venerdì 2 ottobre 2020

Storia del Terzo Reich

Benedette siano le biblioteche scolastiche, che magari non saranno sempre aggiornatissime, ma nelle quali, proprio per questo, in un momento di attesa, ti può capitare di buttare l’occhio su vecchi volumi ormai fuori commercio che per mole o per costi difficilmente entrerebbero mai nella tua libreria di casa. Non è esattamente questo il caso della Storia del Terzo Reich di William Shirer (il cui titolo inglese, The Rise and Fall of the Third Reich, è però un calco gibboniano piuttosto beffardo, se si pensa alle ben diverse durate dell’impero romano e del dominio nazista), testo degli anni ‘60 che, nonostante la consistenza monumentale di oltre 1700 pagine, continua ad essere periodicamente ristampato, anche in formato tascabile e perfino – di recente – come allegato in edicola. Tuttavia è proprio così che mi ci sono accostato, ormai già più di un anno fa, durante i caldissimi giorni della Maturità 2019, aggirandomi fra gli scaffali del mio liceo in occasione di una pausa caffè, dopo un colloquio con qualche candidato in cui si era finiti a parlare, appunto, dell’ascesa al potere di Hitler. Cominciato senza pretese, come se dovesse trattarsi di una sfogliata estemporanea, il libro mi ha invece rapito e impegnato in due intense sessioni di lettura, una per ciascuno dei volumi di cui è composto, portate a termine con grande soddisfazione (come sempre mi capita con questi testi ciclopici) a distanza di qualche mese l’una dall’altra. L’autore era un giornalista – e si vede da come spesso si perde dietro ai pettegolezzi e ai retroscena. Come corrispondente dalla Germania, è però stato anche un testimone oculare di buona parte della storia che racconta e, intrecciando abilmente i documenti d’archivio con la propria esperienza diretta, produce una ricostruzione estremamente avvincente degli eventi, sull’interpretazione complessiva dei quali non ci metterei sempre la mano sul fuoco, ma che è in ogni caso utilissima per farsi un’idea di cosa sia stato il nazismo, anche nei risvolti meno noti. Non è un caso che le sezioni che più mi sono rimaste impresse siano proprio quelle in cui il suo indiscutibile mestiere ha modo di dispiegarsi in tutta scioltezza, come quelle dedicate ai frenetici negoziati che accompagnarono le diverse fasi dell’espansionismo hitleriano nella seconda metà degli anni ‘30, fino al grottesco balletto diplomatico concluso con il patto Molotov-Ribbentrop. 

Ma ben prima di arrivare qui, il racconto ripercorre dall’inizio gli anni di apprendistato del figlio di un doganiere austriaco senz’arte né parte, poco brillante negli studi, maldestro, squattrinato, sostanzialmente privo di una regolare occupazione, di amici stabili e di qualsiasi prospettiva di vita, almeno finché non risuonarono le sirene della guerra ed egli decise di arruolarsi volontario, non però al servizio degli Asburgo, alla cui leva – anzi – si era sottratto «perché detestava servire nell’esercito a fianco di ebrei, slavi e altre minoranze etniche dell’impero», bensì sotto le insegne bavaresi, agognando già allora la riunificazione di tutti i tedeschi sotto un unico Stato liberato di tutte le sue sgradevoli impurità. É ovvio che, in una storia del Terzo Reich, Hitler sia costantemente al centro della scena. Ma nell’attenzione che qui gli si dedica c’è una precisa chiave interpretativa, espressa con parole prese a prestito da Meinecke: «Hitler – si dice – è uno dei grandi esempi (…) della singolare incalcolabile potenza della personalità nella vita storica». Di quest’uomo Shirer osserva che, «sebbene malvagio, era certamente (…) geniale. É vero che il popolo tedesco era stato misteriosamente predisposto a quell’evento da secoli di esperienza, e che egli trovò in esso uno strumento naturale che seppe plasmare come volle per raggiungere i suoi fini sinistri; ma non c’è dubbio che senza la personalità demoniaca di Adolf Hitler, senza la sua volontà di ferro, i suoi strani istinti, la sua fredda mancanza di scrupoli, la sua intelligenza eccezionale, la sua potente immaginazione e la sua quasi incredibile capacità di dominare uomini e situazioni fino alla fine, quando ebbro di potere e di successi oltrepassò ogni limite, il Terzo Reich non sarebbe mai esistito». Come capita a volte a certi cronisti, i quali enfatizzano il proprio argomento per dare importanza a se stessi e al loro racconto, qui Shirer si fa forse un po’ prendere la mano. Perché, poi, a una lettura attenta, quelle che emergono dalla sua stessa ricostruzione sono piuttosto le lacune, anche tecniche, dell’azione politica di Hitler e la conseguente sensazione che a garantirne il successo sia stata certo un’incrollabile ma del tutto arbitraria forza di volontà (ammirevole finché si vuole, eppure non più lucida della cocciutaggine di un bambino), ma soprattutto tutta una serie di circostanze propizie verificatesi in parte per motivi che non dipesero minimente da lui (uno su tutti, il crollo di Wall Street del 1929), in parte, e soprattutto, per incapacità, ottusità e mancanza di coraggio di chi avrebbe dovuto e potuto opporglisi, sia in Germania che all’estero, senza attendere la catastrofe finale. Come l’arrogante a cui si concede di tutto perché se ne temono le reazioni e non si ha voglia di sentire le sue lamentele, così Hitler godette a lungo di una sostanziale impunità che gli consentì per anni di dare compimento a tutte le sue principali promesse, pur rimescolando di continuo le carte e pur mostrando di non avere altra strategia che non fosse quella del continuo colpo di mano coronato da vittoria, cosa che contribuì ad alimentare, a sua volta, il suo mito di vincente. In questa prospettiva, gli ultimi, deliranti mesi passati a dare ordini impraticabili dal suo bunker sotto Berlino non sarebbero tanto da intendersi come il crollo di una mente brillante, ancorché luciferina, travolta dagli eventi, bensì come il rendersi infine palese di una sostanziale dissociazione dalla realtà che c’era sempre stata ma che i risultati via via ottenuti avevano semplicemente messo in secondo piano (così come l’aumento del PIL ci fa perdonare qualunque scandalo al leader di turno). Tra i testimoni di quei momenti finali c’è chi non riesce comunque a sottrarsi all’incantesimo e continua a dichiarargli assoluta fedeltà, ma c’è anche chi si rende finalmente conto, non senza sgomento, che per tutti quegli anni si era tutti dato retta fondamentalmente a uno squilibrato. 

E allora, su questo sì, Shirer ha ragione: le singole persone forse non hanno il potere di condizionare il corso della storia, ma le persone giuste (o sbagliate) al momento giusto (o sbagliato) possono fare da catalizzatore e suscitare reazioni a catena devastanti. L’ho già scritto, forse, ma ci insisto, perché è un punto che mi inquieta molto. Il potere dei mediocri, specie se arrivisti, è incalcolabile. «Questo era il coacervo di uomini attorno al capo dei nazionalsocialisti», osserva Shirer dopo aver tracciato un breve profilo dei principali gerarchi: «in una società normale, essi sarebbero apparsi come un grottesco assortimento di scombinati. Invece negli ultimi caotici tempi della Repubblica, a milioni di confusi tedeschi essi cominciarono ad apparire come dei salvatori». Di riflesso, slogan e ragionamenti che sarebbero apparsi insensati a una mente appena appena pensante, per ragioni credo mimetiche diventarono rapidamente inattaccabile senso comune, non appena la loro iterazione superò una certa soglia critica. «Spesso, in una casa o in un ufficio tedesco, e talvolta durante una conversazione occasionale con uno sconosciuto al ristorante, in una birreria o in un caffè, mi è capitato di trovarmi di fronte alle asserzioni più strane da parte di persone apparentemente istruite e intelligenti. (…) Qualche volta si cedeva alla tentazione di farlo notare, ma si era accolti in questo caso da un tale sguardo di incredulità, da una tale reazione di silenzio (come se si fosse bestemmiato contro l’Onnipotente) che si capiva quanto fosse inutile perfino tentare di prendere contatto con una mente ormai deformata, per la quale la realtà delle cose era divenuta quella che Hitler e Goebbels, cinicamente incuranti della verità, indicavano come tale». 

Capita, quando un narcisista monomaniacale incontra una massa di risentiti e la convince di essere “uno di loro”, appartenente anch’egli, come si legge nel Mein Kampf, al «gregge degli anonimi, a quei milioni di individui che il destino lascia vivere e poi richiama dalla vita, senza che la loro esistenza sia comunque presa in considerazione da qualcuno». Prototipo di tutti gli sbandati che, non avendocela fatta, gridano al complotto, molto più uomo del sottosuolo che non übermensch, Hitler riesce nella manipolazione suprema di presentarsi come uno che sarebbe disposto a morire per il suo popolo, quando in realtà tutto ciò che gli riesce di fare è solo di esigere che il suo popolo muoia con lui. Si finisce così, se si antepone la lusinga alla sostanza. Per dirne solo una, senza arrivare neanche ai campi di sterminio, «tutti i propagandisti del Terzo Reich, da Hitler ai suoi seguaci, non mancavano mai, nei loro discorsi in pubblico, di scagliarsi contro la borghesia e i capitalisti, dichiarando la loro solidarietà con i lavoratori. Ma uno studio attento delle statistiche ufficiali, che probabilmente ben pochi tedeschi si prendevano la briga di calcolare, rivelava che erano i tanto attaccati capitalisti, e non i lavoratori, a trarre i maggiori benefici dalla politica nazista» - che è poi la stessa cosa che accade anche oggi con i nostri cosiddetti sovranisti. Contenti voi, se continuano a piacervi capitani di questo genere.

(Finito il 13 dicembre 2019)

Ho parlato di

William L. Shirer
Storia del Terzo Reich
(Einaudi, 1962)

Trad. di G. Glaesser

2 voll. | 1778 pp. | 4000 lire

(ed. or.: The Rise and Fall of the Third Reich, 1960).

giovedì 10 settembre 2020

Memorie di un rivoluzionario

Insegnare (e prima ancora studiare) la storia è uno dei motivi per cui sono grato di esistere. E tuttavia non nascondo la frustrazione che immancabilmente provo quando mi rendo conto che, con tutta la buona volontà, le mie lezioni non riusciranno mai a restituire la complessità degli intrecci e dei percorsi che caratterizzano le vicende di cui parlo. Quando devi riassumere in un’ora la guerra dei Cent’anni, va da sé che è una battaglia quasi persa in partenza. Ma avvicinandosi ai nostri giorni le cose si complicano ulteriormente, perché le informazioni a disposizione crescono, i distinguo si moltiplicano e tutte le categorie impiegate per fare sintesi sembrano clamorosamente inadeguate non appena scavi un po’ sotto la superficie degli eventi e ti immergi negli irripetibili itinerari personali di chi quegli eventi ha prodotto. Oltrettutto si corre il rischio, semplificando, di condannare all’oblio proprio quegli eccentrici che dovrebbero invece farci da maestri per la loro capacità di mantenere un cuore caldo e una mente lucida anche nel buio e nel freddo della notte più nera. 

Prendiamo il caso di Victor Serge. Figlio di esuli russi in Belgio, quando «dalla Russia sciamavano per il mondo uomini e donne plasmati da combattimenti senza quartiere», nato e cresciuto – come amava dire – «sulle vie del mondo», a stretto contatto con la miseria disperata di masse di uomini e donne stritolate e ridotte alla fame perché il progresso consentisse a pochi eletti di accumulare «insolenti ricchezze», secondo la spietata logica selettiva di «un individualismo primordiale» che li spinge a chiudersi nelle proprie case, «con le loro tende ben tirate sull’ognuno per sé – e Dio per tutti, se volete!», Serge matura precocemente l’esigenza di «battersi per una evasione impossibile» da tale sistema disumano e apparentemente invincibile, per la semplice, ma granitica ragione che «questo mondo è inaccettabile in sè». La decisione di impegnarsi «attivamente contro tutto ciò che sminuisce gli uomini e partecipare a tutte le lotte che tendono a liberarli e a farli più grandi» lo spinge ad aggregarsi ai circoli anarchici di Parigi, dove nel frattempo si è trasferito, e questa adesione gli costa il primo dei tanti arresti cui andrà incontro, che lo tiene lontano dalle trincee quando scoppia la Prima guerra mondiale. Offertosi con altri per uno scambio di prigionieri quando arriva la notizia della Rivoluzione d’Ottobre, approda con altri compagni a Pietrogrado nel gennaio 1919. In Russia si aspettava di respirare finalmente «l’aria di una libertà, senza dubbio dura e persino crudele con i suoi nemici, ma larga e tonica». E invece trova la Ceka e uno Stato poliziesco che poco per volta soffoca qualunque espressione di dissenso anche fra i suoi sostenitori. Serge decide in quel frangente che sarebbe stato comunque con i bolscevichi, «perché davano compimento con tenacia, senza scoraggiamenti, con ardore magnifico, con passione riflessa, alla necessità stessa», con una meravigliosa forza d’animo e assumendosene tutte le responsabilità; ma sarebbe stato con loro «liberamente, senza abdicare al pensiero né al senso critico», per combatterli lealmente, dall’interno, «con libertà di spirito e in spirito di libertà» – perché quella rivoluzionaria, ritiene, è l’unica battaglia giusta da portare avanti, anche a costo della vita. 

Di qui in poi si muoverà perciò sempre all’opposizione, minoranza delle minoranze, perennemente sul filo del rasoio in un regime che stava erigendo il sospetto a sistema di governo. Lavorerà per conto della Terza Internazionale, sarà agente clandestino in Germania e in Austria, conoscendo un sacco di compagni e non stancandosi mai di denunciare nei suoi scritti la «controrivoluzione burocratica» che stava prendendo piede in Unione Sovietica, le sofferenze inenarrabili delle sue vittime e lo sviluppo totalitario che era entrato «in contraddizione con tutto ciò che è stato detto proclamato, voluto, pensato, durante la rivoluzione stessa». Alla fine pagherà questa sua schiettezza con un nuovo arresto, la deportazione in una regione interna a ridosso degli Urali, la proibizione di continuare a scrivere – e forse la cosa peggiore di tutte – la diffusione di menzogne sul suo conto per giustificare quel trattamento, a causa delle quali molti vecchi amici gli toglieranno il saluto. A salvarlo dalla morte è la fama e la mobilitazione per la sua scarcerazione promossa da alcuni scrittori francesi proprio nel momento in cui Stalin cercava sponde a Occidente avallando i Fronti popolari. Scarcerato, Serge rientra in Francia, boicottato da quanti pensavano solo quello che il partito diceva di pensare e invitato da altri a non parlare male dell’URSS perché per il popolo quello doveva restare un ideale saldissimo a cui aggrapparsi nei giorni duri che sarebbero venuti. Stretto tra l’ostilità comunista e il dilagare del nazifascismo, osserva con angoscia crescente le vicende disastrose della guerra civile spagnola, le faide intestine al campo rivoluzionario («la corruzione del meglio è quanto c’è di peggio») e poi il precipitare degli eventi che portano allo scoppio della Seconda guerra mondiale, finché decide di accodarsi agli sfollati che lasciano Parigi, imbarcandosi infine alla volta del Messico, dove troverà ospitalità e potrà scrivere le memorie raccolte in questo libro. 

Memorie, non autobiografia, come uno potrebbe anche lasciarsi sfuggire. É Serge stesso a notare, quasi in chiusura, che, nonostante il filo conduttore del racconto sia fornito dal susseguirsi cronologico delle vicende che gli sono accadute, «ci si sarà accorti che non sento molto interesse a parlare di me stesso». Sappiamo incidentalmente che ha un figlio, una moglie – poco altro. E questo perché «mi è difficile dissociare la persona dai complessi sociali, dalle idee e dalle attività cui partecipa, che importano più di lei e le conferiscono un valore», in quanto «il senso stesso della vita consiste nella partecipazione cosciente al senso della storia». Altrove è ancora più esplicito: «l'“Io” mi ripugna come una vana affermazione di se stessi, contenente una gran parte di illusione e un'altra di vanità o di ingiusto orgoglio: ogni volta che è possibile, vale a dire ogni volta che posso non sentirmi isolato, che la mia esperienza illumina da qualche lato quella di uomini ai quali mi sento legato, preferisco impiegare il “noi”, più generale e più vero. Non si vive mai soltanto di se stessi, per sé, non bisogna tentarlo, bisogna sapere che il nostro pensiero più intimo, più nostro, si ricollega con mille legami a quello del mondo; e colui che parla, colui che scrive, è essenzialmente un uomo che parla per tutti coloro che sono senza voce», perché schiacciati da un sistema sociale ingiusto o perché ingoiati dalle fauci di un mostruoso apparato totalitario. A molti di questi compagni perduti, di cui non si è più saputo nulla, Serge dedica straordinari ritratti, lasciando intendere che ciascuno di essi potrebbe essere protagonista di uno specifico romanzo, se il romanzo tradizionale fosse il modo adeguato di raccontare la storia della sua generazione, che è stata invece un’impresa collettiva («descrivo questi uomini perché sono loro riconoscente di essere esistiti e perché incarnano un’epoca. La cosa più probabile è che siano morti tutti»). Del resto, le radici della sua militanza affondano sostanzialmente in un appassionato, sconfinato, irrinunciabile «bisogno di partecipare alla sorte comune». «Nulla ci appartiene veramente, se non la nostra buona volontà di partecipare alla vita comune». Il rivoluzionario, infatti, «non vive per se stesso»; è «al servizio di un’infinito – che per noi è l’umanità» ed è, per questo, in «comunione (…) con tutti gli uomini di tutti i tempi». Non siamo distanti dal “mi rivolto dunque siamo” di Camus, ma anche da certa mistica medievale. E vien quasi da piangere, a pensare agli orizzonti meschini e alle pulsioni narcisistiche di chi oggi occupa il centro della scena politica. 

Eppure, quest’uomo che dice che «le esistenze individuali non mi interessavano – a cominciare dalla mia – altro che in funzione della grande vita collettiva di cui siamo soltanto frammenti più o meno dotati di coscienza» non esita poi a rivendicare con assoluta intransigenza, anche quando ciò significa esporre il fianco all’implacabile pressione del regime, la difesa e il rispetto dell’uomo, «l’uomo, chiunque esso sia, fosse pure l’ultimo degli uomini», senza di cui «tutto è falso, fallito, viziato», socialismo compreso. Il tema della libertà è esattamente ciò che la Rivoluzione non ha saputo tematizzare, dominata com’era da un’aspirazione verso l’assoluto (derivata almeno in parte dalla mentalità russa dei suoi capi) facilmente convertibile in intolleranza (che è cosa ben diversa, per Serge, dalle durezze anche comprensibili che la lotta richiede). Per questo, se rifiuta nettamente l’etichetta di “individualista”, non disdegna invece quella di “personalista” – ed è significativo che «sulla semplice dottrina del rispetto della persona umana» si riconosca in perfetta sintonia con quei «cattolici di sinistra che erano cristiani autentici e belle intelligenze oneste», come Mounier e il gruppo di Esprit, i quali «avevano orrore della menzogna e del sangue versato sotto il sigillo della menzogna, e lo dissero fortemente» («i cattolici di sinistra – aggiunge in un altro passo, lasciatemelo notare – sono di una bella stoffa morale e intellettuale. Dei preti concorrono alla salvezza dei profughi più perseguitati. E uno di essi mi dice: “I soli che senza dubbio non convertiremo mai al cristianesimo sono i vecchi borghesi cattolici...”»). 

Ora, fra i requisiti fondamentali per garantire la dignità della persona un posto essenziale ha la difesa congiunta della verità e della libertà di pensiero, termini non antitetici qualora si abbandonino pregiudizi e schematismi e si prenda atto che «i rapporti tra l'errore e la conoscenza giusta sono ancora troppo oscuri perché si possa pretendere di regolarli autoritariamente; senza dubbio all'uomo occorrono lunghi erramenti attraverso le ipotesi, gli sbagli e i tentativi dell'immaginazione, per giungere a mettere in chiaro conoscenze più esatte, in parte provvisorie; giacché ci sono poche esattezze definitive». Ciò che bisogna temere non è dunque la mancanza di certezze, ma semmai il loro eccesso, che si manifesta sotto forma di falsificazione diffusa. Il Mein Kampf spiega con cinismo perfetto come applicare alla politica le tecniche della pubblicità commerciale, «aggiungendovi, su un fondo di irrazionalismo, una violenza forsennata» - come ha imparato bene a fare la Bestia di Morisi: «la sfida all’intelligenza umilia quest’ultima e ne prefigura la disfatta. La affermazione enorme e inattesa sorprende l’uomo medio, il quale non concepisce che si possa mentire in quel modo. La brutalità lo intimidisce e riscatta in certo qual modo l’impostura; l’uomo medio, mentre sviene sotto il colpo, ha la tentazione di dirsi che dopotutto quella frenesia deve avere una giustificazione superiore che oltrepassa la sua comprensione». 

Serge aggiunge poi che «il buon successo di simili tecniche è possibile soltanto in epoche torbide e a condizione che le minoranze coraggiose, che incarnano il senso critico, siano bene imbavagliate o ridotte all’impotenza dalla ragion di Stato e dalla mancanza di risorse materiali», e forse, nel dire così, si dimostra persin troppo fiducioso nelle capacità razionali degli uomini, ma non poteva prevedere la pervasività molecolare dei social media e il costante chiacchiericcio di fondo della rete, che vanifica gli sforzi argomentativi senza doverli neanche proibire. É la stessa fiducia che gli fa confessare, concludendo il libro, nel 1943, a guerra ancora in corso, di provare un sentimento di «piena attesa». Quello che ha imparato dagli esuli russi fra cui è cresciuto, infatti, è che «la rivoluzione veniva loro incontro dal fondo dell'avvenire, inesorabile». Per questo, apparentemente del tutto a sproposito, mentre descrive il suo rocambolesco abbandono della Francia e l’«usura morale» che l’ha portata a svendersi a Hitler per tutelare il suo meschino benessere, può comunque sostenere che, nonostante tutto, «ci sentiamo, sul nazismo vittorioso, in splendido vantaggio: lo sappiamo condannato». Ciò non significa però automaticamente la discesa del paradiso in terra. Il mondo, dice Serge, è vertiginosamente cambiato in pochi decenni e «nessuna dottrina ha resistito all’urto». Chi lo ha trasformato è invece la potenza tecnica, che sta predisponendo uno scenario radicalmente nuovo, tutto da programmare e da costruire. Per farlo servono, più che mai, teste pensanti e mani volenterose, altrimenti, come un po’ già è accaduto, «le rivoluzioni inevitabili saranno dirette da ex nazisti, ex fascisti, ex totalitari comunisti, avventurieri senza idee e senza umanismo oppure uomini di buona volontà disorientati». Un mondo nuovo si sta aprendo, «pieno di possibilità maggiori di quelle che noi intravedemmo per il passato. Possano la passione, l’esperienza e gli errori stessi della mia generazione combattente illuminarne un poco il cammino!». Questo vale ieri, oggi, sempre: perciò un testo pieno di storie di un secolo fa può sorprendentemente aiutarci ancora a immaginare il nostro futuro, ricordandoci che «l’egoismo del “ciascuno per sé” è ben sorpassato, che l’arricchimento personale non è il fine della vita, che i conservatorismi di ieri non conducono ad altro che a catastrofi». Nulla è scontato: facciamone tesoro.

(finito il 12 dicembre 2019)

Ho parlato di


Victor Serge
Memorie di un rivoluzionario
(Edizioni e/o, 2017)

Trad. di A. Garosci

440 pp., | 16 €

(ed. or.: Mémoires d'un révolutionnaire 1901-1941, 1951; 1ª ed. it., 1999)

giovedì 27 agosto 2020

La scommessa cattolica

C’è una domanda che prima o poi noi avanzi di sacrestia finiamo inevitabilmente, e giustamente, per farci: se, cioè, al netto dei sentimentalismi, dei bei ricordi, delle persone che altrimenti non avremmo conosciuto (e magari sposato), tutto questo carrozzone immenso in cui siamo cresciuti e nel quale continuiamo a muoverci, a cui diamo il nome di Chiesa cattolica, abbia veramente ancora qualcosa da offrire all’umanità o non sia un fuoco destinato pian pianino a esaurirsi, spegnersi e cristallizzarsi nei suoi morti resti come le religioni neolitiche britanniche nelle pietre di Stonehenge. Il mondo occidentale, nei fatti prima ancora che con delle teorie, una risposta se l’è già data, e così netta da rendere a prima vista ozioso anche solo accennare alla questione. La religione, qualunque religione, è un relitto del passato che può avere un valore solo come opzione individuale nel quadro di una logica sostanzialmente di mercato, secondo la quale ciascuno ha il diritto di scegliersi le esperienze che vuole fare in base ai propri gusti personali, a patto di non urtare troppo la sensibilità altrui, e meglio ancora se scomposte in comodi pacchetti da riassemblare a piacere con un po’ di bricolage. Questo processo di progressiva secolarizzazione, tuttavia, non ha garantito l’emancipazione sperata, anzi ha semmai reso possibili nuove forme di reincantamento che, dietro la promessa di maggiore indipendenza, smerciano in realtà conformismo diffuso e servitù volontaria a un apparato tecnoeconomico, il cui modo di spremere e scartare ciò che gli serve per mantenersi in piedi, si tratti di esseri umani o di risorse ambientali, appare ogni giorno che passa sempre più intollerabile. Dobbiamo dunque rassegnarci a dare ragione ai cultori dell’eterno ieri e ai loro “ve l’avevamo detto” (ve lo ricordate De Maistre? Dio disse “fate pure da voi” e il mondo andò in pezzi…)? Cedere al baccano indiavolato con cui ci esortano ad effettuare un triplo salto mortale all’indietro per ritornare in quella superiore regione dello spirito che corrisponde alla loro rassicurante idea di Medioevo? Tra la Scilla dell’efficientismo edonistico disumanizzante e la Cariddi dell’annullamento di sé in un ordine immodificabile perché istituito dal Cielo non c’è davvero nessuna alternativa possibile? 

Ecco, questo libro si propone appunto di scardinare i ferri che ci tengono inchiodati alla logica dualistica soggiacente a questa opposizione - e ai derivati che ne conseguono - per suggerire che tra modernità e fede cristiana sia possibile instaurare invece una «tensione feconda», onde evitare che l’una si faccia scappare di mano ciò che ha imparato ad apprezzare anche grazie al cristianesimo e l’altra rigetti ciò che le appartiene costitutivamente per ostilità nei confronti di certe derive che ne sono discese. In questione è in fondo il tema, centrale nel Vangelo, del rapporto tra libertà e norma, cioè del come poter stare insieme agli altri senza annullare la propria identità, da cui non si esce «pensando ingenuamente che la negazione della menzogna sia la verità, e che la reazione (una spinta uguale e contraria) sia il modo di difenderla». Rinchiudersi nel sarcofago di un tradizionalismo idolatrico per evitare di annegare in un indistinto pastone cosmopolitico non è una soluzione sensata, né tanto meno evangelica: Gesù non si è mai rinchiuso in casa o nel Tempio, né si è attardato sul monte, ma ha incessantemente percorso le strade di Galilea. Quel che ci viene chiesto, oggi come sempre (perché il problema è lo stesso che si poneva già quando quelli che oggi difendono il latino sarebbero stati considerati sovversivi dai cristiani di origine ebraica), è invece «un salto di piano», che recuperi il valore del cristianesimo come «messaggio dinamico, non statico», come «esperienza dell’eccedenza e non della regola e della misura», come «un fattore di interrogazione e di critica rispetto all’autopercezione (personale e sociale) della realtà», come movimento aperto «senza pregiudiziali all’ascolto e all’accoglienza» perché consapevole che, «come insegna la Bibbia, la salvezza è un cammino e non uno stato». Ci si può dire a pieno titolo cristiani cattolici non tanto se si fanno le processioni del Corpus Domini o se si accende il cero alla Madonna, ma se si tiene costantemente presente il riferimento all’intero, alla pienezza, alla totalità che il termine stesso “cattolico” annuncia quando evoca un Regno che nessuna istituzione umana potrà mai circoscrivere, legittimando così una pluralità di percorsi attraverso cui lo si può raggiungere. 

A insegnarci tutto questo non è la mentalità smaliziata dei moderni, bensì – senti senti - quel Dio strano che non sta solo, ma si manifesta come perennemente in uscita, movimento trinitario, “uno-che-non-è-uno”, sbilanciamento verso ciò che è fuori da Sè - tutti modi diversi per dire “agape” o misericordia. Suona un po’ paradossale che i più agguerriti nemici della moderna tecnocrazia, quelli che imputano all’uomo la colpa di avere usurpato il posto di Dio, se lo immaginino poi come un Sommo Tecnocrate ebbro di volontà di potenza intento a determinare un ordine su cui esercitare uno spietato controllo, magari tramite la longa manus di una Chiesa chiamata liturgicamente a glorificare l’esistente (dove il male, ovviamente, non è la liturgia, ma l’uso che se ne fa). Ma perché si dovrebbe abbandonare l’Egitto per andarsene dietro a un Signore che non è diverso dal Faraone? «Dentro questo schema classico, l’ordine religioso domina sull’intera vita sociale. Nelle società teocratiche l’ordine sociale e politico è plasmato da quello religioso, senza margini di contrattazione». Con tutta la sua “spiritualità” esibita, si tratta pur sempre di una gabbia di ferro non dissimile da quella materialista, attraverso cui viene stritolata l’«esigenza di novità che sprigiona dalla vita umana». Non riconoscere questa aspirazione significa ridurre l’uomo, di fatto, ad automa – il che smaschera la teocrazia per quello che effettivamente è: una delle tante potenze terrene che ostacolano i piani di Dio. L’essere umano, infatti, «non è fatto semplicemente per replicare, per eseguire. Piuttosto, come ha scritto Arendt, è nato per incominciare, per agire mettendo al mondo qualcosa di nuovo, di inatteso, di originale». Dio stesso si è aperto alla novità, quando ha lasciato che il mondo fosse, creandolo «come il mare la terra: ritirandosi» (l’immagine – bellissima - è di Holderlin), e compiacendosi poi del buono che ne poteva nascere. Per questo, «solo un uomo libero può essere a immagine di Dio». Al contrario, «nutrire l’assurda pretesa di una identificazione totalizzante con Dio (…) porta a misconoscere il progetto della creazione, di un figlio a immagine del Padre – che però non è il padre». 

La «logica fondativa della creazione» è dunque una logica «generativa». Per capire fino in fondo cosa ciò significhi bisogna forse essere genitori, come del resto lo sono i due autori del libro: in quanto tali, dicono, «noi stessi possiamo infatti testimoniare che il desiderio più grande di chi genera è vedere fiorire, nei modi e nei tempi necessari e non programmabili, la pienezza della vita in ogni singolo figlio, nelle forme inaspettate che potrà prendere». Ecco dunque il punto qualificante dell’intero discorso, il paradosso cristiano che il nostro tempo ha ancora bisogno di sentire annunciare e a cui vale la pena accordare fiducia: non siamo vincolati al bisogno naturale della mera sussistenza, del godimento individuale, dell’autosufficienza, ma abbiamo sempre a che fare con «un di più, con un’eccedenza, con una novità non ricavabile dalle premesse». É su questo che la Chiesa è chiamata a offrire la sua testimonianza, anzitutto nella sua forma: in caso contrario, se non lo sa fare, essa rischia di celebrare solo se stessa, facendo di Dio una proiezione solenne del proprio narcisismo. Anche l’esercizio di autorità andrebbe riletto in chiave generativa, come disponibilità a «lasciare andare» - non nel senso per cui tutto sarebbe uguale ed equivalente, ma come un mettersi al servizio dei processi in corso, «farsi risorsa per il bene di tutti, (...) invece che del suo dominio a proprio vantaggio», così da far crescere e accompagnare i suoi protagonisti affinché diventino essi stessi attori, legando insieme le generazioni nella consapevolezza che «la trasmissione della tradizione non è ripetizione meccanica, bensì continua reinterpretazione e rimessa al mondo». Solo così, essa può davvero dirsi “madre”. 

Il compito della Chiesa nel mondo contemporaneo non deve perciò essere quello di «rimpiangere un mondo che non c’è più, che forse non è mai esistito e che comunque non è nemmeno desiderabile. Piuttosto, essere un punto di de-coincidenza per liberare, di nuovo, il desiderio rimasto imprigionato nell’ordine sociale costruito dalla modernità. Nella prospettiva di poter recuperare, un po’ per volta, il legame filiale che si è spezzato e così ricostruire una relazione le cui basi (la libertà, il perdono, la misericordia) siano più corrispondenti al disegno originario: dove la libertà è un tratto costitutivo dell’essere umano e va perciò riconosciuta e attraversata fino in fondo; e dove all’uomo non è chiesta una passiva e timorosa sottomissione, ma un’alleanza desiderata, un amore filiale nella libertà». Possiamo stare dentro una relazione senza esserne schiavi, siamo cioè tutti “legati” e liberi, e l’una cosa non impedisce l’altra: ecco, finalmente, la “buona notizia”, il cuore della “nuova alleanza”. C’è un modo di abitare l’umano che non ci costringe allo scontro o all’annullamento di sé – è il modo della concretezza, quello che la vita stessa ci insegna e che Dio benedice. L’altro, con la maiuscola e con la minuscola, non è l’inferno, «non è aliud, l’alieno-nemico dello schema dialettico dualista, ma alter, l’altro che ci costituisce, ci provoca e ci libera: l’Alterità senza la quale non c’è identità. Non ostacolo, ma condizione». Paradossalmente, ancora una volta, «il nostro ombelico, a torto diventato l’emblema dell’autoreferenzialità, ci ricorda che siamo prima di tutto legame. E perciò persone, non semplici individui». Questo riconoscimento vale per ciascuno di noi in relazione agli altri, vale all’interno della Chiesa fra suoi fedeli, vale all’esterno della Chiesa nei suoi rapporti con le altre Chiese cristiane, con le altre religioni, con la modernità, con il mondo, vale per le culture e le civiltà nelle loro vicendevoli interazioni, dato che nessuna di esse è mai nata per partenogenesi, ma sempre attraverso un colloquio. Quel colloquio mirabilmente rappresentato dal dogma più affascinante del nostro Credo: «il Dio cristiano è in sé poliedrico. Trinitario. Cioè non totalitario. Paesaggio dialogico, pluriprospettico, pluripersonale». 

É questo dialogo interumano – e non i cori monodici di chi grida “Signore, Signore” – ciò che presumibilmente il Figlio dell’uomo cercherà per verificare se ci sarà ancora fede quando tornerà sulla terra e per distinguere tra chi ha fatto fruttare il talento che gli è stato dato e chi l’ha sepolto ben bene dentro la cripta di una cattedrale.

(finito l'11 novembre 2019)

Ho parlato di


Chiara Giaccardi | Mauro Magatti
La scommessa cattolica
(Il Mulino 2019)

200 pp. | 15 €




lunedì 10 agosto 2020

L'invenzione della natura

Qualcuno li ha contati. Prendono il nome da Alexander von Humboldt una corrente marina, svariati parchi e montagne in America Latina, alcuni fiumi in Brasile, Tasmania e Nevada, un geyser in Ecuador, una baia in Colombia, un capo e un ghiacciaio in Groenlandia, catene montuose in Cina, Sudafrica, Nuova Zelanda e Antartide, quattro contee e tredici città degli Stati Uniti, quasi trecento piante e oltre cento animali (tra cui il giglio di Humboldt, il pinguino di Humboldt e il calamaro di Humboldt), diversi minerali, senza contare, al di fuori della nostra atmosfera, un mare lunare e un asteroide – il che, tutto sommato, probabilmente ammonta a più di quanto possa vantare qualsiasi altro scienziato della storia. Sono i segni più evidenti della straordinaria popolarità raggiunta in vita da un uomo che fu definito, ai suoi tempi, come il «più famoso al mondo dopo Napoleone» e persino «il più grande di tutti gli uomini dal Diluvio Universale», ma della quale probabilmente in pochi, oggi, saprebbero spiegare il perché (noi filosofi men che meno: nei nostri manuali Alexander compare semplicemente come il fratello minore e un po’ eccentrico di Wilhelm). Per provare a capire le ragioni di questa fama abbiamo la fortuna di avere a disposizione due godibilissimi strumenti: un romanzo che non mi stancherò mai di consigliare e questo saggio che presenta però anch’esso un incedere parzialmente romanzesco (sin dal sottotitolo, ricalcato su classici modelli ottocenteschi), in quanto romanzesca è la vita del suo protagonista, animato da una perenne inquietudine venata di romantica malinconia e al tempo stesso da una «sfrenata energia» che lo porta ad architettare continuamente nuovi progetti, magari tre o quattro contemporaneamente, «spingendo ai limiti il proprio organismo», e che si manifesta persino nella rapidità travolgente con cui parla, “alla velocità di un cavallo da corsa” – come riferisce un amico (va da sé, non poteva che starmi simpatico). 

Humboldt costruisce una parte consistente del suo mito con l’avventuroso viaggio compiuto in Sud America tra il 1799 e il 1803 - quattro anni appena zeppi tuttavia di avvenimenti capaci di riempire un’esistenza intera, come spedizioni in canoa nel cuore dell’Amazzonia o tentativi di ascesa su alcune delle vette più alte del mondo, tra un terremoto e un’eruzione vulcanica - e più ancora con il racconto che saprà farne negli anni successivi, una volta stabilitosi nella Parigi napoleonica, non tanto per amore dell’imperatore, ma per mai sopite simpatie rivoluzionarie (era anche amico personale di Thomas Jefferson e Simon Bolivar, che ne furono ispirati), e soprattutto per poter stare a contatto con la più avanzata comunità scientifica del tempo, «mozzo di un filatoio che perennemente girava e creava connessioni» tra studiosi di ogni settore, nonostante lo scandalo suscitato da questa scelta nei suoi compatrioti, ancora shockati dal disastro di Jena (il problema, diceva, è che in una Germania ancora divisa in stati diversi «ognuno viveva a grande distanza dall’altro» e «lo scambio delle idee era soffocato»). Ma anche quando sarà costretto a rientrare a Berlino, con la Restaurazione, Humboldt continuerà a occupare il centro della scena, contribuendo in modo fondamentale allo sviluppo di una cultura scientifica nel suo paese, sia attraverso cicli di conferenze pubbliche che incanteranno le folle per la ricchezza di documentazione e per «il modo in cui metteva in collegamento discipline e fatti apparentemente disparati» (gli appunti delle lezioni, che l’autrice ha avuto modo di visionare, pare siano una meraviglia), sia con l’organizzazione di seminari più specialistici, strutturati non come teatrini autocelebrativi della casta baronale universitaria (come spesso risultano essere ancora oggi i convegni e le sedicenti giornate di studio), bensì come momenti in cui «gli scienziati invece di parlare a, parlassero fra di loro (…). Humboldt incoraggiava gli studiosi a riunirsi in piccoli gruppi e in maniera interdisciplinare. (…) Immaginava una fratellanza interdisciplinare fra gli scienziati, che avrebbero scambiato e condiviso la conoscenza. “Senza una diversità di opinioni, la scoperta della verità è impossibile”, ricordò loro nel discorso di apertura». Cercò invano di strappare alla Compagnia delle Indie un passaporto per raggiungere l’Himalaya, ma in compenso partecipò a una spedizione per conto dello zar, che lo portò fino a uno sperduto posto di blocco, al confine tra l’impero russo e quello cinese, da qualche parte nella remota Mongolia (e sulla via del ritorno festeggiò il suo sessantesimo compleanno brindando con il nonno di Lenin). Inoltre scrisse tanto, vendendo come il pane (un’edizione completa delle sue opere è presente anche nella biblioteca del capitano Nemo sul Nautilus). Curiosamente, è lui stesso a non possedere tutti i suoi libri, in quanto finiscono per costare troppo anche per le sue tasche, che si svuotano proprio perché non bada a spese nel realizzarli, con una cura meticolosa e un uso avanzatissimo delle illustrazioni e di quelle che oggi chiameremmo infografiche. L’idea più fantasmagorica che gli sia mai passata per la testa è forse quella di voler scrivere «un libro che mettesse insieme ogni cosa che sta in cielo e sulla terra, dalle lontane nebulose alla geografia dei muschi, dal paesaggismo alla migrazione delle razze umane e alla poesia» - e perbacco se ce la fa: lo intitola Cosmos e ne escono cinque volumi, l’ultimo dei quali consegnato all’editore nell’aprile del 1859, pochi giorni prima del collasso che lo porta alla morte, proprio negli stessi giorni in cui a Londra appariva la prima edizione de L’origine delle specie, che gli deve molto (Darwin aveva in valigia anche un libro di Humboldt quando salpò per il suo viaggio intorno al mondo). 

Per l’autrice di questa biografia sarebbe stato proprio tale straripante successo a decretarne, paradossalmente, l’oblio postumo (da cui l’idea, appunto, di presentarlo, un po’ pomposamente, come “l’eroe perduto della scienza”). «Diversamente da Cristoforo Colombo o Isaac Newton, Humboldt non scoprì un continente né nuove leggi della fisica. Non era famoso per un fatto o una scoperta specifica, ma per la sua visione del mondo. La sua concezione della natura è penetrata come per osmosi nelle nostre coscienze. É come se le sue idee avessero assunto una tale visibilità da rendere invisibile l’uomo che vi stava dietro». Per la verità, se questo è accaduto, non è stato un processo immediato: nonostante la gloria acquisita, già ai suoi tempi Humboldt appare per molti aspetti uno sconfitto. Sospeso tra l’epoca del flogisto quella del telegrafo, «fu uno degli ultimi intellettuali eclettici e morì in un’epoca in cui le discipline scientifiche si andavano consolidando in campi strettamente delimitati e più specialistici», al culmine della brusca accelerazione avviata dalla civiltà occidentale. Il suo approccio metodologico trasversale, che oggi ci appare così moderno, è in realtà una diretta conseguenza di una concezione della natura in cui risuona l’eco di Goethe e di Schelling, qualcosa che ai positivisti suoi contemporanei sarebbe apparso rivoltante metafisica: la natura, infatti, è per lui «una rete vitale e una forza globale, (…) una rete nella quale tutto era connesso, (…) un “tutto vivente”, in cui gli organismi erano uniti insieme in un “intricato tessuto reticolare”. (…) Un’unica vita era stata riversata su pietre, piante, animali e sul genere umano». Ma se il mondo naturale è «un unico insieme animato da forze interattive, (…) allora bisognava esaminare differenze e somiglianze senza mai perdere di vista l’insieme. In luogo di numeri astratti e matematica, lo strumento principe per conoscere la natura diventò per Humboldt il confronto». Fatti e immaginazione non devono dunque stare separati: Humboldt si presenta perciò come «il nesso connettivo tra l’Opticks di Newton (…) e poeti come John Keats», tra il piano cartesiano e il viandante sul mar di nebbia. Il suo intento è di vedere la natura «sia con la testa che con il cuore»: così, se per un verso raccoglie campioni di tutto ciò che vede e misura ossessivamente tutto quello che può misurare («una delle sue guide notò che le tasche del suo soprabito erano come quelle di un ragazzino – piene di piante, sassi e ritagli di carta. Niente era troppo piccolo o insignificante per non meritare di essere studiato, perché ogni cosa ha il suo posto nel grande arazzo della natura»), ciò che gli interessa non è tanto «scoprire nuovi eventi isolati, quanto (…) connetterli». “Connettivismo” sarà poi il nome che lo scrittore di fantascienza A. E. Van Vogt darà alla disciplina praticata dal protagonista del suo romanzo Crociera nell’infinito. Lui in realtà aveva Darwin come modello (il titolo inglese dell’opera è infatti Voyage of the Space Beagle), ma nel metodo di Darwin coglie esattamente ciò che lo unisce a Humboldt – e qui chiudiamo il cerchio – ossia «la rara capacità di concentrarsi sul più piccolo dettaglio – da una chiazza di lichene a un minuscolo coleottero – e poi di indietreggiare e distaccarsi per analizzare modelli globali e comparati». 

Questa visione d’insieme ha significative ricadute euristiche, ma non solo. Contemplando la giungla equatoriale, Humboldt ha modo di osservare «un mondo che pulsava di vita, (…) un mondo in cui “l’uomo non è niente”. (…) Quando le scimmie cominciavano a strillare, il clamore svegliava gli uccelli e così tutto il mondo animale. La vita si agitava in ogni cespuglio (…). Tutto quel trambusto (…) era il risultato di “qualche lotta nel profondo della foresta pluviale”. (…) L’assenza dell’uomo (…) consentiva agli animali di prosperare e moltiplicarsi, ma si trattava di uno sviluppo al quale “essi stessi ponevano limiti” – con la loro reciproca pressione. Era una rete vitale incessantemente percorsa da lotte sanguinose, un’idea ben diversa dalla concezione prevalente della natura come macchina ben oliata in cui ogni animale e ogni pianta hanno un posto assegnato da un’entità divina». Tuttavia, pur riconoscendo con un’intuizione predarwiniana che la natura selvaggia non è il paradiso terrestre, quando offre il proprio personale contributo alla vecchia questione del Nuovo Mondo, Humboldt afferma risolutamente che l’antropizzazione non è necessariamente un miglioramento. Al contrario, la visita alle piantagioni sudamericane gli permette di constatare in prima persona come l’abbattimento delle foreste e la canalizzazione delle acque abbia rapidamente diminuito la capacità di ritenzione idrica del terreno, rendendolo in poco tempo sempre più sterile e aumentando il carattere distruttivo delle inondazioni. La sua concezione organica di un mondo naturale in cui tutto si tiene lo porta facilmente a concludere che «se c’è un filo tirato, tutta la tela si può disfare»: l’ecologia, termine che verrà poi coniato per indicare il peculiare campo di ricerca praticato da Humboldt, è una diretta conseguenza di una concezione della natura come «un insieme unico fatto di interrelazioni complesse» (in questo senso, questo libro è anche un testo “militante”, che prova a tracciare una genealogia nobile al movimento ecologista). Se per secoli la cultura europea aveva impiegato l’immagine della bonifica dell’incolto come emblema dell’azione civilizzatrice dell’uomo, versione secolare dell’atto creativo di Dio, Humboldt è invece fra i primi ad affermare che la bellezza non coincide con l’utilità e che questo intervento, se diventa intensivo, può avere effetti anche catastrofici. La scienza, non meno della storia, deve essere “globale”, poiché quando perde questa visione diventa pura tecnica al servizio del potere, fatalmente autodistruttiva. Ma c’è un’altra lezione che Humboldt impara dallo studio delle piantagioni. Sfruttare il terreno come una miniera, non cioè in funzione dell’autoconsumo locale ma per alimentare i mercati europei, aveva come conseguenza quella di rendere poverissimi e incapaci di mantenersi paesi potenzialmente ricchissimi di risorse, imponendo un regime socio-economico di infame schiavismo (e su questo punto, non mancarono le discussioni con i suoi amici statunitensi). Anche qui, «Humboldt fu il primo a mettere in relazione colonialismo e devastazione dell’ambiente. I suoi pensieri tornavano sempre alla natura come rete vitale complessa, ma anche al posto dell’uomo al suo interno. (…) Discuteva di natura, questioni ecologiche, potere imperiale e politica mettendo tutto in relazione. Criticava l’iniqua distribuzione della terra, le monocolture, la violenza contro i gruppi tribali e le condizioni di lavoro degli indigeni». Analogamente, oggi, cambiamenti climatici, squilibri demografici e migrazioni di massa dovrebbero fare parte di un unico discorso. Ma sarebbe vano sperare di sentirlo in uno dei tanti talk-show spacciati per informazione, in cui si perpetuano le pantomime di quell’eccellenza nazionale che è la commedia dell’arte. Ci conviene invece cambiare canale e sintonizzarci (con Propaganda Live in ferie) sull’unica trasmissione veramente “politica” attualmente in programmazione: SuperQuark.

(finito il 21 ottobre 2019)


Ho parlato di


Andrea Wulf
L'invenzione della natura
Le avventure di Alexander von Humboldt, 
l'eroe perduto della scienza
(Luiss University Press, 2017)

trad. di L. Berti

518 pp. | 22 €

(ed. or.: The Invention of Nature. The Adventures of Alexander von Humboldt, the Lost Hero of Science, 2015)


domenica 26 luglio 2020

Ragtime

Devo la conoscenza di questo libro e del suo autore (di cui, prima di allora, non sapevo neanche l’esistenza) alla puntuale citazione di un suo brano ripresa dal paleontologo Stephen Jay Gould per introdurre uno dei saggi contenuti ne Il pollice del panda, dedicato al legame tra la diversa percezione del tempo da parte delle varie specie viventi e la diversa velocità dei loro rispettivi ritmi metabolici – ed è stato proprio questo impiego inconsueto ad aver attivato immediatamente i miei sensori interdisciplinari, suscitando un’irrefrenabile curiosità di approfondire la questione. Quando mi ci sono imbattuto, tre anni fa, non avevo idea che nel 1981 Milos Forman, non uno qualunque, avesse ricavato un film da quest’opera, con un debuttante Howard Rollins (il futuro ispettore Tibbs della serie tv) in un ruolo-chiave. E soprattutto non avevo idea che nel 2010 i critici di Time l’avessero inserita fra i cento migliori romanzi scritti in lingua inglese dopo il 1923 (anno di fondazione della rivista), né tanto meno che nel 2013 Doctorow avesse ricevuto la Medal Gold dell’American Academy of Arts and Letters, riconoscimento concesso finora a pochi grandissimi (Updike, Roth, Singer e una quindicina d’altri a partire dal 1915). Questo un po’ mi inquieta e un po’ mi tranquillizza: dimostra ancora una volta che ci sono più cose in cielo e in terra di quante pretende di contenerne la mia testa da saputello, ma soprattutto che, con tutto questo ben di Dio là fuori, nelle terre incognite della letteratura, ci è concesso il privilegio di invecchiare serenamente, sapendo che fino all’ultimo si possono continuare a fare insospettate scoperte, come se si fosse ancora adolescenti. 

Detto questo, a parte la citazione galeotta, questo libro in realtà non si occupa in senso stretto di scienza, e se qua e là lo fa è solo perché ciò concorre ad arricchire il mirabolante affresco della società americana di inizio ‘900 che costituisce il vero motivo ispiratore di tutto il racconto. "Ragtime" è appunto la chiave presa a prestito dalla musica per definire quest’epoca cronologicamente compresa grosso modo tra il 1906 e il 1914, ma anche, in un certo senso, la cifra stilistica adottata da una narrazione incalzante, in cui non è possibile indugiare su una situazione, perché subito se ne presenta un’altra, con un ritmo vorticoso che riproduce efficacemente il brulicante movimento di uomini e attività caratteristico di quegli anni. Con piglio direi quasi ariostesco, la trama segue il filo degli incontri, più o meno casuali, che legano gli uni agli altri i diversi personaggi (alcuni immaginari, altri no: tra questi ultimi Houdini, Freud, Henry Ford, Emma Goldman e altre figure forse più note a un americano che a un europeo), tanto che si fa fatica a capire esattamente chi possa esserne considerato il vero protagonista (l’unico che, forse, in un modo o nell’altro, è in relazione con tutti gli altri è significativamente un personaggio senza nome: segno che ciò che davvero conta, qui, è l’insieme, più che i singoli interpreti, esattamente come una sola nota non basta a riprodurre una melodia). 

Poi, sì, certo, il titolo ti fa pensare a Scott Joplin, la copertina ti propone un elegantissimo nero dallo sguardo intenso e corrucciato, dunque è ragionevole aspettarsi che qualcosa abbia a che fare anche con quel mondo lì, ed effettivamente è così, e con una funzione tutt’altro che secondaria, anche se questo filone emerge pienamente solo nella seconda metà dell’opera e non la esaurisce tutta. Vale la pena, però, di rileggere con attenzione questo episodio, perché – sebbene il libro sia uscito nel 1975 – ci può aiutare a capire meglio quel che è successo in America dopo la morte di George Floyd. Coalhouse Walker Jr è un pianista professionista di jazz, il cui portamento impeccabile e sussiegoso suscita l’impressione sgradevole che non sappia stare al suo posto, come se «non sapesse di essere un negro». Sin dal modo di vestirsi, «tutto il suo essere era in opposizione a certi sentimenti» - finché questa tensione latente esplode il giorno in cui si trova a passare con la sua nuovissima Ford T davanti alla caserma dei pompieri volontari della cittadina di New Rochelle, a due passi da New York. Persone perbene, queste ultime, che spendono il loro tempo libero a favore della comunità di cui fanno parte, ma che proprio non riescono a sopportare l’idea che un damerino negro ostenti loro in faccia un segno della sua acquisita ricchezza. Per questo gli giocano un brutto tiro che avrà poi conseguenze dirompenti sullo sviluppo della vicenda e intorno a cui si scatenerà un vivace dibattito nel corso del quale anche le menti più progressiste non mancheranno di condividere le loro pelose morali (della serie, “se l’è andata a cercare”, “a noi il negro piace, basta che abbia l’aspetto povero e derelitto” e così via). 

L’aspetto forse più affascinante dell’opera è che, tuttavia, nessuna di queste voci prende mai il sopravvento sulle altre. Il variopinto arazzo cucito insieme da Doctorow ci immerge nel cuore delle contraddizioni di un paese in prorompente crescita, animato da una vitalità apparentemente inesauribile e dalla percezione di stare travasando lungo le sue rotte ferroviarie tutto il meglio che la civiltà occidentale, ormai sfinitasi in Europa, aveva ancora da offrire – e al tempo stesso, però, percorso da fortissime tensioni interne e da serpeggianti malesseri, nonché esposto al rischio continuo che quell’eredità importata dal Vecchio Mondo sprofondi semplicemente nel più patetico kitsch («il caos di una civiltà europea giunta all’ultima degenerazione»: così lo descrive Freud, dopo una visita a Coney Island. «L’America è uno sbaglio, uno sbaglio gigantesco», dice – e se non l’avete mai letto leggetevi il fumetto di Larcenet che racconta a modo suo questa stessa storia). 

Al vertice della nuova scala sociale troviamo il banchiere JP Morgan, di cui ci viene offerto un ritratto memorabile, in cui è prefigurato l’attuale ordine mondiale: «Pierpont Morgan era il classico eroe americano, un uomo nato per l’estrema ricchezza che a forza di duro lavoro e di spietatezza moltiplica il patrimonio di famiglia, finché assume proporzioni incommensurabili. (…) Era un monarca dell’invisibile, sovranazionale regno del capitale e la sua sovranità era riconosciuta ovunque. In possesso di ricchezze a paragone delle quali le fortune reali apparivano trascurabili, era un rivoluzionario che lasciava ai presidenti e ai re il loro territorio, mentre lui prendeva il controllo delle loro ferrovie, delle loro linee marittime, delle loro banche, delle società di assicurazione, degli impianti industriali e dei pubblici servizi». Convintosi dell’esistenza di «una sacra tribù di eroi, una colonia che discende dagli dei, che viene regolarmente generata in ogni epoca per aiutare l’umanità», e di cui ovviamente egli stesso fa parte, colleziona di frodo reperti di ogni epoca storica, a partire da quell’Egitto dei faraoni che sta al centro del suo personale immaginario, con i suoi miti di immortalità. All’altro capo, l’immigrato ebreo socialista a cui è rimasta solo una figlia da proteggere e che però, dopo varie disavventure, ridotto infine sul lastrico, «mise la prua della sua vita in direzione della corrente dell’energia americana. Gli operai scioperavano e morivano, ma per le strade delle città un intraprendente poteva mettersi a friggere patate dolci su un secchio pieno di carboni accesi e venderli per un penny o due». L’America, infatti, è una cosa e l’altra, la terra delle mille opportunità e quella in cui i poveri sono presi per la gola, quella in cui si può ricominciare da capo e quella dove tutto è buttato in vacca, luogo di strazianti ingiustizie e però anche di inedite ricombinazioni che sprigionano nuove speranze, perché – come osserva una delle tante voci narranti - «gli era evidente che il mondo si componeva e si ricomponeva continuamente, per un eterno stato d’insoddisfazione», insofferente alle rigide schematizzazioni di chi prova in ogni modo a chiudere il cerchio. E allora, forse, a ripensarci bene, questo romanzo “scientifico” lo può essere considerato davvero, in un certo senso, in quanto, rifiutando di appiattire su un’unica spiegazione il corso degli eventi, prova a rendere conto, in forma narrativa, di quella cosa strana e non sempre facile da gestire che è la complessità.

(finito l'11 ottobre 2019)

Ho parlato di



E. L. Doctorow
Ragtime
(Mondadori, 2015)

Trad. di B. Fonzi

260 pp. | 13 €

(ed. or.: Ragtime, 1975)

domenica 12 luglio 2020

Giulio

Metti che sei un intellettuale di spessore, uno di quelli la cui parola pesa e fa notizia, perché ti sei costruito una solida credibilità con la tua opera e sei già considerato un classico ancora in vita. Metti però che sei anche uno sradicato che per continuare quell’opera ha bisogno di appoggi, entrature, amicizie, in un’epoca in cui i nervi di tutti sono a fior di pelle e basta un minimo passo falso per rovinarsi la carriera. Metti che, ciò nonostante, sei comunque uno spirito sbarazzino e non disdegni di esercitare la tua vastissima cultura per produrre satire e calembour su questioni di attualità che poi ti diverti a condividere nelle chat private con gli amici più stretti, ai quali sai che strapperai in questo modo una risata liberatoria con cui attenuare momentaneamente la comune preoccupazione per come stanno andando le cose nel mondo. Metti, infine, che tu consideri questi giochi come una silenzioza strizzatina d’occhio rivolta a persone capaci di coglierne il senso, ben consapevole che la vita poi richiede continui accomodamenti, il discorso pubblico tutt’altro contegno, non per ipocrisia, ma perché le parole sono strumenti potenzialmente pericolosi e vanno usate per ricucire anziché per lacerare le coscienze esasperando i toni. Posto tutto questo, fai conto che a un certo punto irrompa sulla scena un predicatore che invece non accetta più compromessi e grida sui tetti quello che tu spifferavi di nascosto ai tuoi sodali, senza neanche la copertura dell’arguzia dotta, ma dicendo pane al pane, e che fra i tuoi contatti, fra quelli che ti venerano come maestro e avevano accesso alle tue confidenze personali, qualcuno lo segua, si entusiasmi e, non pago, ti tiri per la giacchetta affinché anche tu prenda più decisamente posizione, perché finalmente si prova a fare quello che tutti avevate sempre sperato - e che quando invece tu tergiversi, inviti alla moderazione, a non perdere la testa, con un po’ di delusione alcuni di loro comincino a lanciare sinistre allusioni: ma come, proprio tu, proprio tu che scrivevi….? 

Eccolo, abbozzato a grandi linee, il dramma vissuto da Erasmo da Rotterdam dopo il 1517, l’anno di Lutero e delle tesi di Wittenberg, ma anche l’anno in cui uscì in prima edizione dai torchi di Magonza un libriccino destinato a conoscere, negli anni successivi, una marea di ristampe e di copie pirata, spesso in versioni economiche idonee a una circolazione semiclandestina – e che a Erasmo costerà più di un mal di pancia. A cosa si deve tanto trambusto? Al fatto che si tratta di un dialogo lucianesco in cui si racconta di come papa Giulio II, morto da poco, si presenti alle porte del paradiso alla testa di un codazzo di nerboruti mercenari a cui aveva promesso ricompense eterne in cambio dei servizi di bassa macelleria svolti in suo nome nelle numerose guerre bandite in vita, e di come questi scopra suo malgrado che nel suo mazzo le chiavi giuste per far girare la serratura non ci siano, nonostante tutto ciò che era stato affermato dalla retorica pontificia e dalle decretali sul tema. Peggio ancora, richiamato da tutto quel baccano (immaginatevi l’aspirante vip bloccato all’ingresso del Billionaire: “ma insomma! Fatemi entrare! Che figura che mi fate fare! Voi non sapete chi sono io!”), sarà poi Pietro in persona a negare l’accesso al suo sedicente vicario, che mostra di non conoscere e nel quale soprattutto non vede nessuna delle caratteristiche che un suo successore avrebbe dovuto possedere per essere degno di tale carica. Giulio parla infatti una lingua completamente diversa da quella del pescatore di Galilea (non per nulla ha attinto il suo nome dalla storia pagana, anziché dal martirologio romano), e a lui si rivolge senza alcuna deferenza, ma col piglio sprezzante di chi, dall’alto del suo prestigio, è costretto a perdere tempo con un pitocco. “Eravate quattro straccioni – gli dice suppergiù – senz’arte né parte, chiusi nelle vostre catacombe, mentre io ho trasformato la Chiesa una potenza mondiale, l’ho resa bella richiamando frotte di artisti a palazzo, ho fatto sì che tutti temano un pronunciamento del papa e tremino al suo cospetto: ora sì che essa conta davvero qualcosa, non come ai vostri tempi, quando eravate perseguitati da tutti!”. Ritratto indubbiamente fazioso, ma non privo di una sua sinistra grandezza e che forse lo stesso Giulio, paradossalmente, avrebbe apprezzato, perché non si nascondono affatto le sue conquiste terrene - le uniche, probabilmente, che gli interessassero davvero (“ma se togli tutta la gloria mondana – dice quasi sgomento a un certo punto – che cosa resta?”). 

Il gioco, qui, non sta tanto nel denunciare le meschinità dell’uomo, quanto l’incongruenza tra l’originario mandato apostolico e l’istituzione che ne è derivata. Giulio è stato un politico abile e spregiudicato, un condottiero a suo modo geniale, capace quant’altri mai di manipolare nemici e alleati come fossero marionette, un vero “principe” nel senso che andava teorizzando in queglli anni Machiavelli, ma che ci azzecca tutto questo col Vangelo? Quando rivendica di aver “ingrandito il patrimonio di Pietro”, quest’ultimo gli risponde, basito: “ma quale patrimonio? Se siamo stati inviati da nostro Signore senza bastone né bisaccia! Ma di che cosa ti parlavano i tuoi predicatori?”. “Mi esaltavano paragonandomi a Giove assiso in cielo”, replica l’altro compiaciuto (tutto vero, tra l’altro, documentato nella predica del venerdì santo nell’anno 1509). Più volte Giulio se ne esce confessando candidamente che in effetti è la prima volta che gli capita di ascoltare i passi evangelici richiamati da Pietro (“e questa cosa qui da dove l’hai tirata fuori? Mai sentita”). La Chiesa che ha in mente è infatti un organismo del tutto terreno, in cui i simboli cristiani si sono semplicemente sovrapposti alle precedenti insegne pagane (esattamente come lui, sotto la tonaca, indossa l’armatura). É la stessa Chiesa che piace tanto agli atei devoti, perché usa il loro medesimo linguaggio - non laico, ma mondano - e riconosce le loro medesime regole: qualcuno con cui trattare per spartirsi il potere, non una voce profetica e libera da cui farsi provocare – quella lasciamola alle anime belle, agli ingenui, ai poveri Franceschi che ci credono per davvero. 

Insomma, voi capite, ce n’è abbastanza per cacciarsi in grossi guai e comprensibilmente il testo apparve anonimo. Per la verità, il frontespizio delle primissime edizioni riportava una sigla che avrebbe dovuto depistare le tracce, ma nessuno abboccò all’amo. Si aprì invece una vera e propria caccia (letteraria) all’uomo, a cui lo stesso Erasmo partecipò con le sue argomentate congetture sul sedicente autore. Oggi, però, siamo pressoché certi che quell’autore fosse lui – e la vicenda che c’è dietro il suo scritto, mirabilmente ricostruita da Silvana Seidel Menchi nell’introduzione al volume, è un capitolo di storia intellettuale europea che merita davvero di essere conosciuto e che costituisce un vero e proprio libro nel libro, non meno stimolante di quello che ne è all’origine. Nato come una mezza boutade fra amici, messo in circolazione per condividere un sentimento di opposizione altrimenti soffocato, più o meno come si fa oggi quando si inoltra un meme un po’ audace, a un certo punto quel dialogo sfugge al controllo di chi l’ha scritto e finisce in piazza proprio mentre gli eventi subiscono una violentissima accelerazione diventando così un potente manifesto politico-religioso. Erasmo passerà tutto il resto della sua vita a negarne pubblicamente la paternità e le lettere scambiate con i vecchi amici ora passati al campo luterano hanno il tono di certi confronti fra ex sessantottini che hanno fatto le occupazioni insieme e si sono ritrovati, negli anni ‘90, a votare gli uni per Prodi e gli altri per Berlusconi. Con la letteratura umanistica si può provare abbastanza spesso una sensazione di scipitezza al primo assaggio, proprio perché non è facile cogliere la fitta trama di relazioni che innerva i suoi molteplici sottotesti e decodificare tutti i suoi mascheramenti. Qui è già un po’ più semplice del solito, ma la mediazione della curatrice ti apre davvero mondi interi. Ed Erasmo stesso ne esce un po’ meno imbolsito e un po’ più spumeggiante di quanto ti fosse mai apparso finora.

(finito il 10 ottobre 2019)

Ho parlato di


Erasmo da Rotterdam
Giulio
(Einaudi, 2014)

a cura di Silvana Seidel Menchi

CXLII-172 pp. | 28 €

martedì 30 giugno 2020

Terra e spazio. Volume 2

Per celebrare adeguatamente il cinquantenario del piccolo passo di Neil Armstrong sulla superficie lunare, nel luglio 2019 i curatori di Urania hanno avuto la felice intuizione di distribuire nelle edicole il secondo dei quattro tomi in cui è stata scorporata la traduzione della raccolta completa dei racconti di Arthur C. Clarke, quello, cioè, contenente uno dei testi che più ha contribuito, in appena una dozzina di pagine, a definire l’immaginario collettivo del secondo Novecento - e per possedere finalmente il quale (già letto chissà quando e chissà dove, tanti anni fa) ho volentieri acquistato l’intero volume, quando si è trattato di scegliere il consueto libro di fantascienza che mi avrebbe dovuto accompagnare in spiaggia l’estate scorsa. Parlo, ovviamente, de La sentinella (da non confondere con il quasi omonimo, pressoché coevo, e forse ancor più celebre Sentinella, senza articolo, di Fredric Brown). Breve ragguaglio contenutistico: in un ipotetico 1996, una spedizione scientifica sulla Luna individua «una struttura scintillante, di forma quasi piramidale, alta il doppio di un uomo, incastonata nella roccia come una gigantesca gemma dalle mille sfaccettature». Se non bastasse a convincercene la sua fattura raffinata, il fatto che l’oggetto risulti protetto da una una sorta di campo di forza attesta al di là di ogni dubbio la sua origine artificiale, ancorché del tutto misteriosa (suona familiare? Certo, è lo spunto da cui ha dichiaratamente preso le mosse Kubrick per 2001 Odissea nello spazio). Questo manufatto è un’autentica sfinge che sfida tutte le convinzioni umane. Solo dopo vent’anni di studi riassunti nel giro di una riga – ci dice il narratore – «quello che non riuscimmo a capire lo spezzammo (...) con la selvaggia potenza dell’energia atomica, così che adesso io ho visto i frammenti di quella cosa bella e scintillante che trovai lassù fra le montagne». E la conclusione, a prima vista avvilente, è che questi frammenti «non significano assolutamente nulla. I meccanismi, sempre poi che fossero meccanismi, della piramide sono il frutto di una tecnologia molto al di là del nostro orizzonte, forse di una tecnologia di forze parafisiche».

Ecco, il racconto è tutto qui, interamente giocato, dapprima, sul senso di meraviglia per l’avvenuto contatto, seppur “archeologicamente” mediato, con una civiltà aliena, quindi sulle congetture formulate dal protagonista di fronte alla irriducibile incomprensibilità di quel reperto lunare, simbolo di tutto ciò che è avvenuto, avviene e avverrà nell’universo senza che la cosa minimamente ci riguardi. La sua supposizione è che in tempi vertiginosamente lontani, quando la Terra era ancora la palla fumante delle origini, qualcuno o qualcosa deve aver attraversato il sistema solare, ipotizzato che, nell’arco di centinaia di milioni di anni, si sarebbe potuta sviluppare anche lì una forma di vita intelligente e lasciato, appunto, come promemoria, una “sentinella”, la cui distruzione avrebbe segnalato inequivocabilmente la presenza di una specie capace di sviluppare sufficienti capacità tecnologiche e dunque meritevole finalmente di una qualche attenzione. Forse – conclude – questi remoti esploratori «vogliono aiutare la nostra civiltà in fasce. Ma devono essere vecchi, molto vecchi, e spesso i vecchi sono follemente gelosi dei giovani. Ora non posso più guardare la Via Lattea senza chiedermi da quale di quelle nebulose stellari stiano arrivando gli emissari. Se mi concedete il paragone terra terra, abbiamo azionato il segnale d’allarme, e adesso non ci rimane che aspettare. Non credo che l’attesa sarà lunga». Oltre, e forse più ancora. che nel ciclo di 2001 (il romanzo scritto parallelamente alla stesura della sceneggiatura del film più i suoi tre autonomi seguiti), analoghe tematiche, con una venatura persino religiosa, ritorneranno anche in un altro libro di Clarke, Incontro con Rama, in cui una misteriosa astronave-mondo viene avvistata in prossimità di Marte e visitata da un manipolo di astronauti, che però la devono presto abbandonare perché la sua traiettoria la sta conducendo dritta nel cuore del Sole, senza che sia stato possibile capire da dove arrivasse, a chi appartenesse e quale fosse il suo scopo.

Se il fascino di queste visioni è suscitato proprio da quella ostentata imperscrutabilità che ci fa sentire immensamente piccoli rispetto alle profondità siderali del cosmo (vedi anche, in questa raccolta, Giove Quinto), va però detto che, nella quasi totalità dei casi qui considerati, gli alieni di Clarke si rivelano poi, alla prova dei fatti, magnanimi e desiderosi di condividere il proprio sapere (con una sola eccezione, nel racconto d’apertura Strada buia, che è praticamente un horror), e se qualche volta scappa loro la mano è solo perché sono gli umani che non riescono a capire o a farsi capire (è il tema di Campagna pubblicitaria, una fulminante satira di come gli uomini finiscano per credere a tal punto alle proprie fiction da compromettere tragicamente la loro facoltà di giudizio; in Problemi con i nativi, invece, una variante dell’apologo di Carlo Fruttero sul disco volante che atterra nella bassa Padana anziché nel Texas, la maggior pazienza dei visitatori garantisce ai terrestri un esito migliore). Non è un caso che queste ventuno short stories risalgano tutte a un periodo compreso tra il 1952 al 1957, ossia tra la guerra di Corea e il lancio dello Sputnik, nel cono d’ombra della Bomba. Si perde, infatti, il conto di quante volte Clarke si diverta – forse anche con intenti apotropaici – a distruggere la Terra o annientare l’umanità, ma è significativo che si tratti praticamente sempre di autodistruzioni, che diventano occasione per slanci lirici (Se mi dimenticassi di te, oh Terra…) o per spericolati divertissement costruiti sul filo del paradosso (I nove miliardi di nomi di Dio, Il mattino del quarto giorno e il godibilissimo Tutto il tempo del mondo).

Il tono spiccatamente british della sua prosa impedisce per fortuna deragliamenti nella più stucchevole apocalittica, ma sebbene la nota prevalente resti sempre uno stupore venato di fiducia per l’opera dell’uomo in cui talora si sente l’eco di Jules Verne (come in Vacanza sulla Luna), il tema a lui caro delle soglie critiche attraverso cui le civiltà possono raggiungere una maggior grado di complessità (Al bivio, Spedizione sulla Terra) non è mai trattato con toni ingenuamente trionfalistici o deterministici, bensì con la consapevolezza che ci si può sempre incartare e che, anzi, lo sviluppo tecnologico, in determinate condizioni, può perfino diventare un handicap anziché un vantaggio evolutivo (a ciò alludono, sia pure in modo giocoso, le macchine strampalate descritte in Silenzio, prego e in Corsa agli armamenti, anche se la questione è programmaticamente trattata in Superiorità). Perfino quando ci troviamo di fronte a scenari che oggi definiremmo senz’altro “post-umani”, le conseguenze prospettate possono risultare provvidenziali (La strada verso il mare) o raggelanti (Il parassita - probabilmente il pezzo più inquietante del mazzo), senza che l’una appaia meno credibile dell’altra. Insomma – lo si sarà capito – ogni racconto di Arthur Clarke è come una sonda lanciata ai confini dell’immaginazione allo scopo di catturare qualche bagliore dell’inconcepibile, nella convinzione – affidata a una sorta di dichiarazione di poetica dal sapore quasi borgesiano (sin dal titolo: L’altra tigre) – che «noi siamo qui perché non potremmo essere altrove. Ma tutti quegli altrove sono pure da qualche parte, quindi il mio racconto può essere disgraziatamente vicino alla verità. Per fortuna non avremo mai modo di provarlo. O almeno credo...».

(finito il 13 settembre 2019)

Ho parlato di


Arthur C. Clarke
Terra e spazio. Volume 2
(Mondadori, 2019)

(Urania Collezione 198)

trad. di Aa. Vv.

360 pp. | 6,90 €

(ed. or.: The Collected Stories, 2000)