domenica 1 febbraio 2026

Guerre giuste e ingiuste

Di questo dibattutissimo saggio di Walzer pubblicato in prima istanza alla fine degli anni ‘70 e da me letto nella precedente traduzione Laterza è appena uscita in questi giorni una nuova edizione italiana, segno che gli scenari geopolitici passano, ma una domanda di fondo resta, e come tutte le domande di fondo può apparire persino banale nella sua formulazione essenziale, che poi non è altro che questa: ha senso ed è possibile distinguere tra guerre giuste e guerre ingiuste? La guerra, cioè, è sempre un orrore da evitare, senza se e senza ma, oppure esistono situazioni che rendono inevitabile se non doveroso l’intervento armato? L’impiego della forza pone comunque tutti i belligeranti sullo stesso identico piano oppure esiste la possibilità, pur faticosa da percorrere e irta di complicazioni, di discriminare tra chi combatte “bene” e chi combatte “male”, chi lo fa per un motivo valido e chi per uno sbagliato (fino al caso limite di riconoscere che si può persino combattere “bene” una guerra sbagliata)? É un rovello che chi ha il privilegio di essere cresciuto in pace perché cittadino di una repubblica fondata sulla Resistenza e la lotta partigiana non può eludere per sempre. In modo non così dissimile da come Vitoria asseriva che un tema del genere non era competenza dei giuristi, bensì dei teologi, anche Walzer sottolinea che qui non si tratta tanto di una questione di diritto – poiché si sa che il diritto sarebbe capace di giustificare qualsiasi cosa – ma di morale, anzi, più precisamente di «moralità pratica», vale a dire quel complesso di norme a cui come esseri pensanti abbiamo l’esigenza di rifarci per orientare concretamente le nostre azioni di fronte alle «scelte tragiche» con cui dobbiamo continuamente misurarci e che implicano un’assunzione di responsabilità da parte nostra, soprattutto quando tutti e due i piatti della bilancia risultano gravati da cadaveri e macerie. Pur se meticoloso come un trattato, questo libro non presenta dunque una teoria etica generale, ma una ricca casistica di situazioni realmente accadute, a partire dalla quale si propone di tracciare delle linee di demarcazione tra ciò che va senz’altro rifiutato e ciò che invece, a determinate condizioni e con tutti gli scrupoli di questo mondo, può comunque essere accettato come decisione ragionevole e legittima.

Naturalmente, un simile discorso richiede l’accettazione di alcuni assunti di base che, considerato il carattere pratico del libro, restano un po’ ai margini della riflessione. Il primo e più fondamentale è che la guerra è un fatto umano ed è più realistico provare a disciplinarla, circoscrivendola e regolamentandola, anziché rifiutarla in tronco come un male da estirpare («la limitazione della guerra è l’inizio della pace», non per nulla, è l’aforisma con cui Walzer suggella tutta la sua analisi). A chi obietta che parlare di “guerra giusta” non serve ad altro che ad elaborare «un programma mirante a rendere tollerabile la guerra, mentre ciò di cui avremmo bisogno è un programma per la sua abolizione», il filosofo americano risponde che la costruzione di «un ordine universale in cui l’esistenza delle nazioni e dei popoli non possa mai venire minacciata» resta certo un obiettivo prioritario a cui vale assolutamente la pena dedicare tutto il nostro impegno: la difficoltà, però, «è che talvolta non abbiamo altra scelta che combattere per esso» (se no si fa la fine dei Chamberlain e di tutti quelli che avrebbero lasciato tranquillamente dilagare il nazismo). La guerra, dunque, non si può sempre evitare; ciò non significa tuttavia corroborare l’antico detto secondo cui in guerra, come in amore, tutto sia lecito. La guerra è indubbiamente un «inferno», come sostenuto da chi vorrebbe in questo modo autoassolversi dall’aver fatto ricorso a misure estreme, ma «anche all’inferno si può essere più o meno umani, si può combattere rispettando o meno dei limiti». Si tratta, perciò, di individuarli.

Secondo Walzer, in realtà, - ed è questo il suo secondo assunto – noi uomini siamo perfettamente in grado di distinguere che qualcosa “si può fare” e qualcosa no: ne è una prova diretta l’angoscia sperimentata dai combattenti quando devono prendere una decisione non facile che potrebbe coinvolgere la vita di civili o prigionieri o il maggior turbamento suscitato nell’opinione pubblica da un massacro di innocenti rispetto a una strage di militari e ancor più ne è una prova indiretta l’ipocrisia con cui in guerra i vertici politici e militari si sforzano sempre e comunque di nascondere gli interventi brutali che hanno ordinato, dal momento che, se si sente il bisogno di mentire, evidentemente è perché in fondo si sa che una determinata azione non sarà moralmente accettata dalla comunità (e in questo senso la vergognosa difesa degli omicidi perpetrati dagli agenti dell’ICE da parte dell’amministrazione Trump avrebbe almeno questo di rassicurante, nella sua ripugnanza: l’attestare, cioè, che siamo per un pelo ancora al di qua della linea oltre la quale c’è solo più l’esercizio spudorato della forza, verso cui per altri aspetti sembriamo sempre più pericolosamente trascinati). Per Walzer il carattere vincolante dei precetti la cui violazione suscita appunto indignazione e induce alla negazione chi se ne macchia non deriva da principi metafisici né da un comando divino, ma unicamente e pragmaticamente - però anche molto problematicamente - dal «consenso generale del genere umano». Ciò che tale morale condivisa prescriverebbe è che gli uomini hanno dei diritti e che tali diritti vanno sempre difesi, sia quando si riferiscono ai singoli individui sia quando vengono estesi alle comunità politiche di cui quegli individui fanno parte, sicché se riconosciamo, com’è giusto che sia, un «valore assoluto» alla vita e alla libertà degli uomini presi singolarmente, tanto da pensare che sarebbe meglio la morte a una vita in condizioni degradate o di schiavitù, dovremo affermare la stessa cosa per l’«integrità territoriale» e la «sovranità politica» degli Stati che quegli uomini raggruppano. Per questo l’aggressione è ciò che fa della guerra un crimine, in quanto costringe «uomini e donne a rischiare la vita per la difesa dei propri diritti», anche se poi la guerra, in se stessa, «non è un crimine», almeno finché sarà combattuta secondo determinate norme, tra soldati che si riconoscono reciprocamente come avversari (per questo Hitler, per dire, potrebbe essere considerato colpevole di fronte a un tribunale internazionale e Rommel no); reciprocamente la difesa dei diritti è «l’unica ragione valida» per combattere una guerra, perché, in presenza di un “contratto sociale” consensualmente stipulato (ossia, quando non ci si trovi sotto una dittatura), la popolazione tende a difendere «il proprio paese esattamente come ognuno di noi potrebbe difendere la propria casa – perché il paese è proprietà collettiva così come la casa proprietà privata».

In estrema sintesi, è questo «paradigma giuridico» il filtro attraverso cui Walzer prova a mettere ordine nella ricchissima varietà delle guerre combattute dall’uomo, analizzando caso per caso (in senso tipologico, ma partendo sempre da situazioni storiche definite) se e in che modo i criteri così definiti siano stati o meno rispettati. Non sarò certo io - misurato per istinto naturale e diffidente verso qualsiasi assolutizzazione - a criticare lo sforzo sincero di ragionare “volta per volta” e a piagnucolare perché non abbiamo a disposizione formulette risolutive in grado di sbrogliare in un colpo solo la matassa infinitamente complessa del reale (di solito, infatti, chi pensa di averle fa disastri). Tuttavia, nel seguire la fitta analisi di Walzer non mi si è mai del tutto spento il sospetto di avere a che fare con la costruzione di un sistema di coordinate teoricamente efficace, ma reso inutilizzabile dalla mancanza di dati condivisi da cui partire, come se avessimo definito le regole per disegnare una mappa, ma non fossimo poi d’accordo sulle misure reali del mondo che dobbiamo rappresentare. Si può concordare, per esempio, sul fatto che in guerra, come nella vita, si tende a parteggiare per le «vittime reali o potenziali», a riconoscere che «la loro lotta è giusta» e a sperare «nella sconfitta dell’aggressore, così come, nella sfera privata, vorremmo che venisse punito un nostro vicino che, anche senza ammazzare nessuno, avesse agito con prepotenza». Il problema inizia però quando si tratta di stabilire chi sia davvero la vittima - L’Ucraina, per dire, invasa dalle truppe russe o la Russia minacciata nella sua sovranità dalla Nato? – perché, a seconda dell’opzione scelta (e il dibattito pubblico verte proprio su questo, con gli uni che rinfacciano di stoltezza o malafede gli altri), la situazione si ribalta completamente. Per Walzer rientra nella nostra nozione comune di moralità il riconoscimento che «esistono delle minacce con le quali nessuna nazione ci si può aspettare che conviva» e che perciò «gli stati possono ricorrere all’impiego della forza militare (…) ogniqualvolta il non farlo metterebbe seriamente in pericolo la loro integrità territoriale o la loro sovranità politica», anche se non si è in presenza di un’invasione effettiva e non si hanno avvisaglie che una tale invasione debba avvenire – ma è proprio sulla valutazione concreta di questa minaccia che si può aprire, come di fatto si apre sempre, un vespaio incontrollabile che, senza intaccare la nostra nozione di moralità, le impedisce di fornirci un qualsiasi aiuto (lui, per esempio, sulla base di questo argomento ritiene legittimo l’attacco preventivo israeliano in occasione della guerra dei sei giorni, ma si tratta di un’affermazione universalmente condivisibile?).

Aleggia poi, in generale, su tutta la trattazione l’ombra di un paradosso di cui lo stesso Walzer è pienamente consapevole (tant’è che dedica un’intera sezione del libro a quelli che definisce i “dilemmi della guerra”). Il suo tentativo di trattare la guerra come una sorta di competizione sportiva, all’interno della quale vigono delle regole convenzionalmente accettate, si scontra infatti con il problema che l’obiettivo di chi compete non è semplicemente la conquista di una medaglia, ma rappresenta spesso una vera e propria questione di vita o di morte. Lo potremmo considerare una variante del famigerato comma 22: se la guerra merita di essere combattuta (cioè se la posta in palio è qualcosa di serissimo e irrinunciabile, la cui perdita renderebbe insostenibile la vita stessa), rispettare le regole non ha senso, perché il conseguimento dell’obiettivo finale viene prima di qualsiasi altra norma; ma se si accetta di rispettare le regole, allora forse la guerra non merita di essere combattuta, perché che vinca l’uno o vinca l’altro non è così rilevante per le due parti in causa, e allora sarebbe meglio provare a trovare altre soluzioni al conflitto. Anche qui Walzer introduce la clausola dell’«emergenza suprema» per giustificare la violazione di tutte le convenzioni che ha faticosamente cercato di individuare, quando l’alternativa fosse troppo pesante per essere accettata, ma con questo siamo di nuovo al punto di partenza: chi può stabilire oggettivamente il livello di un’emergenza? E difatti, per come lo configura Walzer, quello dell’emergenza suprema si rivela un dispositivo talmente stringente da funzionare più come arma critica contro i bombardamenti di Dresda e Hiroshima anziché come pezza d’appoggio per un determinato intervento militare. Poi, per carità, non è che l’esistenza dei teoremi di incompletezza ci impedisce di recriminare contro chi ha sbagliato a darci il resto e di riconoscere la diversa gravità di un simile errore veniale rispetto alla truffa dell’evasore fiscale milionario – per cui ben vengano tutte le precisazioni e i distinguo del caso – però resta forte la sensazione che, una volta arrivati al termine di questo lungo percorso, non abbiamo ancora neanche sfiorato il vero nocciolo della questione.

(finito il 20 agosto 2022)

Ho parlato di


Michael Walzer
Guerre giuste e ingiuste. 
Un discorso morale con esemplificazioni storiche
(Laterza 2009)

trad. di F. Armao

448 pp. | 24 €

(ed. or.: Just and Unjust War: A Moral Argument with Historical Illustrations, New York 1977)

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