venerdì 21 settembre 2018

Dora Bruder

Ci sono scrittori che variano continuamente il loro menu e sono in grado di spaziare con ammirevole disinvoltura dalle piramidi alle astronavi, per dire, senza apparenti controindicazioni. Ce ne sono invece altri che sembrano come ossessionati da un’idea-madre, o anche da un’epoca, un luogo, un tema che torna e ritorna insistentemente nelle loro opere, dando quasi l’impressione che esse non siano altro che tentativi irrisolti e provvisori di riscrivere, meglio che si può, lo stesso libro. Una volta Camus osservò che «in fondo a se stesso, ogni artista custodisce un’unica sorgente che nel corso della vita alimenta quel ch’egli è e quello che dice». Ciò che per lui era stato il quartiere povero di Algeri, dov’era cresciuto con pochi soldi ma irrorato di sole, per Patrick Modiano è senza dubbio il biennio dell’occupazione tedesca in Francia: un vero e proprio buco nero della storia in cui finirono risucchiate le vite di migliaia di persone che non ne riemersero più, come se non fossero mai esistite. 

Una di queste è, appunto, la Dora Bruder del titolo e della foto riprodotta in copertina. Il suo nome compare in un trafiletto pubblicato su “Paris Soir” il 31 dicembre 1941, dove se ne denuncia la sparizione, con quegli scarni dettagli che si forniscono sempre in questi casi: l’età – quindici anni –, un ritratto sommario, i vestiti indossati al momento della scomparsa. Quando Modiano si imbatte per caso, oltre quarant’anni dopo, in queste poche righe, la sua fantasia di scrittore entra subito in azione, non foss’altro per il fatto che la famiglia di Dora abitava in una zona di Parigi che da bambino anche lui aveva regolarmente frequentato e conosceva bene (boulevard Orano, 18° Arrondissement, un po’ più su del Sacre-Coeur). Perché mai sarà scappata? – si domanda. E, soprattutto, dove sarà andata, e come avrà fatto questa adolescente a superare da sola l’insopportabile, gelido, inverno del 1942? Ci sarebbero i presupposti per ricavarne un racconto. Modiano, però, sceglie di non inventare nulla e intraprende un’altra strada. Con pazienza – gli ci vogliono anni – comincia a raccogliere indizi setacciando i documenti ancora reperibili negli archivi cittadini, molti dei quali prodotti diretti o indiretti della luciferina burocrazia nazista. Scopre così che i genitori di Dora erano due ebrei di origine austro-ungarica emigrati in Francia negli anni ’20; che all’arrivo delle truppe hitleriane, la coppia non aveva fatto registrare Dora come israelita, affidandola invece alla custodia di un convento di suore, e che proprio da lì era fuggita; che nella primavera successiva sarebbe poi scappata nuovamente (questa volta da casa: segno che nel frattempo era tornata); che sarebbe poi stata arrestata e infine destinata ad Auschwitz con il convoglio partito il 18 settembre 1942, esattamente 76 anni fa. 

Tutto questo negli stessi luoghi in cui Modiano, ignaro, andava da piccolo a far la spesa con la madre, in edifici e strutture che nel dopoguerra sarebbero poi state tranquillamente riconvertite ad uso civile. La caserma delle Tourelles, per esempio, usata dai tedeschi come campo di internamento: Modiano torna a visitarla, mentre segue la sua pista. «Dietro il muro si stendeva una no man’s land, una zona di vuoto e d’oblio. (...) Eppure, sotto quella spessa coltre di amnesia, si sentiva qualcosa, di quando in quando, un’eco lontana, soffocata, anche se nessuno sarebbe stato in grado di dire cosa, con precisione. era come trovarsi all’orlo di un campo magnetico, senza pendolo per captare le onde. Nel dubbio e nella cattiva coscienza, avevano affisso il cartello “Zona militare. Divieto di filmare o fotografare”». Lungo la strada per Drancy, altro infame luogo di prigionia, hanno invece «costruito un’autostrada, raso al suolo delle villette, sconvolto il paesaggio», per rendere quell’area periferica «il più grigia e neutra possibile». In certi quartieri si è proceduto a una vera e propria ricostruzione che ha fatto sparire le vecchie strade in cui avvennero le perquisizioni e le retate, «e i numeri delle case e i nomi delle vie non corrispondono più a niente». «Ho la sensazione di essere il solo a reggere il filo che collega la Parigi di quell’epoca a quella di oggi, il solo che si ricordi di tutti questi particolari. A volte, il filo si assottiglia e rischia di rompersi, altre sere la città di ieri mi appare con riflessi furtivi dietro quella di oggi». Si stenta a credere che la gente dovesse nascondersi proprio negli stessi luoghi dove poi tu saresti andato senza paura a giocare ai giardinetti, vero? 

Il materiale così raccolto non viene però riassemblato per fornire quella che sarebbe pur sempre una versione romanzata della vicenda di Dora e della sua famiglia. Al contrario, le informazioni recuperate servono piuttosto a far risaltare ancor di più quelle che mancano. «Scrivendo questo libro, lancio appelli, come segnali di luce che, sfortunatamente, dubito possano rischiarare il buio. Ma spero sempre». Del resto, mi pare proprio questa la più autentica cifra stilistica di Modiano, riscontrabile anche in altri suoi testi (di cui questo libro può essere considerato una sorta di chiave d’accesso, sospeso tra il saggio e la narrazione – ogni tanto, anche per questo, un po’ didascalico): «il vuoto che si prova davanti a ciò che è andato distrutto, raso al suolo» deve rimanere tale, come il segno permanente di un’assenza, come l’impronta che attesta il passaggio di qualcuno di cui però non si sa più nulla. Dora e i suoi genitori, del resto, «sono persone che lasciano poche tracce», ma queste tracce sono tutto quello che resta delle loro complicatissime vite – come per i migranti imbarcati sui gommoni affondati nel Mediterraneo, come per gli schiavi stipati sulle navi negriere, come per tutta quell’umanità ridotta a nuda vita e divorata da uno dei tanti olocausti della storia. Unire arbitrariamente i puntini, provare a fornire un’ipotetica cornice di senso, tradirebbe quello che è il significato autentico e straziante di un’esistenza interrotta e letteralmente perduta. Che però, proprio da questo scacco guadagna una, parzialissima, forma di riscatto: «ignorerò per sempre come passava le giornate, dove si nascondeva, in compagnia di chi si trovava durante l’inverno della sua prima fuga e nelle poche settimane di quella primavera in cui scappò di nuovo. É il suo segreto. Povero e prezioso segreto che i carnefici, le ordinanze, le autorità cosiddette d’occupazione, il Deposito, le caserme, i campi, la Storia, il tempo – tutto ciò che insozza e distrugge – non sono riusciti a rubarle». 

Ps. Però qualcosa che si può ricordare c’è: l’esempio di quelle donne francesi che ebbero il coraggio di indossare la stella gialla per solidarietà con le ebree, ma in modo insolente, per irritare le SS – chi attaccandola alla coda del cane, chi ricamandoci sopra nomi denigratori. Questi i loro mestieri: «dattilografa. Cartolaia. Giornalaia. Domestica. Impiegata alle Poste. Studentesse». Giusto per chiarire la differenza che passa tra popolare e populista.

(finito il 10 luglio 2018)

Ho parlato di


Patrick Modiano
Dora Bruder
(Guanda, 2011)

trad. di F. Bruno

136 pp. | 14,50 €

(ed. or., Dora Bruder, 1997)

mercoledì 29 agosto 2018

Illusione di potere

Poiché la mia sincronizzazione tra lettura e scrittura è paragonabile alla velocità dello streaming di Dazn, parlo del mio primo libro da spiaggia stagionale quando ormai la stagione è finita, e dagli esami di maturità sono passato a quelli di recupero. Pazienza. Spiaggia, dicevo, e dunque fantascienza, con un ripescaggio proveniente nientemeno che dall’altro millennio. Il bello di avere in casa una libreria personale che contiene sempre più libri di quelli che hai già letto è che ogni tanto puoi girare tra gli scaffali come se davvero fossi un po’ in una libreria autentica, se non addirittura a un mercatino dell’usato, e gustarti un godibilissimo imbarazzo della scelta, riscoprendo come se fossero sempre nuovi testi che invece sono lì da un po’. Questo volume, per dire, uscì dai torchi nell’estate del 1999, quella dei miei diciott’anni e dell’eclisse di sole, quando compravo a scatola chiusa qualsiasi Urania riportasse in copertina l’invitante trigramma di Philip K. Dick, avido di quel carico da novanta di paranoie, deliri e scarti tra realtà e illusione che sapevo vi avrei sicuramente trovato dentro – ma l’ho letto solo ora, e ci ho trovato dell’altro. Un po’ è l’età, ma va detto che rispetto a quell’ingenuo impulso adolescenziale si è nel frattempo incuneata, come un’intercapedine, la biografia dickiana di Carrère, che ha ulteriormente arricchito la stratificazione dei possibili livelli di lettura, sì, ma mi ha anche sparigliato un po’ le carte interpretative, aprendomi gli occhi su elementi che altrimenti non avrei più di tanto considerato. 

Il romanzo in questione è un caso esemplare: Dick lo tira giù nel 1966, un anno dopo il divorzio dalla terza moglie Anne, donna volitiva, forte, ma soprattutto capace di mantenere lui e le due figlie mentre Philip si barcamenava con lavoretti poco remunerativi. Scrive Carrère al riguardo: «per guadagnare quello che Anne considerava comunque poco, gli toccava lavorare a ritmi serratissimi. Le anfetamine gli permettevano di scrivere, se si impegnava al massimo, un romanzo in poche settimane; in due anni ne pubblicò una decina, ma a prezzo di atroci periodi di depressione. Si sentiva inadeguato, incapace di assumersi le sue responsabilità. Imbruttiva. Sotto la barba la sua faccia era diventata livida e gonfia. Grossi insetti neri ronzavano alla periferia del suo campo visivo. Ora Anne gli appariva come una nemica» (al punto da convincersi che lei lo volesse uccidere, finché riuscì a farla davvero internare per un certo periodo). E insomma, va bene le pecore elettriche, i simulacri e gli androidi, e va bene pure il sottotesto gnostico, il pleroma e la teologia paolina, ma la sensazione è che fantascienza e religione siano, almeno qui, depistaggi e coperture per affrontare un altro genere di ossessioni e cercare di venire a capo di una dolorosa vicenda personale.

A prima vista, in realtà, il contesto è quanto di più lontano si possa immaginare dall’interno familiare. In un futuro non troppo remoto, la Terra si ritrova presa nel mezzo di una guerra galattica tra due superpotenze aliene, alleata dell’una, ma pronta – se il caso – a chiedere l’armistizio e a schierarsi con l’altra, dal momento che a a tirare le fila della politica mondiale è un duttile italiano, il Segretario Generale dell’ONU Gino Molinari, capace di imbastire un pericoloso doppio gioco e di rinunciare alla sua anima, come il principe di Machiavelli, per la preservazione del pianeta - un misto di Lincoln, Mussolini e Gesù Cristo, si dice, e potete immaginarvi il guazzabuglio grottesco che ne esce. Da buona figura cristologica, Molinari paga questo suo sacrificio fin nelle carni, ricavandone una salute malandatissima. Anzi, la sua scommessa più ardita è proprio quella di mantenersi sempre al pelo della sopravvivenza, in modo da sfruttare il collasso in cui inevitabilmente precipita, ogni qual volta è chiamato a trattare con gli alieni, come scusa per procrastinare le scelte e prendere altro tempo prezioso. Per reggergli il gioco gli occorre però un medico abilissimo, ed è in questa veste che entra in scena il dottor Sweetscent (Dolceprofumo, una variante del quasi coevo Stranamore?), il vero protagonista della storia. Ora, questo Sweetscent non è esattamente un arrivista e in quella posizione di responsabilità ci arriva un po’ per caso, trascinato dagli eventi. A raccomandarlo è il direttore di una megacorporation a cui il dottore trapianta di continuo nuovi organi artificiali per garantirgli una quasi-immortalità, incarico che Sweetscent ha però assunto – ed ecco il punto – grazie ai maneggi della moglie, che lavora nella stessa azienda ma ha tutt’altra tempra e ambizioni, e non manca occasione di rinfacciarglielo. «Mi hai sposato per avere il lavoro. E non stai lottando da solo; invece un uomo dovrebbe farsi da solo la propria strada. (...) Sali più in alto. Trova un lavoro migliore», dice lei. «Ma a me piace il mio lavoro», replica lui. «Così ti contenti (...) di dar l’impressione di essere un uomo arrivato. Mentre in realtà non lo sei». Ecco, il mondo scivola letteralmente sull’orlo dell’apocalisse – ci sono gli alieni alle porte, perdio! - ma quasi ad ogni pagina ti imbatti di continuo in battibecchi come questo o monologhi come quest’altro: «quel mio dannato marito... Non mi lascerebbe venire. Io basto a me stessa, sono più che indipendente sotto il profilo economico; tuttavia devo sorbirmi i piccoli suoni irritanti e gli strilli che emette ogni volta che cerco di fare da sola qualcosa di originale». Tu volevi gli omini verdi e ti ritrovi Ibsen (sia pure sotto acido).

Poi si aprono pure le realtà parallele, perché sbuca fuori una droga che consente di fare degli autentici trip nel tempo e fra le dimensioni – e di questa droga si serve segretamente lo stesso Molinari, per esplorare scenari alternativi, in cui i nemici sono amici e gli amici nemici, per comprendere che la realtà non deve per forza andare così come va in questo mondo, e pure per assoldare dei suoi doppi che nel loro mondo non sono diventati nessuno, ma che condividono la sua intelligenza e potrebbero perciò prenderne il posto nel caso lui alla fine ceda fisicamente, come Roosevelt, o forse l’hanno persino già preso, all’insaputa di tutti («tre o quattro Gino Molinari, costituenti un comitato, sarebbero piuttosto terribili... Non è d’accordo? Pensi alla somma dei loro ingegni! Pensi ai progetti fantastici, astuti, grandiosi, che potrebbero stendere lavorando insieme») – e no, niente, nonostante questi squarci visionari sempre lì si va a parare, e ad ogni essere che incontra, sintetico o organico, Sweetscent tira giù dei pipponi sui suoi problemi relazionali: «un uomo impelagato in un matrimonio infelice perde la facoltà metabiologica di sapere ciò che vuole: ne è totalmente depauperato, capisce? Lei è un piccolo mollusco andato a male, che cerca di agire nel modo giusto ma che non ce la fa mai completamente, perché non ci mette il cuore, il suo cuore infelice e paziente». Insomma, l’Alto Castello in cui ci si ritrova imprigionati qui sembra proprio essere la vita matrimoniale («Bene, ecco il matrimonio d’oggi. Odio legalizzato») e il vero risiko non è quello militare-fantapolitico che fa solo da sfondo bensì quello nuziale, pieno di ripicche e dispetti e però, al tempo stesso, attraversato da improvvisi e inspiegabili ritorni di fiamma. «Sua moglie, per esempio. I sentimenti che lei prova sono contrastanti: per la maggior parte paura, poi odio, e quindi un certo quantitativo di amore sincero». L’illusione di potere sembrerebbe dunque essere quella di chi crede di controllare la propria vita e in realtà è controllato da un altro, anche se il titolo originale, Now Wait for Last Year, punta per la verità l’indice su un altro pericolo non meno insidioso nella vita coniugale: «Da tanto tempo aspetto l’anno passato. Ma suppongo che non tornerà più» (“Non può essere mai come ieri”, cantavano giustappunto proprio tra ’98 e ‘99 Mario Venuti e Carmen Consoli). 

Quando scrive questo libro, dicevo, è ancora fresco in Dick il ricordo dell’ex-moglie rientrata a casa e ridotta a uno straccio dalle terapie farmacologiche subite in ospedale. «Lui si chiedeva – leggo ancora in Carrère – che cosa avrebbe fatto se le condizioni di Anne non fossero migliorate. Avrebbe divorziato, avrebbe cercato un’altra donna? O avrebbe continuato a sopportare per tutta la vita quella palla al piede (a portare quella croce, come direbbe un cristiano)?». Non so se qui il biografo abbia altre fonti o se estrapola la sua ricostruzione dai testi dickiani, ribaltando sulla sua vita considerazioni sparse nei libri, ma – date le circostanze – le ultime righe del romanzo sembrano effettivamente abbozzare la risposta che, dopo tutto quel girovagare fra i mondi possibili, Dick a un certo deve essersi dato. “Lei rimarrà con lei”, confida un androide a Sweetscent, «perché la vita è una realtà che deve essere accettata così com’è. Se lei abbandonasse sua moglie, sarebbe come se dicesse: “Io non posso sopportare questo tipo di realtà. Deve avere delle condizioni speciali, più favorevoli”». Quanto credesse a questa morale lo dimostra il fatto che, quando la scrive, Dick se ne era già andato di casa (anche se va detto che, nel frattempo, Anne si era ripresa). E con tutto questo, alla fine, da che parte ha deciso di stare Molinari? Boh, te lo sei dimenticato.

(finito il 23 giugno 2018)

Ho parlato di


Philip K. Dick
Illusione di potere
(Mondadori, 1999)

(Classici Urania 270)

trad. di G. Tamburini

288 pp. | 6500 lire

(ed. or. Now Wait for Last Year, 1966)

venerdì 17 agosto 2018

La fine degli Incas

Non nascondo che di episodi del passato a cui mi piacerebbe assistere dal vivo, se avessi a disposizione la macchina del tempo di Zapotec e Marlin, ce ne sarebbero a bizzeffe, nonostante il rischio altissimo di delusione a cui ci espone l'ordinarietà del reale, specie se commisurata con le aspettative suscitate dalla mediazione di fonti storiche che spesso sono riuscite a superare i secoli proprio perché hanno romanzato un po' i fatti. Ciò detto, un saltino a Cajamarca lo farei ugualmente. Non tanto la Cajamarca odierna – che per ragioni logistiche è persino rimasta fuori dalle rotte quando in Perù ci sono andato sul serio, in viaggio di nozze. No, oggi non ci sarebbe poi molto da guardare. Quella notte, però, ah, quella notte, «pochi dormirono; restammo di guardia sulla piazza, dalla quale si potevano vedere i fuochi dell'accampamento dell'esercito indigeno. Era uno spettacolo pauroso. Molti fuochi apparivano vicini gli uni agli altri sul fianco della collina: sembrava di vedere un cielo sfavillante di stelle». 

Chi parla è uno dei 168 spagnoli (bene o male tutti farabutti, guidati da un analfabeta) che, partiti da Panama con la bava d'oro alla bocca e inoltratisi per oltre 2000 km sui bricchi delle Ande, avevano finito per tagliare la strada a un'armata forte di decine di migliaia di uomini, guidata nientemeno che dall'Inca Atahualpa, fresco vincitore sul fratello Huascar nello scontro per la successione al padre Huayna Capac (ucciso, pare, da uno dei conquistadores più letali: il bacillo del vaiolo, giunto nel Nuovo Mondo con le navi di Colombo, ma molto più rapido degli umani a diffondersi poi sul continente). Questi omaccioni svezzati nel sangue delle guerre d'Italia erano perfettamente consapevoli di quanto fosse disperata la loro situazione, al punto che l'unico piano che venne loro in mente era talmente ingenuo da non avere praticamente possibilità di successo: invitare Atahualpa nel loro accampamento e catturarlo. Anche noi che non siamo mai stati su un campo di battaglia, ma abbiamo letto Montaigne e Machiavelli, sappiamo benissimo che non si deve mai, mai accettare quel tipo di inviti. Lo sventuato Atahualpa, invece, rispose. E a prima vista, pareva anche avere dei buoni motivi per farlo: quando si presentò in città, con una calma sprezzante davvero imperiale, portato a spalla su una lettiga da ottanta dignitari e preceduto da uno squadrone di indios che spazzavano il cammino su cui avrebbe dovuto transitare, molti spagnoli se la fecero letteralmente sotto dalla paura. Poi, nel giro di un attimo, tutto cambia. Le trombe, il rumore dei cannoni, l'assalto della cavalleria: in un amen migliaia di indigeni furono trucidati e Atahualpa preso effettivamente prigioniero. 

Comincia così, il 16 novembre 1532, la “fine degli Incas” annunciata dal titolo, il prototipo di tutte le future guerre dei mondi (e peccato che sulla copertina dell'edizione italiana sia raffigurato un tempio Maya, che non c'entra proprio nulla, anzi sa pure di ennesimo sberleffo eurocentrico: quei lì, ‘sti “precolombiani”, sono più o meno tutti la stessa cosa...). Comincia e per certi aspetti si conclude anche subito, con un cappotto in trasferta che non contempla gare di ritorno: «l'invasione del Perù fu una vicenda unica sotto molti punti di vista. La conquista militare precedette la penetrazione pacifica: né mercanti né esploratori avevano mai visitato la corte dell'Inca, e non c'erano resoconti di viaggiatori che ne descrivessero gli splendori. Il primo contatto degli europei con la maestà inca coincise con l'abbattimento di essa». Eppure non siamo neanche a pagina 50 di un libro che ne conta oltre 600. Di che si parla, allora? Il punto è che, se anche «la Conquista principiò con uno scacco matto», la presa di possesso effettiva del Perù non fu poi esattamente una passeggiata di pochi giorni (come si è fatto finta di dimenticare in Iraq o in Afghanistan). Questo saggio copre infatti tutto l'arco dell'invasione, da queste prime iniziative private fino all'instaurazione del vero e proprio vicereame e all'esecuzione – un mese dopo la strage di San Bartolomeo – del diciottenne Tupac Amaru, pronipote di Atahualpa e ultimo degli incas ribelli rifugiatasi nella città perduta di Vilcabamba (quella che Hiram Bingham stava cercando quando si imbatté incidentalmente in Machu Picchu), passando per le faide che condussero a morte violenta, uno a uno, tutti i principali capi della spedizione e con una curiosa appendice dedicata alle sorti degli eredi degli incas regnanti, alcuni dei quali finirono molto male, altri in un modo un po' patetico, mentre altri ancora si riciclarono bene e diventarono ricchi rentiers con nome e blasone cristiano - perché alla fin fine erano pur sempre teste coronate (e a Carlo V proprio non andava giù che un signor nessuno come Pizarro potesse mandare a morte un suo collega, anche se idolatra). 

Va detto che Hemming non indugia col patetismo e questo libro non vuole essere un'appendice alla leyenda negra, anche se poi di fatto un po' lo diventa, perché di quello si è trattato: una razzia, sia pure condotta con scrupolo notarile. «Era chiaro che gli indigeni si trovavano in balia di un gruppo di predoni», i quali riuscirono nell'intento di far passare questo saccheggio sistematico come se fosse uno pacifico scambio, in cui a guadagnarci davvero sarebbero stati, anzi, proprio gli indios: «e affinché voi possiate accettare questi tributi con meno ansia o scrupoli di coscienza, vi incarichiamo di istruire i detti indigeni nella dottrina della nostra Santa Fede Cattolica...» (così recita, per dire, un atto ufficiale datato 1550). Con molta misura, l’autore prova a ricostruire il tentativo complesso, e a suo modo affascinante, messo in atto dagli spagnoli per cercare di impiantare le loro istituzioni su un terreno totalmente alieno, esaminando le centinaia di fonti (non immaginavo fossero così tante) a disposizione, tra testi letterari, dispacci e documenti pubblici. Si dà il dovuto spazio ai più o meno eroici tentativi di resistenza, ma alla fine la conclusione è quella che è: «i peruviani erano stati strappati dalla protezione di una monarchia assoluta benevola e quasi socialistica, per finire nel mondo crudele dell'Europa feudale. Dati gli svantaggi della lingua, dell'educazione e della razza diverse, essi restarono al livello più basso della struttura feudale: solo un esiguo gruppo di aristocratici della nobiltà inca o tribale poterono apprezzare gli aspetti più squisiti della cultura europea postrinascimentale». I più diventarono semplici ingranaggi funzionali alla costruzione di quella macchina mondiale che è la moderna economia capitalistica, anche se rispetto ad altri progetti coloniali qui, sul lungo periodo, si riuscirà a formare una società meticcia. 

Un tale processo non mancò di sollevare reazioni anche critiche e discussioni molto accese – ed Hemming sottolinea più volte come in ambito spagnolo, per lo meno, il problema ce lo si pose (il controcanto autocritico, da allora in poi, è forse il frutto più prezioso del nostro repertorio intellettuale). Lo stesso imperatore Carlo, con un atto idealmente senza precedenti, decise di sospendere a un certo punto la conquista – come se fosse possibile – in attesa di un parere giuridico definitivo sulla sua legittimità: la famosa controversia di Valladolid tra Las Casas e Sepulveda, che vide la vittoria del primo, ma che nei fatti non cambiò nulla, anche perché ogni tentativo riformatore elaborato in Europa era poi puntualmente sconfessato e rimodulato dai coloni (che talora non si preoccupano più di tanto di mascherare i loro argomenti invocando apertamente il diritto allo sfruttamento: ma come? Avete messo a rischio le nostre vite per ingrandire i vostri domini e ora vogliete toglierci la nostra meritata ricompensa?). «É un fatto straordinario che le opere degli autori che recarono gli argomenti più forti a favore del dominio spagnolo non fossero pubblicate in Spagna nel XVI secolo, mentre fu pubblicata ogni cosa scritta da Las Casas»: il che fa pensare all'effettivo peso che possono avere i dibattiti filosofici o le recensioni di libri su Facebook quando a portare davvero avanti la storia sono gli spiriti animali degli avventurieri senza diploma, che di tutti quei discorsi semplicemente se ne infischiano – o, peggio ancora, approfittano di queste pubblicazioni per denunciare un sedicente “pensiero unico” e legittimare le brutalità della ben più corposa “pancia unica” da cui sono usciti. Sì, me lo immagino facilmente un Don Salviños commentare col suo scudiero Giggio Panza - di fronte al lavoro forzato nelle miniere, alle deportazioni di massa, alle morti per intossicazione o polmonite, al depauperamento indotto dai tributi straordinari imposti in cambio di quelli che non venivano pagati nel proprio vilaggio - “che pacchia queste loro gite in montagna... e li paghiamo pure per farle!”.

Ps. É interessante notare che, come accade spesso con gli eretici, la cui memoria è trasmessa proprio da quegli zelanti avversari che avrebbero voluto estirparli, così una parte non irrilevante di quello che sappiamo degli Incas e della loro ascesa è dovuto all'impegno profuso dal viceré Francisco de Toledo per dimostrare, sulla scorta di testimonianze dirette ancora disponibili, che quell'impero era recente, costruito da un'etnia proveniente da una piccola parte del Perù impostasi "tirannicamente" sulle altre popolazioni aborigene e dunque "usurpatrice" dei legittimi titoli a governare. Che, ovviamente, non avevano neppure gli spagnoli. Ma tanto bastava per dare un po' di argomenti in pasto alla propaganda.



(finito il 17 giugno 2018)

Ho parlato di


John Hemming
La fine degli Incas
(Rizzoli, 2016)

a cura di Furio Jesi

730 pp. | 13 €

(ed. or. The conquest of the Incas, 1970; 1ª ed. it. 1975)

lunedì 6 agosto 2018

Il gigante sepolto

Fino a questo punto della mia vita sono più gli autori scoperti grazie agli accademici di Svezia che non quelli di cui potessi affermare, a Nobel assegnato, «lo conosco, lo sapevo». Ishiguro stava un po’ lì a metà del guado –nome noto, ma mai frequentato prima del premio. E allora proviamolo, mi son detto, incuriosito anche dal fatto che la sua ultima opera fosse venduta come un romanzo storico ambientato però in un’epoca la cui storia può essere raccontata come se fosse un fantasy, un po’ come per gli allegri vichinghi di cui ho scritto qualche tempo fa (sono spesso coincidenze di questo tipo a orientarmi nella scelta del prossimo libro da leggere, lo confesso). Rispetto alle scorrerie normanne risaliamo ancora di qualche secolo buio, al tempo delle migrazioni germaniche. Gli anni dell’ipotetico Artù storico, grosso modo; per la precisione, quelli di poco successivi alla sua altrettanto ipotetica morte, quando l’Inghilterra era solcata da «miglia di terra brulla e incolta; qua e là scabri sentieri lungo colli scoscesi o brughiere desolate. Le strade costruite dai romani, in larga parta in rovina o invase dalla vegetazione, spesso si perdevano nel nulla. Gelide nebbie pesavano sui fiumi e gli acquitrini, rendendo un ottimo servigio agli orchi che ancora popolavano la contrada». 

Legionari e folletti sembrano poter tranquillamente coesistere, insomma, in questo universo narrativo – ed è quasi ironico, considerato che i temi-chiave su cui Ishiguro vuole richiamare l’attenzione sono quelli della memoria e soprattutto della convivenza, per ragionare sui quali il periodo evocato appare assolutamente adeguato: una soglia storica piena di ruderi affioranti qua e là a testimonianza di un passato neanche troppo remoto ma di cui ci si ricorda poco – al punto che antiche fortificazioni sono inconsapevolmente convertite in luoghi di culto –, attraversata la quale si avanza su un terreno letteralmente privo di punti di riferimento, in cui occorre reimpostare da capo la questione della condivisione del medesimo spazio, in questo caso conteso da bretoni e sassoni (ma potrebbero essere cattolici e protestanti, israeliani e palestinesi, serbi e bosniaci, hutu e tutsi, il problema è sempre quello). La domanda su cui il libro si arrovella la riformulerei più o meno così: quanto bisogna essere disposti a dimenticare per poter continuare a vivere insieme senza scannarsi a vicenda? Una domanda profondamente politica e che investe il senso stesso di una disciplina come la storia, ma al tempo stesso anche molto intima e privata, tant’è che i protagonisti della vicenda, gli iniziatori della quest, sono un marito e una moglie (Axl e Beatrice) uniti da un legame fortissimo e tuttavia imponderabile, perché vittime come tutti di una misteriosa maledizione che annebbia la memoria, e per questo combattuti tra il desiderio di recuperare i preziosissimi ricordi di una vita intera passata insieme («perché ci è stata cara») e il timore di scoprire, sparse in mezzo a quegli stessi ricordi, delle sorprese negative che potrebbero allontanarli l’uno dall’altra, ovvero tra la fiducia che il sentimento condiviso sia come il lieto fine già scritto che evidentemente nessun dissapore passato ha potuto sventare e il sospetto che il riemergere di sopite delusioni non sia poi così facile da superare una seconda volta. Come dire: se si tiene a mente tutto, ma proprio tutto, quello che è successo, se non si soprassiede, non si tira dritto, non si fa finta di non vedere, come si può seriamente pensare di stare per tutta la vita accanto alla stessa persona? «É possibile che il nostro amore non sarebbe mai stato tanto forte col passare degli anni, se la nebbia non ci avesse derubati come ha fatto? É forse grazie alla nebbia che certe vecchie ferite si rimarginano?». E però, d’altro canto, se si cede all’oblio, quell’amore che vive di opposti non si annacquerà in una stanca abitudine? «Una coppia può vantare grandi legami d’amore, ma noi barcaioli siamo in grado invece di intuire rabbia, rancori, odio perfino. O una profonda aridità. A volte, la paura della solitudine e nient’altro. Amori duraturi che sfidano il passare degli anni: di quelli ne vediamo raramente». 

Il “gigante sepolto” è appunto il complesso dei ricordi che determinano la tua identità, dicendoti chi sei, ma che ti rammentano anche chi non sei e cosa ti hanno fatto quelli che non sono come te: è un po’ come il mostruoso Hulk che fuoriesce quando la fragile psiche del dottor Banner perde il controllo della situazione. Lasciarlo dormire comporta la rinuncia ad ogni rivendicazione in cambio della pace; evocarlo significa risvegliare, con le gioie, anche i rancori, i dispetti, gli odi – e questo sia sul piano personale che su quello collettivo. «Direi quasi, signore, che l’intera nostra contrada è così. Una bella valle verdeggiante. Un bosco ameno in primavera. Ma basta scavare e, poco sotto margherite e ranuncoli, saltano fuori i morti. E non parlo, signore, solo di quelli che hanno ricevuto sepoltura cristiana. Nella nostra terra giacciono i resti di antichi massacri». Uno di questi, il più recente, vede direttamente coinvolto Axl, e qui sfera individuale e sfera collettiva si intersecano in modo particolarmente drammatico. Ishiguro sembra dire che c’è poco da fare: nessun incanto amnemonico può tenere imbrigliata a lungo la bestia. Sullo sfondo aleggia anche una domanda teologica mica di poco conto: come può essere giusto il perdono? (questione che già tormentava Primo Levi). Di più: come può essere giusto un Dio misericordioso? «Che razza di dio è, signore, uno che vuole siano dimenticati e restino impuniti i torti?», un Dio che cancella, giustifica e soprattutto scorda le colpe? Qui si richiede un supplemento di pensiero: il Risorto conserva i segni delle piaghe, ma come si può immaginare un Paradiso in cui resta una traccia, ancorché minima, dell’offesa? Eppure, senza quei segni, esso apparirebbe molto simile all’intontita Inghilterra descritta in questo romanzo, e non sarebbe poi questo granché. 

Argomenti ambiziosi, come si vede. Tutto bene, quindi? Accademici approvati per l’ultimo sgarro a Philip Roth? Sì però neanche troppo, se per finire queste poco più di trecento pagine mi ci sono voluti circa quaranta giorni e una fatica, signora mia. Certo, c’è dietro una precisa scelta stilistica, che a suo modo funziona pure – l’atmosfera volutamente onirica, questa amnesia collettiva che rende potenzialmente tutto significativo e tutto incerto, il diradarsi lento e progressivo della bruma, d’accordo. Però leggi leggi leggi e troppo spesso ti sembra di girare a vuoto. I nodi, alla fine, vengono anche al pettine (eccezion fatta, in realtà, proprio per il finale, che resta aperto ed enigmatico), ma prima di arrivarci mi sono ritrovato più di una volta spaesato come uno dei quei «viaggiatori che, volgendosi indietro al compagno di cammino, si accorgevano che quello era svanito senza lasciare traccia». E dopo un po’ sinceramente è snervante.

(finito il 3 giugno 2018)

Ho parlato di


Kazuo Ishiguro
Il gigante sepolto
(Einaudi, 2016)

trad. di S. Basso

324 pp. | 13 €

(ed. or. The Buried Giant, 2015)

mercoledì 18 luglio 2018

Racconti notturni

Tra marzo e aprile, mentre come paese sprofondavamo in questo scempio quotidiano, senza premeditarlo mi sono ritrovato a leggere una classica testimonianza di quando si è cominciato decisamente a prendere sul serio il lato oscuro della forza e la sua capacità di influenzare la nostra tranquilla routine di esseri mediamente pensanti. Oltretutto, c'è questo bel paradosso che mi ha sempre incuriosito, per cui - quando parliamo di “gotico” - a noi vengono subito in mente fantasmi, castelli diroccati, porte cigolanti, cimiteri di campagna e in genere tetre e brumose atmosfere nordiche (e a buon diritto, perché effettivamente il gotico si colora spesso di tali tinte), ma se poi andiamo a leggerci per davvero i testi fondativi del genere, si scopre che l'elemento conturbante tipico di questi scritti ha invece un’aura mediterranea e direi pure cattolica. Testi come Il castello di Otranto, L'italiano, Il monaco te lo dicono apertamente sin dal titolo che è lì che si va a parare, nei conventi della nostra Europa meridiana a bassa velocità storica, immaginata a cavallo fra ‘700 e ‘800 come un relitto medievale rimasto vergognosamente a galla nel secolo dei Lumi (ritratto un po' ingeneroso: d’accordo, ai tempi, i Viceré sguazzavano felicemente nel brodo della loro mostruosità, ma c'erano anche i Pietro Verri e i Cesare Beccaria che spiegavano al mondo l'insensatezza della tortura. Oggi invece...). 

Anche E.T.A. Hoffmann, che del gotico è uno dei massimi virtuosi, sembra condividere un’idea simile. In questi otto racconti pubblicati tra il 1816 e il 1817 non mancano certo gli ululati marini e gli spettri della fredda Curlandia (come ne Il maggiorasco, che da questo punto di vista è esemplare: «quivi non si ode mai il lieto cinguettio degli uccelli ridestati a nuova gioia ma soltanto il lugubre gracidare dei corvi e l’acuto stridio delle procellarie»), tuttavia, quando viene evocato, il diavolo veste alla spagnolesca e ha un’insolenza tutta napoletana (Ignazio Denner), così come i due personaggi che portano alla follia il povero Natanaele ne L'Orco insabbia sono un tale professor Spallanzani (un chimico omonimo del ben più noto Lazzaro, ma soprattutto collega dell'altrettanto celebre dottor Frankenstein) e l'artigiano piemontese Giuseppe Coppola, fabbricante di binocoli e barometri. Con una precisazione, però. Quando a un certo punto di “gotico” espressamente si parla, infatti, lo si fa per elogiare la forma slanciata della cattedrale medievale, che «aspira al cielo» e, proprio per questo, rappresenterebbe il «vero cristianesimo, il quale con la sua spiritualità contrasta proprio con lo spirito sensuale del mondo antico, sempre legato alla cerchia terrena» - in aperto contrasto con quanto affermato da un prosaico gesuita a difesa dell’estetica trionfante delle chiese della Compagnia così vicine alle «vivace serenità degli antichi» rispetto al contemptus mundi dei secoli bui: «la nostra patria è senza dubbio lassù. Ma finché viviamo qui, il nostro regno è anche di questo mondo» (La chiesa dei Gesuiti di G.). Non confondiamo, insomma, il tanto vituperato Medioevo, così ansioso di infinito, con l’ordine cattolico moderno – sembra dirci: è quest’ultimo che ritarda l’apocalisse. 

Però non è detto che l’apocalisse sia dominabile. L'opposizione a tratti ossessiva e morbosa tra l’idealità trascendente e una realtà materiale che la lascia appena appena presagire è uno dei temi dominanti di queste pagine, piene di porte socchiuse su un regno di forze arcane e potentissime capaci, sì, di innalzarci a stati superiori di bellezza, ma anche di travolgerci fino all’autodistruzione. «Mi parve allora veramente che la natura avesse costruito intorno a noi un gigantesco clavicordo a mille registri. Noi ci affanniamo, ci diamo da fare fra quelle corde, scambiandone i suoni, gli accordi, per suoni ed accordi prodotti da noi, a nostro piacere. E spesso veniamo feriti a morte senza neppure sospettare di essere stati colpiti da una corda stonata, toccata a sproposito...». Chi tira le fila di molti di questi racconti, non senza un pizzico di autoironia, è un “viaggiatore entusiasta” «dotato del dono della veggenza», con cui sa appunto «accostare elementi addirittura antipodici e (...) scovare certe correlazioni a cui nessuno aveva pensato». Il problema è che se guardiamo oltre la superficie rassicurante dello specchio, quella – per intenderci – che fissiamo quando ci accontentiamo di regolare il nodo alla cravatta per presentarci bene in società, possiamo anche intravedere un angolo di paradiso; più spesso, però, si finisce per risprofondare in quel substrato magmatico e oscuro da cui la coscienza si trae fuori a fatica e sempre in modo precario. Meccanicismo e mesmerismo, come più tardi evoluzionismo e romanticismo, si intrecciano in un rincorrersi di temi che, contemporaneamente, i filosofi cercavano di inquadrare nei loro sistemi. La luce più pura fa tutt’uno con l’ombra: ecco, forse, perché Parsifal si ritroverà addosso la camicia bruna e oggi, che viviamo nel tempo della farsa, le utopie più avanzate della trasparenza digitale stanno così a proprio agio con le mitologie ctonie della terra, del sangue e della razza.

(finito il 24 aprile 2018)

Ho parlato di


E. T. A. Hoffmann
Racconti notturni
(Einaudi, 1994)

Trad. di C. Pinelli e A. Spaini

256 pp. | 9,50 €

(ed. or.: Nachtstücke, 1816-1817).

martedì 3 luglio 2018

Due Sicilie

Quando poi sono partito davvero per la gita avevo un’altra lettura pronta. Con Praga, apparentemente, nessun collegamento. Eppure proprio da qualche ignota corrispondenza praghese era stato innescato l’algoritmo della libreria online che me ne aveva fatto scoprire l’esistenza (“utenti con gusti simili hanno visto anche...”, quelle robe lì). Non potevo saperlo, ma finendo nelle mie mani proprio in quel modo, il libro in un certo senso era già cominciato prima ancora di aprirlo.

Le coordinate cronologiche del racconto sono subito chiarite. Ci troviamo nel 1925, tempo di calma apparente: «tutti i cuori erano rimasti inquieti, e chi parlava di pace non si riferiva mai al presente in cui stava vivendo, bensì all’anteguerra. E se mai fosse tornata la guerra, non si sarebbe trattato di una nuova guerra, ma ancora di quella d’un tempo». “Due Sicilie” è il nome, già anacronistico in partenza, di un reggimento asburgico che, dopo aver disseminato di propri caduti i campi di battaglia di mezza Europa, si era definitivamente impantanato nel fango delle trincee. Disciolto dopo Versailles, «i suoi appartenenti si erano sparsi nei diversi paesi in cui si era frammentato l’Impero, e nessuno più sapeva dove fossero». Eccezion fatta per un colonnello, cinque ufficiali e un caporale, i quali, per il semplice fatto di risiedere tutti quanti a Vienna, continuano a mantenere un flebile legame di cameratismo, quanto basta per riavvicinarli quando uno di loro viene misteriosamente assassinato durante un ricevimento. Le premesse sono quelle di un thriller: dopo il primo, infatti, anche gli altri commilitoni cominciano a essere eliminati (uno di loro, addirittura, si perde letteralmente nel nulla, come evaporato), mentre i superstiti cercano di studiare delle adeguate contromisure. Ma non è facile. É come se la Mietitrice in persona fosse venuta a riprendersi questi reduci che, chissà come, erano sopravvissuti all’inutile strage e in un certo senso anche a se stessi. «Forse, quando siamo ritornati dalla guerra, abbiamo persino creduto di averla gabbata, la morte. Ma lei non si fa gabbare. Non che noi ci fossimo votati a lei. Non ve n’era necessità. Ma a un tratto era diventato inutile vivere. È sbagliato credere di dover sempre essere vivi. Si può benissimo essere morti. (...). Vi sono, è vero, uomini che per vivere devono restare vivi, ma ve ne sono molti altri che per essere devono prima morire». 

E vi sono poi quelli che non sanno neanche più se sono vivi o se sono morti. Il proscenio è popolato di personaggi a cui la guerra ha fatto cambiare più volte identità (chi tornava dalla Russia avrebbe potuto tranquillamente essere tornato dalla luna, si nota), al punto da non capire più chi è davvero chi, chi sta impersonando qualcun altro e chi, dopo innumerevoli giri, si è ritrovato a fingere di essere se stesso. «In fondo si può dubitare di tutto, anzi ti dirò: può darsi perfino che ci si metta a dubitare di se stessi e si finisca per non sapere più chi si è e a che punto della propria vita ci si trovi. A volte si crede davvero di essere un altro e di aver fatto cose di cui poi, come un sonnambulo, non ci si ricorda più». É la morte del cogito. Il buco nero della guerra porta a galla una verità profonda, e cioè che «l’identità di un uomo, o almeno di chi ha saputo diventare qualcuno, è una faccenda piuttosto delicata. Gli uomini finiscono per essere completamente diversi da come erano alla nascita, vivendo continuano a cambiare, divengono uomini sempre nuovi e recitano la parte di altri, mentre altri forse recitano la loro... (...) Gli uomini si trasformano senza sosta, e forse l’unica giustificazione del loro esistere è che essi, perlomeno, si trasformano». «Anche la morte non è che una metamorfosi», l’ultima piroetta di chi per tutta la vita cerca un anello che tenga a cui aggrapparsi, una trasparenza oltre la cortina fumosa del reale, perché l’insensatezza del destino «ci costringe alla ricerca di un senso; perché l’assenza di spirito ci induce a contrapporvi lo spirito; insomma perché tutto ciò che accade, anche la cosa più insensata, ci spinge a mutarci. E il mutamento è tutto». O forse no? «Ogni istante avevi la sensazione che potesse passare di lì, in barroccio, qualcuno che portava il destino o che era lui stesso il destino; ma non passava nessun barroccio, e non arrivava proprio nessuno. Sì, anche questo può essere destino: il non accadere. Che è, forse, l’unico destino perfetto». 

Insomma, se la cornice è poliziesca, con tanto di detective, si tratta però di un poliziesco metafisico, in cui si aprono mille parentesi, ma soprattutto in cui gli indizi raccolti per cercare di capire cosa unisca i protagonisti della vicenda e chi sia il colpevole, anche se alla fine sembrano condurre a una spiegazione razionale dei fatti, non arrivano però neanche lontanamente a scalfire il vero mistero – il che è forse molto più inquietante che constatare i soliti depistaggi: delle verità spicciole ce le abbiamo anche, alla fin fine, ma non servono a niente, perché la verità che conta è oltre la nostra portata, nella regione in cui gli opposti coincidono (è il vicolo cieco in cui si trova chi non riesce a liberarsi dallo schema dell’Identico, anche se non ci crede più: non si sa riconoscere il peculiare linguaggio del reale e si annuncia la fine del mondo, sia pure con grande classe). Non per nulla si avverte come una costante, irrisolta, dissonanza tra una concezione immobilistica del tempo («qui i tempi si compenetrano in maniera non facile a descriversi, il presente non soppianta il passato; tutto, passato e presente e forse anche il futuro, è un sussistere insieme; (...) qui il tempo, o non esiste affatto, o esiste con tale prepotenza che risulta indifferente cos’è già stato e cosa ha da venire: è comunque presente») e una coscienza della sua irrimediabile caducità («ecco: il tempo ha dei limiti all’interno di sé, come giunture tra le singole cose! E noi nel tempo, per quanto illimitato ci possa sembrare, arriviamo di continuo ai limiti delle infinite cose di cui esso si compone – infiniti limiti! E sempre si dice addio a tutto. (...) Noi apparteniamo sempre alla morte»). E dopo averti suggerito che «la vita incomincia a farsi interessante nei momenti in cui diventa irreale» e che «i racconti di maggior perfezione sono quelli che, per grande che sia la loro pretesa verosimiglianza, toccano il grado più alto di inverosimiglianza», ecco il sospetto che «la vita reale, però, non si manifesta nella varietà. La varietà non è che rumore. La vita reale si manifesta solo nel vuoto. È nell’assenza di eventi che – come in uno spazio vuoto, come la tentazione nella solitudine dell’eremita – irrompe la vita intera, e il suo frastuono è di tale intensità che le orecchie credono di percepire solo il silenzio, tanto immane e soverchiante come il fragore del sole che sorge è il fremito dell’essere».

Il senso incombente dell’abisso su cui siamo perennemente sospesi, coi nostri trucchi e merletti, è ben espresso da un sogno apocalittico (di quelli che ogni tanto capita anche a me di fare), che è una pagina di una potenza estrema e bellissima. Vi si immagina che il sole, divenuto instabile, cominci ad accrescere la sua massa, fino a diventare una supernova. Per sfuggire al calore, la gente prova ad accalcarsi sui monti, mentre i ghiacciai si sciolgono, inondando le valli. Ma la catastrofe è inevitabile. Chi racconta si trova sul lato oscuro della terra, quando il sole collassa: «ci accorgemmo dell’esplosione del corpo celeste per il potente fragore con cui il fuoco invase rugghiando l’altra metà della superficie terrestre, spandendosi poi su tutta la metà notturna: poteva essere il suono delle trombe del Giudizio». Poco dopo, «potemmo sollevare il capo e vedere così che l’orlo dell’orizzonte era avvolto per intero in un bagliore divampante, un po’ come in un’eclissi totale il disco nero del sole dalle lingue di fiamma della corona. Era il riflesso della metà della terra che stava bruciando. E di là da questo alone ardente vedemmo – dei pianeti trascorrenti per il cielo – quelli interni accendersi anch’essi. (...) I pianeti più piccoli bruciavano come fiaccole, le loro rocce, i loro metalli dovevano essere in fiamme. (...) Passammo la notte in adorazione della maestà di Dio». Finché, inesorabilmente, giunge l’ultima alba: «nel momento in cui l’orlo superiore del sole salì sopra l’orizzonte, un tremendo fulmine, più aguzzo delle punte di diecimila frecce immerse nella brace, ferì i nostri occhi, che non riuscirono più a vedere il sole. In quell’istante supremo l’onnipotenza del suo mistero si sottrasse a qualunque occhio umano. Le nostre orecchie scoppiarono per il fragore delle trombe e nello stesso tempo, nondimeno, tutto – la terra, l’aria, la nostra pelle e i nostri capelli – scomparve in un fuoco immane». Resta una tenuissima, agnostica, speranza: l’ultima parola del libro è «forse».

(finito il 18 marzo 2018)

Ho parlato di


Alexander Lernet-Holenia
Due Sicilie
(Adelphi, 2017)

Trad. di C. De Marchi

243 pp. | 19 €

(ed. or. Beide Sizilien, 1942)




domenica 24 giugno 2018

Il Golem e altri racconti

Nell’imminenza della gita a Praga, ho pensato bene di entrare nel mood – e poiché il libro praghese più bello che conosca (Di notte sotto il ponte di pietra, di Leo Perutz) l’avevo prestato a una collega, ho ripiegato su un grande classico già letto a sedici anni, ma di cui conservavo un ricordo nebulosissimo, nella speranza che il tempo avesse fatto il suo dovere e mi consegnasse la chiave d'accesso sfuggitami allora. Così sono andato a riprendermi questa vecchia edizione del Golem con rilegatura precaria e carta ingiallita, tutta piena di sottolineature e corredata da una cornice fitta di annotazioni scritte da me stesso medesimo adolescente. Ora, io a questi libri ultraeconomici della Newton Compton ci sono affezionato. Comprati a cadenza regolare in edicola insieme ai fumetti, ne ho accumulati pian piano una marea, raccogliendoli ordinatamente collana per collana: poi l'usura ha avuto la meglio e adesso sono quasi tutti sbrindellati, ma sono stati per me l'equivalente della biblioteca di Monaldo Leopardi e mi hanno letteralmente aperto dei mondi quando era il momento di farlo. 

Non, però, in questo caso (se si esclude il primo contatto con la kabbalah, grazie all'introduzione). Come allora, nonostante i messaggi in bottiglia lanciatomi attraverso i decenni, non ci ho di nuovo capito niente (anche perché le mie note erano più divagative che esplicative, e forse quando uno perde troppo tempo a scrivere è perché non legge poi molto volentieri). Non so se sia la traduzione magari inadeguata o il timbro dell'autore o se più semplicemente sono io, ma proprio non mi ci raccapezzo. Questo romanzo è come un lungo sogno, pieno di simboli arcani, di cui ti resta al risveglio qualche vaga percezione, ma non una consapevolezza completa della trama, appena appena del suo senso. A mio parere si avvita semplicemente su se stesso, spacciando una certa vaghezza per profondità. «I nostri sforzi per conquistare l’immortalità non sono altro che i nostri sforzi per governare quegli spettri indocili e gli elementi innati che lottano dentro di noi. Noi attendiamo che al nostro interno prenda il potere il nostro vero “ego”, uno e indivisibile, allo stesso modo in cui aspettiamo la venuta del Messia».


Ciò che si racconta, attraverso lo sdoppiamento vissuto dal protagonista in una sorta di trance ipnotica, è appunto una forma di ascesi, una progressiva riemersione di quell'identità rimossa che trova la sua raffigurazione urbanistica nel vecchio quartiere ebraico di Praga, tirato giù e poi rimesso praticamente a nuovo alla fine dell’Ottocento. «Una volta durante ogni generazione, un'inquietudine spirituale serpeggia per il ghetto, come un lampo, e si impadronisce degli animi, non sappiamo a qual fine, e prende la forma di uno spettro che appare ai nostri occhi come un'entità umana che una volta, tanti secoli fa, ha vissuto qui, e che cerca disperatamente di materializzarsi». Quel dedalo di viuzze e di passaggi sotterranei, quella stanza senza porta e con le inferriate alle finestre, da cui promana però una luce, danno un'idea anche affascinante della tortuosità del processo di rivelazione, d'accordo. Ma si vede che non sono un iniziato, perché, quando si dirada la bruma che fa tanto atmosfera, per le mani non mi è rimasto più niente.

P.s. In compenso uno dei due racconti raccolti in appendice, La morte violetta, è fenomenale. Parte come una variazione sul tema del dottor Chamberlain di Conan Doyle e finisce con un'invenzione grottesca alla Fredric Brown. Sembra a tutti gli effetti uscito da una rivista di fantascienza americana degli anni ’50, come Astounding o Galaxy e vale da solo tutte le 2000 lire del prezzo di copertina di allora.


(finito il 9 marzo 2018)

Ho parlato di



Gustav Meyrink
Il Golem e altri racconti
(Newton Compton, 1994)

Trad. di G. Pilo

256 pp. | 2000 lire

(ed. or. Der Golem, 1915)