uno dei meriti di un autore che, quando fa letteratura, sa spesso essere irritante come pochi, ma raramente banale. Già, perché, con l'indotto di discorsi che ha suscitato, uno si sarebbe aspettato come minimo una roba tipo la bandiera nera del califfo innalzata sulla Tour Eiffel e il pubblico rogo dei capolavori del Louvre ad opera di esagitati mujahiddin. E invece la provocazione che anima il libro è molto più sottile (e meno male che Houellebecq l'ha scritto prima di Charlie Hebdo e del Bataclan, perché se no, forse, una tale sottigliezza si sarebbe persa, almeno a giudicare da certe sue interviste concesse in questi mesi, decisamente più scontate).

L'ipotesi futuristica su cui si regge la trama è la seguente: alle elezioni presidenziali francesi del 2022, al termine di un secondo, incolore, mandato di Hollande, Marine Le Pen conquisterà a mani basse la maggioranza relativa al primo turno (34,1 %),  un po' come effettivamente accaduto alle ultime amministrative, qualche settimana fa. Il problema è che, al secondo turno, anziché trovarsi di fronte il solito sparring partner gollista o socialista con cui replicare il consumato teatrino dello scontro tra fronte repubblicano e neofascismo, dovrà vedersela con un avversario del tutto inedito e spiazzante, tale Mohammed Ben Abbes, candidato della Federazione musulmana, giunto secondo col 22,3 % (a un incollatura dal candidato di sinistra, mentre il candidato di destra sprofonderà, secondo questa previsione, a un irrilevante 12%). Effettivamente, l'idea è tutt'altro che peregrina. In un sistema democratico bloccato e sempre più delegittimato come quello occidentale, in cui i partiti tradizionali appaiono sempre più come gang rivali che si limitano a spartirsi periodicamente il potere negando rappresentanza a quelle ali estreme che pure sono maggioranza d'opinione nella società (così la mette giù Houellebecq, ma non pare troppo lontano dal vero), la comparsa di un partito islamico moderato sarebbe forse in grado di scompaginare davvero le carte, soprattutto in un paese come la Francia, dove potrebbe contare sul voto di milioni di immigrati di prima e seconda generazione, divenuti ormai a tutti gli effetti cittadini della repubblica. Il passo successivo è quello di immaginare un appoggio di tutte le forze sconfitte al primo turno in favore di Ben Abbas, con un'operazione politica che mira ancora una volta a silurare i lepenisti e per la quale Houellebecq si diverte anche a individuare un utile idiota di copertura nella figura di François Bayrou. La situazione, lo si capisce, ha tutti i requisiti per diventare incandescente. Già in occasione delle recenti regionali, il premier Valls ha paventato il rischio concreto di una guerra civile, suscitando per questo non poche polemiche. Il libro ci presenta una situazione simile, sia pur esasperata. Seggi blindati, tensione strisciante, sensazione di una catastrofe imminente: elezioni che devono addirittura essere ripetute a causa di assalti armati a seggi di provincia. Poi, però, alla fine tutto scorre liscio e Ben Abbes diventa come previsto il primo presidente francese di religione musulmana.


Se questo è l'aspetto shockante su cui più hanno insistito i media, la vera trovata del libro sta però nella descrizione del profilo politico di Ben Abbes. Il quale non è affatto un talebano, ma un musulmano moderato, che non vince perché inneggia al jihad, bensì - ecco il paradosso - perché parla sostanzialmente il linguaggio rassicurante dei valori, della famiglia e della morale tradizionale, ossia lo stesso linguaggio delle destre, specie quelle religiose, ma con lo scudo dell'antirazzismo che lo tutela da eventuali attacchi da parte delle sinistre. Per Ben Abbes i terroristi sono solo una manica di dilettanti, che pretendono di strappare a forza all'Occidente qualcosa che l'Occidente, intorpidito, è in realtà sin troppo disposto a cedere senza particolari proteste. Il suo colpo di genio politico consiste nell'occupare, con toni sempre molto suadenti e concilianti, tutto quell'enorme campo che l'Europa laicizzata e secolarizzata ha abbandonato alle scorrerie di gruppi estremisti impresentabili. Il jingle è insomma sempre quello, Dio-patria-famiglia: solo che ora, invece di "Dio", si dice "Allah". Ma questo non impedisce una sorta di entente cordiale con i cristiani. «Il vero nemico dei musulmani, quello che temono e odiano più di qualsiasi altro, non è il cattolicesimo: è il secolarismo, la laicità, il materialismo ateo». In quest'ottica i cristiani sono, in fondo, solo dei compagni che sbagliano, con cui bisogna pazientare il giusto prima che giungano a convertirsi in massa (cosa tutt'altro che impossibile: in fondo è già capitato in Medio Oriente e nel Nord Africa proprio al tempo delle prime conquiste arabe). Sul lungo periodo, l'obiettivo che Ben Abbas persegue è sostanzialmente quello di un'integrazione europea che ritrovi il suo baricentro nel Mediterraneo, una sorta di Eurabia capace di riproporre il modello vincente dell'impero romano e permetta così al vecchio continente di rientrare nel giro mondiale delle potenze che contano.


Quello che si prospetta è insomma un nuovo Medioevo, ma non nel senso di una ricaduta nelle tenebre, come se lo rappresenterebbero gli illuministi, bensì come ritorno glorioso a una comunità di popolo affratellata dalla fede e dalla convinzione di essere parte di un destino più grande - la grande rivincita del trascendente su un umanesimo laico che ha fallito il progetto di costruire una convivenza in grado di funzionare (e non per nulla una parte del romanzo si svolge nel cuore della Francia carolingia, a Rocamadour, intorno al suo santuario della Madonna Nera). La provocazione di Houellebecq è tutta qui: il pensiero occidentale si è così inaridito e impoverito, è così nevrotico e desolante, che l'apparire di un'idea tanto potente potrebbe non avere problemi a spazzarlo via in un soffio e a imporsi docilmente, dando semplicemente una coloritura leggermente esotica al tradizionale affetto che si nutre per ogni forma di Ordine e Stabilità (questo discorso naturalmente vale solo per l'Occidente: la Cina è un mondo a sé, una sfinge impenetrabile, che richiederebbe un altro sforzo creativo, forse un altro romanzo per essere decifrata). Non a caso il protagonista del racconto è appunto un professore universitario annoiato, uno studioso di Huysmans che legge molto, scrive saggi, tiene corsi ma sguazza sostanzialmente in un mondo accademico totalmente autoreferenziale, unicamente finalizzato a replicare se stesso senza apportare alcun contributo reale alla vita della società. «Chi raggiunge lo status di docente universitario non immagina neanche lontanamente che un'evoluzione politica possa avere effetto sulla sua carriera: si sente assolutamente intoccabile».


In realtà, qualche prezzo da pagare, anche qui, c'è. Per insegnare nelle nuove università musulmane (finanziate dai petrodollari delle monarchie del Golfo, come già accade ora per le squadre di calcio) bisogna convertirsi, e naturalmente essere maschi. Più in generale, si legittima la poligamia e le donne vengono allontanate da tutti i luoghi di lavoro, ma con intento - così si argomenta - non discriminatorio, bensì allo scopo di restituire alla famiglia il suo ruolo di cellula base della società. Sono, queste, le pagine più sottilmente ironiche del libro, quando la politica del presidente islamico è presentata in pratica attraverso gli stessi slogan dei teocon di casa nostra. Per illustrare l'indirizzo economico impartito da Ben Abbes, oltre al principio di sussidiarietà, Houellebecq fa ripescare al suo personaggio (costruito in modo che sia impossibile non ammirarlo) addirittura il concetto di distributivismo, una sorta di capitalismo di stato che era stato proposto da alcuni cattolici, come Chesterton, all'inizio del '900 (suscitando con ciò il panico nei giornalisti, mediamente ignoranti, che ovviamente non ne sanno nulla). All'atomizzazione individualistica si sostituisce così un modello organicistico che fa appunto della famiglia il nucleo dei processi economici, con tutta una serie di curiose implicazioni che lascio al lettore scoprire.


Potremmo chiamare tutto ciò "l'ultima tentazione dell'Europa", la possibilità per questo continente disperato di trovare in extremis una via d'uscita alla sua malattia terminale, sottomettendosi - appunto - all'islam. Dove il focus non è tanto centrato sullo spauracchio del Turco (fascinosamente "normalizzato"), quanto sull'evanescenza della modernità e sulla sua incapacità di legittimare se stessa: una polpetta avvelenata di faziosità, si capisce, ma non per questo meno efficace rispetto al suo scopo. Siamo curiosamente dalla parti della famigerata lezione di Benedetto XVI a Ratisbona. La parabola che percorre il protagonista del romanzo non è del resto troppo dissimile da quella intrapresa dal suo idolo Huysmans, che dopo aver attraversato in pieno le fasi dell'estetismo e della decadenza, era approdato infine al cattolicesimo più tradizionale. Solo che Huysmans era in netto anticipo sui tempi, e parlava di decadenza nel bel mezzo della belle époque. Ora che l'Europa, in quanto tale, si è definitivamente suicidata, e che, anche per questo, quel ritorno al cristianesimo non è più percorribile, l'Islam diventa seriamente un possibile approdo ideale e una reale occasione di stabilizzazione sociale, tanto più credibile in quanto il suo rigoroso monoteismo appare ancora più coerente con una concezione patriarcale e familistica della società. Il che mi fa pensare a due cose. La prima è che, senza farlo apposta, mi sono ritrovato a leggere in sequenza due libri che, a distanza di un secolo l'uno dall'altro, si pongono per molti aspetti lo stesso problema e prospettano due soluzioni così opposte da apparire affini (e forse, chissà, fra un secolo si leggerà questo Houellebecq come oggi si può leggere Rolfe, che del resto era contemporaneo di Huysmans). La seconda è che, alla fin fine, tutto quell'armamentario dogmatico cristiano che tanto fa storcere il naso ai mistici, il suo monoteismo incongruo e trinitario, la sua insistenza sulla carne, il suo lato materno e indulgente emergono implicitamente anche da un autore come Houellebecq, che certo non ha la minima intenzione apologetica, quali antidoti reali ad ogni forma di conservatorismo sociale (e rendono perciò ancora più aberrante il tradizionalismo cattolico, in quanto oggettiva perversione della sua autentica teologia, strutturalmente eversiva). Si veda intorno a pagina 230: «Invecchiando (...) mi sentivo più interessato a Elohim, il sublime coordinatore delle costellazioni, che al suo insipido rampollo».


Ma così mi spingo fin troppo in là e rischio di far passare questo libro come un testo morigerato e claustrale, quando invece è come sempre pieno di pompini e di apprezzamenti sui culi delle donne. Chiudo invece riprendendo l'inizio di queste considerazioni. Nelle prime, bellissime, pagine del libro, Houellebecq dà infatti una descrizione memorabile di cosa significhi "girare intorno" a un autore. «Solo la letteratura - scrive - può permettere di entrare in contatto con la mente di un morto, in modo più diretto, più completo e più profondo di quanto potrebbe fare persino la conversazione con un amico; per quanto profonda e solida possa essere un'amicizia, in una conversazione non ci si abbandona mai così completamente come davanti a una pagina bianca, rivolgendosi a un destinatario sconosciuto. Certo, è ovvio che quando si tratta di letteratura la bellezza dello stile e la musicalità delle frasi hanno la loro importanza; la profondità di riflessione dell'autore e l'originalità dei suoi pensieri non sono da disprezzare; ma un autore è innanzitutto un essere umano, presente nei suoi libri, e in definitiva il fatto che scriva molto bene o molto male conta poco, l'essenziale è che scriva e che sia, effettivamente, presente nei suoi libri. (...) Pertanto, un libro che amiamo è soprattutto un libro di cui amiamo l'autore, che abbiamo voglia di ritrovare, con il quale abbiamo voglia di passare le nostre giornate». E questa - oltre che una singolarissima professione di umanesimo radicale in un ostinato antiumanista (Petrarca non avrebbe infatti saputo dire  meglio) - è anche una delle più belle giustificazioni del piacere della rilettura, pratica cui mi dedico sempre con passione, anche se nella logica del consumo può apparire insensata. Che bello, invece, sapere che lì ci sarà quella risposta, che in quella descrizione c'è proprio quella parola, che quel personaggio farà esattamente quello che sappiamo dovrà fare (provate a pensarla al contrario: che selva sarebbe se non fosse, per sempre, selvaggia e aspra e forte? Che sarebbe di Achab se non facesse, sempre, la stessa fine?). Che bello perfino prevedere, anche in un testo che si legge per la prima volta, tutti i cliché e le soluzioni di cui ci si è innamorati leggendo altri prodotti di quello stesso ingegno. Che bello sarà, perciò, di sicuro, anche il prossimo urticante libro di Houellebecq.

(finito il 20 dicembre 2015)

Il libro che viene dopo. Ovviamente, uno dovrebbe dire Huysmans. Au rebours, certo, ma forse ancor più En route o La Cathédrale. Oppure uno dei tanti autori più o meno di quel giro, benché molto diversi fra loro, che vengono più volte citati nel corso del libro, da Péguy a Bloy (definito a un certo punto «l'arma assoluta contro il XX secolo con la sua mediocrità, la sua idiozia impegnata, il suo umanitarismo appiccicoso»). 



Una pagina (233-234)

Fu peraltro in occasione di una ricerca Internet su Huysmans che, stranamente, mi imbattei in uno dei più interessanti articoli di Rediger, pubblicato in questo caso sulla "Revue européenne". Huysmans vi era citato solo incidentalmente, come l'autore nella cui opera appariva con maggior evidenza lo stallo del naturalismo e del materialismo; ma l'insieme dell'articolo era un plateale ammiccamento ai suoi ex camerati tradizionalisti e identitari. Era tragico, sosteneva con fervore, che un'irragionevole ostilità nei confronti dell'islam impedisse loro di riconoscere un fatto evidente: sulle cose essenziali erano in perfetto accordo con i musulmani. Sul rifiuto dell'ateismo e dell'umanesimo, sulla necessaria sottomissione della donna, sul ritorno al patriarcato: la loro battaglia, da tutti i punti di vista, era esattamente la stessa. Tale battaglia, necessaria per l'instaurazione di una nuova fase organica di civiltà, ormai non poteva più essere condotta in nome del cristianesimo; era l'islam, religione sorella, più recente, più semplice e più vera (perché, infatti, Guénon si era convertito all'islam? Guénon era innanzitutto una mente scientifica, e aveva scelto l'islam da scienziato, per economia di concetti; e altresì per evitare certe marginali credenze irrazionali, come la presenza reale nell'eucarestia). A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era diventata incapace di opporsi alla decadenza dei costumi. Di rifiutare decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all'aborto e il lavoro alle donne. Bisognava arrendersi all'evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l'Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa - non più di quanto lo fosse stata la Roma del V secolo della nostra era. Il massiccio arrivo di popolazioni immigrate fedeli a una cultura tradizionale ancora modellata sulle gerarchie naturali, sulla sottomissione della donna e sul rispetto dovuto agli anziani, costituiva un'occasione storica per il riarmo morale e familiare dell'Europa, creava la possibilità di una nuova età dell'oro per il Vecchio Continente. Quelle popolazioni erano in certi case cristiane; ma più spesso, bisognava riconoscerlo, erano musulmane.
Era lui, Rediger, il primo a riconoscere che la cristianità medievale era stata una grande civiltà, i cui risultati artistici sarebbero rimasti eternamente vivi nella memoria degli uomini: ma a poco a poco aveva perso terreno, aveva dovuto venire a patti con il razionalismo, rinunciare ad annettersi il potere temporale, finendo per condannarsi all'insignificanza, e questo perché? In fondo, era un mistero: Dio aveva deciso così.

Ho parlato di


Michel Houellebecq

Sottomissione
(Bompiani 2015)

Trad. di V. Vega

256 p. | 17,50 €

(ed. or.: Soumission, 2015)

giovedì 3 dicembre 2015

Adriano VII

Pubblicata l'enciclica che sancisce la fine del cristianesimo come suo ultimo possibile significato, Pietro II sale all'interno della cupola di San Pietro, legge nella notte illuminandole con una lampada le parole scritte tutt'intorno alla sua base: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni coelorum". E cade all'incrocio dei bracci della croce, nel luogo dei falsi trionfi, là dov'è anche sepolto il pescatore di Galilea.
S. Quinzio, Mysterium iniquitatis


Ovvero: cosa può partorire la mente di un uomo, quando si convince che sarebbe davvero la persona giusta al posto giusto, se solo anche gli altri fossero d'accordo con lui.

Premessa: non c'è nessun papa che abbia mai preso il nome di Adriano VII (neanche considerando le liste apocrife degli antipapi). L'ultimo Adriano fu il sesto, e fu anche l'ultimo pontefice non italiano fino a Karol Wojtyla: un prelato olandese di larghe vedute che si ritrovò al vertice della cristianità nel momento in cui l'intera impalcatura era scossa alle fondamenta dall'esplosione della riforma luterana. Governò troppo poco (due anni circa: dal 1521 al 1523) e, anche se la sua salute avesse retto, probabilmente non avrebbe potuto cambiare più di tanto il corso degli eventi che si erano messi in moto. L'Adriano VII di cui parla questo libro, invece, pur governando per ancor meno tempo, riesce nell'intento. Eccome se ci riesce.

Ma procediamo con ordine. Il 20 luglio 1904 si spense Leone XIII, e poiché morto un papa se ne fa un altro, il 4 agosto successivo la consueta fumata bianca annunciò al popolo romano l'elezione del suo nuovo vescovo. Fu un conclave rapido, celebre soprattutto per il veto, forse superfluo, fatto giungere dall'Imperatore d'Austria tramite il cardinale di Cracovia, all'eventuale scelta del Cardinale Segretario di Stato Rampolla. I voti si indirizzarono invece sul patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, il primo dei tre porporati novecenteschi a giungere in Vaticano dalla sede lagunare. Sarto prese il nome di Pio X e i suoi dieci anni di regno richiamano ancora oggi, nella memoria storica, uno dei momenti più critici del confronto tra Chiesa cattolica e modernità.

In quello stesso 1904, però, morto o moribondo Leone, nella testa di uno scrittore dalla personalità eccentrica, che amava farsi chiamare con uno pseudonimo da b-movies quale "Baron Corvo", si accese una scintilla che, nutrendosi rapidamente di tutte le sue frustrazioni e ambizioni represse, divampò in un romanzone strano, visionario, prolisso, divertentissimo a tratti e a tratti irritante, a un tempo manifesto politico e pubblica confessione, non privo di inquietanti squarci profetici. Il plot è semplicissimo: con uno scarto rispetto alla realtà storica, si immagina un conclave lunghissimo, logorante e segnato da episodi persino farseschi, come l'invalidamento dell'elezione di uno dei maggiori papabili per un errore formale da lui stesso commesso al momento del voto; tale estenuante liturgia trova finalmente il suo sbocco nell'elezione, del tutto imprevista e imprevedibile, di un poligrafo perennemente in bolletta, un outsider fatto e finito, che per ragioni non meglio chiarite era stato espulso anni prima dal seminario e che da allora non aveva smesso di covare un genuino risentimento nei confronti di chi aveva perpetrato quella che gli era sempre apparsa come una profonda ingiustizia (non fatevi troppe domande su come tutto ciò sia possibile: narrativamente parlando, è uno dei punti deboli del libro). 

Anche per questi suoi trascorsi tormentati, l'uomo in questione si presenta come un «altruista misantropo», come uno che prova ripugnanza per la maggior parte della gente che lo circonda e la osserva con distacco, sin troppo cosciente della propria estraneità ed eccezionalità, rimarcata anche da un modo di parlare volutamente arcaico e spesso intessuto di preziose citazioni originali di poeti greci, cui si accompagnano peraltro abitudini tutte moderne quali il vizio incallito del fumo o l'amore per i bagni caldi. Più volte resta sospesa la domanda, mai del tutto risolta, se sia un istrione, un pazzo o un santo. Il dubbio che può sorgere è che si tratti di un'immensa, geniale, parodia (e come tale, forse, potrebbe e dovrebbe effettivamente essere letta). Ma c'è troppa singolarità, troppo scoperto e disperato compiacimento, in questo papa, per non vedervi in trasparenza, anche solo a partire dallo stile, la fisionomia dell'autore stesso, con le sue idee e i suoi progetti.


Del resto, già il nome secolare di quest'uomo è un autentico programma: George Arthur Rose - come il santo patrono, il re più famoso e lo stemma araldico dell'Inghilterra. Non può essere da meno il nome prescelto all'atto della consacrazione, in continuità non tanto con l'Adriano VI di cui sopra, bensì con l'ultimo (e tuttora unico) papa inglese, che era stato Adriano IV (roba dell'anno mille o giù di lì). Quasi superfluo dire che l'elezione avviene il 24 aprile 1905, memoria di San Giorgio, appunto.


E che combina questo papa sui generis e totalmente extracuriale? Cose davvero rivoluzionarie, con la lucida e finanche crudele consapevolezza che ora, seduto sulla cattedra di Pietro, non avrebbe più dovuto mendicare da esosi editori un penny a paragrafo per i suoi articoli. No, ora finalmente chiunque avrebbe «letto, annotato, imparato e intimamente digerito tutte le parole, tutte le i col puntino delle Sue lettere; lettere che non sarebbero più state faticosamente voluminose e coscienziosamente persuasive, ma dittatoriali». Il suo primo atto di pontificato, tuttavia, è a prima vista molto dimesso: l'apertura di una finestra. Sembra una banalità, ma siamo nell'Italia post-unitaria, quella finestra era murata dal 1870 poiché dal Vaticano si affacciava sulla città di Roma e stava a rappresentare la frattura che si era venuta a creare tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano: di qui, invece, torna ad essere proclamato con Adriano l'habemus papam. Il secondo atto è una passeggiata lungo le strade della capitale, senza scorta, per una minimalistica intronizzazione in Laterano. Il terzo è l'inaudita e assai più clamorosa rinuncia a tutti i beni temporali, sancita nella bolla Regnum Meum, promulgata pochissimi giorni dopo l'elezione: «è giunto il tempo di spogliarci. Abbiamo accumulato e accumulato, eppure non abbiamo convertito il mondo. Domandatevi se in verità abbiamo tutto il successo che dovremmo avere; o se, in complesso, il nostro non sia un abietto e lamentevole fallimento. Se è così, proviamo l’altra strada, quella della semplicità, della semplicità apostolica. Per lo meno, proviamo».


A questo punto si salta sulla sedia e si pensa di aver capito perché l'editore abbia rimandato in stampa il libro nell'aprile 2013 con una costoletta che, a scanso di equivoci, ti avvisa che "questo è, ovviamente, il solo libro da leggere oggi". Francesco era in sella da due giorni e già smuoveva le acque dei media. E tuttavia, se si trattasse solo dell'ennesima profezia del papa angelicus (papa anglicus?) venuto a richiamare la Chiesa alla sua originaria povertà e ad annunciare magari gli ultimi tempi, la cosa sarebbe molto meno interessante.


In Adriano VII c'è in realtà ben poco di francescano. Anziché porgergli l'altra guancia con perfetta letizia, a un socialista che gli sputa addosso durante una delle sue passeggiate romane rifila anzitutto un cazzotto, salvo poi donargli la sua croce pettorale, gli occhiali d'oro e tutto il denaro che aveva in tasca quando quello scoppia a piangere per il colpo ricevuto. Ciò che motiva l'azione meticolosa di Adriano non è infatti pauperismo o terzomondismo ante-litteram, ma soprattutto un'altissima coscienza della sua autorità papale, che - dopo decenni, se non secoli, di progressivo arretramento culminati nell'autoreclusione vaticana in seguito alla breccia di Porta Pia - deve a suo avviso riguadagnare il centro della scena con una strategia di rafforzamento morale che passa anche attraverso una decisa distinzione di ruolo spirituale e ruolo temporale, non come cedimento definitivo al moderno, ma come suo decisivo superamento. Una Chiesa che svolga davvero la sua missione - questa l'idea - avrebbe il potere salvifico di guarire alla radice la crisi che sta conducendo la modernità sull'orlo della catastrofe, anzitutto per colpa del socialismo.


C'è da dire che in queste pagine i socialisti non sono rappresentati come mostri disumani, bensì - e forse è ancora peggio - come personaggi macchiettistici e meschini impegnati nella pianificazione di piccoli complotti senza grande respiro. Tuttavia, va almeno dato loro atto che sono anche i primi a intuire il pericolo di un papa così dinamico: «che un arcaico potentato del Suo calibro si mostrasse ancora fresco e attuale e vigoroso, li colpì come un grave fastidio» (ed è questa, forse, l'espressione più preveggente di tutto il romanzo, se dobbiamo misurarci con il nostro tempo: quanti simpatizzanti di sinistra, oggi, pensano più o meno la stessa cosa?). Ma sullo sfondo, evocato più che descritto, c'è il pericolo, questo sì serissimo, di un rivolgimento sociale mondiale alimentato da una rivoluzione in Russia (preconizzata con quindici anni di anticipo, sull'emozione della sconfitta zarista ad opera del Giappone), cui ne segue una in Francia - scivolata così, senza soluzione di continuità, dalla Terza Repubblica a una rinnovata Comune - che viene poi esportata in Belgio ed Olanda, proprio come era accaduto dopo l'Ottantanove. A tutto ciò si aggiunga la disgregazione progressiva dell'Impero Asburgico, avvenuta per implosione interna dopo l'immaginaria morte dell'anziano Francesco Giuseppe, fatta accadere in quello stesso 1904.


In questa situazione di emergenza, 
Adriano inonda compulsivamente di epistole il mondo intero, come un novello san Paolo, si può dire sin dal suo primo giorno di pontificato: scrive dapprima a tutti i cristiani, poi - separatamente - agli inglesi, agli americani, ai tedeschi, e infine agli italiani. E nel mezzo procede a canonizzazioni eccellenti, da Maria Stuart a Giovanna d'Arco, da don Bosco a Dante Alighieri. Ma soprattutto tesse una trama che passa attraverso le cancellerie dei vari paesi europei, trovando in particolare una sponda ideale nel Kaiser Guglielmo II, di cui avalla i piani di espansione (voi tedeschi, riconosce, «avete bisogno di spazio, di libero movimento di mente e di corpo. Il ristagno produce purulenza, rancorosa, soffocante, acida»: lette col senno di poi, alla luce delle varie teorie del lebensraum, sono parole che fanno paura). Un occhio di riguardo è poi rivolto ovviamente all'Inghilterra e alla sua missione imperiale e civilizzatrice: «l'inglese è una razza dominante. La sua lingua è la lingua di tutte le sue colonie. Non abbiamo mai potuto capire perché a un terzetto di piccoli paesi conquistati debba essere permesso di insistere ad usare i loro linguaggi barbari e privi di letteratura». 

L'obiettivo principale di Adriano sembra però quello di riannodare i rapporti con l'Italia, alla quale destina i fondi ricavati dalla vendita dei beni della Chiesa, tramite un'istituzione che prende il nome di "Azienda di Cristo" e che di fatto permette di cancellare la disoccupazione nel paese, sgonfiando in un tratto tutte le rivendicazioni socialiste (dai giudizi ripetutamente positivi per Vittorio Emanuele III, considerato uno dei quattro uomini più intelligenti del mondo, si può capire però quanto poco Rolfe, con tutte le sue visioni, comprendesse davvero le persone).


Sistemati a poco a poco tutti i tasselli, giunge infine l'esplicitazione del grande disegno, articolato in una lettera scritta direttamente Ai principi cristiani, come aveva fatto a suo tempo Lutero. Perché, in fondo, nonostante le "farse costituzionali" e il fastidio che il XX secolo prova anche solo per il nome di autocrazia, «l'Uomo forte domina, invariabilmente. É nell'ordine della natura. E piace a Demos per questo» (e giù un altro brivido lungo la schiena: sono in fondo le stesse idee che andava maturando il giovane Mussolini). Il piano di Adriano non è altro che un nuovo nomos della terra, una spartizione fra le potenze che assicuri al mondo un ritrovato ordine di cui il Papa si fa garante oltre che promotore. 


Le linee guida di questo ordine le trascriverò qui di seguito, in un brano lungo, ma che merita la lettura integrale e che evoca le atmosfere un po' fiabesche delle saghe fantasy. Quanto ad Adriano, esaurito il suo compito, esce di scena vittima di un attentato, dopo un anno esatto di pontificato e una straziante autogiustificazione dinanzi al Concistoro in cui non si sa più se a parlare sia ancora lui o direttamente l'autore che se ne è servito come schermo.

(finito il 25 novembre 2015)

Il libro che viene dopo. A questo punto dovrei decidermi a leggere I sotterranei del Vaticano di André Gide.


Tre pagine (pp. 335-338)

Poiché gli uomini sono quel che sono, e cioé fatti per sbagliare, staranno meglio quando avranno una guida. S'allontaneranno dal giusto cammino, ma non lo perderanno di vista e, ben guidati, si potrà almeno sperare che i loro movimenti tendano verso il Punto Desiderabile. L'individualità è stata così a lungo soppressa che i suoi sforzi vanno amministrati. Perciò il Pontefice mostrava, oltre al modo non convenzionale, un modo convenzionale per avvicinarsi al Punto Desiderabile. Egli sosteneva il principio aristocratico e monarchico nella sua stretta integrità. Un ribelle è peggiore del peggior governo del peggior principe fino a oggi conosciuto. Egli proclamava che l'anarchia della Francia e della Russia erano una manifestazione di diabolica effervescenza, che avrebbe dovuto essere domata e vinta con ogni mezzo giusto, anche con i più forti. La Francia e la Russia, perduto il diritto di essere considerate in grado di governarsi da sé, dovevano da allora in poi sottomettersi ed essere governate. Satana trova sempre il male, e lo fa compiere alle mani oziose. L'occupazione, e ragioni di occupazione: solo questo, poteva mettere gli individui e le nazioni in grado di operare la loro salvazione, umanamente parlando. La maggior parte dei mali umani sono causati dalla mancanza di campo d'azione per le umane energie. Mettersi a sedere sulla valvola di sicurezza, o avvitarla stretta, è invariabilmente fatale; e su questa dottrina Egli richiamava l'attenzione e l'obbedienza del clero. Questi principi richiedevano il riordinamento di varie sfere d'influenza. Il Governatore del Mondo, Pietro, l'Arbitro Supremo, decretò che le sole nazioni nelle quali la facultas regendi sopravviveva con non diminuita energia erano l'Inghilterra, l'America, il Giappone, la Germania e l'Italia. Ma alcune delle antiche monarchie non avevano ancora raggiunto il punto di decadenza che avrebbe reso desiderabile la loro estinzione: ed erano la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, i regni, i principati e i ducati tedeschi, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, la Rumenia, l'Albania, il Montenegro, la Repubblica Svizzera e quella di San Marino. Questi dovevano rimanere come Stati sovrani, e conservare i loro caratteri nazionali. Anche alcune delle antiche monarchie, che erano state immeritatamente soppresse, avrebbero avuto l'occasione di mostrarsi degne di esistere come parti di una corporazione. Queste erano l'Ungheria, la Boemia e la Polonia russa e tedesca. Fatte rivivere come regni, avrebbero dovuto darsi una costituzione (sul tipo di quella inglese) ed eleggere le loro rispettive dinastie monarchiche. La Svizzera e San Marino rimanevano repubbliche. Il sultano, per incitamento dell'Inghilterra, sua alleata, avrebbe trasferito la capitale a Damasco, per concentrare in Asia le principali forze dell'Islam. La Serbia veniva unita al principato del Montenegro. La Turchia e la Bulgaria sarebbero state unite al regno di Grecia. Fin qui i particolari.

Adriano accusava, come sogni cattivi e inutili, i piani dei recenti politici che avevano adombrato l'idea di una federazione di popoli di lingua inglese e delle razze teutoniche. Egli si soffermava a parlare delle differenze essenziali che dividevano la Germania dall'America, e tutti e due questi paesi dall'Inghilterra. Non era possibile mescolare gli inglesi con i tedeschi; e gli americani erano inadatti ad ogni legame. Ognuna delle tre nazioni era unica; e ognuna sarebbe rimasta sola. Tre potenze tanto enormi dovevano avere ciascuna la propria separata e singola esistenza e la sua sfera d'azione. Bisognava trovare queste tre sfere nelle quali le tre nazioni potessero prosperare indipendentemente. Era lo spazio per lo sviluppo indipendente che bisognava trovare e assegnare.

Egli parlava delle condizioni del continente europeo. Il Belgio aveva 228 abitanti per chilometro quadrato; l'Olanda 160; la Germania 104; l'Austria 87; la Francia 72; la Russia era così sparsamente popolata che soltanto una migrazione di centonove milioni dal resto d'Europa avrebbe portato la sua media a quella del resto d'Europa. Perciò il Papa proclamava l'instaurazione dell'Impero Romano, sotto due imperatori, un imperatore del Nord e un imperatore del Sud; e questi dovevano essere il re di Prussia e il re d'Italia, come rappresentanti delle dinastie degli Hoenzollern e dei Savoia. Egli comandava che questa instaurazione non venisse considerata come «lo spettro del morto impero romano, il quale sedesse, incoronato, sulla sua stessa tomba, ma il suo legittimo erede e successore, giustificato dalle antiche virtù dei romani, e dall'utilità benefica del loro governo», e dalla vigorosa aspirazione al ben fare che caratterizza i loro attuali rappresentanti. L'imperatore del Nord, Guglielmo, avrebbe nominato le dinastie sovrane del Belgio e dell'Olanda. Avrebbe potuto rimettere monarchi attualmente in esilio sui loro rispettivi troni; o avrebbe potuto deporli e sostituirli con membri della sua famiglia imperiale. Allora avrebbe esteso i confini della Germania a oriente fino agli Urali, comprendendovi la Russia, a occidente fino alla Manica e alla baia di Biscaglia, includendovi la Francia, a mezzogiorno fino al Danubio, includendovi l'Austria. Allo stesso tempo avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali di Norvegia e di Svezia, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, l'Ungheria, la Boemia, la Polonia, la Rumenia e la Repubblica Svizzera con gli altri Stati sovrani che erano già sotto la sua sovranità; mentre l'imperatore del Sud, Vittorio Emanuele, avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali del Portogallo e della Spagna, l'ingrandito regno di Grecia, i principati del Montenegro e d'Albania e la Repubblica di San Marino, insieme al regno d'Italia, il quale avrebbe compreso anche l'Italia redenta. La frontiera che avrebbe diviso l'Impero del Nord dall'Impero del Sud era formata dai Pirenei, dalle Alpi, dal Danubio e dal mar Nero.

Le condizioni dell'America furono definite. Gli Stati Uniti dovevano essere accresciuti dall'unione di tutti gli Stati e di tutte le repubbliche delle due Americhe, dall'attuale frontiera settentrionale degli Stati Uniti al capo Horn.

L'Impero Giapponese veniva autorizzato ad annettersi la Siberia.

Tutta l'Asia (ad eccezione della Siberia), l'Africa, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda e la Polinesia venivano uniti in cinque regni costituzionali, e uniti ai domini del re d'Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia. Poiché il titolo di imperatore era antipatico alla stirpe inglese (per il suo significato originario di «Signore della Guerra»), Sua Maestà il Re d'Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia, Asia, Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Polinesia si sarebbe chiamato «il Re dei Nove Regni».

Così l'Arbitro Supremo provvide agli uomini le loro sfere d'azione e diede loro l'occasione di occupare le loro energie. I provvedimenti dell'Epistola ai principi furono estesi sotto forma di trattato che divise il mondo fino alla mezzanotte (meridiano di Greenwich) del trentuno dicembre dell'anno 2000 della Fruttifera Incarnazione del Figlio di Dio, nel Regno dei Nove Regni, nella Repubblica Americana, nell'Impero Giapponese e nell'Impero Romano. Questo trattato fu firmato in piazza San Pietro, a Roma, dal Pontefice, dai sovrani e dai presidenti, il giorno della festività dell'Annunciazione di Nostra Signora la Vergine; e gli eserciti e le flotte dei firmatari si posero subito alla pacificazione della Francia e della Russia, applicando la legge marziale.

Ho parlato di




Frederick Rolfe
Adriano VII
(Beat 2013)

Trad. di A. Camerino

378 pp. | 14,90 €

(ed. or.: Hadrian VII, 1904).


venerdì 13 novembre 2015

Il fiume della vita

Questa montagna era circondata tutt’intorno da un fiume eccezionalmente rapido e vorticoso; nel fiume continuavano a scendere innumerevoli schiere di ombre per lo stretto sentiero. Io rimasi sbalordito ad osservare quei luoghi e un’infinita moltitudine di ombre e restai così ammirato da trascurare d’indagare la conformazione della regione intorno al fiume. (...) In latino questo fiume viene chiamato “vita e tempo” dell’esistenza umana. La sua riva è la morte.
L.B. Alberti, Intercoenales, Fatum et Fortuna


Poiché le vite cominciano per lo più in un momento qualunque, non c'è un motivo particolare per cui questo blog debba rinascere, sotto le nuove spoglie di autobiografia per interposte letture, proprio ora, proprio con questo argomento. É insomma del tutto casuale che due ordini distinti di pensieri si siano incontrati nella mia testa, scatenando le forze necessarie a smuovere l'inerzia, proprio il giorno dopo aver voltato l'ultima pagina di questo libro anziché di un altro. C'era uno spunto, c'era uno spazio - e questo basti alle Muse.


Il fiume della vita, dunque. Ovvero: di come talvolta non bastino ingredienti prelibati per fare una buona frittata. 

In ordine sparso, che cosa abbiamo qui?

  • Un'idea potente e giocata sul filo del paradosso libertino quale la (quasi-)risurrezione in massa dell'umanità, con tutte le curiose implicazioni che ne possono seguire (personaggi di età diverse che interagiscono fra loro misurandosi simultaneamente con le rispettive storie degli effetti; ma anche, a un livello più becero, lotte all'ultimo scalpo tra Neanderthal e Cherokee o alleanze tra gerarchi nazisti e antichi re di Roma: cose così, che a qualcuno come me piacciono).

  • Uno scenario grandioso quale può esserlo un intero, titanico, mondo attraversato da un unico fiume, altrettanto maestoso, che lo percorre da un polo all'altro per decine di migliaia di chilometri, senza che se ne conosca la fonte né la foce, e sulle cui rive trovano appunto ospitalità le genti dei risorti, distribuite secondo criteri approssimativamente geografici e cronologici, come se si trattasse di una fluida linea del tempo.

  • L'adozione, come protagonista principale, di un personaggio realmente esistito (Richard Francis Burton, questo signore qui), in un certo senso prototipo dell'esploratore vittoriano alla Allan Quatermain, col suo carico di luciferina curiosità e un concentrato motivazionale in cui si fondono insieme superomismo, neocolonialismo e un senso pratico precocemente post-ideologico; personaggio antipatico come pochi (idea coraggiosa per i tempi, se voluta dall'autore, a meno che l'effetto non sia causato da una distorsione prospettica dovuta al passare degli anni e a maturata consapevolezza - o forse era proprio questo l'intento sin dall'inizio, smontare l'archetipo dell'eroe ottocentesco: mi mancano gli elementi per dirlo), uno che pensa per lettere maiuscole e conia di volta in volta espressioni altisonanti per ingabbiare in formule le esperienze, con la stessa disinvolta foga con cui per secoli gli europei hanno dato i loro nomi a questo o quel pezzo di terra appena scoperto. Un uomo che scrive versi di questo tenore, per intenderci: "Fa' ciò che il tuo coraggio t'induce a fare, / e non attenderti applausi se non da te stesso; / vive e muore nel modo più nobile colui che si fa da sé / le proprie leggi". A lui, ricercatore in vita delle sorgenti del Nilo, il compito di tener accesa post-mortem la fiaccola dell'intraprendenza umana nella ricerca delle sorgenti di questo fiume dei fiumi (nonché il compito di solleticare il palato del fanatico di steampunk, benché il termine, all'epoca, non fosse ancora stato inventato).

  • L'alone permanente di mistero su chi abbia allestito un tale esperimento sociobiologico e sul senso ultimo di questa gigantesca operazione, se si tratti cioè davvero dell'ultima spiaggia offerta agli umani per purificarsi prima di trascendere a un livello superiore e definitivo di esistenza oppure di una crudele messinscena imbastita a scopi sostanzialmente entomologici da qualche annoiata divinità.

  • L'espediente narrativo in base a cui, ad una seconda morte patita per dolo o per incidente fa immediatamente seguito una rimaterializzazione presso un'altra sponda dello stesso fiume, senza una logica apparente che spieghi perché qua e non là (il "Direttissimo del Suicidio": ecco appunto un esempio di insopportabile naming esercitato dal protagonista quando comincia a sfruttare scientemente questo non proprio agevole strumento di teletrasporto per sfuggire a coloro che gli danno la caccia).

  • Il sottotesto, da vero e proprio conte philosophique, sul possibile comportamento della nostra specie se posta in una condizione estrema, sì, ma di sostanziale abbondanza, dal momento che, in virtù di un altro escamotage narrativo, cibo e risorse risultano distribuite in modo equo e quotidiano, come la manna nel deserto per gli Israeliti in marcia verso la terra promessa (e il giudizio dell'autore è pessimistico: nonostante queste premesse, ci sarebbero comunque nuovi schiavi, nuovi potentati, nuove forme di oppressione).

Non si può negare che, con tutto questo ben di dio, uno, leggendo, non si faccia continui viaggi mentali, quasi ad ogni svolta di pagina. Il problema si pone quando ci si rende conto che questi viaggi costituiscono il disperato tentativo operato dalla propria mente per supplire alla mediocrità di una scrittura che sembra rinunciare a dare pieno svolgimento alla ricca messe di intuizioni che pure l'autore mostra di avere. Avrei preferito più solennità - o se volete più epica - e meno humour. Resta così la sensazione di avere per le mani un grande romanzo seminale, di quelli che probabilmente hanno lavorato a fondo sulla fantasia di molti scrittori e sceneggiatori successivi, ma che, preso in sé, lascia soprattutto un fastidioso senso di delusione per ciò che sarebbe potuto realmente essere e non è stato, come una serata galante mai davvero decollata dopo ottimi auspici iniziali (con buona pace, e me ne rammarico, del professore di liceo che, tanti anni fa, mi suggerì questa lettura). Dune, per dirne solo uno, è letteralmente su un altro pianeta.

Il libro che viene dopo. Scontato dire il sequel, anche se di questo autore mi tenta di più Il diario segreto di Phileas Fogg, che mi vendono come riscrittura del Giro del mondo in 80 giorni sotto forma di guerra segreta fra forze aliene. Ma sarei curioso di leggere anche gli sfidanti nella cinquina del premio Hugo 1972 che sono stati battuti da questo romanzo, giusto per capire se, a distanza di quarant'anni e più, quel giudizio può essere ancora condiviso. 

Una pagina (76-77)

- Ti conosco! - gridò una donna. Era una ragazza alta, con occhi azzurri, un bel viso, e un corpo pieno di curve. - Ti conosco! Sir Robert Smithson!

L'uomo smise di parlare e guardò la ragazza sbattendo le palpebre. - Ma io non conosco lei!
- Non puoi conoscermi! Ma dovresti! Io sono una delle migliaia di ragazze che dovevano lavorare sedici ore al giorno, per sei giorni e mezzo alla settimana, affinché tu potessi vivere nella tua grande casa sulla collina e indossare dei begli abiti, affinché i tuoi cavalli e i tuoi cani potessero mangiare molto ma molto meglio di come mangiavo io! Io ero una delle ragazze della tua fabbrica! Mio padre lavorò come uno schiavo per te, mia madre lavorò come una schiava per te, e anche i miei fratelli e le mie sorelle lavorarono come schiavi per te, o almeno quelli di loro che non erano troppo malati o che non morirono a causa del cibo troppo scarso o troppo cattivo, o dei giacigli sudici, o delle correnti d'aria che entravano dalle finestre, o dei morsi dei topi. Mio padre perse una mano in una delle tue macchine, e tu lo cacciasti a pedate senza dargli neppure un penny. Mia madre morì di tubercolosi. Anche la mia vita se ne stava andando tra un colpo di tosse e uno sputo, mio bel baronetto, mentre tu t'ingozzavi di cibi prelibati e sedevi in soffici poltrone e ti appisolavi in chiesa nel tuo banco grande e lussuoso e davi in elemosina migliaia di sterline per nutrire i poveri infelici dell'Asia e mandare dei missionari in Africa per convertire i poveri pagani. Io sputavo pezzi di polmone, e dovetti prostituirmi per trovare abbastanza denaro da sfamare i miei fratellini. E mi presi la sifilide, maledetto bastardo d'un devoto, perché tu volevi spremere ogni goccia di sudore e di sangue da me e da quei poveri diavoli come me! E morii in prigione perché tu dicesti alla polizia di trattare le prostitute col massimo rigore. Tu... Tu...
Smithson dapprima era diventato rosso, poi pallido. Poi si alzò tutto impettito, guardò biecamente la donna e disse: - Voi prostitute dovete sempre gettare su qualcuno la colpa della vostra sfrenata concupiscenza e del vostro sporco mestiere. Dio sa che io ho seguito la Sua via.
Voltò le spalle e se ne andò, ma la donna gli corse dietro e gli sferrò un colpo (...). Smithson si allontanò di corsa dalla donna, prima che questa tentasse qualcos'altro, e si perse in fretta in mezzo alla folla. Sfortunatamente, disse Ruach, pochissimi avevano compreso che cosa stava succedendo, perché non capivano l'inglese.
- Sir Robert Smithson - disse Burton. - Se ricordo bene possedeva dei cotonifici e delle acciaierie a Manchester. Era noto per la sua filantropia e per le sue opere pie a favore degli atei. Morì nel 1870 o giù di lì all'età di ottant'anni.
- Probabilmente era convinto che sarebbe stato ricompensato in paradiso - aggiunse Lev Ruach. - Di certo non gli dev'essere mai venuto in mente di aver commesso tutti quegli assassinii.
- Se non avesse sfruttato lui i poveri, l'avrebbe fatto qualcun altro.

(finito l'8 novembre 2015)

Ho parlato di


Philip José Farmer
Il fiume della vita
(Fanucci 2012)

Trad. di G. Tamburini

244 p. | 9, 90 €

(ed. or. : To Your Scattered Bodies Go, 1971)

Note. La Fanucci ha ristampato anche i volumi successivi del ciclo.