giovedì 21 febbraio 2019

Le radici del Romanticismo

Forse mi sto facendo condizionare dagli eventi e comincio anch'io a vedere il demonio dappertutto, persino quando mi immergo in letture che dovrebbero sottrarmi a questo offensivo presente, ma leggete qua e ditemi un po’ se queste parole non vi sembrano la messa in bella copia di quanto dichiarano quelli che se la prendono con i “numerini” delle finanziarie e le stime degli organismi sovranazionali: «qualunque postulato che affermi l’esistenza di leggi oggettive non è nient’altro che una fantasticheria umana, un’invenzione umana, un tentativo compiuto dagli esseri umani per giustificare la loro condotta, e specialmente la loro condotta disdicevole, evocando immaginarie leggi esterne e scaricando ogni responsabilità, poniamo, della legge della domanda e dell’offerta, o di una qualunque altra specie di legge esterna (in campo politico, oppure economico) che si presume essere immodificabile, e che pertanto non solo spiega, ma giustifica la povertà, la degradazione e gli altri sgradevoli fenomeni sociali». Questo perché «non esiste una struttura delle cose», e se tale struttura non esiste sarà illusoria anche «qualunque concezione che cerchi di rappresentare la realtà come dotata di una forma suscettibile di essere studiata, descritta, appresa, comunicata ad altri, e sotto ogni altro aspetto trattata in un modo scientifico». L'unica cosa che conta è allora la volontà, la possibilità di «plasmare le cose a nostro piacimento», perché «esse pervengono all’essere soltanto per effetto della nostra attività plasmatrice». Io qui ci vedo in filigrana tutta l’ostilità verso i saperi, la pratica disinvolta della post-verità, il furore con cui si disprezzano le cose che non si capiscono perché sono sicuramente “contro il popolo”, l'esaltazione narcisistica della propria intraprendenza quale soluzione di tutti i problemi - un concentrato, insomma, delle pulsioni un po' infantili che animano i nostri bravi governanti e ancor più i loro sostenitori. 

Si tratta forse di citazioni tratte da un saggio di sociologia contemporanea? Un testo di Bauman, di Beck? No, tutt’altro. Leggo queste osservazioni in un meraviglioso libro ricavato da una serie di conferenze sul Romanticismo che Isaiah Berlin tenne nel lontano 1965 e che costituisce un ottimo esempio della regale padronanza con cui gli anglosassoni sanno muoversi nella storia delle idee senza restare impantanati, come capita talvolta a noi, nella palude delle note. Per Berlin, il Romanticismo è stato «il maggior mutamento singolo verificatosi nella coscienza dell’Occidente», l’ultima grande trasformazione epocale che abbia segnato il nostro modo di interpretare il mondo. Al nocciolo dell’esperienza romantica c’è infatti il rovesciamento di tutta una serie di presupposti su cui si era basata la civiltà europea precedente, sia greca che cristiana – come per l'appunto l'idea secondo cui la realtà, il mondo, la natura costituisse un ordine dato e conoscibile (poco importa che lo fosse solo a Dio o anche all'uomo, tramite la scienza o altri strumenti). Questa vena iconoclasta maturò tra '700 e '800 in Germania ad opera di una generazione di intellettuali spiantati, outsider, personaggi culturalmente preparati ma messi ai margini da una società di cui, anche per questo, detestavano gli usi, i costumi, i tic – tutte frivolezze etichettate come “francesi”, di contro a una spiritualità e profondità considerate al contrario espressioni autenticamente “tedesche” (e sostanzialmente pietiste) – e che perciò decisero di rivoltare quella società dalle fondamenta. «Le regole vanno spazzate via in quanto tali. Questi due elementi – la libera volontà senza pastoie di sorta e la negazione dell’esistenza di una natura delle cose, il tentativo di mandare a gambe all’aria, di far esplodere la nozione stessa di una struttura stabile di una qualunque cosa – sono gli ingredienti più profondi, e in un certo senso i più insani, di questo movimento estremamente prezioso e importante». 

Già, importante. Perché per molti aspetti tutto questo è sinceramente apprezzabile. Non sarò certo io, che sono nipote di contadini e immigrati, e rabbrividisco ancora quando sento la Marsigliese, a difendere i troni dei faraoni che si credono investiti di un diritto divino. Una certa incoscienza è necessaria per gridare che il re è nudo. Tuttavia, se già la cultura romantica, che per certi versi adoro, è segnata da queste contraddizioni e da una facile propensione al delirio, a maggior ragione una delle cose che meno perdono agli odierni cialtroni sovrapopulisti è di aver inquinato con le loro sciocchezze delle giuste battaglie – anzitutto quella contro l’iniqua distribuzione delle ricchezze – perché semplicemente incapaci di reggere con le loro piccole menti la complessità dei problemi. Sgorga da questa inefficienza di fondo l’accusa ai poteri forti di contrastare, sempre e comunque, le loro tanto buone azioni. Anche se parla d’altro, pure su questo punto Berlin è illuminante. Quando la Rivoluzione si trasformò in Impero – dice – la sensazione positiva di essere parte di una storia in cammino si rovesciò in mitomania e sospetto: «è qui, secondo me, il luogo d’origine di questa nozione, che alimentò altresì la corrente della paranoia, nel senso che evocò di nuovo l’idea di qualcosa che è più forte di noi, di una gigantesca forza impersonale che non è possibile né indagare né influenzare. Ciò rendeva l’universo molto più terrificante di quanto fosse stato nel Settecento». Questa dialettica tra nobili aspirazioni e triste realtà cominciò allora, sotto forma di incubi e fantasmi. Perchè le nostre realizzazioni non soddisfano mai il fuoco che abbiamo dentro? Perché non risolviamo tutti i problemi del Paese al primo consiglio dei ministri come dichiarato in campagna elettorale? Ma perché ci sono come delle forze occulte che remano costantemente contro. Allora si pensava magari ai gesuiti o ai framassoni, a seconda del campo in cui giocavi, oggi si parla di “manine”, ma la logica è sempre quella. 

E allora vien fuori che una qualche familiarità tra questi qua e il fascismo c'è poi davvero, ma su basi inaspettate – romantiche appunto. Anche il fascismo, infatti, è figlio del Romanticismo, con la sua nozione di una volontà imprevedibile che «si apre la sua strada in una maniera che è impossibile organizzare, impossibile predire, impossibile razionalizzare. Il nocciolo del fascismo è tutto qui: quel che il capo dirà domani, in qual modo lo spirito ci sospingerà, dove andremo, che cosa faremo, non è possibile prevederlo. L’isterica autoaffermazione e la nichilistica distruzione delle istituzioni esistenti perché coartano l’illimitata volontà, che è l’unica cosa che conti per gli esseri umani; la persona superiore che scaccia quella inferiore perché la sua volontà è più forte: questi tratti sono un’eredità diretta – in una forma quanto mai distorta e adulterata, ma nondimeno un’eredità – del movimento romantico; e quest’eredità ha svolto un ruolo enorme nelle nostre vite». C’è del pericolo in quel che ami – e cadi come corpo morto cade. Senza voler fare opposta dietrologia, mi sentirei di dire che, come il fascismo è stato lo strumento di cui si sono serviti certi apparati di potere per tenere a freno la rivoluzione cooptando le masse intorno a un progetto totalitario alternativo, così l’odierno populismo è per me un modo attraverso cui i ricchi consolidano la loro forza dando ai più poveri l’impressione di essere dalla loro parte. 

Berlin sostiene in queste pagine che l’eredità più duratura del Romanticismo alla lunga sarà proprio una delle cose contro cui esso aveva più lottato. La consapevolezza che gli ideali sono incompatibili, che l'interiorità di ogni uomo è incommensurabile con quella di chiunque altro, che non ci sono misure comuni, oggettive, di riferimento accentuerà, infatti, anziché dissolvere, la ricerca di un qualche sistema convenzionale capace di garantire la sopravvivenza della specie. «Il risultato del Romanticismo è dunque il liberalismo, la tolleranza, la decenza e la consapevolezza delle imperfezioni della vita; in una certa misura, un accrescimento dell’autocomprensione razionale. Ciò era lontanissimo dalle intenzioni dei romantici. Ma al tempo stesso (ed entro questi limiti la dottrina romantica è vera) essi sono le persone che hanno insistito con maggior forza sull’imprevedibilità di tutte le attività umane. Sono dunque saltati in aria sulla bomba che avevano fabbricato. Mirando a una cosa, hanno prodotto, fortunatamente per noi tutti, quasi l’esatto contrario». Cinquant’anni dopo, però, lo scenario non sembra esattamente quello (e, per somma ironia della sorte, anche il ruolo di Rousseau, in questo processo, pare sia «stato esagerato»).

(finito il 10 ottobre 2018)

Ho parlato di


Isaiah Berlin
Le radici del Romanticismo
(Adelphi, 2001)

trad. di G. Ferrara degli Uberti

259 pp. | 29 €

(ed.or.: The Roots of Romanticism, 1999)

mercoledì 6 febbraio 2019

Le mosche del capitale

Quando l’estate scorsa (perché sono ancora fermo lì col recap delle mie letture) è morto Sergio Marchionne, e il giornale di famiglia lo salutò con una prima pagina esclusiva – di quelle che non si riservano neanche più agli artisti e ai capi di Stato – corredata da un fondo intitolato “Pioniere del nostro tempo”, ho capito che era venuto il momento di tirare fuori dallo scaffale e leggere questo libro-testamento di Paolo Volponi, un autore che mi sembra condividere l’oblio in cui sono caduti col tempo anche altri scrittori italiani che pure hanno giocato un ruolo non irrilevante nella cultura italiana del Novecento. Uno che tra gli anni ‘50 e gli anni ‘80 fu dirigente alla Olivetti e alla Fiat e contemporaneamente militante, poi perfino senatore, del Partito Comunista, ne ha sicuramente di cose da raccontare su quel che avveniva allora nelle stanze dei bottoni del Palazzo pasoliniano. Certo, del Pasolini saggista (a cui fu legato da un amichevole contrasto di idee) non ha lo stile incisivo, e siamo lontani anche dalla prosa limpida di un Calvino o di un Sciascia – il che non aiuta a mantenerne viva la memoria. Qui, anzi, i barocchismi abbondano, ed anche la scelta di una narrazione multifocale, sebbene affascinante, rende tortuosa la lettura. Ma soprattutto parla, Volponi, di un mondo che sembra ormai distante anni luce dal nostro, anche se ne porta in grembo le premesse, e col quale si può perciò faticare a misurarsi, specie se – come in questo caso – riferimenti a fatti e persone non sono per niente puramente casuali, ma i codici di decodificazione, nel frattempo, non risultano più così trasparenti, per lo meno per me.

«Un giorno dirò tutto, scriverò un memoriale, un libro bianco sui grandi dirigenti, sulle grandi politiche aziendali, la verità sulla ricerca e sullo sviluppo, sulle qualità produttive, sugli investimenti, sulle grandi novità tecnologiche, sui grandi, questi sì, altro che grandi, prelievi personali e soprusi, sulle mosche, sì, le mosche del capitale». A ridosso della caduta del Muro, Volponi rifuse il suo itinerario personale nella vicenda del protagonista del romanzo – un intellettuale progressista sostenitore della necessità di promuovere un’autentica “cultura industriale”, a cui per un attimo sembra affidata la guida di un’importante azienda italiana («sarebbe potuto diventare un protagonista, il primo e il più grande, di un rinnovamento e di una razionalizzazione dell’industria, in una nazione recalcitrante, arretrata, e insieme promotore, se non maestro, di una democrazia...»), salvo capire poi che si tratta di un bluff da cui esce sconfitto – e rispose a suo modo alla domanda se il capitalista italiano assomigliasse al suo mentore Olivetti o avesse piuttosto il volto terso del supermegadirettore Paolo Paoloni nel primo Fantozzi (il paragone non è azzardato: il brodo di cultura è lo stesso, e in questo libro si dà letteralmente voce, in alcune sequenze, a quell’oggettistica del potere che si ritrova anche nell’universo di Villaggio, dal ficus ornamentale alla poltrona, alla valigetta e perfino al pappagallo del grande dirigente: a mio avviso, sono le parti più suggestive e originali del romanzo, qualcosa a metà tra il bestiario aziendale e l'operetta morale). 

Il responso, ad ogni modo, è impietoso: «l’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese». Noi qui a scappellarci con le piccole-medie imprese e il “made in Italy” e l'export e il brand, ma la sostanza è sempre la stessa. Ordine, disciplina e sovvenzioni statali dietro una cortina di apparente liberismo: chi ha un lavoro ringrazi, pensi solo a svolgere il compitino senza alzare la testa che come lui ne troviamo mille altri, taccia e lasci manovrare i manovratori perché possano pagarsi la serata di lusso al Billionaire. Nessuna reale visione, nessuna capacità progettuale, nessun senso di responsabilità sociale, neppure un utilitaristico interesse a valorizzare il proprio personale. Solo un'insopprimibile tentazione per il fascismo, momentaneamente insabbiata, pronta però a riemergere per difendere «la vera democrazia, la vera libertà, la vera gente per bene che lavora e vuol lavorare», finché i padroni ritroveranno «il diritto, la voglia e l’orgoglio di essere padroni» e appoggeranno la nascita di un «regime reazionario di massa» così simile a quello in cui stiamo sprofondando. Di fatto, non è altro che un nuovo sistema cortigiano, che dietro al rispetto formale del comune sentire democratico, ha istituito «vari ordini di potere sopra gli organi del medesimo corpo aziendale: amministratori delegati dirigenti consulenti assistenti esperti quadri funzionari addetti capi, via via graduati infeudati remunerati complicizzati in teorie di sostegno, in corone pendagli lustri che comunque ripetono riflettono spandono la gloria e l’interesse del padrone. (…) I padroni più bravi e più colti, autentici capitani alla Medici o alla Krupp, arrivano addirittura a dotarsi, attraverso questo sistema di investiture, di veri e propri musei, in ogni campo del sapere e della cultura». 

Volponi denuncia insomma il tradimento degli industriali, di quegli industriali che una certa modernità aveva salutato come i nuovi cavalieri proiettati lancia in resta verso un progresso luminoso e condiviso, rivelatisi invece beceri e parassitari signorotti dell'anno Mille con dei buoni agenti di marketing. «Adesso comincio a convincermi che il grande affare del 2000 sarà vendere aria insieme al fumo, vendere acqua potabile e non, acquistare in tempo i pozzi e le sorgenti. Impadronirsi anche delle nuvole». I dati, il cloud: a Ivrea, oggi, nel terreno seminato da Olivetti sono sbocciate le convention della Casaleggio Associati. E questo ci teniamo.

(finito il 24 settembre 2018)

Ho parlato di


Paolo Volponi
Le mosche del capitale
(Einaudi, 2010)

388 pp. | 22 €

(ed. or. 1989)

venerdì 18 gennaio 2019

Bartolomé de Las Casas. La conquista senza fondamento

Il nome di Bartolomé de Las Casas è universalmente legato alla sua attività di sostegno (ma si potrebbe parlare di autentico lobbysmo) alla causa persa degli indios presso la corte spagnola di Carlo V e poi di Filippo II. Ancor prima che difensore degli indigeni, qualora mai lo canonizzassero, credo però sarebbe giusto considerarlo patrono di tutti quelli che, rovesciato il catino di Pilato, scelgono di sporcarsi le mani per una giusta causa, e poiché se le sporcano alle volte sbagliano, e poiché talvolta sbagliano devono poi sorbirsi, oltre allo scacco della sconfitta, anche le rimostranze indignate dei leoni da tastiera che non muovono mezza chiappa, ma il ditino – quello sì – lo puntano volentieri non appena scorgono una macchiolina sulla veste di chi, con la sua semplice attività, ha smascherato la loro complice ignavia. Il guaio di un’educazione nazionale affidata alle fiction Rai è che non siamo abituati a eroi che non siano stucchevoli santini e finiamo così per confondere la complessità con la corruzione, sventolando la bandierina dell’honestà. Questo libro di Luca Baccelli – una sorta di profilo intellettuale di Las Casas – ha il merito di ricordarci che sì, d’accordo, questo frate domenicano parla tantissimo degli indios e lascia poco parlare loro, persegue un progetto di proselitismo, sia pure non violento, tuttavia coerente con una concezione esclusiva della verità, ha pronunciato parole avventate sugli africani e si è imbarcato in progetti avventurosi di colonizzazione (entrambe cose di cui poi si è pentito), ma che insomma, non si può pretendere da lui che «fosse un raffinato esponente dei cultural studies o un disincantato decostruzionista; decisivo è piuttosto valutare il significato politico della sua operazione interpretativa», perché su questo piano si possono fare delle interessanti scoperte (e pazienza se il suo discorso è stato strumentalizzato dai nemici della Spagna per screditarne l’espansione, quando il loro colonialismo non era affatto migliore).

Qual è infatti questo significato politico? Per Baccelli, anche se Las Casas, come molti dei protagonisti che fecero la modernità (come Colombo, come Lutero), resta di base un uomo del Medioevo, uno che segue – da teorico – gli argomenti di Tommaso senza sognarsi di scostarsene e che si esprime spesso – da vescovo – con gli stessi toni infervorati che i papi medievali riservavano ai sovrani violenti, quando promette l’inferno ai colonizzatori per i loro misfatti, è pur sempre «fra i primi a svelare quella moderna attitudine a nascondere lo sfruttamento estremo, fino alla riduzione in schiavitù de facto sotto la superficie della libertà giuridica, che sarà sempre più perfezionata nei modi di produzione capitalistici». Vissuto in un’epoca cruciale, alle soglie dell’età moderna, Las Casas prefigura, cioè, «quella straordinaria capacità di conciliare libertà ed uguaglianza sul piano giuridico con servitù e oppressione sul piano economico e sociale, a cominciare dai luoghi del lavoro, che segnerà la modernità europea. E intreccia la critica dello sfruttamento del lavoro con quella della violenza simbolico-culturale». Fenomenologo acuto del genocidio ben prima dei lager novecenteschi, sta in un certo senso lì a dirci, ovviamente al di là delle sue stesse intenzioni, che gli orrori del XX secolo non sono una imprevedibile deviazione dal luminoso progresso della nostra civiltà, ma la conseguente prosecuzione di un’attitudine cominciata con la sistematica distruzione dell’altro maturata nelle Indie e che dovremmo perciò cominciare a considerare i campi di sterminio come l’evoluzione delle piantagioni caraibiche di canna da zucchero e delle miniere di argento messicane. Se lo dimentichiamo, quando parliamo di Rinascimento, di Rivoluzione Scientifica, di Rivoluzione Industriale, quando ascoltiamo le accorate parole dei filosofi moderni, specie quelli che parlano di libertà, ci accontentiamo solo di una metà del racconto, rimuovendone una porzione decisiva, quella che concretamente veniva prodotta oltre le colonne d’Ercole, nei tanti cuori di tenebra lontani da occhi impegnati ad ammirare forse un po’ troppo i cieli stellati sopra di noi per rendersi conto che la legge morale non si avventurava oltre l’Atlantico (già le Canarie erano zona franca: ne sanno qualcosa i Guanci). 

Insomma, proprio mentre l’Europa cominciava quel decisivo processo di sviluppo che l’avrebbe portata a dominare il mondo, Las Casas fu capace, con tutti i suoi limiti, «di cogliere in nuce alcuni elementi della sua dialettica perversa e di elaborare un embrione di “teoria critica”. Ai primordi del colonialismo egli apre al pensiero teorico-politico europeo una via differente rispetto a quelle che porteranno all’elaborazione delle “mitologie bianche” e alle giustificazioni teologiche, filosofiche e pseudoscientifiche del dominio imperiale, dalle narrazioni sul “fardello dell’uomo bianco” alla “guerra umanitaria”. Il suo lavoro teorico indica uno dei sentieri interrotti di un’altra modernità: sconfitta e tuttavia tale da offrire ancora oggi feconde prospettive critiche. La sua opera di intellettuale militante – a sua volta eccentrica rispetto alle genealogie più accreditate di questa figura – può così contribuire alla problematizzazione dell’immagine standard del pensiero politico occidentale». Lo ripeto perché ci tengo: l’Occidente è una cosa e l’altra insieme, e secondo me sbaglia tanto chi lo idolatra senza riserve, quanto chi lo si demonizza senza possibilità di appello. Uno dei motivi che rendono interessante anche sul piano teoretico la storia della filosofia è appunto provare a riaccendere quelle potenzialità rimaste inespresse nella nostra storia che possono aiutarci a misurarci anche con il presente, i controcanti e le dissonanze che interrompono l’apparente monologo. E allora anche «il realismo di Las Casas», lungi dall’essere un fattore di debolezza, «è un altro elemento della sua rilevanza teorica: rappresenta uno dei primi tentativi di uscire da quel dilemma fra utopismo impotente e ragion di Stato conservatrice che segna tanta parte del pensiero politico moderno». Tentativo che non si vede perché non valga la pena di rilanciare. 

Ora, l’ultima cosa che voglio fare è dedicarmi a quella pratica stucchevole di esibire le figurine dei buoni per dire che sono dei “nostri”. Però trovo interessante che lo stesso Baccelli metta in evidenza come questo sforzo di riflessione da parte di Las Casas maturi a partire da un’assunzione del Vangelo non quale oppiaceo, ma come stimolante. «L’alterità terrorizza»: questo l’incipit del volume. In teoria il cristianesimo, che pensa in aramaico e parla in greco, avrebbe dovuto riconoscere sin dal principio l’ineludibilità dell’inculturazione e valorizzarne le possibilità positive, col suo monoteismo bastardo in cui neppure Dio sta al di fuori di una relazione – e in parte lo fece; ma non appena cominciò a ragionare in latino, ha ricondotto questa eccedenza a un più rassicurante dispositivo di ripetizione dell’identico, applicato in modo spericolato proprio in quelle regioni che, corrispondendo alle parti ancora bianche delle mappe, si ritenne fossero lì apposta per farsi soggiogare. Come lo scriba della parabola, invece, Las Casas “estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”, andando incontro a una vita di continue “conversioni” a partire dalle sollecitazioni che il Nuovo Mondo, coi suoi mille paradossi, gli poneva sotto gli occhi. Qualcun altro, partito da quelle stesse terre, va ripetendo da un po’ di tempo che “la realtà è superiore all’idea”, opponendosi con parole miti ma forti al grande Leviatano, e a molti pare che stia rivoltando tutto ciò che è sacro. Segno che non abbiamo ancora capito in che cosa davvero crediamo.

(finito il 14 settembre 2018)

Ho parlato di


Luca Baccelli
Bartolomé de Las Casas. 
La conquista senza fondamento
(Feltrinelli, 2016)

282 pp. | 25 €

giovedì 20 dicembre 2018

Cosmocopia

Quando ho comprato questo libro in edicola ho istintivamente pensato che il titolo andasse letto “Cosmocopìa”, con l'accento sulla i. E invece no, sbagliavo. Ci sarei dovuto arrivare da solo, ma per sicurezza a un certo punto l'autore te lo dice chiaramente che sta giocando col termine cornucopia, proiettato su scala galattica. Paul Di Filippo, del resto, è un noto pasticheur, uno che ama mescolare le carte e i generi, con risultati talvolta divertenti talvolta semplicemente strampalati. La sua opera forse più nota, la Trilogia Steampunk (che a me peraltro non è dispiaciuta), è piena di crossover in cui, per dire, personaggi e atmosfere lovecraftiane si fondono letteralmente con quelle melvilliane. Ma lì è anche un po' il genere stesso che trascina in quella direzione, in quanto vive di citazionismo vittoriano – e deve piacere. Qui invece siamo in presenza di una sorta di libero e consapevole tributo alla sfrenata creatività dell'arte, intesa come una forza debordante di natura quasi sessuale, sotto le spoglie di un romanzo direi più lisergico che propriamente fantascientifico. Pure come racconto è piuttosto debole, un pretesto per mettere appunto in fila invenzioni linguistiche e concettuali, alcune suggestive altre un po' stucchevoli, forse persino troppe per non venire a noia, alla lunga (e anche un tantino ambiziose, nelle premesse, rispetto ai risultati effettivamente raggiunti: proprio in questi giorni ho visto il film Arrival e lì il problema della traduzione tra sistemi simbolici totalmente alieni è affrontato con molta più cura rispetto a questo libro, dove è un po' tutto buttato in caciara. Di Filippo sembra quasi che ti dica “ehi, man, ci avevi mai pensato a questa cosa qui?”, si vede che si diverte un sacco a descrivere un rapporto erotico tra creature fisiologicamente differenti, poi però non ha la capacità, o forse la voglia, di dare autentico spessore al discorso). 

Il simbolo di questa incontinente immaginazione è – appunto - la Cosmocòpia del titolo, da pensarsi, si dice a un certo punto, «come una serie infinita di universi accatastati uno sull’altro, ognuno leggermente più largo e di conseguenza più esile del precedente. Risalendo indietro per tutta la lunghezza della Cosmocopia, gli universi diventano sempre più piccoli, finché si raggiunge il punto terminale… o per meglio dire, l’origine, l’Omphalos, che è al tempo stesso privo di dimensioni e tuttavia infinito, poiché racchiude il seme di tutto ciò che doveva venire. In questo punto risiede il Conceptus, colui che ha dato origine alla Cosmocopia e continua a informarla di sé. Il Conceptus ha manifestato la Cosmocopia come espressione della propria volontà e natura. Tutto ciò che vediamo, tutto ciò che sarà, su ogni piano, è insito nel carattere del Conceptus». Anche qui niente di nuovo, se non l'ennesima ripetizione dell'inesauribile mito neoplatonico dell'Uno traboccante di essere che lo stesso Plotino aveva cercato di descrivere con varie metafore complementari. Fatto sta che un anziano artista colpito da un ictus e ormai a corto di idee, Frank Lazorg, riceve da un vecchio conoscente caraibico un pacco dono contenente dei preziosissimi escarabejos psicodelicos: in teoria servirebbero per ricavarne un pigmento di una tonalità assolutamente inedita; in pratica, Lazorg comincia a succhiare i grani di questa sostanza dal nome parlante, riacquista la creatività perduta e si imbarca in un vero e proprio trip, quasi fosse catturato all'interno di uno dei suoi dipinti visionari. 

Da quel che si capisce ha invece fatto un salto verso il centro assoluto del sistema. Finisce così in un mondo dove esistono creature bizzarre come l'acqua viva (una sorta di gel che si muove lungo tutto il tuo corpo assorbendo la materia estranea e lasciandoti pulito come dopo un bagno o una doccia), umanoidi che hanno gli organi genitali al posto della bocca e per questo girano incappucciati, esseri al limite del pensabile come il volvox («di forma geometrica a multiple sfaccettature simmetriche, (...) era dotato di una pelle verde lustra, leggermente umida, la cui struttura cellulare macroscopica era del tutto evidente, ogni cellula munita del proprio nucleo e apparato vitale. Sotto alla pelle dell’essere, per il resto completamente vuoto, all’interno, si intravedeva lo scheletro, intricato e leggerissimo»). Qui, famelico di novità, impara una tecnica artistica più pura di quelle figurative diffuse fra di noi, consistente nella capacità di individuare con una bacchetta le increspature presenti nei nodi interstiziali della realtà, aprirle e modellare la materia primordiale che ne scaturisce, come da un piccolo big bang, in manufatti chiamati “ideazioni”. Non pago di ciò, a un certo punto il nostro si mette in testa di scendere fino al punto da cui tutto ha inizio (d'altronde l'opera a cui sta lavorando quando inizia il suo viaggio era un rifacimento personale dell'Origine del mondo di Courbet) per prendere per il collo nientemeno che il Creatore e inchiodarlo alle sue presunte responsabilità, come farebbe un bravo gnostico. Solo che la sua quest finisce quasi subito e della fantasmagorica Cosmocopia noi alla fine non vediamo che una misera periferia. Sarà pure stata una lettura da spiaggia, ma alla fine mi è mancato l’arrosto.

(finito il 22 agosto 2018)

Ho parlato di


Paul Di Filippo
Cosmocopia
(Mondadori, 2018)

(Urania 1653) 

trad. di M. Jatosti

182 pp. | 6,50 €

(ed. or.: Cosmocopia, 2008)

venerdì 14 dicembre 2018

Guerra giusta e schiavitù naturale

Se non aveste mai sentito parlare di Juan Ginés de Sepulveda, potete immaginarvelo come un ospite fisso dei talk-show televisivi in quota teo-con, uno di quelli invitati apposta per soffocare con argomentazioni dotte, sottili e spesso provocatorie il facile sentimentalismo dei soliti buonisti a proposito dell'invasione degli immigrati islamici (che ne so? Una specie di Luttwak). Dato però che questo Sepulveda visse nel XVI secolo, quando gli invasori eravamo noi, il ruolo che si ritagliò allora fu ovviamente quello di apologeta della conquista spagnola delle Indie (non c’è da stupirsi: ancora oggi Salvini si fa i selfie davanti ai poster dei pellerossa come se niente fosse). Lo fece, tra l’altro, in un contesto particolarmente solenne, quello della disputa appositamente convocata a Valladolid nel 1550 dall’imperatore Carlo, tormentato dal sospetto che la sua anima di scrupoloso principe cristiano potesse essere gravata da colpa mortale per tutto quello che era stato combinato in suo nome oltreoceano.

Per l'occasione, Sepulveda rimise a nuovo le tesi espresse in un testo a cui era stata fino a quel momento vietata la pubblicazione, il Democrates alter. L'idea per sommi capi era questa. I re di Spagna si erano imbarcati nell'avventura americana su mandato papale, con lo scopo dichiarato di portare il Vangelo nel Nuovo Mondo – e tanto sarebbe dovuto bastare a garantire loro che nessun altro sovrano si intromettesse nella faccenda. Ma poiché l'autorevolezza papale, in tempi di pasquinate e sacchi di Roma, non pareva sufficientemente forte, parve utile escogitare altre ragioni, basate su principi diversi e più solidi, per garantire la legittimità della conquista. É in fondo lo stesso problema che si era posto anche Vitoria a Salamanca, quando aveva sostenuto che l'unica giustificazione possibile della guerra contro gli indios sarebbe potuta essere l'eventuale negazione, da parte loro, di un diritto naturale fondamentale degli uomini, quale la libera circolazione delle persone o delle merci. Sepulveda, invece, da umanista qual era, trovò la sua soluzione nelle prime pagine di quella Politica di Aristotele da lui stesso ritradotta in buon latino, e precisamente in quel passo sconcertante in cui si parla espressamente di “guerra giusta” per indicare una particolare forma di caccia che ha per oggetto gli uomini naturalmente inferiori e perciò altrettanto naturalmente destinati a servire i loro razziatori come schiavi. E chi più degli indios scoperti da Colombo poteva corrispondere a questa definizione? Vanno in giro nudi, non hanno istituzioni stabili, vivono in villaggi di capanne. Quanto a Incas e Aztechi, avranno anche parvenze di strutture statali e discreti gusti architettonici, ma gli orrendi sacrifici umani con cui condiscono le loro liturgie lasciano pochi dubbi sula loro natura semiferina. Tutto ciò è contrario alla legge naturale che Dio ha scritto nel nostro cuore – e che per sicurezza ha poi dettato anche nella Bibbia: violandola, gli indigeni sono rei di un'offesa a Dio che va punita e risarcita (e proprio per questo il papa ha piena giurisdizione in materia e la può delegare ai sovrani). Non solo – e qui sta il tentativo di scacco al re: distogliendoli con la forza dalle loro pratiche idolatriche, si compie nei loro confronti una vera opera di misericordia cristiana, perché li si salva da una destino di dannazione eterna. Suvvia, come si può accusare di violenza chi trattiene energicamente un uomo perché non finisca in un burrone? Quelli che lo fanno, quei profeti disarmati che vorrebbero presentarsi come pecore in mezzo ai lupi e provano orrore per ogni goccia di sangue versato, semplicemente dimostrano di non amare sul serio quegli indios che tanto coccolano, perché senza un intervento diretto costoro, da soli, non saranno mai in grado di tirarsi fuori dalle tenebre in cui sguazzano. Lo dice anche il vangelo: costringili a entrare! Bei pacifisti, quelli, che per non sporcarsi le manine fanno invece morire migliaia di innocenti negando loro un aiuto in attesa di una conversione pacifica che chissà se e quando mai arriverà! 

Animato da un sincero risentimento verso l'irenismo erasmiano (se il cristianesimo fosse davvero una folle religione di pace, avrebbe allora ragione Machiavelli nel dire che i cristiani sono imbelli rispetto agli antichi e virtuosi pagani), Sepulveda si ritrova a sostenere questo complesso di idee di fronte a Bartolomé de Las Casas, che a Valladolid assume invece le parti di difensore degli indios. La cosa forse più interessante è che questi due sfidanti sono, com’è ovvio, entrambi figli del loro tempo e, cosa un po’ meno ovvia, ragionano entrambi a partire dalle stesse autorità di riferimento. Anzi, dei due forse il più moderno è proprio Sepulveda, con il suo richiamo al vero Aristotele anziché a quello battezzato da Tommaso, e con la sua spregiudicata logica laica di potenza mondana («nel corso del Cinquecento (…) si poteva confutare Machiavelli e nello stesso tempo recepire del suo pensiero»). Si tratta, però, di una modernità solo apparente. Per come la vedo io, la scoperta del Nuovo Mondo pose sul piano giuridico e morale lo stesso genere di sconcertanti problemi che la rivoluzione copernicana poneva in campo astronomico: esploso l’orizzonte chiuso medievale, l’ordine che la scolastica aveva ingegnosamente cercato di edificare non tiene più e affiora urgentemente l’esigenza di ricostruire da capo un ordine nuovo. La mossa di Sepulveda consiste nel sovrapporre progressivamente l’idea di umanità a quella di cristianità, in modo da far sempre più coincidere il concetto di evangelizzazione con quello di civilizzazione, inaugurando uno schema di pensiero che sarà ancora operante quando Kipling parlerà a fine Ottocento del fardello dell’uomo bianco. In questo modo cambiano i totem, non la sostanza. La natura diventa il termine di riferimento di un ordine già dato, valido anche se Dio non ci fosse (che è poi un po' la stessa logica capziosa che usava Ruini con il suo “progetto culturale”). L’umano comune resta gerarchicamente strutturato e il diritto naturale può tranquillamente girare armato. Sebbene sotto una patina terminologica depurata di riferimenti religiosi, la politica resta ontoteologica. Un solo re, un solo battesimo, una sola fede, una sola cultura.

L'alternativa sembrerebbe essere il riconoscimento di un insuperabile relativismo, che però – su basi opposte, scettiche – rischierebbe di compromettere la possibilità di tessere una qualche forma di orizzonte comune per tutta l’umanità, che non è una perdita da poco. Las Casas cerca di aprire una terza via, provando a porsi espressamente dal punto di vista dei nativi, «il che mostra che una dottrina universalistica dei diritti umani non comporta necessariamente la giustificazione di un “intervento umanitario” armato per difenderli, ma può anche sopportare la tolleranza e il riconoscimento dell’alterità». In realtà anche per lui si dà un’oggettiva superiorità del cristianesimo, e ciò che occorrerebbe fare sarebbe accompagnare passo passo gli americani perché raggiungano il livello di civiltà già acquisito dagli europei (i quali, anticamente, non erano meno barbari di questi moderni selvaggi), ma poiché il solo modo per annunciare la vera fede è quello non-violento praticato dallo stesso Gesù, finché lo si predica a schioppettate, l'unica guerra giusta è quella che gli indigeni intraprendono per difendersi da quella che è a tutti gli effetti un'illecita aggressione, materiale e simbolica, nei loro confronti. Non è poco, per un confratello e connazionale di Torquemada. Da un lato c'è una concezione del progresso che non fa sconti, dall'altra una visione della storia dalla parte delle vittime, per cui nessun fine giustifica i mezzi, nessun oggetto può schiacciare il soggetto. Da un lato una concezione istituzionale della salvezza, vincolata al battesimo terreno; dall’altra un affidamento alla volontà divina del destino ultraterreno di chi, spesso per colpa dei cristiani stessi, non ha ancora conosciuto Cristo. Va beh, sì lo dico, da una parte Hegel, dall’altra Benjamin. L’Occidente è entrambe le cose.

Questo libro a più voci, che raccoglie i risultati di un convegno tenutosi nel 2010, cerca appunto di sviscerare tale intricato complesso di questioni filosofiche e giuridiche, con un occhio molto attento alla nostra contemporaneità e alle discussioni intorno alla legittimazione fornita per gli interventi umanitari del recente passato, dal Kosovo all’Afghanistan. Se siamo ancora lì a parlarne perché in fondo non abbiamo ancora sciolto il nodo di come conciliare universalismo e pluralismo. 

Ps: Alla fine Sepulveda uscì sconfitto a Valladolid e le sue opere rimasero inedite. Las Casas vinse, ma la conquista, di fatto, non si fermò – anzi. Il che conferma una volta di più che il sedicente “potere dei più buoni” è solo sulla carta.

(finito il 13 agosto 2018)

Ho parlato di



Marco Geuna (a cura di)
Guerra giusta e schiavitù naturale. 
Juan Ginés de Sepulveda e il dibattito sulla Conquista
(Biblioteca Francescana, 2015)


320 pp. | 24 €

venerdì 7 dicembre 2018

Armi, acciaio e malattie

Piccolo aneddoto con doppia morale. Di ritorno da una lezione in università, un giovane studente di filosofia incontrò un giorno un giovane professore di storia di fronte all’invitante scaffale di una libreria centrale di Torino. Esauriti i convenevoli, il più grande dei due d'improvviso esclamò, con postura a metà tra il penitente e l'uomo di mondo: “ma lo sai quanti libri mi è capitato di citare senza averli mai letti? Questo, per esempio” - e afferrò uno di quei superclassici effettivamente troppo noti per prendersi pure la briga di perderci del tempo sopra (eddai, che gusto c'è se conosci già l'assassino?). L'altro ne restò un po' sconfortato. All'epoca credeva ancora che una vita sola fosse sufficiente per leggere quantomeno l'essenziale, mentre quel colloquio cominciò ad aprirgli gli occhi su come andassero davvero le cose una volta usciti dalla bambagia dell'accademia. Però su una cosa almeno pensava di poter resistere: si parla solo di ciò che si legge davvero, non si discute. 

E invece no, ci sono cascato anch'io – e pure un sacco di volte, anche in contesti seri e solenni, perché si fa presto a dirsi socratici, ma poi al dunque spesso si cede e ci si ritrova – per capriccio, gioco, per necessità - a far finta di sapere. Per dirne una, stando a quanto da me scritto in una delle risposte alle domande del concorso a cattedra, io questo libro qui dovrei averlo letto almeno due-tre anni fa, eppure eccomi qua. Per la verità non si trattava di una mera millanteria. Ne avevo sul serio divorato una parte, in una versione digitale, assimilando, per così dire, il nocciolo della questione. L’idea – cioè - per cui la ragione della conquista europea del Nuovo Mondo andrebbe ascritta a processi iniziati più di diecimila anni prima, con la rivoluzione agricola nel Neolitico; e poi che la diversità fra le culture andrebbe spiegata in termini geografici e ambientali anziché su basi biologiche; e che la storia potrebbe e dovrebbe essere trattata come una scienza a tutti gli effetti (con tanto di esperimenti), ma con un metodo tutto suo, che richiede un continuo scambio interdisciplinare e un intreccio di competenze – e poi tante altre cose ancora che mi sembra vano elencare perché mi sembrerebbe di raccontare la favola di Cappuccetto Rosso. Questo testo arguto e pieno zeppo di domande, capace di saltare dalla paleobotanica alla sociologia delle migrazioni, animato da una curiosità vorace e dal coraggio di muoversi su una scala temporale che, come recita il sottotitolo, copre la “storia del mondo negli ultimi tredicimila anni” mi aveva a tal punto appassionato che, giunto più o meno a un terzo dell'opera, decisi di comprarlo in edizione cartacea, perché pensai che libri come questo uno che fa il mio mestiere deve possederli, pasticciarli, consumarli a forza di ritornarci sopra, portarli in classe e magari imprestarli anche ai suoi studenti. 

Di che genere di libri sto parlando? Di quelli che, per un motivo o per l’altro, segnano uno snodo importante nella storia intellettuale, introducono categorie promettenti per provare a comprendere il mondo in cui viviamo, sfruttando tutte le potenzialità di cui una ragione attenta alla complessità può servirsi, sia sul piano tecnologico che su quello metodologico. Libri che possono finire nelle mani di un diciottenne e offrirgli una chiave d'accesso a una realtà che è o sarà la sua, e non quella di un suo coetaneo del Seicento o dell'Ottocento (il quale giustamente leggeva di nascosto i libri che oggi facciamo leggere a scuola). Libri che posso mostrare a quegli allievi che ogni anno mi chiedono se esistono ancora dei filosofi viventi, dal momento che quelli di cui parliamo di solito sono tutti morti. Libri in cui le discipline dialogano fra loro in modo intelligente, mostrando che è bene per uno storico saperne di genetica come è bene per un medico saperne di poesia, perché la ragione sarà pure una sola come diceva Cartesio, ma è multiforme, è plastica, non può pensare di ritagliarsi un angolino grazie alle sue regolette per poter dire che quello è il mondo vero e tutto il resto è letteratura. Ecco: esistono libri di questo tipo, che un corpo docente aggiornato (direi di più: un qualsiasi professionista, sia avvocato o economista) dovrebbe conoscere a prescindere dalle rispettive aree di competenza e che degli studenti interessati potrebbero sfogliare con la stessa sensazione di stare sul pezzo che potevano avere i giovani hegeliani quando sentivano parlare il loro maestro? Non smetterò mai di suggerire la lettura diretta dell’Apologia di Socrate, ma non ci si può neanche fermare lì. 

Non è a un canone normativo, ovviamente, che penso. Però, in questi anni in cui le edicole traboccano degli allegati più disparati ai quotidiani ho già visto trite e ritrite ristampe filosofiche (che per bene che vada si spingono al massimo ad Heidegger e Popper), diverse proposte di storia e anche alcune collane di taglio più scientifico: possibile che nessuno abbia mai pensato a una raccolta tipo “i grandi classici per capire il presente” o “i grandi pensatori di oggi”, “i venti libri che ci aiutano a comprendere il mondo contemporaneo”? Una traccia, una pista, dei punti di riferimento per gettare qualche ponte fra continenti sempre più alla deriva: non chiedo altro. Toccasse a me stilare una proposta, Armi acciaio e malattie (che nel frattempo ho finalmente ripreso e concluso) lo inserirei di sicuro. Quali altri volumi potrebbero fargli compagnia?

(finito l'11 agosto 2018)

Ho parlato di


Jared Diamond
Armi, acciaio e malattie.
Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni
(Einaudi, 2014)

400 pp. | 14 €

(ed. or. Guns, Germs, and Steel. The Fates of Human Societies, 1997)

giovedì 22 novembre 2018

Il simpatizzante

Ammetto di aver sempre avuto una particolare predilezione per quelli che Parmenide avrebbe definito con sarcasmo “uomini dalla doppia testa”. Non che mi piaccia avere a che fare con chi cambia idea dalla sera alla mattina, né tantomeno amo discutere con chi si autocontraddice in modo così spudorato da non potere mai avere torto, ma ho sempre pensato che una qualità essenziale dell'intelligenza consista appunto nella capacità di mantenere sempre aperta un'alternativa all'ordine del proprio discorso, pena il rischio di irrigidirlo irreversibilmente in dogma, peggio ancora in tormentone, e ridurre noi stessi a macchietta anziché sapiens. Ci sono pur sempre delle differenze tra Socrate con il suo demone e tutta la cabala dei sofisti, anche se non è sempre facile coglierle a un primo sguardo. Scriveva Montaigne in quel passo luminoso che guida il mio cammino: «se la mia anima potesse stabilizzarsi, non mi saggerei, mi risolverei. Essa è sempre in tirocinio e in prova». 

Ciò detto, si capisce perché abbia provato immediata simpatia per il “simpatizzante” che dà il titolo a questo libro e che così si presenta all'inizio di quella che – come si capirà – è a tutti gli effetti una confessione, un disperato tentativo di provare a fissare gli indefinibili contorni della sua eccentrica personalità: «sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno. Non sono un mutante incompreso, saltato fuori da un albo a fumetti o da un film dell'orrore, anche se c'è chi mi ha trattato come se lo fossi. Sono semplicemente in grado di considerare qualunque argomento da due punti di vista antitetici». Se lo ritenga un pregio o un difetto, un punto di forza o di debolezza saranno le successive cinquecento pagine a cercare di mostrarcelo, senza riuscirci peraltro fino in fondo, perchè se no il giochetto salterebbe per aria (quello che invece è certo è che per i suoi avversari, che ragionano con l'accetta, si tratta di una colpa imperdonabile: sei «una strana creatura che riesce a vedere tutte le cose da due prospettive diverse. La gente come te deve essere purgata perché rischia di contaminare e distruggere la purezza rivoluzionaria»). 

Le ragioni di questa peculiarità cognitiva è presto detta, inscritta com'è nel destino personale di quest'uomo, di cui per tutto il libro, significativamente, non salta mai fuori il vero nome (l'appellativo preferito è “il Capitano”, per ragioni di gerarchia militare, e pertanto ne farò uso anch'io, sforzandomi di non pensare a quell'altro sedicente capitano che - al contrario - in un solo, unico, inesorabile e prevedibile modo pensa, parla e scrive, come un generatore automatico di post di se stesso). Figlio irregolare di un missionario francese e di una ragazza vietnamita - e dunque già bastardo per i suoi stessi compatrioti, che lo prendono per uno straniero, non diversamente da come fanno gli occidentali, per i quali un asiatico è ovviamente sempre e solo un cinese - una volta cresciuto, il Capitano si affilia segretamente ai vietcong e da loro viene inviato in America come borsista allo scopo di studiare la mentalità del nemico (tesi di laurea a Berkeley su “Miti e simboli nella narrativa di Graham Greene”), diventando infine un agente sotto copertura nella cerchia di collaboratori più stretti di un Generale del Sud, che se lo porta con sé in California dopo la caduta di Saigon, dove continua a fare l'informatore segreto dall'interno della comunità di esuli, costretto a fingere quotidianamente di essere quello che non è al punto da non riuscire poi più esattamente a capire bene quello che davvero è. Nel suo percorso formativo si mescolano infatti la Bibbia, le direttive della CIA e gli aforismi di Ho Chi Min, le canzonette pop americane e i testi fondativi del marxismo-leninismo, la giustizia sociale e l'edonismo borghese, in un intreccio inestricabile che rende impossibile fornire una risposta definitiva al dilemma sulla sua identità. Come era solita ripetergli la madre: «ricorda, tu non sei la metà di nulla, tu sei due cose insieme!». 

Il Grande Romanzo Americano approda così alla sua versione 2.0 trasformandosi in Grande Romanzo Meticcio, un po' The Americans, un po' Montesquieu., avventuroso e saggistico in egual misura. Certo, qui si parla di Vietnam e boat people – l'autore stesso è un accademico statunitense originario dell'Indocina – ma in filigrana si può vedere il nostro tempo, con gli immigrati di seconda generazione e le nazionali multietniche che non fanno che rendere evidente quello che in realtà è un dato di fatto, direi quasi biologico, che ci riguarda tutti o quasi: «la maggior parte degli esseri umani è composta da tante pagine diverse, e non da una sola». Il problema è che è così semplice costruire delle categorie e discettarci sopra come se fossero realtà effettive. L'Oriente e l'Occidente, l'americano e il vietnamita, i valori degli uni e quelli degli altri, l'islamico e il cristiano, dove il gioco resta in mano a chi ha il potere di costruire questo genere di rappresentazioni e di offrirle al resto mondo, magari sotto forma di blockbuster, perché ne tragga le volute conseguenze. Effettivamente, c'è da uscirne un po' frastornati da questa perenne ambiguità e a causa del suo continuo doppio gioco anche il Capitano perderà più di una volta l'innocenza, finché i casi della vita e la fedeltà a un legame di sangue e di amicizia lo riporteranno in Vietnam. Qui andrà incontro a un'ulteriore maturazione che lo spingerà, nelle ultime pagine del libro, ad adottare addirittura la prima persona plurale per parlare di sé. «L'unica, vera illusione ottica è quella che ci fa vedere gli altri e noi stessi come entità indivise e integre, come se essere sempre a fuoco fosse una condizione più autentica rispetto all'essere sfocati». E forse sì, ciò che oggi ci spaventa non è tanto “l'altro” in sè, per il quale si potrebbe provare anche una tranquilla indifferenza, quanto il fatto che esso porti a galla qualcosa che è sempre stata parte di noi, ma non siamo mai stati capaci di accettare fino in fondo.

(finito il 3 agosto 2018)

Ho parlato di


Viet Thanh Nguyen
Il simpatizzante
(Neri Pozza, 2016)

trad. di L. Briasco

512 pp. | 18 €

(ed. or.: The Sympathizer, 2015)