sabato 2 gennaio 2016

Sottomissione

Si lavora in uno spazio vuoto e dagli studenti e dai professori giapponesi, 
nel migliore dei casi, giunge un'eco, ma nessuna risposta.
K. Lowith, Lettera a Bultmann (14 febbraio 1939)

Ovvero: anche se con quasi un anno di ritardo, anch'io alla fine ho letto il libro dell'anno.

Una premessa obbligata, l'ennesima. Per inveterata abitudine, allorquando le vetrine si riempiono di un libro bello, importante, che segna il tempo, anziché comprarlo subito, di solito mi procuro uno dei testi precedenti, se non addirittura il primo, che l'autore di quel libro ha scritto. C'è una punta di civetteria in tutto questo: il gusto di non essere obbligatoriamente sul pezzo, di poter rispondere ai critici dell'ultim'ora "sì, d'accordo, però l'altro suo libro..."; forse persino un po' di ottuso pregiudizio storicistico, in base al quale le cose bisogna sempre cominciarle per benino, dal principio. Ma c'è sotto anche l'idea un po' più sostanziosa per cui un paese lo si visita davvero non tanto standosene comodi fra le mura di un resort, ma perlustrandolo in lungo e in largo, ovvero che per inquadrare adeguatamente un problema occorre fare qualche passo indietro e posizionarsi in modo da sfruttare appieno tutte le possibili fonti di luce - che è un po' anche il motivo per cui, spesso e volentieri, quando viaggio, passo oltre certi monumenti da cartolina e mi apposto con maggior piacere nelle piazze laterali, dopo esserci arrivato per vie poco trafficate. Su tutto questo si innesta inoltre una certa usanza acquisita da ragazzino, quando dovevo gestire con oculatezza i pochi denari a disposizione per comprarmi i libri e, tra una singola, costosa, edizione cartonata e fresca di stampa di uno scrittore non ancora frequentato, e che poteva perciò anche non piacermi (per quanto sulla bocca di tutti), e - poniamo - tre bei tascabili, di cui almeno due ritenuti affidabili per rodata consuetudine, optavo sistematicamente per la seconda soluzione, perché anche la quantità ha le sue ragioni e non c'era comunque un'ebay a disposizione per disfarsi in qualche modo dell'eventuale sòla. Aggiungo, infine, che il tempo spesso fa il suo dovere e, talvolta anche solo con qualche mese di distanza, ti consente di constatare che di quel libro apparentemente irrinunciabile in realtà si poteva poi tranquillamente fare a meno.

Tutto questo per dire che anche con Houellebecq, in un primo momento, le cose non sono andate diversamente. Entrato nella mia biblioteca anni fa per il suo saggio su Lovecraft, non mi era però mai passato per le mani uno dei suoi romanzi, che pure da tempo occhieggiavo, stimolato da molteplici consigli. Così, non appena Sottomissione si è guadagnato la ribalta delle cronache (ahimé, non solo letterarie), una decina di mesi fa, ho colto la palla al balzo e mi sono procurato La carta e il territorio. Ovvero, come accennavo sopra, il penultimo libro che ha scritto. E ho fatto bene: perché quel libro è bellissimo. E perché, leggendo nel risvolto di copertina di Sottomissione che quest'ultimo sarebbe "il romanzo più visionario di Houellebecq", avrei potuto rispettare il copione e puntualizzare "sì, d'accordo, però l'altro libro..." (e con delle buone ragioni, oltretutto: La carta e il territorio è davvero un libro potente, assai più apocalittico di questo, ed anche estremamente originale nella sua composizione, per così dire, a patchwork, nonostante un impianto a prima vista molto classico).

Poi però non ce l'ho fatta. La carta e il territorio mi ha colpito a tal punto che la curiosità di andare a vedere per davvero, al di là delle banalizzazioni giornalistiche, come Houellebecq avesse scelto di trattare un argomento spinoso come quello della possibile elezione di un presidente musulmano nella Francia del prossimo futuro ha preso il sopravvento e mi ha indotto a contravvenire alle regole di un metodo che tutto sommato ha sempre funzionato a dovere. Così ho comprato il libro. E l'ho pure letto, stranamente, in tempi rapidi.

Per cui, eccoci qua. Sottomissione, che poi è una possibile traduzione di "islam": il libro che Salvini aveva così voglia di annunciare a tutti su Facebook che stava leggendo da fargli trascurare il dettaglio non proprio irrilevante che sarebbe uscito in libreria solo il giorno dopo la pubblicazione del suo post, e su cui peraltro ha poi omesso ogni commento, anche perché, posto che sia mai arrivato alla fine, non deve avere apprezzato molto dove effettivamente andava a parare. Ed è questo uno dei meriti di un autore che, quando fa letteratura, sa spesso essere irritante come pochi, ma raramente banale. Già, perché, con l'indotto di discorsi che ha suscitato, uno si sarebbe aspettato come minimo una roba tipo la bandiera nera del califfo innalzata sulla Tour Eiffel e il pubblico rogo dei capolavori del Louvre ad opera di esagitati mujahiddin. E invece la provocazione che anima il libro è molto più sottile (e meno male che Houellebecq l'ha scritto prima di Charlie Hebdo e del Bataclan, perché se no, forse, una tale sottigliezza si sarebbe persa, almeno a giudicare da certe sue interviste concesse in questi mesi, decisamente più scontate).

L'ipotesi futuristica su cui si regge la trama è la seguente: alle elezioni presidenziali francesi del 2022, al termine di un secondo, incolore, mandato di Hollande, Marine Le Pen conquisterà a mani basse la maggioranza relativa al primo turno (34,1 %),  un po' come effettivamente accaduto alle ultime amministrative, qualche settimana fa. Il problema è che, al secondo turno, anziché trovarsi di fronte il solito sparring partner gollista o socialista con cui replicare il consumato teatrino dello scontro tra fronte repubblicano e neofascismo, dovrà vedersela con un avversario del tutto inedito e spiazzante, tale Mohammed Ben Abbes, candidato della Federazione musulmana, giunto secondo col 22,3 % (a un incollatura dal candidato di sinistra, mentre il candidato di destra sprofonderà, secondo questa previsione, a un irrilevante 12%). Effettivamente, l'idea è tutt'altro che peregrina. In un sistema democratico bloccato e sempre più delegittimato come quello occidentale, in cui i partiti tradizionali appaiono sempre più come gang rivali che si limitano a spartirsi periodicamente il potere negando rappresentanza a quelle ali estreme che pure sono maggioranza d'opinione nella società (così la mette giù Houellebecq, ma non pare troppo lontano dal vero), la comparsa di un partito islamico moderato sarebbe forse in grado di scompaginare davvero le carte, soprattutto in un paese come la Francia, dove potrebbe contare sul voto di milioni di immigrati di prima e seconda generazione, divenuti ormai a tutti gli effetti cittadini della repubblica. Il passo successivo è quello di immaginare un appoggio di tutte le forze sconfitte al primo turno in favore di Ben Abbas, con un'operazione politica che mira ancora una volta a silurare i lepenisti e per la quale Houellebecq si diverte anche a individuare un utile idiota di copertura nella figura di François Bayrou. La situazione, lo si capisce, ha tutti i requisiti per diventare incandescente. Già in occasione delle recenti regionali, il premier Valls ha paventato il rischio concreto di una guerra civile, suscitando per questo non poche polemiche. Il libro ci presenta una situazione simile, sia pur esasperata. Seggi blindati, tensione strisciante, sensazione di una catastrofe imminente: elezioni che devono addirittura essere ripetute a causa di assalti armati a seggi di provincia. Poi, però, alla fine tutto scorre liscio e Ben Abbes diventa come previsto il primo presidente francese di religione musulmana.


Se questo è l'aspetto shockante su cui più hanno insistito i media, la vera trovata del libro sta però nella descrizione del profilo politico di Ben Abbes. Il quale non è affatto un talebano, ma un musulmano moderato, che non vince perché inneggia al jihad, bensì - ecco il paradosso - perché parla sostanzialmente il linguaggio rassicurante dei valori, della famiglia e della morale tradizionale, ossia lo stesso linguaggio delle destre, specie quelle religiose, ma con lo scudo dell'antirazzismo che lo tutela da eventuali attacchi da parte delle sinistre. Per Ben Abbes i terroristi sono solo una manica di dilettanti, che pretendono di strappare a forza all'Occidente qualcosa che l'Occidente, intorpidito, è in realtà sin troppo disposto a cedere senza particolari proteste. Il suo colpo di genio politico consiste nell'occupare, con toni sempre molto suadenti e concilianti, tutto quell'enorme campo che l'Europa laicizzata e secolarizzata ha abbandonato alle scorrerie di gruppi estremisti impresentabili. Il jingle è insomma sempre quello, Dio-patria-famiglia: solo che ora, invece di "Dio", si dice "Allah". Ma questo non impedisce una sorta di entente cordiale con i cristiani. «Il vero nemico dei musulmani, quello che temono e odiano più di qualsiasi altro, non è il cattolicesimo: è il secolarismo, la laicità, il materialismo ateo». In quest'ottica i cristiani sono, in fondo, solo dei compagni che sbagliano, con cui bisogna pazientare il giusto prima che giungano a convertirsi in massa (cosa tutt'altro che impossibile: in fondo è già capitato in Medio Oriente e nel Nord Africa proprio al tempo delle prime conquiste arabe). Sul lungo periodo, l'obiettivo che Ben Abbas persegue è sostanzialmente quello di un'integrazione europea che ritrovi il suo baricentro nel Mediterraneo, una sorta di Eurabia capace di riproporre il modello vincente dell'impero romano e permetta così al vecchio continente di rientrare nel giro mondiale delle potenze che contano.


Quello che si prospetta è insomma un nuovo Medioevo, ma non nel senso di una ricaduta nelle tenebre, come se lo rappresenterebbero gli illuministi, bensì come ritorno glorioso a una comunità di popolo affratellata dalla fede e dalla convinzione di essere parte di un destino più grande - la grande rivincita del trascendente su un umanesimo laico che ha fallito il progetto di costruire una convivenza in grado di funzionare (e non per nulla una parte del romanzo si svolge nel cuore della Francia carolingia, a Rocamadour, intorno al suo santuario della Madonna Nera). La provocazione di Houellebecq è tutta qui: il pensiero occidentale si è così inaridito e impoverito, è così nevrotico e desolante, che l'apparire di un'idea tanto potente potrebbe non avere problemi a spazzarlo via in un soffio e a imporsi docilmente, dando semplicemente una coloritura leggermente esotica al tradizionale affetto che si nutre per ogni forma di Ordine e Stabilità (questo discorso naturalmente vale solo per l'Occidente: la Cina è un mondo a sé, una sfinge impenetrabile, che richiederebbe un altro sforzo creativo, forse un altro romanzo per essere decifrata). Non a caso il protagonista del racconto è appunto un professore universitario annoiato, uno studioso di Huysmans che legge molto, scrive saggi, tiene corsi ma sguazza sostanzialmente in un mondo accademico totalmente autoreferenziale, unicamente finalizzato a replicare se stesso senza apportare alcun contributo reale alla vita della società. «Chi raggiunge lo status di docente universitario non immagina neanche lontanamente che un'evoluzione politica possa avere effetto sulla sua carriera: si sente assolutamente intoccabile».


In realtà, qualche prezzo da pagare, anche qui, c'è. Per insegnare nelle nuove università musulmane (finanziate dai petrodollari delle monarchie del Golfo, come già accade ora per le squadre di calcio) bisogna convertirsi, e naturalmente essere maschi. Più in generale, si legittima la poligamia e le donne vengono allontanate da tutti i luoghi di lavoro, ma con intento - così si argomenta - non discriminatorio, bensì allo scopo di restituire alla famiglia il suo ruolo di cellula base della società. Sono, queste, le pagine più sottilmente ironiche del libro, quando la politica del presidente islamico è presentata in pratica attraverso gli stessi slogan dei teocon di casa nostra. Per illustrare l'indirizzo economico impartito da Ben Abbes, oltre al principio di sussidiarietà, Houellebecq fa ripescare al suo personaggio (costruito in modo che sia impossibile non ammirarlo) addirittura il concetto di distributivismo, una sorta di capitalismo di stato che era stato proposto da alcuni cattolici, come Chesterton, all'inizio del '900 (suscitando con ciò il panico nei giornalisti, mediamente ignoranti, che ovviamente non ne sanno nulla). All'atomizzazione individualistica si sostituisce così un modello organicistico che fa appunto della famiglia il nucleo dei processi economici, con tutta una serie di curiose implicazioni che lascio al lettore scoprire.


Potremmo chiamare tutto ciò "l'ultima tentazione dell'Europa", la possibilità per questo continente disperato di trovare in extremis una via d'uscita alla sua malattia terminale, sottomettendosi - appunto - all'islam. Dove il focus non è tanto centrato sullo spauracchio del Turco (fascinosamente "normalizzato"), quanto sull'evanescenza della modernità e sulla sua incapacità di legittimare se stessa: una polpetta avvelenata di faziosità, si capisce, ma non per questo meno efficace rispetto al suo scopo. Siamo curiosamente dalla parti della famigerata lezione di Benedetto XVI a Ratisbona. La parabola che percorre il protagonista del romanzo non è del resto troppo dissimile da quella intrapresa dal suo idolo Huysmans, che dopo aver attraversato in pieno le fasi dell'estetismo e della decadenza, era approdato infine al cattolicesimo più tradizionale. Solo che Huysmans era in netto anticipo sui tempi, e parlava di decadenza nel bel mezzo della belle époque. Ora che l'Europa, in quanto tale, si è definitivamente suicidata, e che, anche per questo, quel ritorno al cristianesimo non è più percorribile, l'Islam diventa seriamente un possibile approdo ideale e una reale occasione di stabilizzazione sociale, tanto più credibile in quanto il suo rigoroso monoteismo appare ancora più coerente con una concezione patriarcale e familistica della società. Il che mi fa pensare a due cose. La prima è che, senza farlo apposta, mi sono ritrovato a leggere in sequenza due libri che, a distanza di un secolo l'uno dall'altro, si pongono per molti aspetti lo stesso problema e prospettano due soluzioni così opposte da apparire affini (e forse, chissà, fra un secolo si leggerà questo Houellebecq come oggi si può leggere Rolfe, che del resto era contemporaneo di Huysmans). La seconda è che, alla fin fine, tutto quell'armamentario dogmatico cristiano che tanto fa storcere il naso ai mistici, il suo monoteismo incongruo e trinitario, la sua insistenza sulla carne, il suo lato materno e indulgente emergono implicitamente anche da un autore come Houellebecq, che certo non ha la minima intenzione apologetica, quali antidoti reali ad ogni forma di conservatorismo sociale (e rendono perciò ancora più aberrante il tradizionalismo cattolico, in quanto oggettiva perversione della sua autentica teologia, strutturalmente eversiva). Si veda intorno a pagina 230: «Invecchiando (...) mi sentivo più interessato a Elohim, il sublime coordinatore delle costellazioni, che al suo insipido rampollo».


Ma così mi spingo fin troppo in là e rischio di far passare questo libro come un testo morigerato e claustrale, quando invece è come sempre pieno di pompini e di apprezzamenti sui culi delle donne. Chiudo invece riprendendo l'inizio di queste considerazioni. Nelle prime, bellissime, pagine del libro, Houellebecq dà infatti una descrizione memorabile di cosa significhi "girare intorno" a un autore. «Solo la letteratura - scrive - può permettere di entrare in contatto con la mente di un morto, in modo più diretto, più completo e più profondo di quanto potrebbe fare persino la conversazione con un amico; per quanto profonda e solida possa essere un'amicizia, in una conversazione non ci si abbandona mai così completamente come davanti a una pagina bianca, rivolgendosi a un destinatario sconosciuto. Certo, è ovvio che quando si tratta di letteratura la bellezza dello stile e la musicalità delle frasi hanno la loro importanza; la profondità di riflessione dell'autore e l'originalità dei suoi pensieri non sono da disprezzare; ma un autore è innanzitutto un essere umano, presente nei suoi libri, e in definitiva il fatto che scriva molto bene o molto male conta poco, l'essenziale è che scriva e che sia, effettivamente, presente nei suoi libri. (...) Pertanto, un libro che amiamo è soprattutto un libro di cui amiamo l'autore, che abbiamo voglia di ritrovare, con il quale abbiamo voglia di passare le nostre giornate». E questa - oltre che una singolarissima professione di umanesimo radicale in un ostinato antiumanista (Petrarca non avrebbe infatti saputo dire  meglio) - è anche una delle più belle giustificazioni del piacere della rilettura, pratica cui mi dedico sempre con passione, anche se nella logica del consumo può apparire insensata. Che bello, invece, sapere che lì ci sarà quella risposta, che in quella descrizione c'è proprio quella parola, che quel personaggio farà esattamente quello che sappiamo dovrà fare (provate a pensarla al contrario: che selva sarebbe se non fosse, per sempre, selvaggia e aspra e forte? Che sarebbe di Achab se non facesse, sempre, la stessa fine?). Che bello perfino prevedere, anche in un testo che si legge per la prima volta, tutti i cliché e le soluzioni di cui ci si è innamorati leggendo altri prodotti di quello stesso ingegno. Che bello sarà, perciò, di sicuro, anche il prossimo urticante libro di Houellebecq.

(finito il 20 dicembre 2015)

Il libro che viene dopo. Ovviamente, uno dovrebbe dire Huysmans. Au rebours, certo, ma forse ancor più En route o La Cathédrale. Oppure uno dei tanti autori più o meno di quel giro, benché molto diversi fra loro, che vengono più volte citati nel corso del libro, da Péguy a Bloy (definito a un certo punto «l'arma assoluta contro il XX secolo con la sua mediocrità, la sua idiozia impegnata, il suo umanitarismo appiccicoso»). 



Una pagina (233-234)

Fu peraltro in occasione di una ricerca Internet su Huysmans che, stranamente, mi imbattei in uno dei più interessanti articoli di Rediger, pubblicato in questo caso sulla "Revue européenne". Huysmans vi era citato solo incidentalmente, come l'autore nella cui opera appariva con maggior evidenza lo stallo del naturalismo e del materialismo; ma l'insieme dell'articolo era un plateale ammiccamento ai suoi ex camerati tradizionalisti e identitari. Era tragico, sosteneva con fervore, che un'irragionevole ostilità nei confronti dell'islam impedisse loro di riconoscere un fatto evidente: sulle cose essenziali erano in perfetto accordo con i musulmani. Sul rifiuto dell'ateismo e dell'umanesimo, sulla necessaria sottomissione della donna, sul ritorno al patriarcato: la loro battaglia, da tutti i punti di vista, era esattamente la stessa. Tale battaglia, necessaria per l'instaurazione di una nuova fase organica di civiltà, ormai non poteva più essere condotta in nome del cristianesimo; era l'islam, religione sorella, più recente, più semplice e più vera (perché, infatti, Guénon si era convertito all'islam? Guénon era innanzitutto una mente scientifica, e aveva scelto l'islam da scienziato, per economia di concetti; e altresì per evitare certe marginali credenze irrazionali, come la presenza reale nell'eucarestia). A furia di moine, smancerie e vergognosi strofinamenti dei progressisti, la chiesa cattolica era diventata incapace di opporsi alla decadenza dei costumi. Di rifiutare decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all'aborto e il lavoro alle donne. Bisognava arrendersi all'evidenza: giunta a un livello di decomposizione ripugnante, l'Europa occidentale non era più in grado di salvare se stessa - non più di quanto lo fosse stata la Roma del V secolo della nostra era. Il massiccio arrivo di popolazioni immigrate fedeli a una cultura tradizionale ancora modellata sulle gerarchie naturali, sulla sottomissione della donna e sul rispetto dovuto agli anziani, costituiva un'occasione storica per il riarmo morale e familiare dell'Europa, creava la possibilità di una nuova età dell'oro per il Vecchio Continente. Quelle popolazioni erano in certi case cristiane; ma più spesso, bisognava riconoscerlo, erano musulmane.
Era lui, Rediger, il primo a riconoscere che la cristianità medievale era stata una grande civiltà, i cui risultati artistici sarebbero rimasti eternamente vivi nella memoria degli uomini: ma a poco a poco aveva perso terreno, aveva dovuto venire a patti con il razionalismo, rinunciare ad annettersi il potere temporale, finendo per condannarsi all'insignificanza, e questo perché? In fondo, era un mistero: Dio aveva deciso così.

Ho parlato di


Michel Houellebecq

Sottomissione
(Bompiani 2015)

Trad. di V. Vega

256 p. | 17,50 €

(ed. or.: Soumission, 2015)

giovedì 3 dicembre 2015

Adriano VII

Pubblicata l'enciclica che sancisce la fine del cristianesimo come suo ultimo possibile significato, Pietro II sale all'interno della cupola di San Pietro, legge nella notte illuminandole con una lampada le parole scritte tutt'intorno alla sua base: "Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et tibi dabo claves regni coelorum". E cade all'incrocio dei bracci della croce, nel luogo dei falsi trionfi, là dov'è anche sepolto il pescatore di Galilea.
S. Quinzio, Mysterium iniquitatis


Ovvero: cosa può partorire la mente di un uomo, quando si convince che sarebbe davvero la persona giusta al posto giusto, se solo anche gli altri fossero d'accordo con lui.

Premessa: non c'è nessun papa che abbia mai preso il nome di Adriano VII (neanche considerando le liste apocrife degli antipapi). L'ultimo Adriano fu il sesto, e fu anche l'ultimo pontefice non italiano fino a Karol Wojtyla: un prelato olandese di larghe vedute che si ritrovò al vertice della cristianità nel momento in cui l'intera impalcatura era scossa alle fondamenta dall'esplosione della riforma luterana. Governò troppo poco (due anni circa: dal 1521 al 1523) e, anche se la sua salute avesse retto, probabilmente non avrebbe potuto cambiare più di tanto il corso degli eventi che si erano messi in moto. L'Adriano VII di cui parla questo libro, invece, pur governando per ancor meno tempo, riesce nell'intento. Eccome se ci riesce.

Ma procediamo con ordine. Il 20 luglio 1904 si spense Leone XIII, e poiché morto un papa se ne fa un altro, il 4 agosto successivo la consueta fumata bianca annunciò al popolo romano l'elezione del suo nuovo vescovo. Fu un conclave rapido, celebre soprattutto per il veto, forse superfluo, fatto giungere dall'Imperatore d'Austria tramite il cardinale di Cracovia, all'eventuale scelta del Cardinale Segretario di Stato Rampolla. I voti si indirizzarono invece sul patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, il primo dei tre porporati novecenteschi a giungere in Vaticano dalla sede lagunare. Sarto prese il nome di Pio X e i suoi dieci anni di regno richiamano ancora oggi, nella memoria storica, uno dei momenti più critici del confronto tra Chiesa cattolica e modernità.

In quello stesso 1904, però, morto o moribondo Leone, nella testa di uno scrittore dalla personalità eccentrica, che amava farsi chiamare con uno pseudonimo da b-movies quale "Baron Corvo", si accese una scintilla che, nutrendosi rapidamente di tutte le sue frustrazioni e ambizioni represse, divampò in un romanzone strano, visionario, prolisso, divertentissimo a tratti e a tratti irritante, a un tempo manifesto politico e pubblica confessione, non privo di inquietanti squarci profetici. Il plot è semplicissimo: con uno scarto rispetto alla realtà storica, si immagina un conclave lunghissimo, logorante e segnato da episodi persino farseschi, come l'invalidamento dell'elezione di uno dei maggiori papabili per un errore formale da lui stesso commesso al momento del voto; tale estenuante liturgia trova finalmente il suo sbocco nell'elezione, del tutto imprevista e imprevedibile, di un poligrafo perennemente in bolletta, un outsider fatto e finito, che per ragioni non meglio chiarite era stato espulso anni prima dal seminario e che da allora non aveva smesso di covare un genuino risentimento nei confronti di chi aveva perpetrato quella che gli era sempre apparsa come una profonda ingiustizia (non fatevi troppe domande su come tutto ciò sia possibile: narrativamente parlando, è uno dei punti deboli del libro). 

Anche per questi suoi trascorsi tormentati, l'uomo in questione si presenta come un «altruista misantropo», come uno che prova ripugnanza per la maggior parte della gente che lo circonda e la osserva con distacco, sin troppo cosciente della propria estraneità ed eccezionalità, rimarcata anche da un modo di parlare volutamente arcaico e spesso intessuto di preziose citazioni originali di poeti greci, cui si accompagnano peraltro abitudini tutte moderne quali il vizio incallito del fumo o l'amore per i bagni caldi. Più volte resta sospesa la domanda, mai del tutto risolta, se sia un istrione, un pazzo o un santo. Il dubbio che può sorgere è che si tratti di un'immensa, geniale, parodia (e come tale, forse, potrebbe e dovrebbe effettivamente essere letta). Ma c'è troppa singolarità, troppo scoperto e disperato compiacimento, in questo papa, per non vedervi in trasparenza, anche solo a partire dallo stile, la fisionomia dell'autore stesso, con le sue idee e i suoi progetti.


Del resto, già il nome secolare di quest'uomo è un autentico programma: George Arthur Rose - come il santo patrono, il re più famoso e lo stemma araldico dell'Inghilterra. Non può essere da meno il nome prescelto all'atto della consacrazione, in continuità non tanto con l'Adriano VI di cui sopra, bensì con l'ultimo (e tuttora unico) papa inglese, che era stato Adriano IV (roba dell'anno mille o giù di lì). Quasi superfluo dire che l'elezione avviene il 24 aprile 1905, memoria di San Giorgio, appunto.


E che combina questo papa sui generis e totalmente extracuriale? Cose davvero rivoluzionarie, con la lucida e finanche crudele consapevolezza che ora, seduto sulla cattedra di Pietro, non avrebbe più dovuto mendicare da esosi editori un penny a paragrafo per i suoi articoli. No, ora finalmente chiunque avrebbe «letto, annotato, imparato e intimamente digerito tutte le parole, tutte le i col puntino delle Sue lettere; lettere che non sarebbero più state faticosamente voluminose e coscienziosamente persuasive, ma dittatoriali». Il suo primo atto di pontificato, tuttavia, è a prima vista molto dimesso: l'apertura di una finestra. Sembra una banalità, ma siamo nell'Italia post-unitaria, quella finestra era murata dal 1870 poiché dal Vaticano si affacciava sulla città di Roma e stava a rappresentare la frattura che si era venuta a creare tra la Chiesa e il nuovo Stato italiano: di qui, invece, torna ad essere proclamato con Adriano l'habemus papam. Il secondo atto è una passeggiata lungo le strade della capitale, senza scorta, per una minimalistica intronizzazione in Laterano. Il terzo è l'inaudita e assai più clamorosa rinuncia a tutti i beni temporali, sancita nella bolla Regnum Meum, promulgata pochissimi giorni dopo l'elezione: «è giunto il tempo di spogliarci. Abbiamo accumulato e accumulato, eppure non abbiamo convertito il mondo. Domandatevi se in verità abbiamo tutto il successo che dovremmo avere; o se, in complesso, il nostro non sia un abietto e lamentevole fallimento. Se è così, proviamo l’altra strada, quella della semplicità, della semplicità apostolica. Per lo meno, proviamo».


A questo punto si salta sulla sedia e si pensa di aver capito perché l'editore abbia rimandato in stampa il libro nell'aprile 2013 con una costoletta che, a scanso di equivoci, ti avvisa che "questo è, ovviamente, il solo libro da leggere oggi". Francesco era in sella da due giorni e già smuoveva le acque dei media. E tuttavia, se si trattasse solo dell'ennesima profezia del papa angelicus (papa anglicus?) venuto a richiamare la Chiesa alla sua originaria povertà e ad annunciare magari gli ultimi tempi, la cosa sarebbe molto meno interessante.


In Adriano VII c'è in realtà ben poco di francescano. Anziché porgergli l'altra guancia con perfetta letizia, a un socialista che gli sputa addosso durante una delle sue passeggiate romane rifila anzitutto un cazzotto, salvo poi donargli la sua croce pettorale, gli occhiali d'oro e tutto il denaro che aveva in tasca quando quello scoppia a piangere per il colpo ricevuto. Ciò che motiva l'azione meticolosa di Adriano non è infatti pauperismo o terzomondismo ante-litteram, ma soprattutto un'altissima coscienza della sua autorità papale, che - dopo decenni, se non secoli, di progressivo arretramento culminati nell'autoreclusione vaticana in seguito alla breccia di Porta Pia - deve a suo avviso riguadagnare il centro della scena con una strategia di rafforzamento morale che passa anche attraverso una decisa distinzione di ruolo spirituale e ruolo temporale, non come cedimento definitivo al moderno, ma come suo decisivo superamento. Una Chiesa che svolga davvero la sua missione - questa l'idea - avrebbe il potere salvifico di guarire alla radice la crisi che sta conducendo la modernità sull'orlo della catastrofe, anzitutto per colpa del socialismo.


C'è da dire che in queste pagine i socialisti non sono rappresentati come mostri disumani, bensì - e forse è ancora peggio - come personaggi macchiettistici e meschini impegnati nella pianificazione di piccoli complotti senza grande respiro. Tuttavia, va almeno dato loro atto che sono anche i primi a intuire il pericolo di un papa così dinamico: «che un arcaico potentato del Suo calibro si mostrasse ancora fresco e attuale e vigoroso, li colpì come un grave fastidio» (ed è questa, forse, l'espressione più preveggente di tutto il romanzo, se dobbiamo misurarci con il nostro tempo: quanti simpatizzanti di sinistra, oggi, pensano più o meno la stessa cosa?). Ma sullo sfondo, evocato più che descritto, c'è il pericolo, questo sì serissimo, di un rivolgimento sociale mondiale alimentato da una rivoluzione in Russia (preconizzata con quindici anni di anticipo, sull'emozione della sconfitta zarista ad opera del Giappone), cui ne segue una in Francia - scivolata così, senza soluzione di continuità, dalla Terza Repubblica a una rinnovata Comune - che viene poi esportata in Belgio ed Olanda, proprio come era accaduto dopo l'Ottantanove. A tutto ciò si aggiunga la disgregazione progressiva dell'Impero Asburgico, avvenuta per implosione interna dopo l'immaginaria morte dell'anziano Francesco Giuseppe, fatta accadere in quello stesso 1904.


In questa situazione di emergenza, 
Adriano inonda compulsivamente di epistole il mondo intero, come un novello san Paolo, si può dire sin dal suo primo giorno di pontificato: scrive dapprima a tutti i cristiani, poi - separatamente - agli inglesi, agli americani, ai tedeschi, e infine agli italiani. E nel mezzo procede a canonizzazioni eccellenti, da Maria Stuart a Giovanna d'Arco, da don Bosco a Dante Alighieri. Ma soprattutto tesse una trama che passa attraverso le cancellerie dei vari paesi europei, trovando in particolare una sponda ideale nel Kaiser Guglielmo II, di cui avalla i piani di espansione (voi tedeschi, riconosce, «avete bisogno di spazio, di libero movimento di mente e di corpo. Il ristagno produce purulenza, rancorosa, soffocante, acida»: lette col senno di poi, alla luce delle varie teorie del lebensraum, sono parole che fanno paura). Un occhio di riguardo è poi rivolto ovviamente all'Inghilterra e alla sua missione imperiale e civilizzatrice: «l'inglese è una razza dominante. La sua lingua è la lingua di tutte le sue colonie. Non abbiamo mai potuto capire perché a un terzetto di piccoli paesi conquistati debba essere permesso di insistere ad usare i loro linguaggi barbari e privi di letteratura». 

L'obiettivo principale di Adriano sembra però quello di riannodare i rapporti con l'Italia, alla quale destina i fondi ricavati dalla vendita dei beni della Chiesa, tramite un'istituzione che prende il nome di "Azienda di Cristo" e che di fatto permette di cancellare la disoccupazione nel paese, sgonfiando in un tratto tutte le rivendicazioni socialiste (dai giudizi ripetutamente positivi per Vittorio Emanuele III, considerato uno dei quattro uomini più intelligenti del mondo, si può capire però quanto poco Rolfe, con tutte le sue visioni, comprendesse davvero le persone).


Sistemati a poco a poco tutti i tasselli, giunge infine l'esplicitazione del grande disegno, articolato in una lettera scritta direttamente Ai principi cristiani, come aveva fatto a suo tempo Lutero. Perché, in fondo, nonostante le "farse costituzionali" e il fastidio che il XX secolo prova anche solo per il nome di autocrazia, «l'Uomo forte domina, invariabilmente. É nell'ordine della natura. E piace a Demos per questo» (e giù un altro brivido lungo la schiena: sono in fondo le stesse idee che andava maturando il giovane Mussolini). Il piano di Adriano non è altro che un nuovo nomos della terra, una spartizione fra le potenze che assicuri al mondo un ritrovato ordine di cui il Papa si fa garante oltre che promotore. 


Le linee guida di questo ordine le trascriverò qui di seguito, in un brano lungo, ma che merita la lettura integrale e che evoca le atmosfere un po' fiabesche delle saghe fantasy. Quanto ad Adriano, esaurito il suo compito, esce di scena vittima di un attentato, dopo un anno esatto di pontificato e una straziante autogiustificazione dinanzi al Concistoro in cui non si sa più se a parlare sia ancora lui o direttamente l'autore che se ne è servito come schermo.

(finito il 25 novembre 2015)

Il libro che viene dopo. A questo punto dovrei decidermi a leggere I sotterranei del Vaticano di André Gide.


Tre pagine (pp. 335-338)

Poiché gli uomini sono quel che sono, e cioé fatti per sbagliare, staranno meglio quando avranno una guida. S'allontaneranno dal giusto cammino, ma non lo perderanno di vista e, ben guidati, si potrà almeno sperare che i loro movimenti tendano verso il Punto Desiderabile. L'individualità è stata così a lungo soppressa che i suoi sforzi vanno amministrati. Perciò il Pontefice mostrava, oltre al modo non convenzionale, un modo convenzionale per avvicinarsi al Punto Desiderabile. Egli sosteneva il principio aristocratico e monarchico nella sua stretta integrità. Un ribelle è peggiore del peggior governo del peggior principe fino a oggi conosciuto. Egli proclamava che l'anarchia della Francia e della Russia erano una manifestazione di diabolica effervescenza, che avrebbe dovuto essere domata e vinta con ogni mezzo giusto, anche con i più forti. La Francia e la Russia, perduto il diritto di essere considerate in grado di governarsi da sé, dovevano da allora in poi sottomettersi ed essere governate. Satana trova sempre il male, e lo fa compiere alle mani oziose. L'occupazione, e ragioni di occupazione: solo questo, poteva mettere gli individui e le nazioni in grado di operare la loro salvazione, umanamente parlando. La maggior parte dei mali umani sono causati dalla mancanza di campo d'azione per le umane energie. Mettersi a sedere sulla valvola di sicurezza, o avvitarla stretta, è invariabilmente fatale; e su questa dottrina Egli richiamava l'attenzione e l'obbedienza del clero. Questi principi richiedevano il riordinamento di varie sfere d'influenza. Il Governatore del Mondo, Pietro, l'Arbitro Supremo, decretò che le sole nazioni nelle quali la facultas regendi sopravviveva con non diminuita energia erano l'Inghilterra, l'America, il Giappone, la Germania e l'Italia. Ma alcune delle antiche monarchie non avevano ancora raggiunto il punto di decadenza che avrebbe reso desiderabile la loro estinzione: ed erano la Norvegia, la Svezia, la Danimarca, i regni, i principati e i ducati tedeschi, la Spagna, il Portogallo, la Grecia, la Rumenia, l'Albania, il Montenegro, la Repubblica Svizzera e quella di San Marino. Questi dovevano rimanere come Stati sovrani, e conservare i loro caratteri nazionali. Anche alcune delle antiche monarchie, che erano state immeritatamente soppresse, avrebbero avuto l'occasione di mostrarsi degne di esistere come parti di una corporazione. Queste erano l'Ungheria, la Boemia e la Polonia russa e tedesca. Fatte rivivere come regni, avrebbero dovuto darsi una costituzione (sul tipo di quella inglese) ed eleggere le loro rispettive dinastie monarchiche. La Svizzera e San Marino rimanevano repubbliche. Il sultano, per incitamento dell'Inghilterra, sua alleata, avrebbe trasferito la capitale a Damasco, per concentrare in Asia le principali forze dell'Islam. La Serbia veniva unita al principato del Montenegro. La Turchia e la Bulgaria sarebbero state unite al regno di Grecia. Fin qui i particolari.

Adriano accusava, come sogni cattivi e inutili, i piani dei recenti politici che avevano adombrato l'idea di una federazione di popoli di lingua inglese e delle razze teutoniche. Egli si soffermava a parlare delle differenze essenziali che dividevano la Germania dall'America, e tutti e due questi paesi dall'Inghilterra. Non era possibile mescolare gli inglesi con i tedeschi; e gli americani erano inadatti ad ogni legame. Ognuna delle tre nazioni era unica; e ognuna sarebbe rimasta sola. Tre potenze tanto enormi dovevano avere ciascuna la propria separata e singola esistenza e la sua sfera d'azione. Bisognava trovare queste tre sfere nelle quali le tre nazioni potessero prosperare indipendentemente. Era lo spazio per lo sviluppo indipendente che bisognava trovare e assegnare.

Egli parlava delle condizioni del continente europeo. Il Belgio aveva 228 abitanti per chilometro quadrato; l'Olanda 160; la Germania 104; l'Austria 87; la Francia 72; la Russia era così sparsamente popolata che soltanto una migrazione di centonove milioni dal resto d'Europa avrebbe portato la sua media a quella del resto d'Europa. Perciò il Papa proclamava l'instaurazione dell'Impero Romano, sotto due imperatori, un imperatore del Nord e un imperatore del Sud; e questi dovevano essere il re di Prussia e il re d'Italia, come rappresentanti delle dinastie degli Hoenzollern e dei Savoia. Egli comandava che questa instaurazione non venisse considerata come «lo spettro del morto impero romano, il quale sedesse, incoronato, sulla sua stessa tomba, ma il suo legittimo erede e successore, giustificato dalle antiche virtù dei romani, e dall'utilità benefica del loro governo», e dalla vigorosa aspirazione al ben fare che caratterizza i loro attuali rappresentanti. L'imperatore del Nord, Guglielmo, avrebbe nominato le dinastie sovrane del Belgio e dell'Olanda. Avrebbe potuto rimettere monarchi attualmente in esilio sui loro rispettivi troni; o avrebbe potuto deporli e sostituirli con membri della sua famiglia imperiale. Allora avrebbe esteso i confini della Germania a oriente fino agli Urali, comprendendovi la Russia, a occidente fino alla Manica e alla baia di Biscaglia, includendovi la Francia, a mezzogiorno fino al Danubio, includendovi l'Austria. Allo stesso tempo avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali di Norvegia e di Svezia, la Danimarca, l'Olanda, il Belgio, l'Ungheria, la Boemia, la Polonia, la Rumenia e la Repubblica Svizzera con gli altri Stati sovrani che erano già sotto la sua sovranità; mentre l'imperatore del Sud, Vittorio Emanuele, avrebbe unito in una federazione le monarchie costituzionali del Portogallo e della Spagna, l'ingrandito regno di Grecia, i principati del Montenegro e d'Albania e la Repubblica di San Marino, insieme al regno d'Italia, il quale avrebbe compreso anche l'Italia redenta. La frontiera che avrebbe diviso l'Impero del Nord dall'Impero del Sud era formata dai Pirenei, dalle Alpi, dal Danubio e dal mar Nero.

Le condizioni dell'America furono definite. Gli Stati Uniti dovevano essere accresciuti dall'unione di tutti gli Stati e di tutte le repubbliche delle due Americhe, dall'attuale frontiera settentrionale degli Stati Uniti al capo Horn.

L'Impero Giapponese veniva autorizzato ad annettersi la Siberia.

Tutta l'Asia (ad eccezione della Siberia), l'Africa, il Canada, l'Australia, la Nuova Zelanda e la Polinesia venivano uniti in cinque regni costituzionali, e uniti ai domini del re d'Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia. Poiché il titolo di imperatore era antipatico alla stirpe inglese (per il suo significato originario di «Signore della Guerra»), Sua Maestà il Re d'Inghilterra, Irlanda, Galles, Scozia, Asia, Africa, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Polinesia si sarebbe chiamato «il Re dei Nove Regni».

Così l'Arbitro Supremo provvide agli uomini le loro sfere d'azione e diede loro l'occasione di occupare le loro energie. I provvedimenti dell'Epistola ai principi furono estesi sotto forma di trattato che divise il mondo fino alla mezzanotte (meridiano di Greenwich) del trentuno dicembre dell'anno 2000 della Fruttifera Incarnazione del Figlio di Dio, nel Regno dei Nove Regni, nella Repubblica Americana, nell'Impero Giapponese e nell'Impero Romano. Questo trattato fu firmato in piazza San Pietro, a Roma, dal Pontefice, dai sovrani e dai presidenti, il giorno della festività dell'Annunciazione di Nostra Signora la Vergine; e gli eserciti e le flotte dei firmatari si posero subito alla pacificazione della Francia e della Russia, applicando la legge marziale.

Ho parlato di




Frederick Rolfe
Adriano VII
(Beat 2013)

Trad. di A. Camerino

378 pp. | 14,90 €

(ed. or.: Hadrian VII, 1904).


venerdì 13 novembre 2015

Il fiume della vita

Questa montagna era circondata tutt’intorno da un fiume eccezionalmente rapido e vorticoso; nel fiume continuavano a scendere innumerevoli schiere di ombre per lo stretto sentiero. Io rimasi sbalordito ad osservare quei luoghi e un’infinita moltitudine di ombre e restai così ammirato da trascurare d’indagare la conformazione della regione intorno al fiume. (...) In latino questo fiume viene chiamato “vita e tempo” dell’esistenza umana. La sua riva è la morte.
L.B. Alberti, Intercoenales, Fatum et Fortuna


Poiché le vite cominciano per lo più in un momento qualunque, non c'è un motivo particolare per cui questo blog debba rinascere, sotto le nuove spoglie di autobiografia per interposte letture, proprio ora, proprio con questo argomento. É insomma del tutto casuale che due ordini distinti di pensieri si siano incontrati nella mia testa, scatenando le forze necessarie a smuovere l'inerzia, proprio il giorno dopo aver voltato l'ultima pagina di questo libro anziché di un altro. C'era uno spunto, c'era uno spazio - e questo basti alle Muse.


Il fiume della vita, dunque. Ovvero: di come talvolta non bastino ingredienti prelibati per fare una buona frittata. 

In ordine sparso, che cosa abbiamo qui?

  • Un'idea potente e giocata sul filo del paradosso libertino quale la (quasi-)risurrezione in massa dell'umanità, con tutte le curiose implicazioni che ne possono seguire (personaggi di età diverse che interagiscono fra loro misurandosi simultaneamente con le rispettive storie degli effetti; ma anche, a un livello più becero, lotte all'ultimo scalpo tra Neanderthal e Cherokee o alleanze tra gerarchi nazisti e antichi re di Roma: cose così, che a qualcuno come me piacciono).

  • Uno scenario grandioso quale può esserlo un intero, titanico, mondo attraversato da un unico fiume, altrettanto maestoso, che lo percorre da un polo all'altro per decine di migliaia di chilometri, senza che se ne conosca la fonte né la foce, e sulle cui rive trovano appunto ospitalità le genti dei risorti, distribuite secondo criteri approssimativamente geografici e cronologici, come se si trattasse di una fluida linea del tempo.

  • L'adozione, come protagonista principale, di un personaggio realmente esistito (Richard Francis Burton, questo signore qui), in un certo senso prototipo dell'esploratore vittoriano alla Allan Quatermain, col suo carico di luciferina curiosità e un concentrato motivazionale in cui si fondono insieme superomismo, neocolonialismo e un senso pratico precocemente post-ideologico; personaggio antipatico come pochi (idea coraggiosa per i tempi, se voluta dall'autore, a meno che l'effetto non sia causato da una distorsione prospettica dovuta al passare degli anni e a maturata consapevolezza - o forse era proprio questo l'intento sin dall'inizio, smontare l'archetipo dell'eroe ottocentesco: mi mancano gli elementi per dirlo), uno che pensa per lettere maiuscole e conia di volta in volta espressioni altisonanti per ingabbiare in formule le esperienze, con la stessa disinvolta foga con cui per secoli gli europei hanno dato i loro nomi a questo o quel pezzo di terra appena scoperto. Un uomo che scrive versi di questo tenore, per intenderci: "Fa' ciò che il tuo coraggio t'induce a fare, / e non attenderti applausi se non da te stesso; / vive e muore nel modo più nobile colui che si fa da sé / le proprie leggi". A lui, ricercatore in vita delle sorgenti del Nilo, il compito di tener accesa post-mortem la fiaccola dell'intraprendenza umana nella ricerca delle sorgenti di questo fiume dei fiumi (nonché il compito di solleticare il palato del fanatico di steampunk, benché il termine, all'epoca, non fosse ancora stato inventato).

  • L'alone permanente di mistero su chi abbia allestito un tale esperimento sociobiologico e sul senso ultimo di questa gigantesca operazione, se si tratti cioè davvero dell'ultima spiaggia offerta agli umani per purificarsi prima di trascendere a un livello superiore e definitivo di esistenza oppure di una crudele messinscena imbastita a scopi sostanzialmente entomologici da qualche annoiata divinità.

  • L'espediente narrativo in base a cui, ad una seconda morte patita per dolo o per incidente fa immediatamente seguito una rimaterializzazione presso un'altra sponda dello stesso fiume, senza una logica apparente che spieghi perché qua e non là (il "Direttissimo del Suicidio": ecco appunto un esempio di insopportabile naming esercitato dal protagonista quando comincia a sfruttare scientemente questo non proprio agevole strumento di teletrasporto per sfuggire a coloro che gli danno la caccia).

  • Il sottotesto, da vero e proprio conte philosophique, sul possibile comportamento della nostra specie se posta in una condizione estrema, sì, ma di sostanziale abbondanza, dal momento che, in virtù di un altro escamotage narrativo, cibo e risorse risultano distribuite in modo equo e quotidiano, come la manna nel deserto per gli Israeliti in marcia verso la terra promessa (e il giudizio dell'autore è pessimistico: nonostante queste premesse, ci sarebbero comunque nuovi schiavi, nuovi potentati, nuove forme di oppressione).

Non si può negare che, con tutto questo ben di dio, uno, leggendo, non si faccia continui viaggi mentali, quasi ad ogni svolta di pagina. Il problema si pone quando ci si rende conto che questi viaggi costituiscono il disperato tentativo operato dalla propria mente per supplire alla mediocrità di una scrittura che sembra rinunciare a dare pieno svolgimento alla ricca messe di intuizioni che pure l'autore mostra di avere. Avrei preferito più solennità - o se volete più epica - e meno humour. Resta così la sensazione di avere per le mani un grande romanzo seminale, di quelli che probabilmente hanno lavorato a fondo sulla fantasia di molti scrittori e sceneggiatori successivi, ma che, preso in sé, lascia soprattutto un fastidioso senso di delusione per ciò che sarebbe potuto realmente essere e non è stato, come una serata galante mai davvero decollata dopo ottimi auspici iniziali (con buona pace, e me ne rammarico, del professore di liceo che, tanti anni fa, mi suggerì questa lettura). Dune, per dirne solo uno, è letteralmente su un altro pianeta.

Il libro che viene dopo. Scontato dire il sequel, anche se di questo autore mi tenta di più Il diario segreto di Phileas Fogg, che mi vendono come riscrittura del Giro del mondo in 80 giorni sotto forma di guerra segreta fra forze aliene. Ma sarei curioso di leggere anche gli sfidanti nella cinquina del premio Hugo 1972 che sono stati battuti da questo romanzo, giusto per capire se, a distanza di quarant'anni e più, quel giudizio può essere ancora condiviso. 

Una pagina (76-77)

- Ti conosco! - gridò una donna. Era una ragazza alta, con occhi azzurri, un bel viso, e un corpo pieno di curve. - Ti conosco! Sir Robert Smithson!

L'uomo smise di parlare e guardò la ragazza sbattendo le palpebre. - Ma io non conosco lei!
- Non puoi conoscermi! Ma dovresti! Io sono una delle migliaia di ragazze che dovevano lavorare sedici ore al giorno, per sei giorni e mezzo alla settimana, affinché tu potessi vivere nella tua grande casa sulla collina e indossare dei begli abiti, affinché i tuoi cavalli e i tuoi cani potessero mangiare molto ma molto meglio di come mangiavo io! Io ero una delle ragazze della tua fabbrica! Mio padre lavorò come uno schiavo per te, mia madre lavorò come una schiava per te, e anche i miei fratelli e le mie sorelle lavorarono come schiavi per te, o almeno quelli di loro che non erano troppo malati o che non morirono a causa del cibo troppo scarso o troppo cattivo, o dei giacigli sudici, o delle correnti d'aria che entravano dalle finestre, o dei morsi dei topi. Mio padre perse una mano in una delle tue macchine, e tu lo cacciasti a pedate senza dargli neppure un penny. Mia madre morì di tubercolosi. Anche la mia vita se ne stava andando tra un colpo di tosse e uno sputo, mio bel baronetto, mentre tu t'ingozzavi di cibi prelibati e sedevi in soffici poltrone e ti appisolavi in chiesa nel tuo banco grande e lussuoso e davi in elemosina migliaia di sterline per nutrire i poveri infelici dell'Asia e mandare dei missionari in Africa per convertire i poveri pagani. Io sputavo pezzi di polmone, e dovetti prostituirmi per trovare abbastanza denaro da sfamare i miei fratellini. E mi presi la sifilide, maledetto bastardo d'un devoto, perché tu volevi spremere ogni goccia di sudore e di sangue da me e da quei poveri diavoli come me! E morii in prigione perché tu dicesti alla polizia di trattare le prostitute col massimo rigore. Tu... Tu...
Smithson dapprima era diventato rosso, poi pallido. Poi si alzò tutto impettito, guardò biecamente la donna e disse: - Voi prostitute dovete sempre gettare su qualcuno la colpa della vostra sfrenata concupiscenza e del vostro sporco mestiere. Dio sa che io ho seguito la Sua via.
Voltò le spalle e se ne andò, ma la donna gli corse dietro e gli sferrò un colpo (...). Smithson si allontanò di corsa dalla donna, prima che questa tentasse qualcos'altro, e si perse in fretta in mezzo alla folla. Sfortunatamente, disse Ruach, pochissimi avevano compreso che cosa stava succedendo, perché non capivano l'inglese.
- Sir Robert Smithson - disse Burton. - Se ricordo bene possedeva dei cotonifici e delle acciaierie a Manchester. Era noto per la sua filantropia e per le sue opere pie a favore degli atei. Morì nel 1870 o giù di lì all'età di ottant'anni.
- Probabilmente era convinto che sarebbe stato ricompensato in paradiso - aggiunse Lev Ruach. - Di certo non gli dev'essere mai venuto in mente di aver commesso tutti quegli assassinii.
- Se non avesse sfruttato lui i poveri, l'avrebbe fatto qualcun altro.

(finito l'8 novembre 2015)

Ho parlato di


Philip José Farmer
Il fiume della vita
(Fanucci 2012)

Trad. di G. Tamburini

244 p. | 9, 90 €

(ed. or. : To Your Scattered Bodies Go, 1971)

Note. La Fanucci ha ristampato anche i volumi successivi del ciclo.


venerdì 30 marzo 2012

Biforcuta e bicefala

  La notizia del giorno, come voi tutti saprete, è ovviamente la ricomparsa in Danimarca dopo i rigori dell'inverno del rarissimo esemplare di vipera bicefala avvistata per la prima volta ad ottobre e data a suo tempo per spacciata dai naturalisti. Ne parlava, questa mattina, Repubblica, dedicandole una gallery che potete andarvi a vedere cliccando qui

  Confesso che mi fa un certo effetto vedere in foto un esemplare che sembra uscito dai trattati teratologici rinascimentali, come il De Monstruorum natura caussis et differentiis di Fortunio Liceti (1577-1657), da cui traggo l'immagine sottostante in cui un esemplare analogo alla vipera danese è raffigurato insieme ad altri degni rappresentanti di un gustoso serraglio di freaks (si riconosce chiaramente l'agnello tricefalo segnalato nel 1577, anno di comete e di prodigi; per gli altri sono più in difficoltà). Di questa serpe si dice solo che fu vista "altrove" da Venezia - cui si riferisce l'aneddoto opposto, rievocato subito prima, dei due cani uniti sotto un'unica testa (che potrebbero essere quelli sullo sfondo) - nel 1575. Poco prima, tuttavia, Liceti aveva già scomodato l'autorità di Aristotele, il quale, in un capitolo dedicato alle anomalie biologiche nel De generatione animalium, citava appunto il caso del serpente a due teste (IV, 4, 770a 24-25). La notizia che giunge dalla Danimarca mi spinge a pensare che allora, forse, non erano poi tutte balle...

Immagine tratta da Fortunio Liceti, De monstris,
editio novissima, Patavii, 1668, p. 22.


 Ma più interessanti ancora, sebbene meno fantasmagoriche, sono le prime pagine delle Osservazioni intorno agli animali viventi che si trovano dentro gli animali viventi di Francesco Redi (1626-1697), uno dei più grandi scienziati italiani ed europei del Seicento (per intenderci, è quello che con un esperimento semplice semplice confutò la tradizionale teoria della generazione spontanea degli insetti dalla materia in putrefazione - o almeno le assestò un colpo decisivo). Redi la prende alla lontana risalendo sino all'Idra di Lerna, celeberrimo sauro dalle sette teste affrontato da Ercole, per concludere che non è poi così raro imbattersi in animali del genere, di cui parlano personaggi di indiscussa affidabilità (un esemplare imbalsamato era conservato nel museo del grande naturalista bolognese Ulisse Aldrovandi). Egli stesso racconta che
questo presente anno [siamo nel 1684], essendo in Pisa colla Corte, ebbi fortuna di vedere, e di maneggiare un simile Serpentello con due teste, trovato, e preso nella stessa Città, mentre se ne stava lungo la riva d'Arno a riscaldarsi disteso al Sole nel bel mezzo di Gennaio.
La povera creatura che se ne stava spaparanzata a godersi il pallido sole invernale non sapeva di essere caduta nelle mani di un incallito indagatore della natura, curioso come tanti altri al suo tempo di ogni eccezionalità e stranezza. Senza pensarci su due volte, continua Redi, 
volli farvi sopra qualche curiosa osservazione, e particolarmente nel dare un'occhiata per passatempo all'interna fabbrica, ed all'interno ordine, e posture delle viscere; giacchè da veruno di coloro, che [h]anno menzionati i serpentelli da due teste, non n'è mai, ch'io sappia, stata fatta parola.
  Redi ebbe lì per lì l'impressione che si trattasse appunto di «una Viperetta» (specie a cui aveva dedicato un trattatello giusto vent'anni prima e che perciò conosceva molto bene). Due considerazioni, però, lo indussero a ricredersi. La prima è che la serpe «non portava in bocca quei denti maggiori, o canini, o maestri, che portano le vipere, racchiusi nelle loro guaine»; la seconda è che «intorno a' due colli, immediatamente dopo le due teste, avea una striscia bianca lattata, che cingea l'uno, e l'altro collo in foggia di due collarini, il che non [h]anno le Vipere». Tale serpe «di poco passava la lunghezza di due de' miei palmi, e nella grossezza poteasi dir simile al dito minore della mano di un uomo». Di colore chiaro, rugginoso, tempestato di macchie nere, aveva appunto due teste perfettamente uguali, due bocche con altrettante lingue biforcute e due occhi per ogni testa; e poi due trachee, due polmoni, due cuori con i rispettivi canali sanguigni (con il destro un po' più grande di quello sinistro), due esofaghi e due stomachi, che infine confluivano in un solo e comune intestino.  Anche di questo animale possediamo un disegno, un po' più accurato del precedente essendo frutto dell'indagine diretta del nostre Redi.

Immagine tratta da Osservazioni di Francesco Redi Accademico
della Crusca intorno agli animali viventi che si trovano dentro
gli animali viventi,
Firenze, 1684, tavola prima.

  Per la verità Redi per condurre le sue indagini anatomiche aspettò che la vipera morisse, cosa che accadde nel giro di poche settimane. Tuttavia, lo scienziato lascia intendere di aver forse accelerato il corso delle cose.
Quando questo serpentello si morì, il che avvenne poco dopo il principio del mese di Febbraio, e la sua morte avvenne forse per gli strapazzi da me fattigli nel forzarlo a mordere alcuni animaletti, come appresso riferirò, ebbi campo di vedere, che morì prima la testa destra la mattina alle quindici ore, e la sinistra testa morì lo stesso giorno sett'ore dopo la destra.
  Che cos'aveva fatto Redi?
Molti giorni prima, che morisse, volli accertarmi, se il suo morso era velenoso: Onde operai, che mordesse con l'una, e con l'altra bocca replicatamente un piccion grosso, il quale non solo non ne morì; ma non ne ebbe male alcuno, per lo meno, apparente. Lo stesso avvenne a quattro Passere, e a due Calderugi di gabbia.
   Questo risultato lo incuriosì molto, poiché sapeva per esperienza diretta che, anche se vi erano animali che durante l'inverno rilasciavano il veleno per riprenderlo a primavera, le vipere non solo lo mantenevano, ma il loro siero era così potente da colpire mortalmente anche quattro giorni dopo la morte.
Quindi è che mi venne pensiero di voler in qualche altra congiuntura osservar minutamente, e a bella posta quanto tempo dopo morte conservano le Vipere il veleno, facendone replicate esperienze col tener minuto conto dell'ore, al che io non avea badato nelle mie prime Osservazioni intorno Vipere.
  É questa l'occasione per cominciare una nuova ricerca, in cui ci si è già dimenticati della portentosa vipera bicefala e si intraprendono altre indagini, cui verrà dedicato il resto dell'opera. Perchè - ed è questo il bello - se si hanno gli occhi per vederlo, come i nostri scienziati della prima modernità, tutto è un portento meravigliosamente degno di essere indagato.

mercoledì 21 marzo 2012

Un caso di spionaggio bioartigianale

  Si legge nelle antiche Historie de' Filosofi che il sapientissimo Apollonio Tianeo, nonostante che fosse letteratissimo e dottissimo Filosofo e molto esperto nelle cose della Naturale Filosofia, si partì di Grecia, passò il mar Rosso, caminò le grandi Indie e peregrinò quasi tutto il mondo e non ad altro effetto che per haver intiera cognitione di tutte quelle cose che a' Filosofi si appartengono. Non dirò di Hippocrate Greco, di Galeno Pergameno, di Plinio, di Trogo, di Laertio e infiniti altri, quai tutti caminarono il mondo per tale effetto: e io ad imitatione di questi tali, già molti anni sono che mi partì della mia dolce patria Bologna e cominciai a caminar la terra e solcare il mare, vedendo molte città e Province e praticando con diverse qualità di gente, medicando molti huomini e donne di diverse sorti di infermità: e fra questo tempo, ho voluto avere cognitione di tutte le scienze e arti che in queste nostre parti di Europa si usano, come nel mio Specchio di Scientia universale si può vedere. E tutto questo ho fatto non ad altro effetto se non per spogliarmi della ignoranza, nella quale molti siamo involti: e vestirmi di virtù e conoscenza delle cose, praticando sempre con Reverendi Theologi, con Filosofi, Medici, Cirugici, distillatori e tutte sorti di esperimentatori: mediante i quali sono interamente venuto prima in cognitione della santa fede cattolica del nostro Signore Christo Giesù e poi della filosofia e altre scienze e arti, delle quali ho conosciuto la verità del tutto; e subito venuto in tal cognitione, mi son messo a scrivere gli otto volumi, quali ho dato in luce, scoprendo in essi molti abusi e mostrando la verità a tutti, e massime nella medicina e cirugia, arti le più importanti di tutte l'altre, perciò che con quelle si conserva la vita degli huomini.

Ritratto di Fioravanti
  Comincia così, dopo un'eterna e vagamente fantozziana carrellata di epistole dedicatorie (nell'ordine: alla Signoria di Lucca, agli "huomini eccellentisimi in diverse professioni quali al presente vivono", al molto magnifico dottor Alfonso Barozzi ferrarese, ai magnifici scolari Artisti di Padova, all'eccellentissimo dottor Girolamo Capo di Vacca, al dottor Bernardin Trivisano, al molto magnifico dottor Francesco degli Alessandri di Asti, all'eccellentissimo dottor Decio Bellobuono napoletano, agli "huomini eccellenti in diverse professioni", evidentemente diversi da quelli di prima, al sacrosanto Collegio degli Artisti dell'alma Bologna, ai magnifici scolari dello studio dell'alma Bologna, al maestro dottor Conte di Monte vicentino) il Tesoro della vita humana del medico bolognese Leonardo Fioravanti (1518-1588), stampato per la prima volta a Venezia nel 1570. Fioravanti è un personaggio interessantissimo: un po' medico un po' avventuriero, un po' filosofo un po' cialtrone, guascone d'indole e chiacchierone per vocazione, per circa un decennio, dal 1548 al 1558, risalì la penisola italiana dalla Sicilia al Veneto cimentandosi tra le altre cose come medico militare nella sfortunata spedizione di Tripoli da parte dell'esercito imperiale (1551) e come medico cortigiano in alcune ricche case di diplomatici accreditati presso la corta papale. Stabilitosi a Venezia, cominciò a divulgare con grande acume editoriale i propri scritti, accreditandosi come titolare di un vastissimo sapere maturato sul campo attraverso centinaia di esperienze e di incontri effettuati nel corso nei suoi viaggi. In pagine animate da un'eccezionale sicurezza di sé, Fioravanti promette di curare le malattie più pericolose grazie a rimedi da lui stesso escogitati, a cui appioppava nomi misurati come quinta essenza, olio philosophorum, lattuario angelico e magna medicina (capace, a suo dire, di guarire nientemeno che tutte le infermità).

  Le opere di questo medico, scritte in un italiano freschissimo e così piene di vita vissuta, andrebbero lette direttamente come una sorta di romanzo picaresco (e per chi ne ha voglia, grazie a Google Books, è possibile farlo con relativa comodità). In alternativa, esiste una bella biografia di Piero Camporesi che, in omaggio a un'espressione tipica di Fioravanti presente anche nel passo che ho citato in apertura, si intitola Camminare il mondo. Dei mille e uno episodi che si potrebbero ripescare da quel pozzo di aneddoti, ne ho scelto qui uno in particolare, che ho sempre trovato curioso e che dà un'idea delle malizie che caratterizzano il mondo degli artigiani e dei tecnici del '500.

Veduta di Tropea, oggi
  Alla fine del capitolo 26 del secondo libro del Tesoro, messer Leonardo racconta che, prima di recarsi da Messina a Napoli, com'era nelle sue intenzioni, decise di passare per Turpia - ossia Tropea - attiratovi dalla fama di due fratelli, Pietro e Paolo, «huomini nobili e facoltosi in quella città, e cirugici dignissimi, i quali facevano il naso a coloro che per qualche accidente l'havevano perduto». Erano costoro infatti gli eredi di una dinastia di medici, quella dei Vianeo, che aveva saputo guadagnare rinomanza europea perché gelosissima depositaria di quello che nella lingua del tempo veniva definito un "secreto", ossia (riprendo dal Vocabolario della Crusca del 1626) «qualche ricetta, o modo saputo da pochi, d'operar qualche cosa». Siamo in un'epoca in cui tecnici di vario genere cercano di sopravvivere mostrando di possedere capacità che altri non hanno (lo stesso Fioravanti scrisse un Compendio de' secreti rationali). Si tratta in molti casi di presunte competenze astrologiche o magiche, in altri di conoscenze relative ai propri settori professionali, dalla matematica alla medicina: perfino il metodo di risoluzione delle equazioni cubiche diventa occasione per pubbliche tenzoni, non a colpi di spada bensì di problemi matematici. Chi invece continuava a risolvere le questioni alla vecchia maniera cavalleresca del duello (siamo pur sempre in una società nobiliare) doveva spesso fare i conti con tagli, sfiguramenti e vere e proprie mutilazioni che potevano rendere difficoltosa la vita di società. Ad essi si rivolgevano appunto i fratelli Vianeo, chirurghi estetici ante-litteram, ideatori di una vera e propria forma di rinoplastica naturale che fruttava loro non pochi quattrini. Figurarsi se Fioravanti, avido come s'è detto di nuove conoscenze e smanioso di metter le mani su ritrovati altrui, non faceva loro visita, «con animo di vedere se io poteva in qualche modo sapere come questi tali operavano nel fare tale operatione». Detto in altri termini, per rubar loro il brevetto.

  A questo punto la storia assume un contorno romanzesco. Fioravanti sapeva benissimo che se avesse rivelato la sua identità e la sua professione poteva tranquillamente scordarsi di strappare la minima informazione ai due colleghi. Decise perciò di presentarsi loro, in compagnia di un servo, nelle vesti di un gentiluomo bolognese giunto fin lì per conto di un ipotetico amico lombardo cui era stato tagliato via il naso nella battaglia di Serravalle (2-4 giugno 1544) e che era perciò interessato a un eventuale intervento chirurgico. Venuto a sapere che i due medici calabresi avevano ricevuto lettere che annunciavano l'arrivo del figlio di un senatore bolognese rimasto ferito in uno scontro privato, Fioravanti affermò di voler salutare il concittadino e, con questa scusa, prese a frequentare quotidianamente casa Vianeo, dove gli fu proposto di assistere ai trattamenti che vi venivano effettuati, giacché nessuno temeva che un nobiluomo potesse essere interessato a replicarli. Il suo vero colpo di genio fu comunque quello di manifestare aperto disgusto per quella pratica, stornando così ulteriormente ogni sospetto; e se una volta girava la faccia, quella dopo gettava una fugace occhiata professionale memorizzando i vari passaggi della procedura: «fingendo di non poter veder tal cosa, mi voltava con la faccia a dietro, ma gli occhi vedeano benissimo. E così viddi tutto il secreto, da capo a piedi e lo imparai». Fu con questo stratagemma deontologicamente non proprio corretto che i fratelli Vianeo persero la loro posizione di monopolio. O almeno così Fioravanti ce la racconta, dal momento che - pare - i suoi tentativi di ripetere l'intero processo non devono essere stati particolarmente efficaci. Ma la pubblicità è l'anima del commercio e quale miglior sistema di autopromozione che raccontare di avere appreso il proprio metodo direttamente dai chirurghi più famosi del tempo?

  Sì, ma di che si trattava esattamente? - diranno i miei trecentoventiquattro lettori. Lascio la descrizione allo stesso Fioravanti:

la prima cosa che costoro facevano ad uno quando il volevano fare tale operatione lo facevano purgare e poi nel braccio sinistro tra la spalla et il gomito, nel mezo pigliavano quella pelle con una tenaglia, e con una lancetta grande passavano tra la tanaglia et la carne del muscolo et vi passavano una lenzetta o stricca di tela e le medicavano fin tanto che quella pelle diventava grossissima. E come pareva a loro che fosse grossa a bastanza, tagliavano il naso tutta pare e tagliavano quella pelle ad una banda e la cusivano al naso e lo ligavano con tanto artificio e destrezza che non si poteva muovere in modo alcuno fin tanto che la detta pelle non era saldata insieme col naso. E saldata che era, la tagliavano a l'altra banda e scorticavano il labro della bocca e vi cusivano la detta pelle del braccio e la medicavano fin tanto che fosse saldata insieme col labro. E poi vi mettevano una forma fatta di metallo, nella quale il naso cresceva a proportione e restava formato ma alquanto più bianco della faccia. E questo è l'ordine che questi tali tenevano nel fare i nasi. E io lo imparai tanto bene quanto loro istessi. E così volendo lo saprei fare, e è una bellissima pratica e grande esperienza.

post scriptum: rileggendo per bene quest'ultimo brano, non propriamente limpido, dopo un conciliabolo con un amico, siamo giunti alla conclusione che forse Fioravanti non aveva visto poi così bene... per la gioia dei suoi pazienti...

giovedì 8 marzo 2012

L'arca di Blaise

 Dopo avermi ispirato il contenuto del post precedente, Jean Bodin torna sul luogo del delitto e mi offre l'occasione per introdurre in queste pagine quello che è uno dei miei eroi cinquecenteschi preferiti, un personaggio in realtà assai poco raccomandabile che, però, con un solo gesto, merita che la sua fama duri fin che il mondo lontana. Il nome di Blaise d'Auriol dirà credo assai poco ai miei appassionati lettori, a meno che non rammentino i miei ultimi auguri di Natale, ospitati su un altro blog, in cui vi facevo un rapido accenno. Del resto, non diceva assolutamente neanche a me, prima che mi ci imbattessi scorrendo il testo di una relazione tenuta all'Académie des Sciences, Inscriptions et Belles-Lettres di Tolosa il 22 febbraio 1906 e poi stampata nel sesto volume delle «Mémoires» della suddetta Accademia, di cui recuperai una copia in non ricordo quale biblioteca ai tempi della tesi di laurea. L'articolo offriva - come da titolo - un quadro della «réaction universitaire à Toulouse à l'époque de la Renaissance», ovvero uno spaccato dello scontro che caratterizzò la vita intellettuale tolosana tra gli ambienti più retrogradi della locale Università - che allora era uno dei maggiori centri di studio del diritto in Francia - e i più avanzati circoli umanistici, le cui proposte di riforma scolastica erano considerate da molti come una sorta di cavallo di Troia per veicolare le assai più perniciose tesi luterane tra le mura dell'istituzione che era nata, tre secoli prima, come roccaforte dell'ortodossia nelle terre degli Albigesi.

E.Schrom, Toulouse, St.Etienne (1967)
Su questa piazza si consumò il rogo di Caturce
  Le tensioni raggiunsero toni davvero drammatici all'inizio degli anni '30. C'è chi fu imprigionato e poi espulso dalla città (Etienne Dolet, che ricambiò parlando di Tolosa, in una sua lettera, come di «una città più barbara dei paesi abitati dai Geti e dagli Sciti»); chi fu condannato a salatissime ammende e alla pubblica abiura (come Jean de Boyssoné); chi, infine, pagò con la morte sul rogo, come Jean Caturce, baccelliere in diritto civile, arso vivo il 23 giugno 1533 (la motivazione della condanna non è mai stata chiarita del tutto: sembra che, in occasione di una festa religiosa - l'Epifania o Ognissanti - avesse assunto degli atteggiamenti giudicati "luterani", non foss'altro perché avrebbe sostituito un'invocazione religiosa a una formula di augurio rivolta al Re). Con la consueta salacia, richiamandosi scopertamente a quest'ultimo episodio, François Rabelais, che era amico personale di alcune vittime della repressione, racconta nel Pantagruel che il suo gigante, giunto un giorno a Tolosa nel suo girovagare per le terre di Francia, vi «imparò assai bene a ballare e a tirar di scherma con lo spadone a due mani, com'è uso degli studenti di quella università; ma come seppe di un'altra loro usanza ch'era quella di bruciar vivi i professori come aringhe salate da affumicare, non vi rimase un minuto di più. Dio non voglia - si disse - che tocchi anche a me una sorte del genere. Sono già abbastanza assetato di natura senza bisogno di accaldarmi di più» (Pantagruele, V; trad. di A.Frassineti).

  In questa storia Blaise d'Auriol rappresenta l'uomo d'ordine e d'apparato, l'espressione tipica del ceto conservatore e tradizionalista. Nato a Castelnaudary, nel Rossiglione, intorno al 1470, da famiglia nobile e ricca, il nostro Blaise percorse tutti i gradi della carriera accademica, seppe guadagnarsi una qualche notorietà con strumenti anche spregiudicati (per dire il personaggio, basti dire che pubblicò col proprio nome un poema arcaizzante che si sarebbe poi scoperto essere stato copiato alla lettera da un manoscritto inedito del principe poeta Charles d'Orléans, morto una cinquantina d'anni prima), divenne professore di diritto canonico e rivestì anche importanti incarichi istituzionali, alternando la pubblicazione di poesie devozionali a fermissime prese di posizione nei confronti di ogni disordine studentesco. Poiché il 1 agosto 1533, in occasione della visita a Tolosa del re Francesco I, fu incaricato dall'Università di impetrare con una richiesta pubblica al sovrano il diritto per lo Studio di nominare cavalieri, è del tutto probabile che un mese e mezzo prima fosse presente sul palco d'onore ad assistere compiaciuto all'esecuzione di Caturce.

  Fin qui, insomma, non c'è nulla in questo personaggio un po' meschino che possa catturare un grammo di interesse. Tuttavia Auriol aveva uno scheletro nell'armadio assai più difficile da nascondere di un misero plagio letterario - ed è qui che comincia la sua fortuna postuma, destinata ad essere ravvivata ancora nel '700 da Voltaire, perché perfidamente alimentata, lui ancora vivente, da quanti non l'avevano per nulla in simpatia. Tra questi c'era anche Jean Bodin. Il quale rievoca in un passaggio dei Six Livres de la République la grande paura che aveva attraversato l'Europa in vista della grande congiunzione di Saturno, Marte e Giove prevista per il febbraio 1524. Poiché tale congiunzione doveva avvenire nella costellazione dei Pesci, segno d'acqua, sin dal secolo precedente gli astrologi - a cominciare dal cardinale Pierre d'Ailly - avevano cominciato a vaticinare, con insistenza pari a quella che oggi ci riservano solo le profezie Maya, nientemeno che l'imminente arrivo di un secondo, terribile, diluvio universale. Bodin ricorda quindi malignamente che «ci furono molti miscredenti che si costruirono delle arche per salvarsi, come fece a Tolosa anche il presidente Auriol, sebbene si ricordasse loro la promessa di Dio e il suo giuramento di non far più perire gli uomini per il diluvio». Sì, ce lo vediamo quest'uomo integerrimo, ritto bel bello sulla sua arca in giardino, in attesa che si aprissero le cataratte del cielo e che quel Dio feroce in cui credeva facesse finalmente strage di tutti i peccatori del mondo (o forse, più semplicemente, con l'atteggiamento opportunista tipico del perbenista di ogni tempo, si era costruito il suo vascello perché si ride e si scherza, ma non si sa mai...).

L'attuale sede del Collège Blaise d'Auriol a Castelnaudary
  Un gustoso scambio epistolare avvenuto proprio a ridosso degli eventi drammatici del '33 fra due persone in qualche modo colpite dalla reazione, Arnaud de Ferrier e il già citato Jean de Boyssoné, ci restituisce la fresca e salutare goliardia con cui, nonostante i travagli subiti, questi uomini seppero affrontare la situazione. Scriveva infatti Ferrier, riferendosi espressamente alla richiesta inoltrata da Auriol a Francesco I di cui si è detto sopra: «voi mi domandate della grande, io direi anche la grandissima generosità che il re vi ha fatto concedendovi il diritto di nominare cavalieri delle persone che non hanno mai imparato a montare a cavallo, non più che a discenderne (...) Io temo che il nostro fesso [s'intenda Auriol stesso] faccia fare una mediocre figura a questa liberalità regale, poiché sarà il solo a Tolosa che fino ad oggi abbia messo il freno a dei cavalli con il suo talento di canonista. Oggi Auriol, domani gli altri della stessa pasta! Anche se per Auriol, la cosa funziona; poiché per questo pover'uomo, da tempo esperto di tattica navale, sarà facile assimilare rapidamente i principi della guerra terrestre. Se, in effetti, avete qualche dubbio sui suoi servizi marittimi, ricordatevi che è lui che, quando si diffuse il timore di un diluvio, incredulo nella bontà divina, si fece costruire un battello perfettamente installato e solidamente equipaggiato contro la tempesta. Me lo ricordo bene, avendolo potuto contemplare talvolta nel giardino dell'Università...».

  Può darsi che tutta la vicenda sia una bufala, ingigantitasi poi grazie alla mediazione letteraria, ma certo fa bene al cuore vedere come questi due giuristi spernacchino cotanto collega, appena pochi mesi dopo la morte del loro amico Caturce. L'ironia non basta a redimere la storia, ma rende più giustizia che il mero livore.

venerdì 2 marzo 2012

Mitalogie

Frontespizio dell'edizione originale
de L'Italiano
  Da non so quanto tempo noi italiani viviamo appesi al giudizio che sul nostro conto viene emesso dagli altri paesi e conviviamo con maggiore o minore fastidio con l'immagine dogmatizzata nella santa trinità "spaghetti-pizza-mandolino" (per non parlare dell'assai meno pittoresco riferimento alla criminalità: quando a Londra, tradito dal mio pessimo inglese, rivelai al libico che gestiva il fish&chips sotto casa la mia provenienza italiana, questi commentò con un sorriso tra il sarcastico e il sornione "ahhhh... mafia"; un'esperienza analoga capitò a un mio amico ad opera di un agente di frontiera tra Austria e Ungheria in un'altra occasione). Si può capire la curiosità che provai qualche anno fa nel constatare, leggendoli, che i grandi romanzi che avevano fondato il genere gotico - e che io mi immaginavo ambientati in tetre brughiere nordiche costellate di cimiteri di campagna in cui si aggiravano spettri che si confondevano con la nebbia - parlavano in realtà di noi, a cominciare proprio dal testo che tradizionalmente viene considerato il capofila di quella tradizione, Il castello di Otranto (Horace Walpole, 1765). Il quale, va da sé, si svolgeva nella città pugliese in un'epoca imprecisata al tempo delle Crociate («Gli episodi principali riflettono le credenze caratteristiche delle età più buie del cristianesimo...», si legge nella prefazione). Un altro classico del genere porta impresso il nostro segno sin dalla copertina, giacché si intitola L'Italiano o Il Confessionale dei Penitenti Neri (Ann Radcliffe, 1797), e narra vicende dislocate tra Napoli e altri luoghi del nostro Mezzogiorno non più proiettate sullo sfondo medievale, ma pressoché contemporanee, di una contemporaneità però ancora profondamente immersa, agli occhi dell'autrice, in un passato mai realmente superato. Analoghe caratteristiche si riscontrano anche ne Il Monaco (Matthew Lewis, 1796), che pure è ambientato in terra di Spagna. Immagino che la ragione di questo trend sia da ricercarsi nell'equiparazione tra "gotico" e "medievale" e nella facilità con cui l'opinione pubblica dell'Europa settentrionale guardava all'Europa mediterranea e cattolica come un vero e proprio residuo di quei "Dark Ages" da cui la modernità si era in qualche modo trascinata fuori: non per nulla queste storie parlano immancabilmente di segregazioni conventuali, di faide familiari, di possessioni diaboliche, di torture inquisitoriali, secondo ciò che il gusto del tempo immaginava essere stato il Medioevo.

  Si tratta ovviamente di un mito, elaborato a partire da dati più o meno storicamente attendibili ma destinato poi a godere una vita propria nell'immaginazione pubblica (correlato fantasioso dell'opinione pubblica). Questo non fu tuttavia l'unico mito d'Italia costruito in età moderna. I testi sopraccitati mi sono ritornati alla mente, qualche giorno fa, quando mi sono imbattuto in un brano di Jean Bodin, il grande giurista francese (1529-1596) che nel 1576 pubblicò Les Six Livres de la République, un testo-chiave per la legittimazione dello stato moderno. Quest'uomo così impegnato a riflettere sulle grandi mutazioni politiche in atto nel cosiddetto "secolo di ferro" non poteva non dedicare un'attenzione particolare alle vicende che travagliavano la sua Francia e che assunsero la forma, da noi più volte richiamata in questo blog, delle guerre di religione. Bodin non si limitò a trattare la questione in punta di diritto, ma si profuse in una profondissima indagine teorica durata molti anni con cui cercò di andare alla radice del problema e i cui risultati confluirono nel Colloquium heptaplomeres de rerum sublimium arcanis abditis (potremmo tradurre con "Colloquio a sette voci intorno ai reconditi arcani delle realtà sublimi", e pazienza se così dicendo l'oggetto rischia di restare un po' vago...). Come si evince dal titolo, trattasi di un dialogo tra sette personaggi, in rappresentanza di sette orientamenti diversi nei confronti della religione, nel rispetto di un genere letterario che vanta un'antica tradizione: abbiamo così il cattolico di ampie vedute, il luterano, il sostenitore della religione naturale, il calvinista, l'ebreo, il musulmano e un personaggio inedito che interpreta la parte dello scettico (segno che lo scetticismo stava cominciando davvero a entrare in circolo nella cultura europea). Sull'effettiva paternità di quest'opera, che fu stampata solo alla metà dell'800, sono emersi talora pareri contrastanti, che qui non interessano. Mi interessa invece l'esordio del dialogo, che contiene un elogio appassionato di una città italiana, Venezia, dove appunto si ritrovano tutti i partecipanti alla discussione, provenienti da Roma, Costantinopoli, Augusta, Siviglia, Anversa e Parigi.

Antica mappa di Venezia
(...) avendo costeggiato la riviera adriatica dopo una difficile traversata, approdammo a Venezia, porto comune di quasi tutte le genti o piuttosto del mondo intero, poiché non solo i Veneziani si rallegrano nel vedere e nell'ospitare gli stranieri, ma in quella città puoi anche vivere con grandissima libertà; e mentre le guerre civili o la paura dei tiranni o le dure esazioni delle tasse minacciano altre città e altre regioni, questa sola quasi mi sembra libera e immune da tutti questi generi di servitù. Perciò accade che vi giungano da ogni dove quanti decisero di trascorrere una vita con grandissima pace e libertà, dedicandosi al commercio, all'industria o all'ozio degno degli uomini liberi.

  A Venezia, per la verità, non molti anni dopo, sarebbe stato arrestato Giordano Bruno, ma è estremamente interessante constatare che per un dotto francese del '500 Venezia era l'unico luogo in cui si sarebbe potuta ambientare con una minima credibilità una discussione a tutto campo sui fondamenti della religione. La Serenessima rappresentava allora e rappresenterà ancora a lungo il simbolo dello stato repubblicano, quasi un residuo dell'antica libertà civile romana rimasto miracolosamente vivo dopo tantissimi secoli. Parlando del suo amico Etienne de la Boétie, uomo animato da un profondo amore per la libertà, Montaigne in uno dei suoi Saggi (I, 28) si dice certo che avrebbe preferito con ogni probabilità nascere a Venezia piuttosto che a Sarlac - e di esempi se ne potrebbero fare molti altri.

  É questo, evidentemente, un altro mito, frutto anch'esso di un impasto di dati storici e suggestioni fantastiche, non diversamente da quello di cui i romanzi gotici si nutrono e che contribuiscono a diffondere (il '500 italiano, per dirne una, è anche quello del "Franza o Spagna, purché se magna" e della cura del "particulare" di cui parla Guicciardini, che con la libertà sembrano avere poco a che fare). Ma per noi che viviamo nell'era dello spread dovrebbe essere più facile capire, a differenza che in altri tempi, quanto poco eterei siano i miti e quante ricadute concrete, anche drammatiche, essi possono avere nella storia effettuale dei paesi e delle persone.