domenica 4 gennaio 2026

Guerra e pensiero politico

Il modo in cui ho cercato in tutti questi anni di scontare il privilegio di avere già forse superato la metà della mia vita senza essere stato mai costretto a rispondere all’appello dello spirito del tempo indossando un elmetto e partendo per il fronte è stato finora quello di leggere e leggere e leggere il più possibile per provare a capire meglio, di volta in volta, quali fossero le ragioni e i motivi e le intenzioni che imponevano invece ad alcuni di farlo o, peggio ancora, che portavano altri, senza volerlo, a restare intrappolati tra le due linee di fuoco o sotto il tiro di qualche bomba intelligente: era accaduto, per esempio, dopo le Torri Gemelle, e poi dopo l’Iraq e l’Afghanistan, e ancora dopo le Primavere Arabe, finché, come avrà già notato qualcuno dei miei quattro lettori, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’interesse si è sollevato dal piano della contingenza storica a quello della riflessione teorica – e poiché non sono in grado di poter consultare in prima persona tutto quello che sarebbe invece necessario esaminare per farmi un’idea appena adeguata alla complessità del problema, non ho mai disdegnato di rivolgermi anche a dei testi riepilogativi alla ricerca di framework concettuali che mi aiutassero a dare un ordine quantomeno provvisorio ad autori, temi e questioni coinvolte, in modo da non restarne sopraffatto ed evitare così di dover consegnare al nemico le uniche armi con cui mi trovo a mio agio – e neppure sempre -, ossia quelle del pensiero.

Lo schema proposto da questo volume, che più che un saggio vero e proprio è appunto una documentata rassegna bibliografica su come la guerra è stata pensata nel corso del XX secolo, suddivide il Novecento in tre epoche, se così si può dire, gravitanti ciascuna intorno a uno specifico momento-chiave che ne ha fissato le regole d’ingaggio. L’avvio è costituito dalla crescente evocazione della guerra che si diffonde a macchia d’olio nella pubblicistica europea, soprattutto d’avanguardia, durante il più lungo periodo di pace mai sperimentato dall’Europa fino a quel momento, attraverso cui la guerra stessa viene celebrata dai suoi cantori come momento palingenetico di coesione comunitaria, accettazione aristocratica di un destino superiore, sottomissione volontaria a un’idealità spirituale fino al sacrificio della propria vita da opporre quale antidoto alla progressiva massificazione dell’Occidente e al liquefarsi dei suoi valori nell’etica edonistica, utilitaria e puramente commerciale promossa dalle liberaldemocrazie “borghesi”. Come ebbe a scrivere tendenziosamente Werner Sombart a conflitto ancora in corso, la Grande guerra sarebbe cioè da considerarsi, al netto di tutte le controversie territoriali o coloniali, come uno scontro esistenziale tra “mercanti” ed “eroi”, tra quanti chiedono alla vita “che cosa puoi darmi?” e quelli che le chiedono “che cosa posso darti?”: da un lato, i promotori di una modernizzazione indirizzata verso una forma di sbriciolamento sociale sostenuto da una concezione puramente soggettiva del diritto e dalla centralità assoluta riservata agli interessi privati (tipicamente, gli inglesi); dall’altra, i cultori di un’altra possibile modernità, controrivoluzionaria rispetto all’ideale di un confortevole quieto vivere auspicato dall’uomo medio, in quanto imperniata sulla concezione quasi mistica di una totalità organica di uomini veri, uniti dalla lingua, dal sangue e da una visione comune della vita (tipicamente, i tedeschi, «l’ultima diga contro “il fiume di fango del commercialismo”»). Kultur vs. Zivilisation, si diceva allora, ma se si aggiornassero, inserendovi, rispettivamente, richiami all’ideologia woke e ai sovranismi identitari, certi discorsi del tempo potrebbero tranquillamente apparire come se fossero scritti oggi – non già per l’ineludibilità di una questione che, così com’è posta, a me pare in realtà del tutto fuorviante, ma temo più per manierismo e per il desiderio represso che hanno sempre avuto gli apocalittici per tutte le stagioni di sentirsi parte della battaglia finale, al punto da sperare di innescarla, ad ogni generazione, con il materiale a loro disposizione.

Certo, qualche differenza c’è. Vorrà pur dire qualcosa, infatti, se quelli che si beano di organizzare mostre in onore dei futuristi (per i quali la guerra era la “sola igiene del mondo”) e glorificano i rituali di morte della Decima Mas vorrebbero reintrodurre, sì, la leva obbligatoria, ma solo per finta, come una coreografia che soddisfi la richiesta gerontofila di disciplina interna da parte di una popolazione sempre più vecchia, e guardano al contempo con estrema simpatia al modello di ordine imperiale promosso da leader autoritari, in cui frontiere e mercati siano sufficientemente tranquilli da permettere a chi sta nella parte giusta del mondo di tagliare l’erba del suo giardino e cucinarsi il barbecue in santa pace, appunto (e non è l’unico dei cortocircuiti ideologici caratteristici delle destre al potere, che di riflesso mandano in tilt anche le sinistre: guardate quali meschine supercazzole tirano fuori i sovranisti nostrani quando non si tratta più di tutelare semplicemente il pedigree del pomodorino italico ma di prendere posizione rispetto ai veri e soli attacchi militari alla sovranità territoriale condotti in questi anni, in Ucraina come in Venezuela). Al contrario, a qualsiasi paese appartenessero, all’inizio del Novecento la guerra apparve davvero a molti esponenti di una gioventù ancora imbevuta di miti romantici, ma rimasta impantanata nell’apparente grigiore di quello che Zweig avrebbe definito il “mondo della sicurezza” (e solo a posteriori sarebbe stata chiamata “belle époque”), come l’ultima occasione per agguantare un orizzonte di gloria anziché doversi accontentare come massima aspirazione possibile del posto fisso in banca...

Fu ovviamente un tremendo autoinganno, che non venne totalmente dissipato neanche dall’immane massacro che ne scaturì, tant’è che nell’arco di trent’anni ne sarebbe scoppiata un’altra, di guerra mondiale, non meno catastrofica della prima, solo al termine della quale sembrò davvero farsi finalmente strada «la volontà di aprire una nuova fase delle relazioni internazionali in cui si è disposti sia a rinunciare alla guerra come strumento di risoluzione delle controversie, sia a limitare la propria sovranità a favore di organismi che coordinino le relazioni tra Stati. Fuggire alla guerra e alle distruzioni che la tecnica le consente appare una necessità improcrastinabile: mai più la politica deve condurre l’umanità sull’orlo del baratro così come è successo nella prima metà del Novecento». Non che fosse proprio una novità: una Società delle Nazioni istituita allo scopo di evitare il ricorso al conflitto armato come metodo di risoluzione delle tensioni internazionali era già stata fondata nel 1920 e si è visto che misera fine aveva fatto. Per promuovere questo secondo tentativo non sarebbero bastati neanche questa volta le buone intenzioni e l’emozione collettiva testimoniati dalle opere più luminose scritte intorno a quegli anni da chi la guerra l’aveva attraversata e non ne poteva più davvero, se non fosse intervenuto l’ausilio involontario dell’atomica, la vera “forza frenante” capace di ritardare la fine del mondo (o katechon, nel linguaggio paolino rimesso in circolazione da Carl Schmitt). Sarebbe dunque stata la bomba la potenza mondana subentrata, nel secondo Novecento, a ciò che erano stati l’ideale imperiale cristiano nel Medioevo post-carolingio e il sistema degli stati nazionali nell’ordine post-vestfaliano. Questo prodigio della tecnica– nel doppio senso della parola latina monstruum –impose di fatto nuove regole alla politica e allestì uno scenario in cui la guerra era, sì, dappertutto, onnipresente, ma come silenziata, “fredda”, senza attacchi diretti tra i due principali competitor. «Senza di esso non ci sarebbe stato un ordine mondiale così duraturo e stabile e quest’ultimo non ci sarebbe stato senza l’ombra costante del fungo atomico sui palcoscenici politici dell’interno mondo». Ed in effetti, alla luce dell’instabilità attuale, alla fine siamo davvero arrivati ad amarla e rimpiangerla, la bomba, e con lei anche i bei tempi andati delle battaglie solo simulate tra Rocky e Ivan Drago, momento clou di quell’immaginario pop anni ‘80 che così tanto ancora ci appassiona.

Non a caso la terza e ultima epoca sarebbe stata inaugurata nel 1991, parallelamente al dissolvimento dell’URSS, con la guerra del Golfo, che se rappresentò in effetti uno spettacolo non oso dire traumatico, ma sicuramente impressionante, per chi ha la mia stessa età e magari conserva ancora nomi e volti dei vari corrispondenti di guerra nella stessa sezione della memoria in cui risuonano i brani delle canzoni degli 883, mise soprattutto alla prova categorie e schemi di pensiero faticosamente elaborati nei decenni precedenti, con intellettuali da sempre fermamente impegnati nel difendere le ragioni della pace ora ritrovatisi a sorpresa favorevoli all’intervento armato. In Italia il caso più celebre fu quello di Bobbio, che con tutti i possibili distinguo e i suoi tipici però, vide pur sempre nella costruzione di una coalizione armata sotto l’egida dell’ONU un segno (nel senso in cui lo fu a suo tempo per Kant la Rivoluzione Francese) del possibile avvio di un ordinamento repubblicano cosmopolitico in grado di superare la sovranità assoluta degli Stati nazionali e trasformare le guerre in operazioni di polizia a difesa dei diritti umani (posizione assai problematica, che qui viene riletta attraverso l’analisi critica fornita da Danilo Zolo).

Ma il motivo principale per cui la Guerra del Golfo scompaginò nuovamente le carte, e più profondamente, è dovuto alla presenza ormai invasiva dei mass media che la caratterizzò in modo del tutto inedito. «Non solo quella del 1991 è stata la prima guerra in diretta, ma mai il rapporto tra media e azione militare era stato così stretto e strategico. Se la Guerra Fredda aveva segnato la nascita di un discorso politico, incardinato sul conflitto potenziale, realizzato attraverso la produzione di discorsi e rappresentazioni sulla minaccia nucleare, la Guerra del Golfo produce per la prima volta un discorso di guerra che utilizza tutte le tecniche e le pratiche discorsive sviluppate nel quarantennio precedente. La presenza dei media rappresenta un vero evento storico, un fattore del tutto innovativo in grado di modificare profondamente la percezione della guerra agli occhi dell’opinione pubblica mondiale», per esempio attraverso il passaggio da una retorica bellicista tutta declinata in termini “maschili”, com’era avvenuto fino al Primo Novecento (la guerra roba da veri maschi, la pace per le femminucce), a un vocabolario che invece «esalta la neutralità della macchina, la sua oggettività. Sotto questo punto di vista la Guerra del Golfo è senza dubbio una guerra post-umana, perché pone al centro della sua azione non più l’uomo ma la macchina» e presenta le stesse azioni militari non già come espressione di potenza e di forza, bensì «quali “azioni chirurgiche”, in cui implicitamente si esprimeva un intento volto alla guarigione e alla liberazione da un male».

Dal 1991 è passato molto altro sangue sotto i ponti e persino nel 2009, quando questo libro uscì, storicizzando il Novecento senza neanche provare ad accennare a tutto ciò che nel frattempo era accaduto di nuovo, alcune sue conclusioni potevano apparire già sorpassate, a riprova dell’assioma generale per cui l’unica guerra che arriviamo a capire bene fino in fondo è sempre quella precedente (se capissimo quella che sta per arrivare, infatti, probabilmente non la faremmo). Mi colpiscono tuttavia proprio le ultime pagine del volume, dedicate a Baudrillard. Curioso caso, il suo. Quindici giorni prima l’inizio dell’operazione Desert Storm, il sociologo francese pubblicò infatti un articolo in cui sosteneva che la Guerra del Golfo “non ci sarebbe mai stata”, perché l’avvenimento reale della guerra, con tutto il peso della sua concretezza e la sua crudezza, non sarebbe più stato sostenibile da una civiltà ossessionata dalla realtà e tutta intenta ad avvolgersi dentro un proprio bozzolo di “virtualità”. I fatti parvero smentirlo clamorosamente, ma subito dopo il ritiro delle armate irachene dal Kuwait egli diede alle stampe un nuovo saggio in cui affermò provocatoriamente che davvero la guerra del Golfo “non c’era mai stata”, ovvero che si era trattato di un «simulacro di guerra, più che un evento reale» - e questo non solo perché, nonostante l’imponente dispiegamento di forze in campo, non ci fu un vero e proprio scontro armato tra le due parti, né una vera e propria distinzione tra vincitori e vinti, tant’è che Saddam sarebbe rimasto tranquillamente al potere per altri dodici anni. Quel che intendeva dire è che, con la Guerra del Golfo «non c’è più la guerra, sostituita da una sua rappresentazione», in cui contava molto di più, anche ai fini della percezione che l’Occidente voleva continuare ad avere di se stesso, il modo in cui se ne parlò rispetto alle conseguenze effettivamente raggiunte sul terreno. Sembra offensivo verso le vittime, ma, considerata la situazione attuale, mi lascio stimolare dalla domanda, a cui non saprei dare una risposta: Russia, Cina e Stati Uniti hanno realmente bisogno di Ucraina, Taiwan e Groenlandia per la propria sopravvivenza oppure le minacce di invasione servono più che altro ad alimentare un’autorappresentazione di sé che sembra più importante di quello che si è per davvero?

(finito il 19 agosto 2022)

Ho parlato di


Diego Lazzarich
Guerra e pensiero politico. Percorsi novecenteschi
(Istituto Italiano per gli Studi Filosofici 2009)

226 pp. | 15 €

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