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lunedì 13 luglio 2026

Benedette guerre. Crociate e jihad

È un po’ sempre il solito discorso: mettersi a leggere un libro che contiene la trascrizione in bella copia di un ciclo di lezioni di Barbero cui si può facilmente accedere attraverso le relative registrazioni online è più o meno come andare al cinema bendato e farsi raccontare la trama dal vicino di posto. Ma il mio cervello per molti aspetti funziona ancora in modo analogico e si rifiuta di assorbire per bene le informazioni se presto o tardi non se le ritrova messe per scritto, motivo per cui, in tante occasioni, sono proprio io stesso a realizzarmele da me, le suddette trascrizioni, e non solo quando c’è di mezzo Barbero (così come del resto sono pervicacemente ancora qui a scrivere, appunto, delle mie letture, anziché trasumanare in moderno videorecensore su Youtube). In questo caso il lavoro sporco era già stato fatto e, nell’approssimarsi del mio corso sui filosofi e la guerra, mi è sembrato utile dare una chance anche al presente volumetto, per fissare meglio alcuni concetti acquisiti e magari incappare in qualche intuizione intelligente che meritasse di essere raccolta. Lascio perciò da parte tutti i passaggi più pittoreschi, che costituiscono gran parte della “ciccia” del racconto, come i profili di alcuni dei cavalieri che fecero l’impresa, dallo sfuggente Goffredo di Buglione fino all’ascetico San Luigi, passando per i Marchesi che dal modesto Monferrato giunsero a farsi nientemeno che re di Gerusalemme, così come le sezioni dedicate allo sguardo rivolto dagli “altri” sui crociati (due le fonti privilegiate: la principessa Anna Comnena, per il punto di vista bizantino, e l’emiro di Cesarea Usama Ibn Munqidh, per quello turco), perché a tale proposito vale la pena andarsi a riprendere direttamente le performance affabulatorie del nostro Veneratissimo in rete, con tutto il suo corredo di espressioni, movenze e interiezioni, e mi annoto semplicemente tre spunti, uno metodologico e due più espressamente legati al tema, che almeno in parte trascendono le intenzioni dell’autore.

Partiamo dal metodo. Le crociate sono uno dei nodi più controversi di tutta la storia occidentale, perché come pochi altri hanno il potere di suscitare violentissime e opposte correnti ideologiche da cui scaturiscono disorientanti tornado interpretativi. C’è chi le considera, per esempio, la controprova del carattere intrinsecamente violento delle religioni (o quantomeno dei monoteismi), chi le assume al contrario come modello per ogni buona battaglia fatta in nome dell’autentica civiltà e di ideali superiori ad ogni gretto orizzonte materialistico e chi le riduce, invece, spogliate di tutti i paramenti sacri, a semplice copertura di iniziative puramente commerciali o comunque mosse dalla smania di potere. Ciascuno ha sempre la pretesa di aver trovato finalmente la chiave giusta a cui nessuno aveva ancora mai pensato. La storia, che è una disciplina della complessità, dovrebbe però cautelarsi preventivamente da ogni simile riduzionismo e sforzarsi di cercare sempre un «equilibrio» tra queste diverse istanze, ovviamente non allo scopo di giustificare alcunché, ma per cercare di comprendere meglio quel che è accaduto. Nella fattispecie, «provare a immaginare questa gente che da un lato ci credeva sul serio, metteva in gioco la pelle per uno scopo che considerava gradito al suo Dio, pensava di seguire le tracce di Cristo rischiando la vita e affrontando il martirio, e però al tempo stesso sapeva anche benissimo che quella era una straordinaria occasione di conquista e di arricchimento, un’occasione unica per partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di vivere. L’entusiasmo religioso, che oggi può magari essere difficile da accettare in quella forma e che però c’era – saremmo dei cattivi storici se non riuscissimo ad ammetterlo – coesisteva senza contraddizione con l’avidità sfrenata, la spudorata brama di affermazione individuale e di conquista violenta». Esercitarsi in questo tipo di visione, aiutati dalla distanza temporale, può forse aiutarci a non cadere precipitosamente nel gorgo delle ipersemplificazioni anche quando valutiamo il nostro scalcagnato presente.

Entrando nel merito della questione, mi pare importante riprendere anzitutto la sottolineatura che Barbero fa dell’assoluta novità rappresentata dall’idea di crociata, al suo apparire, all’interno del sistema di pensiero medievale, in quanto guerra non solo legittima ma addirittura “santa”, perché è un’implicita conferma del fatto che guerra e cristianesimo non sono in realtà due fenomeni necessariamente costretti ad andare a braccetto. Sebbene già ai tempi di Agostino si fossero trovati degli escamotage per placare i turbamenti di chi in cuor suo, da battezzato, faceva fatica a conciliare l’esortazione evangelica all’amore incondizionato con la professione militare, per tutto il primo millenio dell’era cristiana si riuscì comunque a mantenere fermo quantomeno il principio «per cui uccidere in guerra, in qualunque guerra, nel migliore dei casi non è un peccato grave, ma richiede comunque che si faccia penitenza» - principio che può apparire oggi perfino ovvio, ma assolutamente controintuitivo in una società guerriera come quella, in cui, dall’imperatore in giù, signori e signorotti facevano tutti del mestiere delle armi una pratica normale e persino meritoria di vita, come dimostrano decine di chanson de geste. Sarebbe come se oggi si togliesse momentaneamente il diritto di voto a tutti quelli che usano la propria automobile per recarsi al lavoro. Eppure coloro che si sforzavano di vivere fino in fondo il messaggio evangelico e come tali erano considerati dai contemporanei, ossia i monaci, «erano gente che rifuggiva con estremo orrore dalla violenza, così come dal sesso e dai piaceri fisici; gente convinta che chiunque viva indossando l’armatura e menando le mani finisce diritto all’inferno, e se questo vuol dire che i loro stessi padri e fratelli sono destinati all’inferno, ebbene i monaci ne soffrono, ma ne son convinti lo stesso». Dimostrando un realismo e una capacità di dialogo con il proprio tempo che stupirebbe chi si riempie oggi la bocca di valori non negoziabili, teologi e canonisti medievali riconobbero che la guerra è qualcosa che purtroppo esiste, si fa anche se non si dovrebbe, può persino trovare una propria configurazione legale, entro certi limiti, e perciò può anche essere talvolta giustificata, però di base resta comunque un errore da sanzionare. Le cose cambiarono d’un tratto con la prima crociata, e non direttamente per iniziativa di Urbano II, che pure la bandì, perché neanche lui si azzardò a negare quel principio, limitandosi ad assumersi la responsabilità di concedere il perdono a chi abbracciava la croce per andare a liberare Gerusalemme e moriva nel tentativo senza avere avuto modo di completare l’eventuale penitenza per avere ucciso, ma piuttosto per una sorta di movimento spontaneo nato dal basso a partire da quell’esperienza, che la Chiesa, pur tra mille sospetti, «alla fine rinuncia a cercare di frenare» e che troverà poi con Bernardo di Chiaravalle una solenne benedizione. Barbero non esita a parlare, a questo proposito, di «svolta (…) drammatica», di una «cesura nella storia del Cristianesimo e dell’Occidente», per cui la violenza non solo cessa di essere problematica per un cristiano, ma può diventare perfino occasione di salvezza: è come se i bellatores avessero potuto finalmente dare sfogo ai propri spiriti animali, mettendo da parte gli inviti alla mitezza di Cristo e tenendo di lui solo le insegne sotto cui combattere, sperando così di attirare l’Eterno dalla propria parte, come in fondo aveva già fatto a suo tempo Costantino. In questa vicenda i papi hanno le certo loro colpe, ma i danni veri li hanno fatti quelli che si dimostrarono, strumentalmente o meno, più papisti del papa (bella gente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dai recenti scismatici che si separano dal papa romano proprio perché lo amano troppo). Di lì in poi la violenza sarà assimilata in un certo senso all’interno dell’ordine cristiano e ci vorranno secoli per riprendere coscienza che questi due piani non devono per forza essere intrecciati, anzi. Come dicevo, non facciamola più facile di quanto forse non fu, ma il senso complessivo del discorso appare piuttosto chiaro.

Secondo punto: mi ha incuriosito il fatto che Barbero, quando illustra che cosa sia il jihad (declinandolo giustamente al maschile), dopo aver constatato che nel Corano non se ne parla poi chissà quanto rispetto a cosa potremmo immaginarci noi, per cui tutti i musulmani sono potenziali kamikaze, aggiunge che là dove però se ne parla, lo si fa curiosamente riferendosi a dei passi biblici (peraltro non così limpidi). Ora, non so quanto Barbero sia competente in esegesi e la mia ammirazione per lu non mi fa prendere per inconfutabile tutto quello che dice, quindi sui dettagli ci andrei cauto, però – anche qui – la direzione generale del suo pensiero è chiara: mostrare come, sia pure in modo paradossale, ovvero nel riferimento che entrambi fanno alla possibilità di una “guerra santa” che li vedrebbe contrapposti, islam e cristianesimo condividano in realtà delle radici comuni, anche se talvolta se lo dimenticano, per cui, pur nell’opposizione, possono riuscire a intendersi. Anzi, «è proprio perché riconoscono nell’altro il proprio simile» che «lo vogliono sopraffare, come accadde nel Novecento col comunismo e il fascismo». C’è forse una punta di malizia in questa osservazione. Tuttavia, se ne può ricavare anche un’altra morale: lungi dall’essere due sistemi opposti di valori, incompatibili l’uno con l’altro, e tali per cui l’emergere dell’uno dovrebbe causare inevitabilmente la rovina dell’altro, come sostengono i profeti della remigrazione, islam e cristianesimo risultano invece profondamente interconnessi e proprio per questo potrebbero lavorare insieme per aiutarsi a purificarsi reciprocamente delle proprie scorrette autointerpretazioni. All’epoca in cui furono tenute queste conferenze, nel 2009, era ancora fresco il ricordo non solo delle crociate proclamate da Bush jr contro il terrorismo, ma anche della contestatissima lezione di Ratisbona, con cui papa Benedetto sembrava dissociare nettamente l’islam dal logos e dunque dal cristianesimo. Non ci si sarebbe potuti immaginare che, appena dieci anni dopo, il suo successore avrebbe sottoscritto con il Grande Imam di Al-Azhar una dichiarazione congiunta sulla fratellanza umana nel solco della quale sarebbe poi stata composta anche l’enciclica Fratelli tuttiRiusciremo a dimostrare nei confronti di questi interventi lo stesso zelo applicativo manifestato un tempo di fronte all’appello a riconquistare Gerusalemme? Dalla risposta a questa domanda passa, credo, un pezzo di futuro del nostro mondo.

(finito il 10 ottobre 2022)

Ho parlato di


Alessandro Barbero
Benedette guerre. Crociate e jihad
(GEDI 2021)

121 pp. | 9,90 €

(ed. or.: Laterza, 2009)

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