Il
modo in cui ho cercato in tutti questi anni di scontare il privilegio
di avere già forse superato la metà della mia vita senza essere
stato mai costretto a rispondere all’appello dello spirito del
tempo indossando un elmetto e partendo per il fronte è stato finora
quello di leggere e leggere e leggere il più possibile per provare a
capire meglio, di volta in volta, quali fossero le ragioni e i motivi
e le intenzioni che imponevano invece ad alcuni di farlo o, peggio
ancora, che portavano altri, senza volerlo, a restare intrappolati
tra le due linee di fuoco o sotto il tiro di qualche bomba
intelligente: era accaduto, per esempio, dopo le Torri Gemelle, e poi
dopo l’Iraq e l’Afghanistan, e ancora dopo le Primavere Arabe,
finché, come avrà già notato qualcuno dei miei quattro lettori, in
seguito all’invasione russa dell’Ucraina, l’interesse si è
sollevato dal piano della contingenza storica a quello della
riflessione teorica – e poiché non sono in grado di poter
consultare in prima persona tutto quello che sarebbe invece
necessario esaminare per farmi un’idea appena adeguata alla
complessità del problema, non ho mai disdegnato di rivolgermi anche
a dei testi riepilogativi alla ricerca di framework concettuali che
mi aiutassero a dare un ordine quantomeno provvisorio ad autori, temi
e questioni coinvolte, in modo da non restarne sopraffatto ed evitare
così di dover consegnare al nemico le uniche armi con cui mi trovo a
mio agio – e neppure sempre -, ossia quelle del pensiero.
Lo
schema proposto da questo volume, che più che un saggio vero e
proprio è appunto una documentata rassegna bibliografica su come la
guerra è stata pensata nel corso del XX secolo, suddivide il
Novecento in tre epoche, se così si può dire, gravitanti ciascuna
intorno a uno specifico momento-chiave che ne ha fissato le regole
d’ingaggio. L’avvio è costituito dalla crescente evocazione
della guerra che si diffonde a macchia d’olio nella pubblicistica
europea, soprattutto d’avanguardia, durante il più lungo periodo
di pace mai sperimentato dall’Europa fino a quel momento,
attraverso cui la guerra stessa viene celebrata dai suoi cantori come
momento palingenetico di coesione comunitaria, accettazione
aristocratica di un destino superiore, sottomissione volontaria a
un’idealità spirituale fino al sacrificio della propria vita da
opporre quale antidoto alla progressiva massificazione dell’Occidente
e al liquefarsi dei suoi valori nell’etica edonistica, utilitaria e
puramente commerciale promossa dalle liberaldemocrazie “borghesi”.
Come ebbe a scrivere tendenziosamente Werner Sombart a conflitto
ancora in corso, la Grande guerra sarebbe cioè da considerarsi, al
netto di tutte le controversie territoriali o coloniali, come uno
scontro esistenziale tra “mercanti” ed “eroi”, tra quanti
chiedono alla vita “che cosa puoi darmi?” e quelli che le
chiedono “che cosa posso darti?”: da un lato, i promotori di una
modernizzazione indirizzata verso una forma di sbriciolamento sociale
sostenuto da una concezione puramente soggettiva del diritto e dalla
centralità assoluta riservata agli interessi privati (tipicamente,
gli inglesi); dall’altra, i cultori di un’altra possibile
modernità, controrivoluzionaria rispetto all’ideale di un
confortevole quieto vivere auspicato dall’uomo medio, in quanto
imperniata sulla concezione quasi mistica di una totalità organica
di uomini veri, uniti dalla lingua, dal sangue e da una visione
comune della vita (tipicamente, i tedeschi, «l’ultima diga contro
“il fiume di fango del commercialismo”»). Kultur vs.
Zivilisation, si diceva allora, ma se si aggiornassero,
inserendovi, rispettivamente, richiami all’ideologia woke e ai
sovranismi identitari, certi discorsi del tempo potrebbero
tranquillamente apparire come se fossero scritti oggi – non già
per l’ineludibilità di una questione che, così com’è posta, a
me pare in realtà del tutto fuorviante, ma temo più per manierismo
e per il desiderio represso che hanno sempre avuto gli apocalittici
per tutte le stagioni di sentirsi parte della battaglia finale, al
punto da sperare di innescarla, ad ogni generazione, con il
materiale a loro disposizione.
Certo,
qualche differenza c’è. Vorrà pur dire qualcosa, infatti, se
quelli che si beano di organizzare mostre in onore dei futuristi (per
i quali la guerra era la “sola igiene del mondo”) e glorificano i
rituali di morte della Decima Mas vorrebbero reintrodurre, sì, la
leva obbligatoria, ma solo per finta, come una coreografia che
soddisfi la richiesta gerontofila di disciplina interna da parte di
una popolazione sempre più vecchia, e guardano al contempo con
estrema simpatia al modello di ordine imperiale promosso da leader
autoritari, in cui frontiere e mercati siano sufficientemente
tranquilli da permettere a chi sta nella parte giusta del mondo di
tagliare l’erba del suo giardino e cucinarsi il barbecue in santa
pace, appunto (e non è l’unico dei cortocircuiti ideologici
caratteristici delle destre al potere, che di riflesso mandano in
tilt anche le sinistre: guardate quali meschine supercazzole tirano
fuori i sovranisti nostrani quando non si tratta più di tutelare
semplicemente il pedigree del pomodorino italico ma di prendere
posizione rispetto ai veri e soli attacchi militari alla sovranità
territoriale condotti in questi anni, in Ucraina come in Venezuela).
Al contrario, a qualsiasi paese appartenessero, all’inizio del
Novecento la guerra apparve davvero a molti esponenti di una gioventù
ancora imbevuta di miti romantici, ma rimasta impantanata
nell’apparente grigiore di quello che Zweig avrebbe definito il
“mondo della sicurezza” (e solo a posteriori sarebbe stata
chiamata “belle époque”), come l’ultima occasione per
agguantare un orizzonte di gloria anziché doversi accontentare come
massima aspirazione possibile del posto fisso in banca...
Fu
ovviamente un tremendo autoinganno, che non venne totalmente
dissipato neanche dall’immane massacro che ne scaturì, tant’è
che nell’arco di trent’anni ne sarebbe scoppiata un’altra, di
guerra mondiale, non meno catastrofica della prima, solo al termine
della quale sembrò davvero farsi finalmente strada «la volontà di
aprire una nuova fase delle relazioni internazionali in cui si è
disposti sia a rinunciare alla guerra come strumento di risoluzione
delle controversie, sia a limitare la propria sovranità a favore di
organismi che coordinino le relazioni tra Stati. Fuggire alla guerra
e alle distruzioni che la tecnica le consente appare una necessità
improcrastinabile: mai più la politica deve condurre l’umanità
sull’orlo del baratro così come è successo nella prima metà del
Novecento». Non che fosse proprio una novità: una Società delle
Nazioni istituita allo scopo di evitare il ricorso al conflitto
armato come metodo di risoluzione delle tensioni internazionali era
già stata fondata nel 1920 e si è visto che misera fine aveva
fatto. Per promuovere questo secondo tentativo non sarebbero bastati
neanche questa volta le buone intenzioni e l’emozione collettiva
testimoniati dalle opere più luminose scritte intorno a quegli anni
da chi la guerra l’aveva attraversata e non ne poteva più davvero,
se non fosse intervenuto l’ausilio involontario dell’atomica, la
vera “forza frenante” capace di ritardare la fine del mondo (o
katechon, nel linguaggio paolino rimesso in circolazione da
Carl Schmitt). Sarebbe dunque stata la bomba la potenza mondana
subentrata, nel secondo Novecento, a ciò che erano stati l’ideale
imperiale cristiano nel Medioevo post-carolingio e il sistema degli
stati nazionali nell’ordine post-vestfaliano. Questo prodigio della
tecnica– nel doppio senso della parola latina monstruum
–impose di fatto nuove regole alla politica e allestì uno scenario
in cui la guerra era, sì, dappertutto, onnipresente, ma come
silenziata, “fredda”, senza attacchi diretti tra i due principali
competitor. «Senza di esso non ci sarebbe stato un ordine
mondiale così duraturo e stabile e quest’ultimo non ci sarebbe
stato senza l’ombra costante del fungo atomico sui palcoscenici
politici dell’interno mondo». Ed in effetti, alla luce
dell’instabilità attuale, alla fine siamo davvero arrivati ad
amarla e rimpiangerla, la bomba, e con lei anche i bei tempi andati
delle battaglie solo simulate tra Rocky e Ivan Drago, momento clou di
quell’immaginario pop anni ‘80 che così tanto ancora ci
appassiona.
Non
a caso la terza e ultima epoca sarebbe stata inaugurata nel 1991,
parallelamente al dissolvimento dell’URSS, con la guerra del Golfo,
che se rappresentò in effetti uno spettacolo non oso dire
traumatico, ma sicuramente impressionante, per chi ha la mia stessa
età e magari conserva ancora nomi e volti dei vari corrispondenti di
guerra nella stessa sezione della memoria in cui risuonano i brani
delle canzoni degli 883, mise soprattutto alla prova categorie e
schemi di pensiero faticosamente elaborati nei decenni precedenti,
con intellettuali da sempre fermamente impegnati nel difendere le
ragioni della pace ora ritrovatisi a sorpresa favorevoli
all’intervento armato. In Italia il caso più celebre fu quello di
Bobbio, che con tutti i possibili distinguo e i suoi tipici però,
vide pur sempre nella costruzione di una coalizione armata sotto
l’egida dell’ONU un segno (nel senso in cui lo fu a suo tempo per
Kant la Rivoluzione Francese) del possibile avvio di un ordinamento
repubblicano cosmopolitico in grado di superare la sovranità
assoluta degli Stati nazionali e trasformare le guerre in operazioni
di polizia a difesa dei diritti umani (posizione assai problematica,
che qui viene riletta attraverso l’analisi critica fornita da
Danilo Zolo).
Ma
il motivo principale per cui la Guerra del Golfo scompaginò
nuovamente le carte, e più profondamente, è dovuto alla presenza
ormai invasiva dei mass media che la caratterizzò in modo del tutto
inedito. «Non solo quella del 1991 è stata la prima guerra in
diretta, ma mai il rapporto tra media e azione militare era
stato così stretto e strategico. Se la Guerra Fredda aveva segnato
la nascita di un discorso politico, incardinato sul conflitto
potenziale, realizzato attraverso la produzione di discorsi e
rappresentazioni sulla minaccia nucleare, la Guerra del Golfo produce
per la prima volta un discorso di guerra che utilizza tutte le
tecniche e le pratiche discorsive sviluppate nel quarantennio
precedente. La presenza dei media rappresenta un vero evento
storico, un fattore del tutto innovativo in grado di modificare
profondamente la percezione della guerra agli occhi dell’opinione
pubblica mondiale», per esempio attraverso il passaggio da una
retorica bellicista tutta declinata in termini “maschili”,
com’era avvenuto fino al Primo Novecento (la guerra roba da veri
maschi, la pace per le femminucce), a un vocabolario che invece
«esalta la neutralità della macchina, la sua oggettività. Sotto
questo punto di vista la Guerra del Golfo è senza dubbio una guerra
post-umana, perché pone al centro della sua azione non più l’uomo
ma la macchina» e presenta le stesse azioni militari non già come
espressione di potenza e di forza, bensì «quali “azioni
chirurgiche”, in cui implicitamente si esprimeva un intento volto
alla guarigione e alla liberazione da un male».
Dal
1991 è passato molto altro sangue sotto i ponti e persino nel 2009,
quando questo libro uscì, storicizzando il Novecento senza neanche
provare ad accennare a tutto ciò che nel frattempo era accaduto di
nuovo, alcune sue conclusioni potevano apparire già sorpassate, a
riprova dell’assioma generale per cui l’unica guerra che
arriviamo a capire bene fino in fondo è sempre quella precedente (se
capissimo quella che sta per arrivare, infatti, probabilmente non la
faremmo). Mi colpiscono tuttavia proprio le ultime pagine del volume,
dedicate a Baudrillard. Curioso caso, il suo. Quindici giorni prima
l’inizio dell’operazione Desert Storm, il sociologo
francese pubblicò infatti un articolo in cui sosteneva che la Guerra
del Golfo “non ci sarebbe mai stata”, perché l’avvenimento
reale della guerra, con tutto il peso della sua concretezza e la sua
crudezza, non sarebbe più stato sostenibile da una civiltà
ossessionata dalla realtà e tutta intenta ad avvolgersi dentro un
proprio bozzolo di “virtualità”. I fatti parvero smentirlo
clamorosamente, ma subito dopo il ritiro delle armate irachene dal
Kuwait egli diede alle stampe un nuovo saggio in cui affermò
provocatoriamente che davvero la guerra del Golfo “non c’era mai
stata”, ovvero che si era trattato di un «simulacro di guerra, più
che un evento reale» - e questo non solo perché, nonostante
l’imponente dispiegamento di forze in campo, non ci fu un vero e
proprio scontro armato tra le due parti, né una vera e propria
distinzione tra vincitori e vinti, tant’è che Saddam sarebbe
rimasto tranquillamente al potere per altri dodici anni. Quel che
intendeva dire è che, con la Guerra del Golfo «non c’è più la
guerra, sostituita da una sua rappresentazione», in cui contava
molto di più, anche ai fini della percezione che l’Occidente
voleva continuare ad avere di se stesso, il modo in cui se ne parlò
rispetto alle conseguenze effettivamente raggiunte sul terreno.
Sembra offensivo verso le vittime, ma, considerata la situazione
attuale, mi lascio stimolare dalla domanda, a cui non saprei dare una
risposta: Russia, Cina e Stati Uniti hanno realmente bisogno di
Ucraina, Taiwan e Groenlandia per la propria sopravvivenza oppure le
minacce di invasione servono più che altro ad alimentare
un’autorappresentazione di sé che sembra più importante di quello
che si è per davvero?
(finito il 19 agosto 2022)
Ho parlato di
Guerra e pensiero politico. Percorsi novecenteschi
(Istituto Italiano per gli Studi Filosofici 2009)
226 pp. | 15 €

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